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IL PIANETA DEI BAMBINI MUTANTI

19 Mag

IL PIANEA DEI BAMBINI MUTANTI

Capitolo I: un’apocalisse umana.

Nell’anno 3000 d.c. il pianeta terra era oberato da venti miliardi di abitanti ed aveva praticamente esaurito ogni risorsa minerale e alimentare. Le città erano costituite solo da enormi grattacieli che spesso superavano i mille metri di altezza e, per costruire i quali, erano stati sacrificati anche musei, monumenti, siti archeologici. Tutto ciò non era ancora sufficiente: le grandi megalopoli avevano divorato famelicamente anche quasi tutte le campagne. La poca agricoltura residua era praticata in mostruosi silos di centinaia di metri di altezza che venivano irrigati a cascata affinché l’acqua, divenuta oramai più preziosa del quasi esaurito, nonché oramai inutile petrolio, non venisse sprecata. D’altra parte i vegetali erano l’unica risorsa alimentare naturale rimasta, in alternativa ai quali c’erano solo proteine sintetiche. Si erano totalmente estinti tutti gli animali selvatici e domestici, dei quali rimanevano solo cellule ibernate nel caso che, in un futuro non si sa quanto lontano, ci fossero state le condizioni per riportarli in vita tramite la clonazione. Erano solo un ricordo le foreste del Nord Europa e del Sud America e, senza la loro produzione di ossigeno, era necessario vivere con respiratori che di continuo riciclavano la stessa aria, rimetabolizzando l’anidride carbonica espirata, la traspirazione della pelle e, perfino le deiezioni umane. Le razze primitive: boscimani, maori, yanoama, si erano estinte da secoli. Anche i più inospitali deserti erano stati urbanizzati. Del resto la terra stessa era oramai un immenso deserto. L’industria più fiorente era quella della dissalazione delle acque marine. Non esistevano più né automobili, né mezzi di trasporto di massa. Ogni abitante della terra era dotato di un micro zaino a reazione alimentato ad idrogeno. La densità degli abitanti era, però, tale che erano frequentissimi gli scontri in volo. Ma anche i materiali per la costruzione di tali mezzi di trasporto oramai erano giunti agli sgoccioli.

Non vi erano più le nazioni così come erano conosciute un millennio di anni prima, ma delle regioni rette da governatori sottoposti ad un unico presidente che governava un parlamento multietnico. Spesso le decisioni da prendere erano state, per forza di cose, radicali. Erano state vietate le medicine e gli ospedali, per cercare di contenere il numero degli abitanti del pianeta aumentando la mortalità. Era proibito, pena la morte, avere più di un figlio per ogni famiglia. Nonostante tutto non si era ancora arrivati a una diminuzione apprezzabile del numero dei terrestri. Per queste ed altre leggi simili, i governanti erano odiati come mai era avvenuto nella storia e gli omicidi di presidenti e parlamentari da parte di gruppi terroristici si verificavano con impressionante frequenza.

Il problema era che controllare una tale moltitudine di persone era praticamente impossibile, così che i trasgressori delle leggi supreme erano numerosissimi. C’era chi produceva medicine in casa, chi sfornava figli a ripetizione e lo sparuto corpo di polizia era praticamente impotente. Anche questo, infatti, era stato drasticamente ridotto: tanto non c’era nulla che valesse la pena di rubare, a parte l’acqua e quanto agli omicidi, beh, che la gente si ammazzasse pure, avrebbero solo liberato dei posti sulla terra.

Per proteggersi dal terrorismo il governo si era trasferito su una piattaforma che stazionava ai confini dell’oramai rarefatta atmosfera.

Capitolo II: la ricerca.

Seppure costretto ad adottare provvedimenti crudeli, il governo in realtà lavorava alacremente per la salvezza del pianeta, ma, dopo anni di studi, la conclusione era stata che la terra non si poteva salvare. Occorreva, pertanto trovare dei rimedi alternativi. Si era pensato alla costruzione di enormi stazioni spaziali dove trasferire la popolazione, ma l’idea fu immediatamente abbandonata, poiché non si sarebbe comunque risolto il problema delle risorse minerali e alimentari. L’unica, debole speranza era quella di riuscire a trovare un altro pianeta con caratteristiche simili al nostro dove trasferire l’intera popolazione terrestre. Mentre gli astronomi proseguivano le esplorazioni del cosmo, era in fase avanzata la costruzione di enormi navi spaziali per effettuare il trasporto, qualora la cosa fosse stata realizzabile.

Negli ultimi mille anni la terra non era avanzata solo nell’incremento demografico, ma anche le scoperte scientifiche e tecnologiche erano state enormi ed importanti. Il problema principale nei viaggi spaziali, come è noto, consisteva nei tempi di viaggio. Ora, invece, si era riusciti a superare quello che sembrava l’ostacolo insormontabile della formula di Einstein, secondo la quale non era possibile superare la velocità della luce e ciò avveniva, detto in breve, invertendo tale formula e facendo viaggiare le cosmonavi non in modo lineare, ma per quanti, vale a dire per salti spazio – temporali. In tal modo viaggi che avrebbero richiesto centinaia di anni, ora si potevano effettuare in poche decine d’anni. Un secondo, rilevante problema era l’invecchiamento degli equipaggi; ma anche a questo si era ovviato grazie ad un processo citocriogenico che consentiva di ibernare ogni singola cellula umana, così che al risveglio non ci sarebbe stato il benché minimo invecchiamento. Certo non si poteva fare la stessa cosa per i parenti dei viaggiatori, così che questi venivano scelti solo fra coloro che erano privi di legami familiari. Per le esplorazioni era, inoltre, assolutamente indispensabile avere degli equipaggi che ritornassero a riferirne i risultati, poiché il suono delle comunicazioni audio avrebbe viaggiato molto più lentamente delle navi stesse.

Negli ultimi due secoli erano state molteplici le esplorazioni, ma ognuna si era rivelata una delusione, per cui continuava la ricerca di un succedaneo della terra.

Personaggio chiave era un brillante scienziato e astrofisico di etnia cinese, Ling, che con un ultra–telescopio da lui ideato ispezionava di continuo galassie sempre più lontane. Venne così il giorno che le ricerche di Ling, finalmente, fecero scoprire un pianeta in una galassia lontana centinaia di anni luce, che, anche agli esami spettroscopici, sembrava straordinariamente simile alla terra, tanto da venire subito battezzato “Earth 2”. Simile, ma grande tre volte tanto. Per il resto la distanza dalla sua stella, i periodi di rotazione e rivoluzione, sembravano garantire le esatte condizioni di vita che c’erano un tempo, ormai lontano, sulla vecchia terra.

Certo, non era possibile muovere miliardi di persone senza avere l’assoluta certezza che il nuovo pianeta fosse adatto alla colonizzazione. Era quindi indispensabile approntare un vascello da esplorazione, organizzarne l’equipaggio e salpare al più presto.

Capitolo III: la partenza.

Il viaggio, che con le vecchie tecnologie sarebbe durato alcune centinaia di anni, come già detto, durante i quali, probabilmente l’uomo si sarebbe estinto, prevedeva comunque, un tempo di quattordici anni per l’andata e altrettanti per il ritorno. Era in ogni caso un tempo molto lungo, ma di meglio non si era potuto fare. Occorreva anche tenere presente che, se per gli esploratori spaziali i vent’otto anni non sarebbero passati, biologicamente parlando, sarebbero, come già detto, passati per i loro parenti. Così si scelse un equipaggio di scapoli, orfani, delusi in amore e simili. Solo un membro, un giovane pilota di prima classe, aveva moglie e due figli che teneva rigorosamente nascosti per evitare conseguenze penali. Certo questa situazione lo costringeva, non avendo i crediti di acquisto alimentari indispensabili, a ricorrere alla borsa nera per mantenere la famiglia, per cui aveva estremo bisogno della lauta paga, anticipata, spettante all’equipaggio. Certo per lui voleva dire rinunciare a vedere crescere i suoi bambini, essere conscio che al suo ritorno questi sarebbero stati uomini fatti e che la sua compagna sarebbe stata una anziana signora dai capelli grigi, ma era pronto al sacrificio, anche perché non aveva alternative. Oltre a lui sul vascello ci sarebbero stati Ling, l’astrofisico, il comandante, una vera leggenda nell’ambiente astronautico, un medico donna, due motoristi, un nutrizionista, un antropologo, un chimico, un geologo – mineralologo, un botanico e uno zoologo. Ognuno aveva un compito ben preciso, nulla doveva essere lasciato al caso poiché, se si evacuava la terra, questo passo sarebbe stato irreversibile. Così occorreva una mappatura dei giacimenti minerali, un dettagliato elenco di piante e animali, un’analisi dell’aria e dell’acqua.

C’era un mansionario ben preciso, nonché un rigido regolamento riguardante i rapporti con eventuali abitanti del pianeta, ma sicuramente, date le sue caratteristiche, era probabile che fosse abitato e che gli indigeni non fossero molto diversi dagli umani. Era probabile, comunque, che fossero piuttosto primitivi, dato che, dai calcoli di Ling, sia il pianeta che la sua stella (Sun two, era stata battezzata con poca fantasia), erano abbastanza giovani, astronomicamente parlando.

Il lancio avvenne in segreto da una rampa geo–stazionaria, questo per non dare soverchie illusioni alle popolazioni.

Dopo avere impostato la rotta ogni membro dell’equipaggio si mise nella propria cellula di sopravvivenza per venire citocriogenizzato, ed attese, incosciente, quei lunghi quattordici anni.

Capitolo IV: l’arrivo e l’esplorazione.

La terra poteva anche essere in una situazione critica, ma la tecnologia aveva raggiunto un livello di perfezione quasi assoluto. Il viaggio non ebbe intoppi, tutto funzionò al meglio e, alla data ed ora previste, vale a dire a tre giorni dall’atterraggio, l’equipaggio si risvegliò dal lungo sonno, con quattordici anni di più sulla carta d’identità, ma non una ruga in più sul viso. Anche l’atterraggio fu perfetto. Il primo componente dell’equipaggio a venire impiegato, fu il chimico che dovette effettuare tutte le analisi sull’aria. Questa si rivelò perfettamente identica a quella terrestre, salvo per l’inquinamento che qui non esisteva. Anche la pressione atmosferica era uguale a quella terrestre. Così l’equipaggio poté avventurarsi a terra per l’esplorazione senza l’ingombro delle tute spaziali e dei respiratori. Fra l’altro, nessuno dei membri del gruppo aveva mai provato il piacere di potersi muovere senza i respiratori che sulla morente terra erano indispensabili. Non solo, anche il paesaggio era per tutti loro una novità: mai avevano visto dal vivo boschi, foreste e praterie. Anche il botanico aveva solo studiato i vegetali sui libri, nei filmati e, ma solo in minima parte, quelle poche specie conservate nelle serre per poter avere cellule da clonare. Superato il primo sbigottimento e la prima esaltazione, tutti, però, ricordarono il perfetto addestramento e le procedure da seguire: non dovevano accavallare le osservazioni, ma procedere con un ordine ben preciso. Ognuno doveva operare nel suo campo, registrando senza fretta sui micro–registratori a disco le osservazioni, rigorosamente scientifiche e non emozionali.

Il primo rilievo del botanico fu che la vegetazione era di tipo preistorico, cioè non vi erano piante da frutto: quello non sarebbe stato un problema, poiché si era in grado di riprodurle in pochissimo tempo per clonazione accelerata. Questa osservazione portava anche alla considerazione che il pianeta era di origine molto recente, parlando in tempi astronomici: le condizioni ideali per una colonizzazione. Non era possibile, comunque comunicare questi primi, ottimistici, dati a terra, poiché la comunicazione audio, alla velocità del suono, avrebbe impiegato sei o settemila anni!

L’esplorazione procedeva lentamente, ma metodicamente: si avanzava in archi di cerchio esaminando a tappeto vegetali, terreno, rocce, aria, radioattività. L’unica cosa che mancava erano, fino ad allora, animali, forse non ancora sviluppatisi sul pianeta neonato, e, di conseguenza esseri umani o, comunque intelligenti. Occorreva, ovviamente, avanzare, grazie ai micro razzi a zaino, esplorare foreste, praterie, fiumi (l’acqua era ottima e batteriologicamente pura), laghi, oceani. Ci sarebbero voluti almeno un paio di anni. Per fortuna l’equipaggio aveva un’abbondante scorta di cibo in pillole, visto che il meraviglioso Earth two non presentava, però, alcuna risorsa alimentare. Anche i fiumi e le altre acque erano privi di pesci, crostacei, molluschi: ma anche di questi c’era abbondante materiale per popolarli, così come ce n’era di tutti gli animali domestici e non. Era possibile ricreare in tempi rapidissimi qualsiasi ambiente naturale.

Trascorsero così i primi tre mesi: nulla era cambiato. Il gruppo avanzava compatto e, poiché non era possibile tornare ogni sera all’astronave madre, il pilota seguiva gli esploratori con un veicolo a razzo carico di tutto ciò che serviva: viveri, materiale scientifico, campioni prelevati, e l’accampamento in fibra auto – espandente a prova di proiettile, animali e di qualunque tipo di assalto.

Nulla era cambiato: non c’era traccia di animali o frutti eppure…

Anche in questi uomini moderni c’era un istinto atavico, una sensazione che li metteva a disagio, tutti quanti, ed era l’impressione di essere seguiti e osservati, anche se non c’era alcuna prova: non un’impronta, un residuo, un movimento, eccetto quello delle foglie mosse dal vento o dalle piogge.

Capitolo V: contatto!

Altro tempo era passato e la ricognizione proseguiva. Oramai erano a molte centinaia di chilometri dall’astronave, distanza peraltro non proibitiva dati i mezzi a loro disposizione: se avessero voluto in poche ore avrebbero potuto tornare indietro.

Col passare del tempo, forse per il nervosismo, forse per la stanchezza, aumentava sempre più in tutti loro quel senso di essere osservati.

Qualche notte era anche successo loro di sentire strani rumori fuori dalle tende blindate, rumori che potevano essere causati da vento e pioggia, ma anche no.

Col passare dei giorni diventavano sempre più evidenti i segni di una presenza animale, ma di quale animale? Come era possibile una presenza di tale tipo se non c’era stata evoluzione? Era forse quello un altro pianeta dove Dio aveva piazzato l’uomo a lui somigliante? Improbabile, per degli scienziati. Anche secondo i sacri testi, prima di creare la Sua stessa immagine, Dio aveva dato alla creatura suprema gli animali e le piante da frutto. Potevano essere allora altri alieni così timidi da seguirli per mesi senza manifestarsi, pur avendo avuto le conoscenze per arrivare anch’essi su di un pianeta a loro estraneo?

Erano tutte domande che assillavano il gruppo, in attesa dell’ormai sempre più probabile incontro.

Oramai i segnali erano sempre più evidenti e non venivano accuratamente celati come i primi tempi. Due cose erano sicure: la prima era che il gruppo veniva osservato fin dal suo arrivo sul pianeta; la seconda era che chiunque fosse l’osservatore o gli osservatori, doveva trattarsi di un umanoide o di una specie di scimmia intelligente, poiché nessun altro animale li avrebbe seguiti con così tanta costanza e perizia nel non farsi scoprire. Un giorno, tornando al campo base che avevano allestito al centro di una radura situata in una vasta foresta, trovarono molte borse aperte e in disordine, anche se nulla era stato asportato o rotto. Le sensazioni degli esploratori terrestri erano un misto di timore e di eccitazione: sapevano che sarebbe stato imminente il contatto, il primo in tremila anni, con una civiltà extra terrestre. Alcuni giorni più tardi, in una zona sabbiosa, trovarono le prime impronte: erano impronte di piedi umani, non di scimmie con l’alluce opponibile, piedi con cinque dita, ma piuttosto piccoli, come quelli di bambini. Paragonati ai loro, potevano avere dal trentadue al trentasette di misura scarpa, se avessero portato scarpe. L’eccitazione era alle stelle, la paura superata: se la statura corrispondeva alla lunghezza dei piedi, perlomeno i terrestri li avrebbero sovrastati sul piano della forza pura. Restavano dei quesiti da risolvere: di cosa si cibavano quelle creature, visto che mai avevano visto tracce di foglie strappate o parzialmente mangiate? Si sarebbero trovati forse davanti degli omini verdi come quelli dei primi film di fantascienza, in grado di fotosintetizzare luce, acqua e anidride carbonica per produrre da sé il loro nutrimento? Come e dove vivevano, se non c’era traccia di villaggi, né di fuochi, né di attrezzi manufatti? Un giorno trovarono anche i primi escrementi: erano simili a quelli umani (e puzzavano come questi!). Era il chiaro segno che quegli esseri, che per mesi avevano nascosto la loro presenza, volevano manifestarsi: questo significava che erano più curiosi che timorosi od ostili. Forse avevano comunque realizzato che, numericamente, il gruppo di scienziati non poteva costituire un pericolo per loro. Certamente dovevano essere, data l’età del pianeta, creature primitive e quindi non consci dell’esistenza e del pericolo delle armi. Va detto che il giorno di Earth two era molto più lungo di quello terrestre, date le dimensioni del pianeta, durava circa quaranta ore, quindi i terrestri dovevano riposare più volte durante il giorno, poiché il loro metabolismo non avrebbe retto turni di lavoro di quattordici o quindici ore, né veglie di venti o più ore. Così in un giorno dormivano due volte: una, ovviamente, durante l’oscurità, la seconda in pieno giorno. Fu proprio al risveglio dal secondo sonno che li videro: erano una ventina, completamente nudi, sporchi, ed erano bambini, del tutto identici ai bambini terrestri!

Capitolo VI: sulla terra.

Intanto sulla terra si attendeva che passassero almeno i vent’otto anni necessari per il viaggio: prima di allora inutile attendersi notizie da Hope one, la nave spedita su Earth two. Ciò non vuol dire che la vita si fosse fermata: altre sei missioni esplorative erano partite nei quindici anni fino ad allora trascorsi. I collaboratori di Ling, sfruttando il suo magneto–telescopio in grado di riprodurre come se fosse una fotografia l’immagine di un pianeta lontano migliaia di anni luce, avevano scoperto altri pianeti possibili, anche se nessuno presentava un insieme di caratteristiche positive come Earth two. Anche da queste esplorazioni si attendevano risultati che sarebbero, però, arrivati dopo decine di anni. In quei quindici anni altri tre presidenti erano stati assassinati, insieme ad un imprecisato numero di parlamentari.Era stata proposta una legge che prevedeva la soppressione degli uomini al compimento dei settantacinque anni, ma fu bocciata, anche se per una manciata di voti. Si era, perlomeno, giunti alla crescita zero, vale a dire che la popolazione non diminuiva, ma neppure aumentava. E intanto ci si preparava ad evacuare il pianeta, non appena fosse stato possibile. Una flotta di astronavi, ognuna delle quali grande quanto quella che un tempo era la Svizzera, era pronta, col suo alveare di cellule citocriogeniche, coi serbatoi carichi d’idrogeno e perfino coi nomi di ogni terrestre sulla propria cellula: perlomeno di quelli che si prevedeva sarebbero stati ancora vivi al momento dell’evacuazione. Nonostante le missioni in giro per l’universo, si puntava tutto su Earth two: alcuni equipaggi di esploratori, al loro ritorno sulla terra non avrebbero probabilmente più trovato nessuno! Un esercito di biologi aveva pronte milioni di cellule di vegetali e animali da clonare. Altri cargo spaziali contenevano materiali e attrezzature scientifiche indispensabili all’immediata ripresa di una vita normale sulla nuova terra. Migliaia di psicologi erano pronti a tranquillizzare, tramite i media, le persone per far loro superare lo shock di doversi ritrovare su di un altro pianeta e di aver dovuto abbandonare quasi tutti i propri effetti personali: la vita doveva ripartire praticamente daccapo per tutti. Sulla terra, insomma, la vita proseguiva, ma si attendeva e si sperava. Il popolo sarebbe stato informato soltanto dopo il ritorno della missione con la conferma dell’abitabilità di uno dei pianeti esplorati: prima di allora si sarebbero creati panico e angoscia e le reazioni dei gruppi che contestavano qualunque decisione presa dal parlamento mondiale. Il caos era proprio l’ultima cosa che si sarebbe dovuta creare in quella situazione di estrema instabilità e di criticità per la vita dell’umanità.

E si aspettava, si aspettava, si aspettava…

Capitolo VII: i bambini.

E’ difficile descrivere le sensazioni del gruppo di esploratori nel vedere i bambini: c’era sollievo nello scoprire che non erano ostili, nel vedere che non erano omini né verdi né grigi con moltitudini di occhi e tentacoli, ma c’era anche incertezza su come avrebbero dovuto agire ed iniziare l’approccio: avrebbero dovuto attenersi scrupolosamente al regolamento sugli incontri ravvicinati, che, però, non prevedeva quel tipo di situazione.

C’era anche tenerezza nel vedere quei bambini nudi, sporchi, i capelli biondi arruffati, soprattutto per due membri dell’equipaggio, vale a dire la donna medico, che aveva avuto a che fare quotidianamente coi bambini fino all’abolizione delle cure sanitarie, e ce n’era ancora di più nel giovane pilota che aveva lasciato i suoi bambini segreti che, al ritorno, sarebbero stati quasi più vecchi di lui.

La cosa che più lasciava tutti perplessi, era il fatto che, nonostante l’evidente primitività comportamentale, anatomicamente erano già evoluti: non presentavano il prognatismo degli uomini preistorici terrestri, né la presenza della visiera oculare o del toro occipitale. Le braccia erano proporzionate e la statura ben eretta. Doveva quindi trattarsi di una specie parallela a quella umana, ma dotata di un percorso evolutivo differente. Sarebbe stato interessante conoscere la loro anatomia interna e, purtroppo, temevano che questo sarebbe successo, che all’arrivo degli scienziati dalla terra qualcuno di quei piccoli E.T. sarebbe stato probabilmente vivisezionato, trattato alla stregua di un porcellino d’India e non di un essere fatto ad immagine e somiglianza del Creatore: questo pensiero li angosciò un po’ tutti.

Si decise all’istante, anzi, lo decise il capo spedizione, di non tentare nessun approccio per il momento: era più opportuno attendere che gli indigeni fossero i primi a prendere un contatto più diretto con loro. Oltretutto c’era la remota possibilità che gli uni o gli altri potessero essere fonte di contagio per il gruppo opposto, anche se in quel pianeta non avevano trovato traccia di batteri o virus o di altra vita che non fosse quella vegetale. Esclusi, ovviamente, i bambini, e il loro gruppo era stato accuratamente trattato affinché fosse sterile e non potesse essere fonte di contagio per chicchessia. Anche le feci dei bambini, analizzate, erano risultate sterili. Erano, invece, ricche di proteine indigerite: questo eliminava la possibilità remota che fossero organismi autotrofi.

Restavano molti quesiti insoluti e che, forse, lo sarebbero stati per sempre: da cosa si erano evoluti? Venivano da un altro pianeta? Difficile, data la loro primitività; non era, però, escluso che fossero stati portati e abbandonati su quel Earth Two da un’altra razza superiore, e questa era la soluzione più verosimile. Ma dov’erano gli adulti, e come si riproducevano, altrimenti?

Come vivevano e cosa mangiavano lo avrebbero certamente scoperto col tempo. Ora il loro compito era osservare e registrare le osservazioni con occhio distaccato e obiettivo.

Dal giorno del primo contatto, al loro risveglio, se li trovavano lì davanti, sempre più numerosi e curiosi, ma per nulla timorosi. I loro occhi chiari erano attenti e non dimostravano l’ottusità che era lecito attendersi da dei primitivi, anche se non sembravano dimostrare neppure alcuna emozione: non c’era alcun dubbio sulla loro arretratezza, non conoscevano armi, attrezzi, non usavano neppure le foglie per coprire la loro nudità che qualche imbarazzo creava, invece, negli adulti terrestri.

Osservarono e registrarono sui diari di bordo due tipi di considerazioni: quelle rigorosamente anatomiche e quelle comportamentali.

C’erano sia maschi che femmine, di un’età che, se fossero stati terrestri, sarebbe stato possibile stimare fra gli otto e i tredici anni: probabilmente i più piccoli venivano tenuti da qualche altra parte, al sicuro.

I più grandi mostravano solo un inizio di peluria pubica e i membri dei maschi, così come i seni delle femmine, non presentavano ancora uno sviluppo completo, e questo li aveva indotti a giudicare che non avessero ancora raggiunto i quattordici anni terrestri, ma chissà quale biologia e quali cicli vitali avevano. Erano tutti biondi, anche se il colore dei loro capelli era abbastanza indefinibile dato lo sporco che li ricopriva. Anche a distanza emanavano un odore non molto piacevole, ma non un odore alieno, bensì quello di un terrestre poco pulito. Sembravano tutti essere in buona salute: non c’erano menomazioni, anomalie o cicatrici, salvo due lunghi segni simili a queste in corrispondenza delle scapole. Questa era però una caratteristica comune a tutti i bambini, quindi non era lecito considerarla come un’anomalia. Come detto avevano occhi chiari e vigili e pelle bianca (sporca…). Per il resto avevano venti dita come i bambini terrestri. I denti erano bianchissimi, piccoli ed aguzzi: sembrava avessero solo canini; quando avessero potuto esaminarli meglio avrebbero controllato se avevano anche molari oppure no.

