RSS

Base artica (Bear)

30 Apr

Ufficialmente la base artica “bear” era un centro studi meteorologici di cooperazione internazionale.
In realtà esso era una copertura e da qui venivano controllati numerosi satelliti spia.
Ogni sei mesi il personale veniva avvicendato, un po’ per le condizioni climatiche estreme, un po’ perché gli stessi addetti alla base non sapessero troppe cose della sua attività.
Comunque nel centro studi c’era ogni comfort: le pareti erano coibentate, c’erano pannelli solari che garantivano energia e calore e c’era anche una sala ritrovo con tavolo da biliardo, televisore, lettore DVD e centinaia di film a disposizione del personale.
In un capannone attiguo all’edificio principale erano stipate le scorte: cibi in scatola, cibi surgelati, materiale di consumo quale lampadine, batterie eccetera.
In una baracca più piccola, ma comunque riscaldata, c’erano una serie impressionante di attrezzi da lavoro e il riscaldamento era dovuto al fatto che se qualcuno avesse preso con la mano nuda un oggetto di metallo, a quelle temperature avrebbe perso la mano.
C’erano, ovviamente, anche fucili e munizioni per difendersi da possibili attacchi degli enormi orsi bianchi che, assieme alle foche, rappresentavano i soli altri esseri viventi nel raggio di decine di chilometri.
Quel semestre c’erano dieci addetti alla base, alcuni dei quali con compiti fittizi: c’era un biologo, un meteorologo, un geologo, un paleontologo, ma c’era anche un cuoco molto bravo.
Gli altri erano i veri esperti dei sistemi di controllo e osservazione: da lì riuscivano a riprendere la targa di un’automobile che passava col rosso a migliaia di chilometri di distanza.
Ovviamente lo scopo della base non era il controllo del traffico, ma un complesso lavoro d’intelligence che consentisse l’individuazione di terroristi e il controllo del blocco militare orientale (soprattutto di Corea del Nord e Iran).
Diversi attentati terroristici erano stati sventati grazie a “Bear e ad suoi addetti.
Malcom aveva solo diciannove anni e si era arruolato in marina per sfuggire a una situazione di degrado familiare del quale non amava parlare; alla base aveva il compito di semplice inserviente e attrezzista.
Era anche quello che aveva la responsabilità dei magazzini e di quanto vi era contenuto.
I semestri di permanenza erano organizzati in modo che ognuno avesse un trimestre di luce e uno della terribile notte polare; in qualsiasi altro modo un turno avrebbe avuto solo buio e uno solo luce.
Qui il tempo assumeva una durata che pareva essere differente da quello normale, per cui il semestre pareva, in effetti, essere molto più lungo.
Ma anche quello, alla fine finì.
I dieci addetti videro con sollievo arrivare, alla data stabilita, l’enorme sagoma della rompighiaccio che portava il cambio, solo che quella volta il cambio non ci fu.
C’erano stati problemi nell’addestramento dei sostituti che non erano ancora pronti, così in nove sarebbero partiti, ma uno doveva restare a sorvegliare la base e inventariare i nuovi rifornimenti: come non bastassero quelli che già c’erano!
Toccò a Malcom rimanere, ma gli garantirono che si sarebbe trattato solo di un paio di settimane.
In cambio avrebbe avuto un’interessante gratifica e una licenza.
Il ragazzo accettò di buon grado: in effetti due settimane, seppur da solo, senza troppo lavoro da fare e molto tempo a disposizione per vedersi film o pescare con la piccola canna da ghiaccio che si era comperata prima di partire, non erano poi la fine del mondo.
Con un po’ di malinconia vide la poppa della nave farsi più piccola e sparire.
Subito si mise al lavoro per sistemare i nuovi rifornimenti: se si fosse sbrigato, avrebbe avuto poi solo tempo per fare ciò che gli pareva.
Era stata consegnata anche una cassa di libri, le ultime novità editoriali, e lui adorava la lettura.
I primi giorni passarono abbastanza veloci con il lavoro e un po’ di svago.
Poi, terminati i suoi compiti, le giornate divennero un po’ più noiose.
Fortunatamente non era un periodo di tempeste, per cui poteva passare anche un po’ di tempo all’aperto, spesso col binocolo per osservare l’orizzonte nell’eventualità che la nave col cambio avesse anticipato di un po’ il suo arrivo.
Anche se il tempo era buono, ci dovevano essere delle tempeste magnetiche, perché da un paio di giorni non riusciva più a captare né la televisione, né le comunicazioni radio.
Anche le immagini dei satelliti arrivavano deboli e confuse.
Poi, una mattina (ma poteva essere anche una sera, tanto la luce era sempre la stessa) vide quei due lampi, uno ad est e uno ad ovest, enormi e sentì vibrare persino la banchisa.
Poi ne seguirono altri ai primi due; Malcom non se ne sapeva spiegare l’origine: forse se ci fosse stato il suo amico Dieter, il meteorologo, gli avrebbe spiegato il fenomeno, visto che lui non aveva alcuna preparazione specifica.
Ma era solo.
Provò a sintonizzare i satelliti, come aveva visto fare dai tecnici, ma non riuscì a vedere nulla: pareva che questi inquadrassero solamente nebbia.
Quando fossero arrivati i nuovi, gli avrebbero spiegato tutto; sperava solo di non aver fatto dei casini con la sintonizzazione dei satelliti.
Andò in sala ricreazione e fece qualche colpo di biliardo, ma non era molto divertente giocare da solo, così scelse un film da vedere.
Fu attratto da una compilation di vecchi episodi in bianco e nero di “Ai confini della realtà”.
Il primo episodio era ambientato in un ristorante dove alcuni avventori sostenevano di aver visto atterrare un disco volante e, al termine, il cuoco si toglieva il cappello, mostrando un terzo occhio da extraterrestre: divertente.
Il secondo era tremendo: un uomo estremamente miope e col solo hobby della letture, resta chiuso in un caveau durante un attacco atomico; quando tutto è finito, lui è l’unico superstite della guerra atomica, ma ha a sua disposizione un’intera biblioteca, solo che, maldestramente, fa cadere gli occhiali che si rompono, cosicché lui si trova praticamente cieco, solo e con milioni di volumi che non potrà mai leggere.
Malcom ebbe un brivido: improvvisamente gli era passata la voglia di cinema: e se quei lampi?… ma no, si era lasciato suggestionare troppo dalla storia dell’episodio.
La prossima volta avrebbe guardato Jerry Lewis o Jim Carey, o uno di quei filmetti piccanti che si era portato nascosti in valigia: in fondo aveva diciannove anni ed era lì da oltre sei mesi senza compagnia femminile, tranne la dottoressa Dubois, il medico, che aveva cinquantadue anni e, comunque, ora se n’era andata col resto del gruppo..
I giorni passarono fra lettura, film, pesca.
Le due settimane erano trascorse: anzi, ne erano passate oramai quasi quattro e ancora l’avvicendamento non arrivava e la radio continuava a tacere.
C’era qualcosa nel profondo del ragazzo, qualcosa che avrebbe dovuto sapere e accettare, ma che rifiutava a se stesso.
Dopo sei settimane dall’ultimo contatto, prese coraggio e tornò alla sala controllo dei satelliti.
Stavolta qualcosa si vedeva, perché la nebbia si era diradata. Ma doveva aver fatto un pasticcio col posizionamento, perché la visione doveva essere puntata sulla Grecia o sull’Italia, o forse sul Perù, visto che si vedevano solo rovine.
Preso il manuale provò allora, seguendone le istruzioni, a modificare le coordinate di puntamento, ma sembrava non funzionare, perché vedeva solo rovine e macerie; poi, improvvisamente, fra quei residui della storia, scorse un braccio enorme che reggeva una fiaccola: la statua della libertà!
Ora non poteva più fare finta di nulla: forse l’aveva sospettato subito dopo aver visto i lampi all’orizzonte che fossero esplosioni nucleari, ne aveva avuto conferma col vecchio film, ma ora non poteva più tenerlo nascosto nel subconscio.
Urlò e corse fuori, in mezzo al ghiaccio e alla neve.
Poi il freddo vinse e rientrò.
Stette per un tempo indefinibile seduto a terra, accucciato in un angolo della sala comandi, come un feto nel ventre della madre.

