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Canta piccolina

30 Apr

“Canta, piccolina: canta per me” diceva il nonno a Margherita e lei, vestita come Shirley Temple, piena di fiocchi e pizzi, coi capelli ricci pettinati in lunghi boccoli proprio come la piccola attrice in “Riccioli d’oro”, cantava con quella sua voce acerba, ma già così melodiosa ed incredibilmente intonata.

Allora il nonno si lasciava sfuggire una lacrima, infilava la mano tremante per l’emozione nella tasca della giacca, estraeva il portafogli e prendeva una moneta, anzi, no, una banconota e la porgeva alla sua riccioli d’oro dicendole: “Conservala, ti servirà per studiare canto, perché tu sarai una grande cantante e quando debutterai dovrai pensare a me, cantare solo per me, anche se allora io non ci sarò più”.

Poi, dall’altra tasca estraeva alcune caramelle di quella da vecchi, d’orzo o rabarbaro e le porgeva alla sua nipote preferita, strizzandole l’occhio: “Non farle vedere ai tuoi cugini, queste sono speciali, fanno bene alla voce, anche se la tua è già così bella che non ha bisogno delle mie caramelle”.

Non è che a Margherita piacessero molto quelle caramelle dal sapore un po’ strano, non da bambini, ma ubbidiente al nonno con cui aveva quel rapporto particolare di complicità e simbiosi, ne succhiava una ogni tanto, magari non proprio tutta, ma almeno un pochino, perché anche lei voleva fare la cantante, curare e migliorare la sua voce, per sé e per nonno Alfonso.

Vivevano insieme in tanti nella cascina appena alle porte della grande città; il di Margherita era un impiegato; originariamente era un cittadino, ma aveva scelto di portare la famiglia in quello scampolo di campagna che cercava di resistere alla città che premeva e tentava d’ingoiarla.

Aveva acquistato, così, quella cascina insieme a suo fratello e al marito della sorella, l’avevano ristrutturata e suddivisa in appartamenti: uno per loro, uno per uno per il fratello e la sorella e una stanza con un piccolo bagno anche per il nonno che era rimasto solo, dopo che la nonna li aveva lasciati, non si sa bene come: un giorno si era addormentata e non si era più svegliata; il giorno prima stava bene, lavorava in casa, accudiva il marito, si preoccupava per i figli e i nipoti e il giorno dopo si era sdraiata sul letto e aveva chiuso gli occhi per sempre: neppure il dottore seppe spiegarsi il perché: forse era solo stanca di vivere, di lavorare per gli altri, negando a se stessa una vera vita.

Così il nonno era rimasto solo e, quando presero la cascina il papà di Margherita lo convinse a venire a stare con loro, malgrado all’inizio lui non volesse: non voleva essere di peso, non voleva allontanarsi dal cimitero dove ogni giorno andava a parlare con la nonna.

Ora parlava soprattutto con la nipote prediletta, perché in casa nessuno gli dava troppo retta; un giorno le confessò che se aveva accettato di venire a stare con loro nella cascina, che era stata chiamata “Adele” come la nonna, era solo per stare vicino a lei, per sentirla cantare.

“Canta piccolina, canta per me” le diceva quando erano soli, sì, perché quella doveva essere una cosa, un segreto fra di loro.

Poi le dava i soldi e le caramelle e la bimba non spendeva mai nulla inutilmente, ma nascondeva i soldi in una cassettina col lucchetto che le aveva costruito proprio lui e quando fosse stata grande sarebbe andata a studiare canto, ma quello vero, la lirica che al nonno piaceva tanto, anche se dalla bambina si accontentava di ascoltare anche le canzoncine adatte alla sua età.

Poi, un giorno, quel tremito di emozione che gli prendeva le mani dopo aver sentito cantare Margherita, non se ne andò più, divenne cronico: spesso rovesciava la minestra, si lasciava sfuggire la scodella o il piatto che si infrangevano miseramente a terra.

