RSS

A NAPOLI E’ MORTO UN BAMBINO

25 Mag

A NAPOLI È MORTO UN BAMBINO

L’oro di Napoli è un film ad episodi, in bianco e nero, del 1954, tratto dal libro omonimo di Giuseppe Marotta: una chicca per gli amanti dei film di una certa epoca.

Sicuramente i ragazzi dell’età dei miei alunni ed ex alunni non lo avranno visto, ma probabilmente il film non è ignoto ad alcuni dei loro genitori e, soprattutto, ai loro nonni.

Gli episodi più famosi sono quelli con De Sica (padre), nobile decaduto, nonché giocatore incallito, ridottosi a giocare e barare con e contro un bambino che, malgrado tutto, lo batte in continuazione, nonché quello con Sofia Loren, bella pizzaiola che, avendo dimenticato un prezioso anello a casa dell’amante, s’inventa di averlo perduto dentro una pizza.

Abbastanza famoso è pure l’episodio con Totò, uomo mite e umile che si guadagna da vivere facendo, di professione, il “pazzariello”, che è succube con tutta la sua famiglia di un guappo; alla fine troverà, poi, il coraggio e la dignità di ribellarsi.

Fra tutti, però, forse l’episodio meno conosciuto, anche perché tagliato in alcune versioni del film, è “Funeralino”, che inizia, appunto, con scritta sullo schermo, la frase che dà il titolo a questo capitolo: “A Napoli è morto un bambino”.

E’ la triste cronaca del funerale, in un quartiere povero della Napoli vecchia, di un bambino dentro ad una piccola bara bianca: appunto, un “funeralino”.

La madre, nonostante lo strazio, non versa una lacrima, ma segue un protocollo obbligato: prima il carro funebre coi cavalli adornati di pennacchi, poi il mazzo di fiori, la maestra col gruppo dei bambini, quindi il passaggio per “la via grande” e, infine, i confetti lanciati ai piccoli scugnizzi dei vicoli.

Solo quando finirà l’ultimo confetto e la donna, affranta, dovrà comunicare ai bambini in attesa che “nun ce ne stanno cchiù”, solo allora ci sarà posto per il dolore, per la disperazione e la donna potrà abbandonarsi ad un pianto inconsolabile.

Ma perché mai mi sono messo a raccontare un film, cosa certamente interessante, ma che non è certo lo scopo di questo libro?

Al termine dell’anno scolastico duemilacinque, è mancato il papà di un mio alunno della seconda media appena terminata; l’uomo, malato da un anno e mezzo, aveva passato gli ultimi sei mesi sotto morfina e la moglie e il figlio avevano dovuto seguire e subire attimo per attimo quella lunga, straziante agonia.

* * *

Era l’ultimo giorno degli esami, quando ci fu il funerale: non vi avrei mancato per nulla al mondo.

Ero al corrente della situazione fin dall’inizio, anche se il mio alunno non lo sapeva, perché era sua volontà che né compagni né insegnanti fossero informati del dolore che stava vivendo e di quello, più grande, che lo attendeva, e avevo sofferto in silenzio con quella famiglia sfortunata (del resto ne ho già scritto nel precedente volume “Vita di scuola, scuola di vita” nel capitolo “Quanto dolore”).

Avevo visto il ragazzo dormire in classe più volte, dopo una notte insonne passata a vegliare il padre malato, avevo visto la madre dimostrare un coraggio ed una forza d’animo incredibili dovuti, sicuramente al voler proteggere, prima di tutto, il figlio.

Avevo vissuto e sofferto in silenzio con loro quel calvario e quindi, unico fra gli insegnanti della classe, andai alla cerimonia.

Come mio solito, arrivai con oltre un’ora di anticipo, e così fui là, davanti alla chiesa, quando arrivò il furgone con la cassa e la mamma del mio alunno (lui era già in chiesa perché, giustamente, a tredici anni non se la sentiva di affrontare la folla di parenti, amici e conoscenti).

La signora era elegante e splendida, pur nella sua sobrietà: salutò tutti coloro che ancora non erano in chiesa, s’informò telefonicamente di dove fosse il figlio, ed entrò.

Al termine della funzione io l’attesi fuori per salutarla e consegnarle una lettera per il ragazzo: fui l’ultimo di una serie interminabile di persone, di abbracci, baci, parole di circostanza.

Tutto era perfetto, organizzato secondo il cerimoniale e, in tutto questo non c’era tempo per una lacrima, come non ce n’era stato da mesi.

Poi il furgone, col suo mesto carico, partì.

Sentii il mio alunno un paio di giorni più tardi: mi telefonò per ringraziarmi della lettera, e lo fece senza una rottura della voce, già, il cerimoniale prevedeva ancora i ringraziamenti, ultimi confetti lanciati alla gente.

Ma prima o poi anche per lui e la sua mamma, purtroppo, i confetti finiranno, anche se ciò comporterà il dover affrontare la realtà di quanto è accaduto, lasciando posto al vuoto incolmabile e al dolore straziante di chi ha perso per sempre una figura così amata e importante.

A Milano è morto un papà.

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su maggio 25, 2011 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: