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IL GIORNO CHE GIO’ IMPARO’ A VOLARE

24 Apr

Giò era Giò da sempre(scritto proprio così, non all’americana con la “i” lunga): solo sua madre conosceva il suo vero nome. Gli altri non avevano mai saputo se fosse il diminutivo di Giorgio o Giovanni o Giordano. Giò era un bambino solo. E non solamente perché si erano trasferiti nel paese da poco. Il paese, tanto piccolo da non ricordarne il nome, era in alta collina, o bassa montagna: circa ottocento metri. Era piccolo, ma immerso nei boschi, sdraiato, o meglio, acciambellato, in una valle circondata da montagne più alte e brulle. Avevano dovuto trasferirsi lì dopo la morte del padre di Giò avvenuta a causa di un brutto incidente sul lavoro. Alla sua mamma avevano offerto un lavoro, che consisteva nell’occuparsi della canonica e della piccola chiesa, nonché del parroco, un brav’uomo anziano, che in cambio le dava uno stipendio modesto, ma l’uso di una casetta di proprietà della chiesa. Con gli affitti esorbitanti della città e col fatto che c’erano state delle irregolarità nel versamento dei contributi al padre di Giò, loro avevano dovuto rassegnarsi al trasferimento in montagna: senza parenti, senza amici e non troppo ben visti, come spesso avviene nei paesi quando arrivano dei forestieri dalla città. Ma madre e figlio, pur non essendo felici e non potendo permettersi nulla al di fuori dell’indispensabile, avevano accettato quella sistemazione con rassegnata serenità e cominciavano ad uscire solo ora dallo shock per la tragedia che li aveva colpiti. Se in un paese la gente può essere fredda coi nuovi venuti, i bambini, a volte, riescono ad essere addirittura crudeli e di tale cattiveria ne faceva le spese Giò. Giò era un bambino di dieci anni, mingherlino, molto sveglio e dolce, anche se l’essere rimasto orfano di padre ne aveva aumentato la timidezza e l’indole malinconica. Appena arrivato in paese aveva dovuto subire scherzi pesanti dai nuovi compagni di scuola: più volte era stato picchiato, schernito, ma soprattutto isolato. Non lo lasciavano giocare con loro e, passato il divertimento degli scherzi, ai quali lui non aveva mai reagito, ora lo ferivano con l’indifferenza. Si sentiva un bambino trasparente e invisibile, attraverso il quale si poteva guardare senza vederlo. In realtà lui un amico l’aveva, anzi due. Antonio era un altro bambino trasparente: poco sveglio, malaticcio, tanto che i capelli biondi e stopposi si diradavano in una evidente alopecia. Antonio era l’ultimo della classe ed era compagno di banco di Giò che lo aiutava come poteva. L’altro amico era cane, il cane di Antonio (il suo nome era proprio così: solamente cane): era quasi altrettanto brutto quanto il suo padrone, era quasi altrettanto buono quanto il suo padrone. Dopo la scuola e dopo i compiti, i tre, approfittando di un settembre ancora dolce, sparivano fra i boschi fino a quando qualcuno non cominciava ad abbassare la manopola che regolava la luce diurna e dipingeva ombre adulte ai piedi dei tre piccoli corpi (anche gli esseri trasparenti proiettano ombre: lo sapevate?).

A volte si spingevano fino al costone. Questo si trovava oltre il margine dei boschi: da lassù potevano vedere l’intera vallata, il mondo intero, quello che non avrebbero mai visto in altro modo che non sull’atlante geografico. Giò, che era il più sognatore, guardava affascinato le poiane ed altri grossi rapaci che volavano alti e da lassù potevano veramente vedere il mondo, la città dalla quale Giò era venuto e forse anche il suo papà che era volato in cielo. Lui se lo ricordava il suo papà: anche quando era stanco la sera dopo aver scaricato sacchi di cemento tutto il giorno (quei sacchi che, cadendo tutti insieme lo avrebbero poi ucciso), dopo essersi lavato prendeva Giò sulle ginocchia, lo baciava con quella barba ispida che dava a Giò un piacevole fastidio, e faceva con lui progetti di viaggi lontani e di avventure.

