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IL MOSTRO NELL’OMBRA

15 Apr

IL MOSTRO NELL’OMBRA

 

Yul avanzava a fatica nell’intrico del bosco. Era ancora giorno, ma il sottobosco era talmente fitto che c’era già quasi buio e nel buio c’era qualcosa, qualcosa forse d’inquietante, qualcosa che forse lo seguiva, forse lo precedeva, forse lo aspettava o forse non si era ancora accorta di lui. Eppure Yul non aveva paura, e si stupiva quasi di non averne. L’unica cosa che lo infastidiva era più che altro il fatto di non ricordare: perché era nel bosco, dove andava, da dove veniva? Erano tutte domande senza risposta perché non ricordava assolutamente nulla del suo passato, recente o remoto che fosse.

Pensò come era strana la vita e come erano strani i meccanismi della mente: ricordava cosa erano gli alberi, cos’era un bosco, tutte le parole della sua lingua, ma non sapeva nulla delle ultime ore, o degli ultimi giorni, o mesi, perché non aveva neppure la cognizione del tempo.

C’era, però, in lui quell’istinto innato che lo portava ad andare avanti. Era, più che un unico istinto, un insieme di vari istinti: fame, sete, conservazione, curiosità. Prima o poi il bosco sarebbe finito ed oltre quello ci doveva essere un altro mondo con tutte le risposte e, forse, con i suoi ricordi.

Ma c’era il grosso punto interrogativo di quell’altra presenza: poteva rappresentare un pericolo per Yul? E chi poteva dirlo, fintanto che non avesse scoperto l’identità dell’altro. Ma Yul continuava ad essere tranquillo, seppure innervosito dalla propria amnesia; forse era incoscienza o forse, invece, piena coscienza di se stesso.

Il buio si faceva sempre più intenso, scendeva, insieme alla nebbia, a folate come una colata d’inchiostro, ma Yul riusciva ancora a vedere, perlomeno a vedere ciò che era necessario, vale a dire gli alberi e il terreno, così da non farsi colpire al volto dai rami più bassi o da non rompersi una gamba in una buca magari nascosta dalle foglie cadute dagli alberi secolari.

Oramai erano diverse ore che stava camminando: non poteva quantificarle, ma la cognizione del tempo era un altro dei sensi che il bosco gli aveva acuito; decise, così, di fermarsi un attimo a riprendere le forze e raccogliere le idee. Più che essere stanco aveva molta fame: nel bosco doveva pur esserci qualcosa di commestibile, ma quegli alberi non erano certo piante da frutto, per cui doveva puntare su qualcosa di vivente, anche se fino ad allora non aveva visto nessun animale, piccolo o grande che fosse: forse le due presenze in movimento avevano spaventato tutte le creature, evidentemente non abituate ad intrusioni estranee nel loro habitat.

Era difficile concentrarsi con i tremendi crampi della fame che gli facevano brontolare rumorosamente le budella, ma Yul cercò di ritrovare il suo sangue freddo e ricordare qualcosa.

E qualcosa ricordò: c’era forse stata una guerra terribile, ma non molto di recente, forse prima che Yul venisse al mondo o forse quando era piccolo. Ricordava vagamente che dopo la guerra c’era stato il tempo sufficiente per modificazioni genetiche che avevano creato generazioni di mutanti: che fosse un mutante quello che si trovava con lui nel bosco? Ora era più vicino, talmente vicino da sentirne l’odore acutamente selvaggio, un misto di odore di feci, urina e carne marcia, come l’alito di una fiera carnivora: forse l’altro avrebbe potuto essere un normalissimo puma o un altro animale selvatico.

Gli venne da pensare che forse era a causa delle mutazioni che lui aveva perso la memoria, o forse era stato per qualche trauma o per il digiuno che, dalla fame che provava, sembrava durare da parecchio tempo.

Ora era proprio notte fonda, una notte senza luna e senza stelle. E poi c’era la nebbia e la temperatura si era abbassata bruscamente. Ma Yul non aveva freddo. E non aveva paura della bestia che si avvicinava, anche se ora ne sentiva i passi che spezzavano i rami a terra e quelli più bassi degli alberi. Dal rumore che faceva avanzando non era certo un essere piccolo e neppure lui aveva paura, altrimenti non avrebbe fatto tutto quel baccano. D’altra parte era stupido andare a caccia facendosi sentire a centinaia di metri di distanza.

Forse era proprio la stupidità del suo avversario che lo tranquillizzava. Ma in realtà la motivazione non era neppure quella: sapeva che non doveva avere paura, punto e basta.

Ora la bestia ansimava, forse per la stanchezza, ruggiva piano, con un sordo brontolio: era probabile che anche l’altro avesse fame e che i continui urti contro i rami gli avessero provocato delle ferite, non gravi, ma fastidiose.

Yul avanzava, l’altro avanzava, prima o poi si sarebbero incontrati o scontrati: prima o poi sarebbero usciti dal bosco e, forse, lo scontro sarebbe avvenuto in uno spazio più ampio.

Era ora di riprendere il cammino: il riposo lo aveva un po’ rinfrancato; al buio aveva allungato la mano e catturato qualcosa di viscido che subito aveva portato alla bocca. Non era male, ma era troppo poco per lenirgli la terribile fame. Si alzò e riprese il cammino nella direzione che l’istinto gli dettava; sulla sua stessa linea, a poche centinaia di metri avanzava anche la cosa, la bestia, il mostro.

Ora il bosco si faceva meno fitto, stava finendo: fra poco sarebbe sbucato probabilmente su una radura, fra poco il buio della notte che si avviava alla fine gli avrebbe mostrato l’avversario che avanzava nell’ombra.

Ora Yul vedeva finalmente lo spazio aperto, quell’interminabile intrico di alberi e rampicanti era

Giunto al termine: Yul levò al cielo il capo, scoprendo la terribile dentatura, alzò anche le enormi braccia pelose ed urlò, urlò la sua soddisfazione, la sua potenza e la sua fame.

E poi vide finalmente quell’altro: non aveva sbagliato, era proprio un mutante, come Yul del resto, solo di una specie inferiore, meno intelligente e meno evoluta; era alto due metri, con zanne ed artigli da predatore, ma insignificante e poco pericoloso per i tre metri e mezzo d’altezza di Yul. Ora capì perché non aveva paura: perché nessuno poteva competere con lui.

Con due balzi fu addosso alla bestia: per lui fu un gioco sopraffarla, sbranarla e con essa cominciare a placare la sua terribile fame.

Di nuovo levò il capo verso la luce dell’alba imminente e ululò la sua vittoria e la sua soddisfazione. E ricordò, finalmente chi era: un cacciatore, un predatore di mutanti.

Se sei tu il mostro che si nasconde nell’ombra, non avrai mai bisogno d’aver paura.

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Pubblicato da su aprile 15, 2011 in Racconti

 

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