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UN MONDO NELLA TESTA, UN MONDO NEL CUORE

17 Mag

UN MONDO NELLA TESTA, UN MONDO NEL CUORE

 

Quando si erano sposati, molti anni prima, Anna e Saverio avevano tanti sogni e tanti progetti, probabilmente come tutti gli sposi.

Poi gli anni passano, alcuni sogni si avverano, altri no.

Loro sognavano una casa, e con grandi sacrifici riuscirono ad averla, da riempire con una nidiata di tesserini sgambettanti, urlanti, ma che sempre portano gioia in una famiglia: anzi, sono una famiglia, perché senza di loro due persone sono solo una coppia, non un nucleo.

Ma gli anni passavano e i figli non venivano; videro una miriade di specialisti, il cui responso lasciava il tempo che trovava: non c’era nulla che non andava, perciò non c’era una cura.

L’unica cosa da fare era non darsi mai per vinti e continuare a riprovarci, sfruttando i giorni fecondi, i periodi di minore stanchezza e stress da lavoro, finché, finalmente, uno spermatozoo pigro non si fosse deciso ad incontrare il suo corrispettivo femminile.

Ma gli anni passavano, la giovinezza e la bellezza, che sono beni che ci vengono dati in prestito, piano, piano, venivano restituiti; i capelli, i bei capelli di Anna, ingrigivano, venivano tinti e ri-ingrigivano, mentre quelli di Saverio optavano per una ritirata strategica su posizioni più arretrate.

Poi, quando ormai non ci speravano più, quando oramai la passione era tramontata al sorgere dell’abitudine, un ritardo di Anna, gli esami e la conferma: la cellulina di Saverio aveva fatto il suo dovere.

Ai due sembrò d’impazzire dalla felicità: Anna si fece bella come non mai, forse non più per Saverio, abituato a vederla in bigodini, vestaglia e pantofole, ma per colui che doveva arrivare, affinché si trovasse davanti a persone ancora piacenti e vitali.

I due rinnovati sposini fecero tutto a regola d’arte perché non ci fossero problemi né nella gestazione, né nel parto.

L’ecografia sancì che il nascituro sarebbe stato un maschietto, così iniziò la ricerca del nome; dapprima pensarono ad un nome celebrativo, come Benedetto, oppure Felice, o Fausto, ma poi optarono per un più classico Andrea, nome che nel loro immaginario dava l’idea di un bambino biondo, bello, intelligente e felice.

Quando nacque Andrea era veramente biondo e bello, ma quasi da subito i genitori s’accorsero che qualcosa non andava; dapprima pensarono che il bambino fosse sordo, perché se lo chiamavano non dava cenno di accorgersene, ma i dottori dissero che il suo udito funzionava benissimo.

Eppure il bambino non dava segno di accorgersi dei suoni e dei rumori e poi non aveva mai sorriso alle stupide moine dei genitori e degli altri parenti.

Più tardi, intorno all’anno di vita, lo riempirono di sonaglini, animaletti di gomma col fischietto, varie casine delle api, ma il bambino non giocava, non sorrideva, neppure piangeva: passava ore, sveglio, a fissare un punto lontano, che solo lui poteva vedere.

E non accennava a parlare.

Le visite continuarono, ma solo più tardi ebbero il responso: autismo.

Lo specialista spiegò che questo significava che il bambino non comunicava, era rinchiuso, forse prigioniero, in un mondo suo dal quale non voleva o non poteva uscire.

Ma questo i due infelici genitori lo sapevano, come impietosi film sull’argomento ricordavano loro.

In effetti, spiegarono ai due coniugi, l’autismo era una forma di ritardo mentale che lasciava, però, spazio ad alcune particolari capacità.

Ma Andrea non aveva neppure quelle, non parlava, si lasciava fare di tutto, lavare, vestire, visitare, come fosse un pupazzo di gomma e sempre fissava quel punto oltre il visibile umano.

Crebbe così, senza comunicare, senza parlare, senza frequentare altri bambini, passando tutto il suo tempo con quell’aria assorta e distante che, alla fine, riusciva a dare sui nervi.

Un giorno Saverio, esasperato, gli diede uno schiaffo, pentendosene subito, al punto di scappare via in lacrime, ma Andrea parve non accorgersi neppure di quello.

Un caso grave e atipico, sentenziavano gli specialisti, ma per Anna quello che loro chiamavano “caso”, era la realizzazione della sua vita, lo amava disperatamente, nonostante tutto, o proprio per quel tutto e il suo terrore era che, essendo loro già avanti con l’età, quando fossero mancati Andrea sarebbe diventato una specie di cavia da esperimento.

Fu verso la pre-adolescenza, forse quando il bambino aveva undici o dodici anni, che, un pomeriggio dei pochi che era a casa e non all’istituto dove non aveva imparato nulla né aveva fatto progressi, che lo sentirono ridere dietro la porta della sua cameretta.

