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L’ASCENSORE

24 Apr

L’edificio era strano: assomigliava alle vecchie case di ringhiera, con le porte delle abitazioni che davano su di una lunga balconata aperta, eppure era un condominio moderno, o forse ristrutturato da poco, ma comunque abbastanza recente. Il cortile sul quale si apriva la balconata era piccolo, poco più di una striscia stretta fra il palazzo stesso e la recinzione di metallo plastificato verde, al di là della quale vi era un vasto prato incolto, anche se definirlo prato era più che pretenzioso: in realtà era un ampio spiazzo con pochi ciuffi d’erba dall’aspetto malaticcio, fra i quali spuntavano detriti di cemento, forse residui di una precedente demolizione, e rifiuti di ogni genere, come bottiglie, lattine, scatoloni di cartone marcito dalla pioggia e dall’umidità e, probabilmente, siringhe, anche se dall’alto non si potevano vedere.

Giorgio notò ed annotò brevemente questa immagine mentre percorreva i quaranta lunghi metri di balconata che lo portavano all’ascensore. Avrebbe potuto anche scendere a piedi – era solo al terzo piano – ma erano scale alte, poiché gli appartamenti, seppur piccoli, erano disposti su due livelli e poi queste erano raggiungibili solo oltrepassando altre due porte a vetri e, comunque, l’ambiente non gli piaceva e non lo rassicurava.

Uno dei due ascensori era, ovviamente, guasto e l’altro si fece attendere diversi minuti. E anche questo non gli piaceva: era sì moderno, di quelli con le porte automatiche, ma era completamente chiuso così che dall’interno non si poteva vedere fuori; non che ci fosse un panorama talmente bello da farsi rimpiangere, ma tant’è…

Premette il tasto “T” e, dopo che le porte si furono richiuse con un lieve sbuffo, la cabina si mise in moto con un sordo ronzio. Dopo un po’ Giorgio cominciò a sentirsi inquieto: va bene che i piani erano alti, ma quel dannato ascensore ci stava mettendo davvero troppo tempo ad arrivare al pian terreno. Eppure non era bloccato, poiché, pur non potendo guardare fuori, percepiva il movimento verso il basso. Fu allora che accadde l’incredibile: la cabina rallentò e poi cominciò a muoversi in senso orizzontale (pur mantenendo la sua posizione verticale)! Che novità era mai questa? Di ascensori Giorgio ne aveva presi diversi nella sua vita: da quello superveloce del grande magazzino di piazza cinque giornate, a quello che saliva al trentesimo piano del grattacielo Pirelli facendo fermate solo ai piani pari, a quello aperto e a ciclo continuo dove dovevi salire e scendere al volo. Ma un ascensore che si muoveva in orizzontale, seppure in un mega-condominio come quello, non lo aveva mai visto. E neppure ne aveva mai sentito parlare. Dentro di sé lo battezzò subito ascensore-metropolitana, ma in realtà cominciava ad essere veramente inquieto, poiché doveva essere salito non meno di sette o otto minuti prima e, quindi, la cabina doveva aver percorso alcune centinaia di metri. Ci vollero almeno altri due minuti prima che i motori si fermassero e le porte si aprissero con il consueto sbuffo soffocato. Lo scenario, però, era completamente cambiato. Gli si presentava davanti una vegetazione surreale che arrivava ad accarezzare le porte aperte dello strano ascensore. Subito gli venne alla mente un quadro visto in uno dei tanti volumi d’arte che aveva a casa, ma non ricordava l’autore: forse Matisse o Rousseau le douanier, o forse non era nessuno dei due ed era un terzo, magari Ligabue (il pittore, non il cantante), fatto sta che non capiva più dove fosse né come uscire sulla strada ed a questo punto il terrore s’impadronì di lui…e si svegliò, fradicio di sudore e con il cuore che sembrava schizzargli fuori dal torace.

Per tutto il giorno fu turbato e, di conseguenza, intrattabile. Brutta faccenda per chi lavorava a contatto con il pubblico. Giorgio era, infatti, assistente sanitario in un consultorio per adolescenti ed era abituato ad essere sempre affabile tanto da tranquillizzare i piccoli pazienti, soprattutto quando si trattava di praticare loro vaccinazioni o iniezioni. Prima di questo lavoro, comunque, aveva studiato a lungo: prima teologia, poi lettere antiche, ma senza approdare a nulla. Questa sua preparazione umanistica, però, lo portava ad essere un discreto psicologo e, proprio per questo, solitamente interpretava con esattezza il significato dei sogni che faceva. Spesso faceva  quelli classici che prima o poi tutti fanno, citati anche dai testi, quali la sensazione di precipitare, o di trovarsi nudo in mezzo alla gente, o, ancora, di non riuscire a parlare. A volte i sogni rispecchiavano le sue piccole vicende quotidiane: le discussioni, le preoccupazioni, il ricordo di persone care scomparse da tempo. Ma quello dal quale si era da poco risvegliato, lo lasciava perplesso: cosa significava? Chi altro mai aveva provato quella situazione onirica?

Come tutte le cose brutte, anche l’angoscia del sogno dopo alcuni giorni scemò, fino a sparire. Nei due mesi che seguirono la vita da single di Giorgio proseguì regolare, perfino monotona: nessuna grana al lavoro, nessuna discussione con i pochi amici che aveva, neppure si era più fatto vivo quel dolorino a sinistra, fra costole e fine dello sterno, quello che il suo medico gli minacciava come un inizio di ulcera. La notte riposava tranquillo e non ricordò nessun sogno che lo avesse turbato. Ma passati due mesi si ritrovò di nuovo sulla balconata e non si ricordò che avrebbe dovuto scendere a piedi per le scale: questa volta il viaggio in ascensore gli sembrò durare non meno di mezz’ora e anche il paesaggio era cambiato: non più la lussureggiante giungla che aveva visto in precedenza, ma, all’aprirsi delle porte, si trovò in uno spiazzo che gli ricordò qualcosa già visto in un film: una di quelle periferie americane malfamate dove si danno appuntamento le gang di portoricani e di neri per i loro combattimenti e dove, fra l’erba insana, oltre alle siringhe, potrebbe magari capitarti di trovare un coltello sporco di sangue o dei bossoli di pistola. Però questa volta aveva riconosciuto almeno il condominio popolare dove si trovava: anni prima, quando era ancora un ragazzo, si riforniva di programmi per computer piratati da un tizio, poi morto di un cancro al cervello, che abitava proprio nella casa del sogno. Naturalmente l’ascensore nella realtà era un normale ascensore (uno, perché l’altro era sempre rotto), ma il resto: il cortile, lo spiazzo rimasto al posto della casa demolita che si vedeva dall’alto, la scala sporca dietro le due porte a vetri, erano perfettamente identici a quelli sognati. Ma stavolta il risveglio fu addirittura peggiore: nella stanza ancora semibuia sentiva il battito del suo cuore rimbalzare fra i muri e si aspettava che quella strega che abitava nell’appartamento a fianco gli bussasse alla parete, urlandogli di smetterla di usare il martello alla mattina presto. Cercò di normalizzare almeno il suo respiro e, a piedi nudi e in maglietta e boxer si costrinse a raggiungere la cucina per bere, a piccoli sorsi, un bicchiere d’acqua tiepida e stantia lasciata sul tavolo dalla sera prima. Pian piano il cuore si calmò, ma ancora tornando verso la camera gli sembrò di sentire qualcosa di strisciante che lo aveva seguito dalla brughiera.

Nei mesi che seguirono il sogno si rifece vivo sempre più frequentemente e sempre più reale. Ogni volta il percorso orizzontale dell’ascensore diventava più lungo e il paesaggio degenerava e imputridiva ad ogni sogno: oramai lo spiazzo dove si apriva l’ascensore era pieno di pozzanghere maleodoranti, di escrementi, di gatti morti ai quali la decomposizione dava un ghigno feroce e malvagio, di poca erba di un indefinibile colore fra l’arancio spento ed il marrone e di qualche cespuglio spinoso simile ad un’agave nana. Non era solo il sogno a degenerare: il risveglio era la cosa peggiore, con quella sensazione di non riuscire a riacciuffare la realtà, pur sapendo di aver vissuto un sogno, per reale che fosse. E poi il cuore che batteva come impazzito, il respiro che entrava ma non riusciva a trovare la via d’uscita in quei polmoni ingolfati dal sangue pompato a ritmo vertiginoso, la gola che pareva non riuscire a contenere l’inturgidimento delle arterie e la testa che gli doleva fino a scoppiare. Pensò anche di andare da un medico, dove lavorava lui era pieno di medici, ma cosa poteva dirgli: che faceva brutti sogni? E se il dottore li avesse interpretati come desideri repressi innominabili? Oppure se lo avesse schernito, suggerendogli di mangiare cibi più leggeri la sera? Perciò decise che non ci sarebbe andato no a farsi visitare e che, comunque, a parte questi drammatici risvegli, stava abbastanza bene per un quarantenne. Del resto i quattro decenni sono una soglia per oltrepassare la quale bisogna pagare un pedaggio fatto di un po’ di perdita di memoria, di un calo della vista e di qualche difficoltà di digestione. Lavorava pur sempre in campo sanitario e queste cose le sapeva bene.

Dalla lunga balconata gettò una fugace occhiata al campo brullo che oramai conosceva bene e, mentre percorreva i quaranta metri che lo dividevano dagli ascensori (ma uno era guasto), si rese conto che non riusciva a ricordare perché si trovasse lì. Sapeva che un tempo ci abitava Scorpion, il pirata informatico che, in realtà si chiamava semplicemente Vincenzo, ma questi oramai era morto da tempo. Osservò che la spia dell’unico ascensore funzionante era, come sempre accesa su “occupato” e pensò di scendere a piedi, Ma per raggiungere le scale sporche bisognava attraversare ancora due porte e poi l’ambiente non gli piaceva, per cui attese un paio di minuti e, quando la spia si spense chiamò l’ascensore ed entrò nella cabina. Le porte si chiusero e non poté più vedere l’esterno. Si accostarono con uno sbuffo quasi stanco, e, appena premuto il tasto “T”, l’ascensore partì con un ronzio lieve che indicava come i motori fossero molti piani al di sopra. Dopo alcuni minuti la cabina rallentò e, senza fermarsi curvò verso sinistra e cominciò il suo tragitto orizzontale. Pur a porte chiuse si accorse che la luce esterna scemava verso il tramonto, eppure era solo settembre e dovevano essere circa le quattro del pomeriggio. O almeno lo erano quando aveva premuto il tasto di avvio. Allora ricordò che era un sogno e si rassegnò al fatto che ci viveva dentro, per quanto brutto fosse e sembrasse reale.

La fitta al braccio sinistro fu tremenda e Giorgio sapeva cosa significava. Se non altro, pensò, ora questo dolore mi sveglierà e così potrò chiamare un’ambulanza. Ora il dolore si era esteso alla parte alta del petto e lui cercò, a tastoni nel buio, l’interruttore dell’abat-jour… ma trovò il metallo delle porte dell’ascensore e allora si accorse che non era più dentro un sogno, allora capì, finalmente che cosa il sogno gli aveva sempre voluto comunicare, qual era il suo avvertimento e allora, con l’ultimo fiato rimasto, urlò come mai aveva fatto e come non avrebbe più potuto fare.

Dall’altra parte la vicina cominciò a strepitare e a picchiare pugni sulle pareti metalliche della cabina.

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Pubblicato da su aprile 24, 2011 in Racconti

 

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