Dal punto di vista comportamentale, restavano ore ad osservarli senza alcun tipo di reazione. Se il gruppo si spostava a piedi, loro li seguivano sempre tenendosi alla stessa distanza. Se si spostavano coi razzi, dopo un tempo più o meno lungo se li ritrovavano davanti, quasi fosse un gioco tipo nascondino. Erano sicuri che il gruppo, ormai di una cinquantina di membri che li aveva accolti era sempre lo stesso: avevano imparato a riconoscerli e avevano dato loro un nome. Avevano anche provato a parlargli, ma non c’era stata alcuna reazione. Fra l’altro i bambini non comunicavano fra loro né con un linguaggio, né con versi, né con segni. C’era la remota possibilità che fossero telépati, ma era più probabile che la loro evoluzione non li avesse ancora portati al linguaggio: inoltre nessuno glielo aveva insegnato. Come detto restavano immobili a guardarli, o li seguivano senza reazioni. Mai li avevano visti mangiare oppure bere. Se dovevano orinare lo facevano e basta, senza assumere posizioni particolari: si lasciavano semplicemente scorrere l’urina lungo le cosce. Oltre a quella funzione non li avevano mai visti fare nulla: né toccarsi, né grattarsi, mai nessuno dei maschi aveva mostrato cenni di un’erezione. Erano solo dei poveri primitivi, talmente poco sviluppati che non avevano neppure paura. Quando uno dei terrestri aveva demolecolarizzato una pianta con la sua pistola, non avevano mostrato nessuna reazione. Ogni notte il gruppo si chiudeva nelle tende, lasciandoli fuori, in piedi, ad attenderli. Durante la notte si udiva, però, un silenzioso tramestio, come un insieme di refoli di vento che si fossero dati appuntamento davanti al loro accampamento. Poi la mattina tutto era nello stesso ordine in cui era stato lasciato. E i bambini erano lì, in piedi, angoscianti nella loro mancanza di emozioni.

Oramai il gruppo non usava più i razzi per spostarsi, ma faceva brevi esplorazioni e, soprattutto si comportava in modo tale da studiare soprattutto il comportamento dei bambini. Se dovevano guadare un corso d’acqua i bambini li seguivano. Un giorno, era oramai quasi un mese che avevano preso contatto, dovevano attraversare un lento torrente e i bambini, come sempre, li seguirono; solo che ad un certo punto uno di essi scivolò e sparì sott’acqua, in una buca. Gli altri suoi simili lo ignorarono, ma non la dottoressa che, incurante dei richiami del comandante, tornò indietro e, semplicemente immergendo un braccio in acqua, lo afferrò e lo portò a riva. Non ci fu neppure bisogno di fargli una respirazione artificiale, visto che non aveva ancora fatto in tempo ad ingerire acqua, data la tempestività dell’intervento della donna. Emise semplicemente due colpi di tosse silenziosi (che fossero totalmente muti? a questo punto era probabile: forse la loro evoluzione non aveva ancora dato loro le corde vocali e il centro nervoso del linguaggio) e si rimise a seguire i suoi simili come un automa o, se preferite, come uno zombi. Un membro del gruppo esploratori avanzò l’idea, fra il serio e il faceto, che quel pianeta fosse il limbo dove vanno le anime dei bambini terrestri morti e che i segni sul dorso fossero gli accenni delle ali da angelo che sarebbero loro spuntate: non sapeva quanto, almeno per l’ultima ipotesi, fosse vicino alla verità. Per tutta risposta si prese una pernacchia e due asciugamani in faccia.

Il giorno dopo l’incidente del guado, all’uscita dalle tende, si ritrovarono i bambini a pochi centimetri. Alcuni di loro si accostarono agli uomini e li toccarono con le loro piccole mani sudice. Questo li lasciò allibiti. Qualcuno portò d’istinto la mano alla pistola, ma qualcuno rispose alle carezza posando loro una mano sulla testa. Ci furono anche, nei terrestri, un paio di lacrime di tenerezza, subito nascoste ai compagni. Era comunque avvenuto l’incontro di quarto tipo: il contatto fisico. Da quel momento i bambini si sedevano loro accanto durante le pause o il pranzo, ma rifiutarono sempre il cibo loro offerto. I più audaci poggiavano le testoline contro le spalle dei terrestri ed accettavano senza timore le loro carezze. Con cautela queste carezze divennero una scusa per visitarli: si lasciavano guardare in bocca, dove effettivamente presentavano molari di tipo terrestre, ma anche un diastema, cioè una interruzione nella dentatura tipica dei carnivori. Non si spaventarono neppure quando fu loro appoggiato lo stetoscopio, né quando gli fu poggiato nell’orecchio il misuratore di temperatura corporea. Battito e gradi Celsius erano identici a quelli terrestri. Durante l’applicazione dello sfigmomanometro per la misura della pressione a uno di loro fu inavvertitamente pizzicata la pelle: non reagì, se non spalancando la bocca in un tipico lamento, però silenzioso, e con una lacrima che gli rigò il viso. Il pilota si rifugiò a piangere nella tenda: pensava ai suoi bambini, privati dell’affetto del padre, e a quei bambini strani che probabilmente non l’avevano mai avuto.

Quando tentarono di lavarli al fiume, non opposero resistenza, ma subito dopo si sedettero nella sabbia, insudiciandosi nuovamente: proprio come i bambini terrestri!

Un altro mese era passato del contatto fisico e, anche se avevano scoperto molte cose sui bambini, restava ancora il mistero di cosa mangiassero e come si riproducessero. Li avevano contati, li riconoscevano uno per uno e così avevano notato che, ad un mese dal primo incontro, dieci di loro non c’erano più e dopo un altro mese altri erano comparsi. Non c’era una logica nella loro scomparsa, mancavano sia maschi che femmine, soprattutto fra i più grandi. La deduzione fu che qualcosa doveva avvenire durante la notte che, fra l’altro, data la mancanza di una luna, era totalmente buia, e una volta al mese. Così furono registrate le date delle scomparse e, va detto, che dopo un po’ gli alieni mancanti venivano rimpiazzati da nuovi arrivi, in coincidenza coi tramestii notturni che avevano udito. Non sembrava, però esserci una strategia di gruppo nel tipo di sostituzione dei membri di quel gruppo di contatto con quelli che a loro dovevano apparire bambini giganti. Calcolati, dunque, i tempi, si decise di installare delle telecamere ad infrarossi fuori dalla tenda, che era rimasta off–limits per i bambini, per vedere cosa succedeva nelle notti delle sparizioni.

Capitolo VIII: la mutazione.

Per le prime due notti non successe nulla, ma alla terza si udì il consueto tramestio e, alla mattina, mancavano una decina di bambini, compreso Mosé, come era stato battezzato quello salvato dalle acque.

