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Delitto perfetto

09 Mag

DELITTO PERFETTO

Silvio era intelligente, ma era anche cattivo ed era per questo motivo che era solo.

Non è come si può pensare che la solitudine lo abbia incattivito, ma è il contrario: è una persona che è sempre stata troppo impegnata ad odiare, per avere il tempo di amare.

Silvio odiava tutti, forse anche se stesso.

Comunque non era uno che si divertiva a fare dispetti ai vicini o sgarberie a chicchessia per strada, ma attenzione a pestargli i piedi, perché non avrebbe perdonato!

In compenso, amava l’arte, era la sola cosa a dargli un’emozione vera e positiva.

Al lavoro, poi, lavorava, lavorava anche bene, ma senza legare o anche solo comunicare con i colleghi; poi, a sera, usciva dall’ufficio, rientrava a casa e chiudeva fuori il mondo.

Televisione poca: quasi subito il telegiornale, ma anche i quiz e i telefilm, gli facevano perdere la pazienza, saltare la mosca al naso.

Allora leggeva, leggeva romanzi gialli, la sua unica passione, oltre all’arte, anche se non era capace di disegnare nulla fin dal tempo della scuola.

A lui piacevano, come genere di gialli, non gli splatter, non quelli infarciti di sesso, ma quelli costruiti con intelligenza, quasi fossero una sfida al lettore, oltre che a chi indagava nel romanzo.

E lui di queste sfide ne aveva vinte più di una, tanto che oramai anche quella passione stava tramontando, perché a metà lettura aveva già capito tutto: colpevole, movente ed errori dell’assassino che, del resto, doveva fare qualcosa per farsi arrestare: è il canovaccio dei gialli che lo vuole.

Più che i gialli classici, ora lo appassionavano quelli moderni, con la scientifica oramai prevalente sull’intuito dei vari Maigret, Holmes, Nero Wolfe, Montalbano.

Oramai sapeva quasi tutto su D.N.A. nasi elettronici e apparecchiature che, comunque, in Italia sarebbero arrivate chissà quando…

E infatti da noi tanti crimini eclatanti erano rimasti impuniti: una statistica che aveva letto, parlava addirittura dell’ottanta per cento, o giù di lì, di mancate individuazioni dei colpevoli e così, dopo decenni, tornavano ogni tanto alla ribalta i fatti di sangue più noti: sembrava che finalmente si fosse arrivati alla risoluzione dei casi… poi tutto cadeva di nuovo nel dimenticatoio.

A questo punto pure lui sarebbe stato in grado di compiere il delitto perfetto, se ne avesse avuto un movente.

Pure? Soprattutto lui, perché era intelligente e sapeva tutto sui metodi scientifici e sarebbe stato in grado di prevedere ogni mossa della polizia.

Sarebbe stato in grado, come detto, se avesse voluto, ma non era certo intenzionato a commettere un omicidio solo per divertimento.

“Il delitto è senz’altro un errore: mai fare una cosa della quale non puoi vantarti dopo cena!” aveva detto Oscar Wilde in un suo celebre aforisma.

No, lui non ci pensava neppure ad uccidere qualcuno solo per il gusto di farlo, perlomeno fino a che…

Franco era il suo vicino di casa, proprio muro a muro e più volte avevano litigato: il motivo? Il cane di Franco che abbaiava di continuo.

Era un cane grosso e stupido: come faceva a non aver ancora capito che il suo padrone e la sua famiglia lavoravano, che non ritornavano fino alle sei e mezza?

Perché non dormiva tutto il giorno come fanno tutti i bravi cani e anche i gatti?

Non so se qualcuno ha provato cosa significa un cane che ti abbaia al di là del muro, che è come dire in casa tua, per tutto il giorno.

Silvio glielo aveva detto, al suo vicino e per risposta si era sentito ridere in faccia, insultare, perfino prendere a pernacchie.

Ma la classica goccia che fa traboccare il vaso fu la storia del quadro.