Così trascorse quel tiepido settembre e la prima settimana di ottobre. Poi, una mattina Giò si svegliò e scoprì che era arrivato l’autunno, che in montagna è già inverno. Allora bisogna tirare fuori la giacca a vento, i maglioni, berretto e guanti di lana, e per un bel po’ ci si scorda dei giochi all’aperto e delle passeggiate. Quel primo autunno nel nuovo paese non fu bello per Giò: potendo uscire di meno, era spesso in canonica con la mamma e spesso l’aiutava. Il sagrestano aveva cominciato a mostrare interesse per lui: insisteva perché andasse a casa sua per una cioccolata calda, poi avrebbero visto una videocassetta come Giò, era sicuro, non ne aveva mai viste. Mentre gli parlava lo carezzava sulle gambe, se aveva i calzoncini corti, le dita ossute dell’uomo si insinuavano su per la coscia fino quasi ad arrivare all’elastico basso degli slip. Non era mai arrivato, però, alla “zona proibita”. Pur essendo un bambino sveglio, Giò non capiva il comportamento dell’uomo, sentiva solo, istintivamente, che non doveva fidarsi di lui e delle sue videocassette speciali. Il papà di Giò se n’era andato prima di potergli spiegare certe cose e, da questo punto di vista, lui era molto più ingenuo dei suoi compagni di classe. Non successe mai nulla di strano: l’unica cosa fastidiosa era che i compagni avevano trovato un modo nuovo di tormentarlo: “Ehi, cittadino, te la fai col sagrestano adesso? Almeno fatti pagare bene!”. Anche di quelle parole Giò non capiva bene il senso, ma ne provava vergogna e disagio. Un’altra situazione negativa di quel pieno autunno era che anche per la sua mamma stava diventando il bambino trasparente: cosa si può sapere a dieci anni di preoccupazioni, di mancanza di un compagno, di debiti da pagare? Ma Giò era buono, sopportava, ma soffriva e si intristiva e, le poche volte che il cielo era terso e c’era una parvenza di tepore, correva al costone e guardava in cielo, verso la nuova casa del suo papà che gli mancava tanto.  Anche il maestro, un uomo duro e calvo come le montagne intorno al paese, che fino allora lo aveva ignorato, lo stava prendendo in antipatia: lo definiva presuntuoso e saccente. “Credi che perché vieni dalla città puoi insegnare qualcosa a noi poveri montanari?” l’aveva apostrofato un giorno. Un’altra volta il maestro aveva sbagliato l’uso di un congiuntivo e Giò, ingenuamente l’aveva corretto. Non l’avesse mai fatto! Il maestro lo fece venire alla cattedra e, fattolo girare con le spalle ai compagni, gli inferse due terrificanti bacchettate sul sedere con il giunco che usava per indicare la carta geografica. Più che il dolore lo ferì l’umiliazione: i compagni scoppiarono a ridere e, mentre tornava al suo posto in fondo all’aula, accanto ad Antonio che, invece stava piangendo in silenzio, qualcuno di essi lo apostrofò: “ Dai, cittadino, facci vedere il sedere a strisce, o lo fai vedere solo al sagrestano?”. Non pianse, i suoi occhi risucchiarono i due goccioloni che si erano formati agli angoli delle palpebre. Se ci fosse stato ancora il suo papà, nessuno lo avrebbe preso in giro; se fosse stato ancora nella sua vecchia scuola, con la sua dolce maestra, là nessuno picchiava i bambini. Giò non piangeva mai di fronte agli altri: lui piangeva in silenzio solo al buio quando andava a dormire. Era stato così anche dopo l’incidente al cementificio. Ora, però, la sua sofferenza aumentava a dismisura: anche i suoi venticinque chili avevano bisogno d’amore, dell’amore di un adulto, non solo dell’amicizia di un fantasma come lui e del suo cane.

Passò l’inverno e parte della primavera prima di poter riporre nel baule gli indumenti di lana. L’aprile avanzato lo trovò un po’ più vecchio per tutto ciò che aveva subito, ma finalmente poteva tornare quotidianamente fra i boschi coi suoi due inseparabili compagni; poteva tornare lassù ad osservare i rapaci e guardare il cielo, a parlare col suo papà che non gli rispondeva, ma lo ascoltava, ne era sicuro.

Un giorno trovarono un giovane aquilotto: una fucilata gli aveva spezzato un’ala. Lui e Antonio, dopo averlo nascosto in un cespuglio, tornarono in paese a procurarsi delle bende e, con dei rametti diritti e flessibili, gli steccarono l’arto ferito. Lo strano fu che l’animale, nonostante il dolore, non cercò mai di beccarli. Ogni giorno, dopo i compiti, che Giò faceva e Antonio copiava, tornavano lassù a portargli un po’ di carne sottratta al loro pasto. Dopo circa un mese provarono a sbendarlo: sembrava che l’ala fosse a posto, ma ancora non ce la faceva a volare. Così, oltre che a nutrirlo, cominciarono ad aiutarlo a riprendere il volo: posti uno di fronte all’altro in uno spiazzo, se lo lanciavano con delicatezza, ogni volta allontanandosi di un po’.

E l’aquilotto riprese a volare. E ricambiò le cure ricevute. Anche quando volò via, non li abbandonò: tornava da loro ogni giorno e guardava soprattutto Giò con uno sguardo che sembrava dirgli: ”Seguimi, cosa aspetti? puoi farcela anche tu a volare, se lo vuoi: tu non hai le ali, ma hai la fantasia”.

E un giorno Giò ci provò e ci riuscì: si staccò da terra e volò per alcuni metri. E l’aquila sembrava dirgli: “Non avere fretta, anch’io ci ho messo tanto ad imparare e poi a reimparare, grazie a voi.”. Ogni volta Giò volava un poco di più, un poco più alto, ma non era ancora pronto. Gli ci volle tutta l’estate, ma oramai volava lento ed alto in larghe volute come il suo nuovo amico. Antonio lo guardava estasiato, lo applaudiva, ma sapeva che presto lo avrebbe perso, che se ne sarebbe andato e lui non avrebbe più rivisto il suo unico amico, oltre cane, s’intende.

Agosto e l’estate morivano, così come un anno prima era morto il suo papà, ma oramai Giò era pronto: non solo era pronto al volo, ma era pronto a cercare il suo papà lassù nella sua nuova casa fra le nuvole.

E finalmente un giorno di settembre, proprio il giorno prima che rincominciasse la scuola, Giò VOLO’ VIA. L’aquila lo aspettava su, in alto, lui la raggiunse ed insieme diventarono due piccoli punti contro il sole.

Antonio rideva, mentre grosse lacrime gli rigavano il volto.

Nessuno vide mai più Giò, Ma nessuno, tranne Antonio e cane, si  accorse che se n’era andato.

Lui era il bambino trasparente.

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Pubblicato da su aprile 24, 2011 in Racconti

 

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