Era quindi il momento di osservare le riprese notturne. Non è facile, anzi, quasi impossibile, descrivere le sensazioni dei terrestri nel vedere quanto era successo la notte precedente: era un misto di orrore, terrore e sconvolgimento. Ma andiamo con ordine. Nelle riprese si vedeva dapprima l’arrivo di numerose file di bambini: questa volta c’erano anche i più piccoli, bambini che a malapena sapevano camminare, quindi paragonabili a bambini terrestri di un anno o poco più, fino ad altri di sei–sette anni. Altre bambine più grandi, dodici–tredicenni, erano molto evidentemente gravide: chi mai poteva aver messo incinte creature così piccole? Lo avrebbero scoperto più tardi. I piccoli e le ragazze incinte si sedettero a terra, quasi dovessero assistere a uno spettacolo o a una lezione, e in parte era proprio così. E poi cominciò la mutazione. E l’orrore. A tutti i bambini, grandi e piccoli, cominciarono a spuntare, dalle cicatrici poste dietro le scapole, enormi ali scure: potevano essere nere, ma i visori notturni non consentivano di distinguere i colori: la cosa provocava loro evidenti, immani dolori, come si poteva chiaramente vedere dalle loro espressioni, mentre i loro occhi cominciarono a brillare come carboni incandescenti. Le creature, oramai chiamarli bambini sembrava una bestemmia, rimaste in piedi si alzarono in volo all’unisono e cominciarono ad inseguirsi. Gli occhi degli inseguiti cominciavano a lampeggiare ad intermittenza: era il loro modo di manifestare la paura. Nonostante tutto, per la prima volta gli esploratori avevano visto un’emozione di tipo umano su quei volti un tempo bambini. Appena uno di essi veniva raggiunto, subito era sbranato da un gruppo di assalitori. Quando la carcassa poi cadeva a terra, su di essa si precipitavano i bambini più piccoli e le ragazze gravide, divorando ogni cosa, comprese le ossa e le mostruose ali. I più piccini leccavano addirittura il sangue sul terreno! Quando, di colpo, questo orrore terminò, iniziò l’altro, forse per alcuni versi peggiore. Mentre gli spettatori si rimettevano a sedere per terra, ai maschi più grandi, sempre sciamando in volo, cominciarono a manifestarsi delle evidenti erezioni dei loro piccoli membri e, subito dopo iniziò un baccanale pagano fatto di accoppiamenti che non avevano più nulla di umano. Tali accoppiamenti con le bambine non avvenivano faccia a faccia come negli umani, ma da dietro, come negli animali. I volti imberbi e un tempo ingenui dei bambini erano mostruosamente distorti dal piacere e dall’orgasmo. Nell’eccitazione generale alcune delle bambine incinte cominciarono il travaglio e partorirono, sempre senza un lamento, almeno senza uno che fosse udibile. Subito dopo si gettarono i neonati sulle spalle come fossero dei sacchi, e cominciarono ad allontanarsi, mentre le ali rientravano nei loro alloggi sottocutanei. Sicuramente i piccoli erano stati portati lì, oltre che per nutrirsi, per assistere all’evento ed imparare cosa avrebbero dovuto fare solo pochi anni più tardi. Ora tutto era finito, tutto era tornato calmo, i cinquanta bambini che stazionavano presso il campo, rientrate le ali, sembravano nuovamente bambini e non le creature partorite dall’inferno che poco prima si erano divorate cannibalescamente e si erano accoppiate come animali selvaggi. Sfiniti si sedettero a terra con la testa poggiata sulle ginocchia: era il loro modo di dormire. Tutti gli altri erano andati via in file silenziose, lasciando solo alcuni individui a rimpiazzare quelli sbranati. Come molti rettili queste creature mangiavano solo una volta al mese e poi, ben nutriti, avevano la forza di accoppiarsi. Adesso non rimaneva più una sola traccia dell’accaduto. Anche i residui dei parti, placente e sangue, erano stati divorati o leccati via dai piccoli. Una serie di domande turbinava nelle menti sconvolte degli esploratori spaziali: dove erano andati tutti, ed erano centinaia, gli altri bambini? Dove tenevano i piccoli e i neonati: in villaggi, in grotte? Quanti erano i gruppi di quelle creature? data la vastità del pianeta probabilmente ce n’erano a milioni ed era una specie animale con una vita molto più breve di quella umana: ad essere divorati non erano stati, probabilmente, adolescenti, ma individui vecchi e deboli. Chissà quanto sarebbero vissuti, se non fossero stati sbranati?

Per tutto il giorno seguente il sabba infernale, il gruppo non effettuò esplorazioni: avevano visto abbastanza. Non ebbero neppure la forza di uscire dalla tenda. I bambini aspettavano tranquilli e, forse un po’ stupiti che i loro “amici” non spuntassero, così come era spuntato il sole. A mente fredda, però, cominciarono a realizzare che ciò che avevano visto non era orrore, era natura: come diavolo avrebbero potuto nutrirsi su di un pianeta senza frutti e animali? E come avrebbero potuto riprodursi, se non fra di loro? Se le stesse cose sulla terra fossero state osservate in animali selvaggi, ai tempi in cui non erano ancora estinti, nessuno si sarebbe stupito. Nessuno si meravigliava dei leoni che divorano i cuccioli per potersi accoppiare con le leonesse madri. Nessuno si stupiva se animali che avevano una durata della vita di soli pochi anni, si accoppiavano e riproducevano non appena raggiunto lo sviluppo del loro apparato riproduttore. L’errore era stato considerare quelle creature aliene, a causa del loro aspetto, come fossero umani: erano una specie di vita animale e per di più aliena, e come tali andavano guardati, giudicati, capiti. Non erano né perversi, né malvagi: volevano e dovevano solo vivere e continuare la loro razza. La missione esplorativa, nonostante i molti quesiti ancora irrisolti su quegli esseri, ai quali, malgrado tutto, avevano imparato a voler bene, poteva considerarsi conclusa. C’era abbondante materiale biologico, mineralogico, osservazioni di ogni tipo: meteorologiche, geologiche, biologiche e, ora, anche etologiche. Potevano rientrare sul vecchio pianeta morente a riferire.

Rimaneva il dubbio su come si sarebbero comportati coloro che dovevano decidere (loro dovevano solo osservare e riferire), con i bambini, come loro continuavano a chiamarli. Li avrebbero sterminati? Oppure rinchiusi in riserve, o forse avrebbero cercato di istruirli, di farli evolvere in tempi troppo brevi rispetto a quelli della natura? Quasi sicuramente alcuni di loro sarebbero stati studiati, rinchiusi, sezionati, usati per esperimenti in un orrore non certo inferiore a quello che avevano visto. Queste domande non avrebbero neppure dovuto farsele, in qualità di esploratori ed osservatori neutrali. Se le ponevano, però, in qualità di esseri umani. Nonostante le considerazioni che, a mente fredda, avevano fatto sulla biologia e il comportamento di quella razza aliena, i loro rapporti con loro non sarebbero più stati gli stessi, non potevano esserlo. Quando finalmente uscirono dal loro tecnologico rifugio e i bambini si avvicinarono, li allontanarono in malo modo: qualcuno fu scaraventato a terra e i più insistenti presero anche qualche ceffone. Uno solo reagì e, afferrato il comandante con una sola manina, lo scaraventò a diversi metri di distanza: erano dotati di una forza mostruosa, eppure non erano mai stati aggressivi. La mano di alcuni corse alle pistole, ma la cosa finì lì: in fondo la creatura si era solo difesa da un’aggressione del tutto gratuita e ingiustificata.