Così gli avevano dato delle brutte stoviglie di plastica e solo la bambina, che stava crescendo e sbocciando all’adolescenza, si accorse di come il nonno si sentisse umiliato da quei piatti di plastica, ma soprattutto dalla vecchiaia che avanzava, che gli rubava vita e autonomia.

Margherita soffriva a vedere il nonno trattato in quel modo: fra l’altro aveva messo a disposizione i suoi risparmi di una vita per contribuire all’acquisto di cascina Adele: beh, non tutti, perché una quota era su un libretto di risparmio per garantire gli studi alla sua piccola riccioli d’oro.

Seguendo la volontà del nonno, arrivata all’età giusta, quindi, a Margherita fu concesso di iniziare a studiare canto; ben presto passò dall’insegnante privato al conservatorio dove, dopo averle fatto un esame di ammissione, le fu garantita una borsa di studio, visto che la sua voce era veramente eccezionale.

Margherita aveva sempre meno tempo libero da passare col nonno, ma appena poteva era da lui, a fargli sentire i suoi progressi e il nonno piangeva, come piangono i vecchi che trovano sempre un buon motivo per farlo: a volte di dispiacere, a volte di gioia, altre di ricordo. “Guarda nonno – gli disse un giorno porgendogli la cassettina di legno grezzo piena di banconote – questi ora non mi servono più: ora ho la borsa di studio e questi serviranno di più a te, magari puoi ricomprarti dei veri piatti di porcellana al posto di quelli di plastica”.

“No, piccolina – le disse il vecchio fra le lacrime – a me vanno bene i piatti di plastica: i soldi tienili tu: te li sei guadagnati fino all’ultimo centesimo!”.

Fu l’ultima volta che rimasero da soli a raccontarsi le loro cose, poi il nonno stette molto male, lo ricoverarono in ospedale, fra scuotimenti di teste dei medici e qualche lacrima dei figli.

Concessero anche a Margherita di salutarlo un’ultima volta; nonno Alfonso si levò a fatica la mascherina dal volto, quella che gli impediva di parlare, e con un filo di voce le disse: “Canta piccolina, canta per me”. Margherita gli prese la mano e cominciò a cantare, sottovoce, ma come mai aveva fatto; poi sentì la debole stretta del vecchio lasciarle la mano del tutto, ma lei la riprese e la strinse del tutto e non smise di cantare, nonostante le lacrime che le sgorgavano copiose.

Nei quindici anni che seguirono Margherita spese tutto il contenuto della cassettina del nonno per non fargli mai mancare un fiore sulla tomba, né a lui, né a nonna Adele.

Dopo tre lustri di sacrifici, di momenti anche di sconforto, durante i quali, però, l’immagine del nonno la sorresse sempre, Margherita arrivò al debutto alla Scala: i riflettori l’accecavano e forse era meglio così, perché in tal modo anche il pubblico, fra cui i genitori, gli zii e tutti i cugini, non si sarebbe accorto delle sue lacrime. Margherita non vedeva nulla, solo una macchia sul soffitto che piano, piano, prese la forma del viso del nonno, quello che non aveva mai dimenticato.

Tremava di paura, all’attacco della musica, ma poi quel volto che solo lei vedeva le disse: “Canta piccolina, canta solo per me” e allora Margherita cantò come non mai e nel pubblico fu più di uno colui che pianse e fu percorso da un brivido, toccato da quella voce d’angelo.

Alla fine, fra le ovazioni entusiastiche del pubblico in sala, non si sa come, dalle alte strutture del teatro scese lenta una vecchia banconota sgualcita.

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1 Commento

Pubblicato da su aprile 30, 2011 in Racconti

 

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Una risposta a “Canta piccolina

  1. Ballando sui campi minati

    agosto 18, 2013 at 9:31 am

    Che storia. Commovente, davvero. Inquietante come la giovane sia stata la sola a rendersi conto delle misere condizioni dell’uomo.

     

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