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L’UOMO NERO

21 Apr

L’UOMO NERO

“Ninna nanna, ninna ‘o
questa bimba a chi la do?
La daremo all’uomo nero
Che la tenga un anno intero”

nerouomoQuesta era la ninna nanna che la piccola Marta si sentiva cantare la sera, fino da quando aveva un anno di vita.

Probabilmente gliela cantavano anche prima, ma allora era troppo piccola per capirne le parole e il significato.

Invece, dall’anno in poi, questa filastrocca, unita a racconti di fiabe di bambini divorati da orchi, di altri in procinto di essere cucinati da streghe e di altri ancora abbandonati in un nero e pericoloso bosco, le misero addosso un vero terrore.

E così Marta, nel momento stesso in cui cominciò a capire, smise di dormire.

Allora la ninna nanna della mamma incrementò le sue minacce: all’uomo nero si aggiunsero, allora, altri pervertiti, come quello bianco che l’avrebbe tenuta fino a che fosse stato stanco.

E dopo? Cosa ne avrebbe fatto di lei, una volta stancatosi di tenerla con sé? Forse l’avrebbe gettata dentro un fosso, come era solito fare l’uomo rosso! Se non altro l’uomo blu l’avrebbe tenuta “soltanto” un anno e più.

Rispetto a questi, dunque, l’uomo nero sembrava quasi una brava persona.

Ma crescendo Marta cominciò a domandarsi cosa le avrebbero fatto quei personaggi colorati in tutto quel tempo: le era parso di capire che non fossero proprio degli stinchi di santo.nero3

Così la bambina non dormiva mai, però aveva imparato a fingere: se la mamma pensava che lei stesse dormendo, certo avrebbe smesso di cantare quell’orribile canzoncina e non avrebbe più chiamato i suoi aiutanti colorati.

Quando la bimba fu un poco più grande e cominciò ad andare all’asilo, prima, e alle elementari poi, alcuni suoi compagni maschi le raccontarono che avevano visto in un film che l’uomo nero di solito si nasconde sotto il letto o, a volte, dentro l’armadio guardaroba, in attesa che i bambini si addormentino e spengano la luce per trascinarli via.

Alla domanda di Marta su dove fossero portati i bambini rapiti dall’uomo nero e dai suoi fratelli di vari colori, le risposte erano vaghe: qualcuno sosteneva che venissero semplicemente condotti all’inferno, altri dicevano, invece, che la televisione aveva raccontato di una bambina che era stata venduta agli zingari dopo essere stata rapita, certamente da parte di uno di quegli uomini della notte.

Altri ancora, infine, le parlavano di una gora terribile e piena di mostri affamati in attesa della carne bianca e dolce dei bambini che non volevano addormentarsi subito.

Già, ma se questi aspettavano solo che i bambini dormissero per portarli via, cosa bisognava mai fare per tenerli lontani? Nel dubbio Marta continuava a non dormire e, contemporaneamente, a tenere la luce accesa.

Quando poi, finalmente la mamma se ne accorse e le intimò di spegnerla, la bambina si procurò una pila ed allora vegliava sotto le coperte con la sua protezione luminosa.

Così, per dieci anni Marta non chiuse praticamente occhio: si decideva a farlo solo d’estate, quando andavano in vacanza al mare, mentre sulla spiaggia i suoi coetanei e coetanee giocavano, lei, sdraiata sulla sabbia calda con un asciugamani sotto, dormiva sotto il sole per evitare di doverlo fare quando veniva buio.

Lì, in pieno sole, in mezzo alla gente, l’uomo nero e gli altri non avrebbero osato portarla via e gettarla chissà dove: del resto le alternative raccontatele dai compagni, su quale fosse il destino che aspettava i bambini rapiti, erano tutte ugualmente terribili.

Ogni tanto sulla spiaggia passava sì qualche uomo nero, ma quelli avevano già altra roba da vendere e, forse, non avevano bisogno di lei.

Poi, una notte del suo decimo anno di vita, l’uomo nero arrivò sul serio.

uomoneroNon era, però, né sotto il letto, né dentro l’armadio: Marta lo sentì arrivare dal corridoio ed aprire la porta della sua cameretta.

La piccola invidiò, in quel momento, i suoi compagni e compagne che avevano un fratello o una sorella che dormivano in camera con loro: con un testimone l’uomo nero non avrebbe osato agire o, se non altro, avrebbe potuto scegliere fra due bambini. Invece lei era figlia unica e non aveva scampo.

Quando sentì l’uomo nero aprire la sua porta, chiuse gli occhi e finse di dormire. Un po’ funzionò, perché questi non la portò via, ma le fece del male: forse questo gli serviva per vedere se la bambina dormiva veramente oppure fingeva soltanto.

Ma Marta non voleva dargliela vinta, perciò non si mosse per tutto il tempo, anche se avrebbe voluto urlare di dolore e paura.

Da quella notte l’uomo nero tornò molte altre volte a trovarla, almeno un paio alla settimana, quando la mamma faceva il turno di notte in ospedale, dove lavorava, ma sempre la bambina coraggiosamente teneva gli occhi chiusi, anche se quello che l’uomo nero le faceva era molto brutto e doloroso.

Un bel giorno, però, Marta decise di agire: avrebbe combattuto quel mostro e non tanto per se stessa, quanto per tutti i bambini del mondo che dovevano subire tutto quello che l’uomo nero faceva a lei.

Così, una sera, prima di andare a letto nascose sotto il cuscino un grosso coltello da cucina. In piena notte, quando la casa era immersa nel silenzio, Marta sentì i passi in corridoio e la porta aprirsi: era lui! La mano della bambina corse sotto il cuscino ed afferrò il manico della sua arma; nonostante tutto rabbrividì sentendo il legno a contatto della sua pelle.

L’uomo nero scostò il lenzuolo, le tolse i pantaloni del pigiama e le si sdraiò sopra: fu in quel momento che la mano della bambina uscì da sotto il cuscino e piantò il coltello nella schiena dell’uomo nero, che non ebbe neppure il tempo di stupirsi.

Dopo un po’ Marta prese il coraggio a due mani e aprì gli occhi, per guardare in faccia come era fatto l’uomo nero, ed allora capì… Capì che l’uomo nero poteva assumere qualsiasi forma volesse: quello che lei aveva ucciso puzzava di vino e aveva preso la faccia del suo papà! Quando lei raccontò agli uomini in divisa che quello non era il suo papà, ma l’uomo nero che ne aveva preso le sembianze, questi la portarono via e la misero in un luogo con la porta chiusa a chiave, le sbarre alla finestra della sua camera e i muri imbottiti

Forse lo fecero per sottrarla alla vendetta degli altri, dell’uomo rosso, di quello bianco e di quello blu, i mostruosi fratelli di quello che lei aveva eliminato.

Le mancava un poco la sua casa; da quel giorno, però, finalmente Marta poté dormire tranquilla, non c’era più l’uomo nero a farle del male, era finalmente libera dall’incubo e libera di poter chiudere gli occhi e addormentarsi serenamente.

A volte veniva a trovarla la mamma e rimaneva accanto al letto a vegliarla fino a che non si addormentava da sola, senza canzoncine o nenie.

Ninna nanna, ninna ‘o,
questa bimba a chi la do?
La daremo alla sua mamma,
che la porti a far la nanna”.

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1 Commento

Pubblicato da su aprile 21, 2011 in Racconti

 

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Una risposta a “L’UOMO NERO

  1. Anna Pagliarini

    ottobre 19, 2011 at 5:32 pm

    Mi piace molto questo tuo racconto. Storie di donne che se anche non finiscono al manicomio, gli vengono spezzate le gambe raccontato con semplicità e realismo. Grazie

     

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