I bambini continuavano a stazionare presso il campo, ma ora rimanevano un po’ più lontani, come facevano i primi tempi, e sembravano arrabbiati. Solo ora gli uomini si resero conto che loro non erano gli osservatori, ma erano sempre stati gli osservati. Che poi fosse nato quel reciproco rapporto affettivo e di simpatia, era stato solo un imprevisto, un incidente di percorso di ambedue le parti. Dovevano tornare al più presto sulla terra, dove i tempi sicuramente stringevano, riportare i campioni, le registrazioni, le loro osservazioni. Avevano anche pensato di portare un bambino con loro, ma scartarono l’idea: la situazione si era fatta improvvisamente tesa e non era il caso di precipitare le cose con un rapimento. Fra l’altro i cosiddetti bambini avevano dimostrato la loro potenziale pericolosità. E poi il regolamento parlava chiaramente del comportamento da tenere nel caso di incontri con esseri alieni: nessuna reazione, nessuna aggressione, contatti al minimo, Le armi andavano usate solo in caso di pericolo estremo.

Capitolo IX: la strage.

Vennero approntati tutti i contenitori ermetici coi campioni, affinché fossero trasferiti e stivati sulla nave spaziale. Sarebbero stati necessari, però, due viaggi per trasportare ogni cosa e, data la distanza che ormai era di diverse migliaia di chilometri dal loro vascello, ci sarebbe voluta non meno di una giornata per ogni viaggio. Toccò, come di consueto, al pilota fare ritorno col carico: non si sentiva tranquillo ad abbandonare i suoi compagni, ma lo era ancora di meno all’idea di intraprendere il viaggio da solo, Comunque, partendo all’alba e considerando le numerose ore di luce del giorno di quel pianeta, sarebbe arrivato alla nave col chiaro. Poi gli ordini erano di passare la notte rinchiuso nella cosmonave e fare ritorno solo con la luce, il giorno dopo. Se tutto andava bene da lì a tre giorni avrebbero abbandonato Earth Two. Trascorse così l’interminabile giornata seguente il sabba e l’ancora più interminabile notte. All’alba del giorno successivo ogni cosa fu ordinatamente caricata sul veicolo di trasporto: scaricarla sarebbero stati affari del solo pilota, ma avevano argani ad aria compressa che non avrebbero causato fatica. Il pilota partì, salutato dai compagni in un’atmosfera di tensione e d’imbarazzo che mai avevano provato in quei lunghi mesi sul pianeta. Il viaggio fu tranquillo e senza intoppi, nessuno dei bambini aveva seguito il pilota: d’altra parte il veicolo era troppo veloce per poter essere inseguito a piedi o anche in volo, ammesso che le ali infernali potessero essere estratte a piacimento e anche durante il giorno. Non ci volle molto a scaricare e stivare i contenitori e le attrezzature, tanto che l’uomo avrebbe voluto tornare subito dai suoi compagni, ma non ce l’avrebbe fatta comunque prima dell’oscurità e non era più sicuro viaggiare al buio: solo il giorno seguente si rese conto di quanto fosse stato fortunato a non essere tornato indietro subito. La notte a bordo dell’astronave, trascorse insonne: per occupare il tempo il pilota impostò tutti i dati per il viaggio di ritorno, cominciando anche il raffreddamento delle cellule di sopravvivenza, In realtà non c’era molto da fare manualmente, poiché provvedevano a tutto i computer, ma qualcuno doveva pure attivarli e sistemare i temporizzatori per il riscaldamento dei motori. Stanco e teso, alle prime luci dell’alba saltò a bordo della vettura e schizzò verso il campo dai suoi compagni. Arrivò nel primo pomeriggio, ma non vide nessuno di loro: non c’erano più nemmeno i bambini, o almeno non erano visibili. Pensò che i compagni fossero chiusi nella tenda. Ma questa giaceva a terra semi-distrutta nonostante fosse pressoché blindata. A questo punto non era più nemmeno pensabile che si fossero avventurati in un’ennesima esplorazione. Oramai non avevano più nemmeno le attrezzature necessarie. Si mise allora a cercarli: non osava chiamare ad alta voce i compagni. Non li trovò mai più, ma dietro una macchia d’alberi rinvenne dei frammenti delle loro tute impermeabili e atermiche: evidentemente queste non rientravano nella dieta degli alieni. Era stata dimenticata una telecamera accesa fino dalla notte degli orrori e, tramite questa poté vedere e capire cosa era successo durante la sua assenza. Evidentemente i bambini (ormai chiamarli così sembrava, però, una ben amara ironia) erano più rancorosi di quanto non fosse dato sospettare. Era chiaro che non avevano dimenticato l’aggressione e le percosse. Forse, più semplicemente, erano animaletti selvatici che difendevano la loro incolumità. Fatto sta che, al calare della notte, i loro occhi cominciarono ad accendersi, spuntarono loro le ali e all’unisono si avventarono contro la tenda. Gli ci vollero pochi minuti per farla a pezzi. Dentro i suoi compagni avevano impugnato le armi, capita la gravità della situazione, ma gli alieni erano tanti, troppi per il loro sparuto manipolo. Qualcuno degli assalitori fu demolecolarizzato, qualche altro ferito, ma intanto i suoi compagni venivano uccisi e sbranati: carne di terrestre, una prelibatezza. Anche i bambini feriti furono ben presto divorati dai loro simili: nella società primitiva nulla va sprecato. L’ultima a cadere fu il medico. Forse ricordavano quando aveva salvato un loro compagno: salvato dall’annegamento per essere consegnato a quei bianchi dentini aguzzi. Il terrore invase l’uomo, ma non gli tolse il sangue freddo. Senza pensare a raccogliere il resto dell’attrezzatura, eccezion fatta per la registrazione dell’ultima strage, saltò a bordo del suo veicolo e schizzò verso l’astronave, verso la salvezza. Dei bambini non c’era traccia: o non si erano accorti della sua partenza, oppure avevano giudicato che se ne fosse andato per sempre, perciò non erano rimasti ad aspettarlo per sbranare anche lui.

Capitolo X: la fuga e il ritorno.

Riuscì ad arrivare alla nave e alla sua salvezza che le ombre serali stavano appena lasciando posto al buio totale.

Imbarcata la vettura salì a bordo e, finalmente pianse, poi svenne e passò direttamente dal mancamento al sonno.

Si svegliò alle prime luci dell’alba bianchissima del pianeta. Come quando si è vissuta una situazione scioccante, sui primi momenti non riuscì a capire dove fosse e perché.