I due anziani coniugi si guardarono e i loro occhi si riempirono di lacrime per l’ennesima volta, ma ora era gioia e speranza, non dolore; corsero alla camera ma, aperta la porta, il loro umore cambiò subito: Andrea si era tolto tutti i vestiti, cosa che non pensavano fosse capace di fare, e stava nudo dalla testa ai piedi, seduto al centro della stanza e sorrideva e rideva felice.

Troppe volte avevano visto immagini d’istituti psichiatrici, in televisione o di persona, per non sapere che quella del privarsi degli abiti era una delle fissazioni di molti malati di mente: questo era troppo, l’autismo è una cosa, ma la malattia mentale è infinitamente peggio.

* * *

Andrea era seduto, senza quegli abiti che a lui parevano una prigione, in mezzo ad un prato azzurro, pieno di fiori e piante carnosi, coloratissimi e dalle forme bizzarre, che solo lui poteva vedere: era il suo mondo, un mondo felice, pieno di colori, con un cielo rosa e turchino, pieno di arcobaleni che avevano ben più dei sette miseri colori dell’arcobaleno; era un mondo caldo, profumato, dove l’erba azzurra gli solleticava le natiche, le gambe, i piedi nudi.

C’era una musica dolcissima ed era tutto così bello, non come quel mondo grigio, pieno di fumo e di tristezza dove avrebbero voluto trasferirlo.

Aveva capito che c’era gente che voleva comunicare con lui, ma loro erano al di là, nel mondo brutto: gli spiaceva per loro, ma quello era il suo mondo, quello che aveva nel cuore, quello che si era creato nella sua testa e no, proprio non poteva lasciarlo.

* * *

Dopo lo shock subito, Anna e Saverio corsero allarmati dal medico che aveva in cura Andrea, raccontandogli l’ultima delusione che quel ragazzino strano aveva dato loro; il responso fu sempre quello: “E’ un caso atipico, dovremo fare esami, studiarlo, forse in altre nazioni stanno facendo cure sperimentali, potremmo tentare, ma ci vuole tempo, pazienza…”.

Cose già udite milioni di volte, che non erano certo né di consolazione, né di speranza per i due infelici genitori.

I capelli di Anna erano stati lasciati definitivamente al grigio, mentre quelli di Saverio avevano completato la loro ritirata strategica alle falde dalla collina; le lacrime erano, ormai, state tutte consumate e non avevano più speranze.

* * *

Andrea, nudo e libero, era seduto in riva a un lago dall’acqua di un brillante color fucsia, dal quale saltavano fuori pesci canterini, con pinne lunghissime e piumate e di colori sempre diversi, rubati alle decine di tinte dell’arcobaleno che si tuffava nelle acque.

Ad ogni salto ciascun pesce cantava una strofa di quella canzone meravigliosa, composta solo per Andrea, unico essere umano ammesso in quel mondo, visto che era il suo, l’aveva creato e ne era signore e padrone, libero di crearne gli abitatori e di accogliervi solo chi voleva.

Il sole era tiepido sulla pelle nuda e una lieve brezza muoveva l’erba che lo solleticava dandogli piacere, un piacere mai provato da alcuno di quelli che lo chiamavano, che lo volevano portar via, strappare a quella meraviglia.

* * *

Per la nuova cura Andrea fu affidato a un giovane e brillante dottore che, pare, facesse miracoli e fosse uno dei pochi che riusciva a entrare in sintonia con i suoi piccoli pazienti.

L’uomo trascorreva interi pomeriggi col ragazzino, leggendogli favole, poesie e filastrocche che egli stesso scriveva apposta per i suoi piccoli amici.

Solo Andrea pareva non reagire a quegli stimoli.

Il giovane, Luca, si era affezionato ben presto al ragazzino.

Un giorno si sedette accanto a lui, che come sempre stava senza vestiti, seduto a gambe incrociate a terra; gli cinse le spalle con un braccio e gli carezzò il capo: “Ma dove sei, cosa dobbiamo fare di te?”, disse e pianse.

Andrea si voltò verso di lui, lo guardò, e gli prese la mano.

* * *

Un giovane e un bambino camminavano a piedi nudi, tenendosi per mano, in un prato rosa simile ad una distesa di soffice bambagia; si sorridevano in silenzio, guardando insieme gli arcobaleni giocare a rincorrersi nel cielo, perché in quel mondo meraviglioso non c’era bisogno di parlare per esprimere emozioni e viverle insieme: era il mondo personale di Andrea, creato da lui e solo lui poteva farvi entrare chi voleva.

Ora aveva un nuovo amico che abitava quel mondo con lui.

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Pubblicato da su maggio 17, 2011 in Racconti

 

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