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Una giornata di scuola

15 Apr

Arrivò, finalmente, la chiamata del provveditorato e la nomina nella nuova scuola: il lavoro anche per quell’anno ci sarebbe stato.

L’istituto dove il professor Massaluppi era destinato, oltretutto, era situato in una zona abbastanza centrale della città, era comodo da raggiungere ed aveva fama di essere una scuola tranquilla, senza i mille problemi di quelle di periferia, le cosiddette scuole di frontiera.

Si sarebbe accorto presto che i problemi non esistono solo in periferia, che i ragazzini di dodici, tredici anni, di problemi ne hanno mille, spesso portati a scuola da casa propria, per poi riversarli in classe su compagni e insegnanti.

Massimiliano Massaluppi apparteneva ad un’altra epoca, una in cui le mamme, anche nelle famiglie più umili, erano sempre a casa, intente a pulire, a cucinare, cucire e, nel poco tempo libero, a lavorare a maglia.

Però erano a casa e ci si poteva parlare, confidare, averne un punto di riferimento e quindi allora invitare i compagni a fare i compiti e giocare, o andare a casa loro, era la regola.

Ma adesso ci sono altre esigenze: talvolta inevitabili, perché con uno stipendio solo non si campa, talora perché ai giorni nostri non si può e non si vuole rinunciare alla seconda automobile, al terzo televisore, al quinto telefonino e allora le madri lavorano e i figli crescono da soli fin da piccoli, al massimo con nonne o tate e in famiglia ci sono tensioni, le coppie si sfasciano e in mezzo allo sfascio ci sono bambini che soffrono, quasi sempre in silenzio, e allora gli si da il computer, la consolle per i videogiochi, il cellulare e i vestiti firmati, ma i bambini hanno altre esigenze, che si chiamano amore e attenzione.

In quella scuola di figli di professionisti, di ragazzi benestanti i casi di famiglie incomplete, allargate, se si vuole, riguardavano almeno la metà degli alunni e le classi di Massaluppi non facevano eccezione.

Lui sapeva, lo sperimentava da anni, che non si può insegnare a prescindere da ciò che accade nelle case, una volta chiuse le porte blindate che proteggono solo beni materiali, non sentimenti.

Allora, quando un ragazzino ha due padri, o nessuno, che è la stessa cosa, in un ambiente che è quasi esclusivamente femminile, un insegnante uomo a volte viene visto come surrogato del padre mancante, ed è sbagliato; oppure viene visto come l’immagine riflessa di quel padre assente, traditore, perché ti mette al mondo e poi ti trascura: in sostanza non c’è un comportamento – tipo e quindi non c’è una risposta – tipo da dare.

L’esperienza spesso viene in aiuto, ma in qualche caso il rapporto personale fra docente e allievo si rivela un vero disastro.

Così fu, fin dal primo giorno, dalla prima ora di insegnamento del professor Massaluppi in quella seconda media, una classe difficile, perché tredici anni sono, comunque, un’età difficile.

I ragazzi amavano l’insegnante dell’anno precedente e lui era l’usurpatore, così il rapporto, essendo solo professionale, fu subito molto complicato.

Poi, col passare dei giorni, le cose si sistemarono un po’, non prima, però, che il povero insegnante appena arrivato, catapultato in una realtà nuova, fosse costretto a subire un processo da parte dei genitori al primo consiglio di classe; pareva che tutti quei genitori, più severi a scuola che a casa, fossero sempre stati insegnanti, non impiegati, architetti, medici o altro: ognuno aveva la soluzione il rimedio.

Massaluppi lo sapeva, c’era già passato più di una volta ed allora diceva di sì, si mostrava accomodante, ma poi faceva comunque a modo suo e, alla fine dell’anno, visto che i risultati erano buoni, i ragazzi preparati, tutto rientrava.

Con quella seconda si trovò, dunque, un modus vivendi, ma non con Walter.

Walter era chiuso, introverso, poco propenso a imparare e a comunicare.

Il professore lo richiamava spesso per la sua disattenzione e il ragazzo, allora, si sentiva perseguitato, mugugnava, faceva di proposito il contrario di quanto gli veniva chiesto ed allora arrivarono i voti negativi, le note disciplinari e il loro rapporto non migliorava di certo.