Silvio e l’odiato vicino si ritrovarono, casualmente, ad un’asta di quadri importanti; Silvio s’innamorò all’istante di una piccola natura morta di Morandi (Giorgio, non Gianni) e decise che doveva essere sua, perché… perché non c’era un motivo razionale, se non che quei vasi, quelle coppe, gli smuovevano qualcosa dentro.

Certo il prezzo era quello di… un Morandi, vale a dire una cifra corrispondente a tutti i risparmi di una vita, ma non poteva rinunciarvi: ne valeva la pena.

Forse capendo il suo desiderio di avere quell’opera unica, Franco si mise a competere con lui, fino a fare un’offerta che lui non avrebbe mai potuto superare e così l’odiato vicino, oltre a un cane scemo, ora possedeva anche la “Sua” natura morta.

E allora perché non mettere in pratica tanti anni di teoria giallistica e toglierlo di mezzo? Franco, ovviamente, non il cane che aveva il solo torto di essere stupido.

E poi Silvio odiava le persone, i bambini, i vecchi, ma non gli animali.

Cane o non cane, quadro o non quadro, non sopportava più quell’uomo menefreghista, arrogante, che mai una sola volta si puliva i piedi sullo zerbino quando entrava dal portone d’ingresso e così c’era sempre l’atrio con le impronte fangose di lui, della moglie, dei figli…

E del cane, ovviamente.

E quella famiglia rozza avrebbe avuto alla parete un’opera della quale non avrebbe mai capito la bellezza e l’importanza.

Il manuale personale del perfetto omicidio di Silvio recitava: attendere, anzitutto, e non aver fretta, perché la fretta, il raptus, tolgono lucidità, ti fan commettere errori, ed allora siediti in riva al fiume e prima o poi, come dicono i cinesi…

E lui attese, attese l’estate, quando la moglie e i figli di Franco erano in vacanza ed in città era rimasto solo lui e, naturalmente, quel sacco di pulci abbaiante.

Così una sera lo attese nel sottoscala, dopo aver svitato la lampadina per avere la complicità delle tenebre e quando il suo detestabile vicino entrò, lui gli fu alle spalle e lo colpì con violenza con un sacchetto ripieno di sabbia, che in ogni caso non lascia tracce e lo tramortì, dopo di che lo soffocò con un asciugamani che poi avrebbe bruciato.

Era tardi, era estate, poca gente per le strade, nessuna nel condominio.

Scese direttamente nei box, ma senza usare l’ascensore, non prima di aver fatto scivolare il corpo di Franco su un telo di plastica, affinché non rimanessero tracce sulle scale: quelle maledette cellule epiteliali, così piccole e così rompiscatole, quelle che la scientifica trova sempre e comunque.

Caricò il corpo nel bagagliaio della macchina e poi risalì nell’atrio e riavvitò la lampadina, coi guanti, è chiaro.

Il giorno appresso sarebbe venuta l’impresa a fare pulizie, ma lui comunque lavò l’atrio, il sottoscala e le scale che scendevano verso i box con la candeggina, che distrugge eventuali tracce di sangue e conseguentemente il D.N.A.

Ad ogni buon conto rilavò tutto col detergente usato anche dall’impresa, per togliere l’odore di candeggina, varechina, ipoclorito di sodio, comunque la si voglia chiamare: il miglior alleato dell’omicida attento.

Ridiscese nei box, prese la macchina e partì.

Questa era la parte più debole e pericolosa del piano: sarebbe bastato un banale posto di blocco, un controllo della polizia e ciao delitto perfetto.

Ma non accadde: arrivò in campagna, giù verso il Ticino, dove aveva già preparato la buca, vi gettò il corpo, che aveva pensato di bruciare, ma le fiamme si vedono, soprattutto di notte in campagna.

Allora tirò fuori dal bagagliaio tutte quelle bottiglie di acido muriatico, comprate una alla volta per mesi in supermercati diversi e delle quali aveva gettato gli scontrini nel cesso. Non aveva neppure esibito la tessera punti alla cassa del super.

Le versò lentamente, una alla volta, fino a che il corpo non fu che una poltiglia di ex carne, ex ossa, ex D.N.A.

Infine ricoprì tutto di terra e pacciame.

Si spostò di qualche chilometro e tirò fuori lei, NaClO, la magica candeggina e lavò con quella il bagagliaio e poi lo rilavò col detergente profumato e quindi tornò a casa.

Il cane abbaiava, ma non se ne accorse neppure, tanta era la soddisfazione per il suo delitto perfetto.

Era andato tutto, o quasi per il meglio. Forse fra qualche mese la vedova si sarebbe anche lasciata convincere a vendergli il Morandi.

C’era stata solo qualche goccia di sangue dal naso di Franco quando lo aveva soffocato, ma poi lui aveva passato la candeggina…

Andò a letto, faceva caldo, era troppo agitato e con un po’ di tachicardia da sovreccitazione e non riuscì ad addormentarsi. E poi il cane di Franco abbaiava, abbaiava: maledizione, prima o poi qualcuno si sarebbe stufato, magari avrebbe chiamato i vigili, ma con ciò? Mica potevano collegare un cane abbaiante e ululante al suo delitto!

Si alzò, prese dal frigorifero un brik di tè freddo e si mise, al buio e in mutande davanti alla televisione.

Smanettò un po’ sul telecomando, fino a che trovò la replica di un vecchio episodio di C.S.I.

Il morto era stato triturato con uno spazzaneve, ma quei diavoli di scienziati avevano trovato una goccia di sangue in un ingranaggio… Un dubbio lo assalì; scese nei box, ovviamente anche stavolta non c’era nessuno che potesse vedere, né sulle scale, né sotto, nel garage. Era estate, faceva caldo, c’erano le zanzare: chi aveva voglia di girare per il condominio? Aveva ancora diverse ore di margine, prima che fosse mattino, prima che i pochi superstiti del caseggiato scendessero a prendere la macchina per andare al lavoro.

Si era munito di secchio, spazzola, candeggina, detergente, perfino un’ultima bottiglia di acido.

Cominciò, per buona misura, dall’abitacolo: pulì il volante, poi i sedili, poi i tappetini, davanti e di dietro.

Dovette fermarsi un attimo perché gli bruciavano gli occhi per il cloro della candeggina.

Poi si dedicò al bagagliaio: tolse tutte le cianfrusaglie che c’erano: gli stracci, i detergenti, l’antighiaccio e l’antiappannante, il pianale e la cappelliera e poi la ruota di scorta e il crick.

Pulì tutto con la sua amica, con gli occhi che piangevano che neanche ai tempi di “Love story” e “Anonimo veneziano”.

Ecco, ora tutto era pulito, l’aveva esaminato con la pila e poi con la lampada di Wood, quella ad ultravioletti.

Stava per rimettere ogni cosa a posto, quando un raggio della luce blu gli mostrò una macchiolina; allora ricominciò a pulire tutto, smollò tutte le viti che poteva, le immerse nella candeggina, poi le pose il fila per terra, come tanti soldatini.

Intanto quel cane maledetto non la smetteva di abbaiare: Silvio si era mantenuto calmo fino allora, ma adesso… un accidente anche alla scientifica di New York! Stavolta, però, qualcuno si era deciso a chiamare i vigili: quel cane aveva proprio rotto! Intanto Silvio, in preda al panico, smontava e puliva e smontava e puliva, come un ossesso.

Quando arrivarono i vigili, scesero a guardare se il padrone della bestia ululante avesse avuto un malore nei box: fra l’altro c’era quella terribile puzza dappertutto, come di candeggina, forse una fuga di sostanze tossiche.

No, Franco, il padrone di quello stupido cane e del prezioso quadro non era lì, lì c’era un uomo che aveva quasi completamente smontato una macchina e c’era un ancor più terribile odore di candeggina e quel matto era lì, seduto a terra, in mezzo a decine, centinaia di pezzi d’auto, con in mano l’ultima vite, quella con una minuscola macchiolina di sangue in mezzo alla filettatura.

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Pubblicato da su maggio 9, 2011 in Racconti

 

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