Poi, di colpo la sua mente gli si aprì e, con la realtà, ritornò lo sconvolgimento che aveva subito: pianse di nuovo. Quindi si alzò dalla sua postazione: malgrado tutto aveva fame, perciò, prima del lungo sonno, mangiò e bevve in abbondanza. Quanto è strana la vita, qualunque cosa accada, non vengono mai meno gli istinti naturali: il bisogno di nutrirsi, di dissetarsi, di sopravvivere.

I motori erano caldi, le capsule ibernanti erano alla temperatura programmata, quella che avrebbe sospeso in pochi secondi ogni funzione vitale. Purtroppo oramai sarebbe stata utilizzata una sola capsula.

Impostò la sequenza di decollo e una suadente voce femminile sintetizzata iniziò il count – down, facendolo sobbalzare.

Programmò le de – ibernazione al momento in cui fosse stato vicino all’atmosfera terrestre: non sarebbe atterrato in mare coi paracaduti, come si usava agli albori dell’astronautica, ma avrebbe operato una manovra di attracco alla stazione orbitale di lancio. A quel punto sarebbero mancati un paio di giorni alla fine della sua terribile esperienza. A quel punto doveva solo dimenticare: da quel momento la faccenda non lo riguardava più, ogni decisione era deputata a vertici e menti più alte.

A decollo avvenuto aprì la capsula col suo nome, che con un leggero sbuffo e una nuvoletta di vapore condensato gli sembrò dargli il benvenuto.

Entrò e, mentre cercava di non pensare che gli mancavano ancora quattordici anni alla fine di tutto, anche i suoi pensieri erano già congelati.

Come all’andata il viaggio non ebbe impedimenti né incidenti di alcun tipo.

L’astronave saltellò per gli spazi e i tempi misteriosamente infiniti per quei lunghi quattordici anni.

Capitolo XI: di nuovo sulla terra.

Ventinove anni erano passati. Quasi tutto il personale e lo stato maggiore del centro spaziale orbitante erano cambiati, ma nessuno aveva dimenticato la missione HOPE 1, speranza, come era stata chiamata. Le macchine segnalavano che era iniziato il periodo possibile per il rientro. In realtà la missione consisteva in una esplorazione del pianeta di un paio di anni, ma era previsto che dal ventottesimo anno in poi tutti fossero allarmati per il possibile ritorno. Delle altre missioni esplorative, diverse erano ancora in corso, qualcuna era già terminata con un nulla di fatto: i pianeti esplorati erano, infatti, inadatti o insufficienti alla colonizzazione terrestre. In alcuni avevano trovato esseri alieni o animali ostili e pericolosi o troppo numerosi per intraprendere una guerra contro di loro.La popolazione era sempre numerosissima, anche se in leggera flessione: non per i provvedimenti governativi, ma perché in alcune zone si cominciava a morire di fame e di sete. Ma se anche la popolazione fosse diminuita di venti o cento volte, il processo era oramai irreversibile. Tutto era riposto in Hope one e in un altro paio di Hope ancora in viaggio, Hope seven e nine, ma che, forse, sarebbero tornate troppo tardi. La flotta di cargo per l’evacuazione, in certi momenti arrivava a nascondere il sole, come un immenso ombrellone da spiaggia, di quando c’erano ancora le spiagge e la gente andava in vacanza e si sdraiava a prendere il sole in costume, e questo non provocava loro immediate ustioni e tumori cutanei, di quando si respirava a pieni polmoni un’aria ancora salubre, non quella miscela mortale che costringeva le persone a guardarsi da dietro le maschere dei respiratori. Gli addetti all’ascolto quasi sobbalzarono quando dalla radio accesa sulle frequenze di Hope one uscì la voce.

Qui nave spaziale esplorativa Hope one, rispondete terra. Qui è il pilota di prima classe spaziale, unico superstite, ripeto, unico superstite della missione esplorativa su Earth Two, rispondete vi prego, sto arrivando. Ore ventitre e minuti dodici all’attracco. Vi supplico, rispondete, se ci siete ancora”.

Quattordici anni non erano bastati a cancellare in lui la terribile esperienza, anche perché per lui non erano passati affatto: ora voleva solo essere a casa, con la sua tuta anti – ultravioletti, con il suo amato respiratore a riciclo continuo, coi suoi ragazzi cresciuti senza un padre. Era così disperata la sua invocazione, da aver scoraggiato anche gli ascoltatori, che tutto riponevano in lui. Fu tranquillizzato dallo psicologo della base, chiamato con urgenza e gli vennero date le indicazioni per l’attracco. Ogni cosa funzionò a dovere e, all’apertura del portello principale, il pilota trovò schierati il presidente nuovo, che lui non conosceva, e tutti i più importanti personaggi politici e militari della terra.

Già sapeva le parole che avrebbe udito: “E’ un gran giorno… e la nazione… gli eroi che hanno sacrificato… “e bla bla e basta, che non ne poteva più: voleva solo riferire, terminare la missione e dimenticare: che se la vedessero loro d’ora in poi, che fossero i potenti a prendere le decisioni.

Dopo due giorni di visite e d’interrogatori, fu lasciato libero, con venti grammi d’oro appesi al petto della tuta, venti grammi che erano costati le vite dei suoi compagni rimasti a combattere e morire, mentre lui, l’eroe, era migliaia di chilometri dalla battaglia.

Capitolo XII: a casa.

Tornò a casa. La sua missione non era stata divulgata, ma era riuscito ad avvertire i propri familiari: la moglie e i figli segreti. I suoi genitori, invece, erano morti da anni.

Una dolce signora dai capelli argentati gli si fece incontro: nonostante tutto non se lo aspettava che i quasi trent’anni passati l’avessero così invecchiata. Accanto a lei, due uomini sulla quarantina che lo abbracciarono piangendo: i suoi figli.

Vieni papà, gli dissero, entriamo in casa: c’è una bella sorpresa per te”. In casa lo attendevano due belle signore, le sue nuore.

Nuore! Aveva lasciato i suoi figli che avevano circa dieci anni ed ora aveva addirittura due nuore!

Ma non era finita, perché da dietro le donna saltarono fuori ridendo due bambini di quattro, cinque anni felici per la sorpresa che avevano preparato al nonno.

Ridevano contenti per lo scherzo, con quel loro dentini bianchi, aguzzi e piccoli come grani di riso ma lui, l’eroe sopravvissuto al massacro dei mutanti, a quella visione cadde a terra, stroncato da un attacco di cuore.

In fondo, nonostante l’aspetto, era un vecchio di quasi settant’anni.

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1 Commento

Pubblicato da su maggio 19, 2011 in Racconti

 

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Una risposta a “IL PIANETA DEI BAMBINI MUTANTI

  1. Elia

    maggio 25, 2011 at 3:35 pm

    Bella storia prof,fa parte di un libro? Comunque ho appena finito il libro che mi ha dato e mi è piaciuto molto,complimenti!

     

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