Del resto in classe erano quasi in trenta e non c’era il tempo materiale per costruire un rapporto con quel ragazzino difficile, del quale non sapeva nulla, del quale non conosceva la storia che aveva alle spalle.

Quella mattina era stata particolarmente difficile, i ragazzi l’avevano fatto gridare più volte, continuavano a interromperlo, soprattutto Walter: il professore era in uno di quei momenti in cui vien voglia di uscire dall’aula, dalla scuola, dall’insegnamento, per sempre.

Poi si udirono le voci concitate, le urla: cosa c’era nell’aria quella mattina?

Massaluppi aprì la porta per vedere cosa fosse successo e si trovò a tu per tu con una pistola e dietro questa c’era un uomo, verosimilmente uno psicopatico; l’uomo con la pistola gli intimò di spostarsi, ma quello lui non poteva permetterlo: doveva difendere i suoi ragazzi, anche quelli lì con cui non aveva mai instaurato un vero rapporto.

Lentamente lui avanzò verso quell’’uomo e questi lo minacciava, ma nel frattempo arretrava e così riuscì a spingerlo fuori dall’aula, la sua aula.

Il balordo non si aspettava di certo quella resistenza ed era disorientato. Massaluppi ne approfittò e, presa la sedia della bidella, che era scappata, si sperava a telefonare alla polizia, gliela scagliò contro.

L’uomo cadde, ma cadendo sparò e lo colpì di striscio a una coscia; non una ferita grave, ma il sangue colava e si portava via le sue forze.

Ciò nonostante Massimiliano Massaluppi gli si lanciò contro, prima di essere troppo debole per farlo e gli afferrò i polsi, soprattutto quello destro per impedire che sparasse ancora.

Qualche alunno e qualche insegnante, si erano timidamente affacciati all’uscio per vedere come andasse la lotta: Massaluppi era sicuro che, per la prima volta, tutti fossero dalla sua parte.

Dopo il colpo di pistola, però, tutti sparirono nelle loro aule, tutti tranne Walter: era sulla porta e guardava la scena come in trance.

Vai dentro, Walter – gli disse il suo professore, facendo in modo che il suo tono non risultasse di comando ma fosse un consiglio di un genitore apprensivo – è pericoloso, vai dentro, fra poco arriverà la polizia e tutti sarete salvi”

Ma il ragazzo pareva ipnotizzato: non solo non rientrò in aula, ma avanzò verso di loro.

Allora Massaluppi, preoccupato, mise nella sua presa le ultime forze e la pistola dell’uomo si allontanò dalla sua mano e scivolò sul pavimento del corridoio, scivolò verso Walter.

Il ragazzo la prese e la guardò come se fosse un oggetto misterioso, mai visto.

Le sirene si avvicinavano: polizia, ambulanze, chissà chi altro: stava tutto finendo, anche le forze del professore che presto avrebbe perso i sensi, ma fino ad allora, fino all’arrivo della polizia, doveva tenere quel pazzo immobilizzato e controllare che il suo alunno non si sparasse in un piede.

Ok – continuò con voce sempre più flebile, con quel velo di sfinimento che il sangue perso gli stendeva sugli occhi – allora se non la vuoi buttare tienila pure in mano, ma stai attento a non toccare il grilletto, a non farti male; ora arriva la polizia e la dai a loro: sei stato bravo, bravo e coraggioso”.

Ma Walter non ascoltava, non ascoltava più nulla: guardava l’arma, poi con ambedue i pollici sollevò il cane e contemporaneamente mise i due indici sul grilletto.

Per le scale si facevano sempre più vicini i passi pesanti degli agenti che stavano salendo di corsa.

Walter alzò lentamente le braccia, le tese entrambi, la pistola sembrava pesare un milione di chili, per un attimo Massaluppi vide dentro la canna dell’arma e ciò che c’era dentro non gli piacque; il ragazzo prese la mira e puntò l’arma contro quell’uomo che aveva odiato fin dal primo giorno; poi, a fatica, tirò il grilletto verso di sé.

E il mondo intero parve esplodere.

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Pubblicato da su aprile 15, 2011 in Racconti

 

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