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SEGRETI DI SCUOLA (un Natale a scuola)

13 Mag

SEGRETI DI SCUOLA – un Natale a scuola (una storia grottesca, ma non troppo)

Era circa metà settembre quando il professor Michele Sette, precario da oramai vent’anni, fu chiamato a supplire una futura puerpera presso la scuola media Arnaldo Fusinato.

Subito i suoi alunni ai quali la notizia era giunta in anteprima tramite la misteriosa radio – scuola che c’è in ogni istituto, lo soprannominarono Sei, qualcuno perfino Cinque e mezzo (“Ragazzi, oggi abbiamo due ore con Cinque e mezzo”. “Due ore? Che palle!”); alcune colleghe pettegole e maligne, osservando il cavallo dei suoi pantaloni scesero anche a quattro, ma non lo dissero mai ad alta voce.

Subito, prima ancora di entrare in classe, il nuovo docente fu convocato dal preside per tutta una serie di raccomandazioni: “Vede, caro professor Cin… ehm, Sette, la nostra è una scuola di prestigio, i genitori sono molto esigenti” e mentre gli parlava teneva le mani incrociate dietro la schiena, anche perché incrociarle davanti sarebbe stato impossibile: aveva, infatti, braccia cortissime e un ventre enorme.

Per tutta la durata della predica il sommo dirigente continuò a passeggiare nel corridoio antistante la presidenza, seguito dal nuovo prof, avanti e indietro, chinando ad ogni passaggio la schiena sempre di un paio di gradi in più e guardando un punto a terra davanti a sé: forse cercava la punta delle proprie scarpe, impossibili a vedersi, con la visuale impedita dalla sua pancia enorme, tranne che se avesse indossato un numero cinquantotto a punta lunga; Michele Sette, nel frattempo, lo seguiva, ma era difficile sapere esattamente quando avrebbe fatto inversione di marcia, per cui spesso il preside tornava sui suoi passi, mentre lui era ancora rivolto nell’altro senso.

Il sommo dirigente continuò il predicozzo che, se fosse durato ancora a lungo, l’avrebbe visto avvolgersi su se stesso come un pangolino o un armadillo, a furia di piegarsi: “Lei deve studiare bene i programmi ministeriali – e qui, alla parola ministeriali la sua schiena si raddrizzò di scatto, come spinta da una molla e il suo sguardo si volse verso l’alto a cercare il paradiso dove certamente, il ministro risiedeva; poi si ripiegò nuovamente su se stesso in cerca delle proprie calzature e continuò – lei deve attenersi scrupolosamente al libro di testo e poi deve avere tatto: non picchi i ragazzi, o almeno non lo faccia troppo forte. Non dica parolacce, che non sta bene – e così dicendo gli diede un buffetto sulla nuca, come avrebbe fatto un buon sacerdote con un penitente: gli occhiali del docente, i settocchiali, per il contraccolpo, schizzarono via e scivolarono per tutto il corridoio come una stone da curling, andando a fermarsi davanti ai piedi della bidella Isotta che, spaventata da quell’oggetto che avanzava verso di lei, lanciò un urlo e svenne. – Insomma non mi faccia avere grane dai genitori – concluse,poi si raddrizzò nuovamente di colpo, cambiò tono di voce e urlò, passando da tenore a baritono – e non mi faccia incazzare, che ho già troppe grane senza tutte quelle che lei mi sta dando”.

Il professor Michele Sette non era ancora entrato neppure in classe.

Vi entrò accompagnato dalla bidella Isotta, nel frattempo riavutasi grazie al collega Umberto che l’aveva prontamente rianimata con un cafféristrettosenzazucchero della macchinetta a gettone o chiavetta sita in sala insegnanti.

I ragazzi urlavano e si picchiavano, ma si fermarono all’ingresso della temuta bidella, poi videro il professore nuovo e rincominciarono a picchiarsi: dal gran frastuono il crocefisso si staccò dalla parete, forse in un tentativo di fuga da quel caos, e andò a colpire sulla nuca il professor Sette, togliendogli almeno un altro paio di numeri dal cognome; non solo, ma i suoi occhiali, per la botta ricevuta, schizzarono nuovamente fra i piedi della bidella, che svenne di nuovo: perché? Forse una fobia, forse per lei, che era ancora signorina, in qualche modo gli occhiali, con le stanghette in erezione, erano un terrificante simbolo fallico, anzi bifallico.

Fu chiamato l’Umberto (non quello della politica, ma il custode della scuola), che l’afferrò per le ascelle e la trascinò via di nuovo, verso il distributore del caffè; così iniziò e poi finì la prima mattina di scuola del professor Sette.

Mentre accompagnava i ragazzi all’uscita, vide spuntare dalla porta della presidenza, a non più di mezzo metro dal suolo, il cranio del preside che ancora non ricordava se aveva indossato le scarpe oppure no: la sua testa si rialzò, lo vide ed urlò: “E non mi faccia incazzare”, poi si ripiegò su se stesso e scomparve nel suo ufficio.

Venne, sedici svenimenti di Isotta più avanti, anche il primo consiglio di classe, con la presenza dei genitori: Michele Sette conobbe così i suoi colleghi: la prof. di lettere presiedeva il consiglio a colpi di bacchetta sulla cattedra, immaginando, segretamente, che lì ci fossero le mani grassocce e dalle unghie un po’ sporche dei suoi alunni; la collega di disegno gli fece un ritratto a carboncino, poi gli mollò una gomitata da togliere il fiato nelle costole e glielo regalò con un sorriso maleodorante a settantotto denti giallastri, degno di Furia, cavallo del west, quello che beve solo caffè.

Giunto il turno dei commenti sulla classe da parte della prof. di musica, la dottoressa Doremì, questa intonò, con voce da baritono, però evirato, “La donna è mobile”, mentre il collega di ginnastica, che stava contemplando con incondizionata ammirazione i propri bicipiti, commentava “E l’uomo è elettrodomestico”; tutti risero, la porta si aprì, comparve la testa, o almeno la sua sommità, del preside e le sue scarpe, che erano una marrone, una blu ed entrambe destre, che urlò: “E non mi fate incazzare”.

Il consiglio di classe applaudì all’unisono.

Poi entrarono i genitori: una mamma estrasse un rotolo di carta da cucina della marca che non finisce mai e lesse: “A nome dei genitori che io rappresento – tutti assentirono col capo e lei rispose con un inchino afferrandosi gli orli della gonna – avrei, brevemente, un paio di cose da dire, soprattutto al professor Cin… Sette, che è nuovo e al quale do il benvenuto a nome di tutti i genitori” (altro inchino con riverenza).

Terminò due ore dopo e solo perché era comparsa dalla porta una misteriosa testa con riporto, urlando “E non mi fate incazzare tirando in lungo, che poi devo pagare lo straordinario ai bidelli e non ci sono soldi”.

A quel grido improvviso e a alla notizia che stava lavorando gratis, Umberto svenne e Isotta lo trascinò via per i piedi.

A fine novembre, quando il programma di sua Santità il ministro procedeva regolarmente, cioè i ragazzi non avevano imparato nulla, se non il verbo essere in inglese, recitato come una filastrocca e usando solo le vocali (ai a, yu aa, he ii ui a ecc), il professor Sette, che oramai più di uno, anche fra gli alunni, chiamava Quattro, fu convocato dal preside; in quell’occasione gli parve che il sommo dirigente fosse ancora più piccolo, poi si accorse che camminava praticamente dentro una sorta di doppia trinceacreata dalla consunzione del pavimento, dovuta al suo passeggiare avanti e indietro.

Era sempre più piegato, forse dal peso delle responsabilità: “Caro, carissimo professore… come si chiama? Beh, non importa, io continuo a ricevere lamentele nei suoi confronti da parte dei genitori, dei ragazzi, dei colleghi, della bidella che dice che lei continua a spaventarla gettandole gli occhiali fra i piedi per farla svenire. La professoressa Doremì di musica, mi ha cantato perfino l’intera Aida come la canterebbe Al Bano e tutto perché lei non rispetta i programmi, non legge il libro di testo in classe. Dovremmo provvedere: se ne accorgerà, ah, se se ne accorgerà!”.

Poi scomparve in presidenza, Michele Sette non se ne accorse e continuò a fare avanti e indietro lo stesso tratto del corridoio per altri quarantacinque minuti.

Alla fine si aprì la porta della bidelleria, dalla quale uscirono aroma di caffè e la testa della bidella Isotta che urlò: “E non ci faccia incazzare!”.

Poi, siccome aveva urlato troppo forte e le era venuto meno l’ossigeno, svenne.

Venne così dicembre e si iniziò a preparare la festa di Natale (in realtà la preparazione era cominciata a settembre); la professoressa Doremì percorreva allegra come un Natale (non si sarebbe mai permessa di esserlo, a dicembre, come una Pasqua) i corridoi su dei pattini da ghiaccio, cantando: “I wish you a merry Christmas” con la voce di Michael Jackson, del quale indossava il cappello e il guanto coi brillantini.

Tutti erano presi dal clima natalizio, anche Gregorio, alunno ripetente di terza C che portava pantaloni e mutande bassi e natiche pelose e brufolose al vento e che aveva adornato queste ultime con stelline e lustrini autoadesivi.

Isotta e Umberto avevano preparato una grande tavolata in palestra per il brindisi e il panettone tradizionali, e un maxi televisore per la messa in mondovisione trasmessa a reti unificate e celebrata dal ministro in persona.

Michele Sette fu chiamato fuori dall’aula, con una scusa, da Carlotta Giotto, la collega equina di disegno; non appena uscito fu tramortito da un’alitata di questa, fu afferrato da Umberto, che aveva convocato per l’occasione i suoi fratelli Ugo e Ubaldo per aiutarlo e fu trascinato via su ordine del preside che voleva dare una lezione esemplare a lui e a tutti quelli che non rispettano il programma e non leggono i testi in classe.

A fine mattinata tutti gli insegnanti si recarono a festeggiare il Santo Natale in palestra; Michele Sette era stato crocefisso al quadro svedese a cinque metri d’altezza, con in testa una corona di spine costruita con le biro gettate dalla finestra dai ragazzi, ad opera della professoressa di tecnica: Mimì Fasotutto.

La Doremì cantava “Tu scendi dalle stelle” con la voce di Pavarotti.

Sotto al professor Sette lo spumante fu stappato (al rumore del turacciolo che usciva dalla bottiglia Isotta svenne e fu rianimata sventolandole una fetta di panettone davanti al viso), e davanti alla crocefissione del reprobo, il cui bozzetto era stato disegnato dalla collega Giotto, tutti festeggiarono in pace e amore universale il santo Natale intonando “jingle bells”.

panettone-di-natale

Il preside aveva cambiato le parole e cantava in falsetto “E non mi fate incazzare” sulla musica delle campanelle tintinnanti finche la campanella, stavolta quella scolastica, suonò l’inizio delle vacanze natalizie per tutti, tranne che per uno.

Il professor Sette, infatti, dovette rimanere in quella posizione, crocefisso al quadro svedese con la corona di biro sul capo, fin dopo l’epifania, perché se lo erano dimenticato lì.

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1 Commento

Pubblicato da su maggio 13, 2011 in Racconti

 

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Una risposta a “SEGRETI DI SCUOLA (un Natale a scuola)

  1. Elia

    maggio 25, 2011 at 3:51 pm

    Molto divertente!!

     

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