Quando si riebbe c’era sempre la stessa luce.
La vescica gli doleva, per cui si costrinse ad alzarsi e andare in bagno.
Poi, prese le chiavi del magazzino, andò a procurarsi un fucile e una scatola di proiettili.
Gli ci volle un po’ per riuscire a caricare l’arma, perché le mani avevano un tremito incontrollabile, ma alla fine riuscì a metterne un paio al loro posto, mentre un’altra decina giaceva ai suoi piedi.
Si portò la bocca della canna sotto il mento e infilò il pollice nell’occhiello che proteggeva il grilletto.
In quel momento un orso fece sentire il suo brontolio: il ragazzo si fermò.
Quell’orso era vivo, come lo era lui; allora perché non avrebbero dovuto esserci altri esseri sopravvissuti alle bombe?
Forse delle tribù di esquimesi, forse anche altri che erano riusciti a raggiungere i rifugi antiatomici in tempo.
In fondo cosa gli costava sperare?
Per quello che voleva fare c’era sempre tempo.
Aveva viveri per anni, poi la sua canna da pesca, il fucile (e c’erano ancora orsi e, sicuramente, foche).
I pannelli solari garantivano caldo e energia per un tempo praticamente infinito.
C’era anche ogni tipo di medicinali, e poi c’erano centinaia di libri e di film e lui, fortunatamente, non portava gli occhiali…
Ogni giorno avrebbe puntato i satelliti su una zona diversa, fino a trovare dei sopravvissuti.
Avrebbe usato di continuo la radio fino a che fosse riuscito a sentire un’altra voce umana.
Uscì e montò il potente binocolo su un treppiede, poi vi pose davanti una poltrona pieghevole, si coprì bene con la tuta termica riscaldata, si sedette davanti al cavalletto, ed attese…

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su aprile 30, 2011 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: