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Dirottamento

13 Apr

DIROTTAMENTO!

Mirko e la sua passione, una di quelle passioni nate fin da piccoli e mai passata: il volo.

Dapprima c’erano stati gli aeroplanini da lanciare con l’apposita fionda, poi quelli in scala da costruire con le scatole di montaggio, la colla e tanta pazienza.

Più grande aveva avuto la fase di quelli telecomandati, ovviamente costruiti da lui; erano aerei che si poteva far volare a lungo, molto più di un lancio con la fionda, e mentre quelli volavano, volava la fantasia, volava in cieli azzurri, in mezzo a nuvole di zucchero filato, in mezzo a tempeste terribili ed al comando sempre lui, l’intrepido comandante Mirko, indomabile pilota, erede di Baracca, del barone rosso, di Charles Lindberg o, magari, discendente direttamente dai fratelli Wright.

Passò il periodo delle scuole medie e pretese, contro il parere dei genitori, di iscriversi ad una scuola per periti aeronautici: da lì sarebbe stato più facile il salto sugli aerei.

Venne il diploma e Mirko fece domanda per fare il servizio militare volontario in aeronautica.

Ci furono le visite e il doloroso responso: non poteva essere accettato per un semplice, stupido, banale, insignificante soffio al cuore e non si affidano delle vite umane ad un malato di cuore che potrebbe avere un attacco quando ha la responsabilità di decine, centinaia di persone, quando è seduto su milioni di euro di valore.

La delusione, la disperazione, ma poi la riscossa e la rivalsa: fece domanda come steward e, col suo diploma di studi le possibilità erano elevate.

Poi arrivò la lettera, la convocazione per il colloquio con la compagnia di bandiera!

Non dormì per notti, in attesa del giorno previsto e quando dormiva, sognava, sognava il grande aeroplano di linea pieno di passeggeri, poi il comandante e il suo secondo che erano stati intossicati da qualcosa e allora lui prendeva coraggiosamente i comandi e conduceva alla perfezione l’aereo a terra e poi scendeva dalla scala riservata fra gli applausi di sollievo ed ammirazione dei passeggeri.

Era un sogno, ma dava le stesse sensazioni di un’avventura reale e lui si svegliava carico di adrenalina e diendorfine e subito afferrava i manuali di volo e ripassava, perché non poteva farsi sfuggire quell’ultima, unica occasione.

E venne il giorno del colloquio, lui fu brillante e ne uscì direttamente con la lettera d’assunzione in mano, invece del classico “Le faremo sapere…”.

Addirittura rotte intercontinentali, dopo un breve corso d’addestramento: non era proprio come fare il pilota, ma era comunque un sogno di bambino che si avverava veramente da adulto.
Finito il corso, gli toccava il battesimo del fuoco, la conoscenza dei suoi nuovi compagni d’avventura, le hostess, gli altri steward, i piloti, il motorista, l’ufficiale di rotta.

Avrebbe gridato dalla felicità, ma si contenne, limitandosi ad elargire grandi sorrisi e strette di mano a tutti.

Finalmentel’aereo si staccò dalla pista, puntò il suo naso verso l’infinito e si librò oltre le nuvole, oltre il cielo, oltre tutto.

Mirko svolse il suo lavoro con abilità e perizia, con un sorriso per tutti, sì anche per i passeggeri, le donne, gli uomini d’affari, i bambini, gli stranieri.

Poi un passeggero si alzò, quando già erano sull’oceano: azzurro sopra e azzurro sotto, e l’uomo andò in bagno e ne uscì con una tasca della giacca un po’ più gonfia, ma nessuno lo notò.

Subito dopo in bagno ci andò un altro, stavolta dalla business class e poi un terzo e tutti, invece di alleggerirsi nel piccolo locale lucente ed asettico, ne uscivano più pesanti.

Finito l’andirivieni, quello della business class si alzò e svuotò la sua tasca: una pistola, una maledetta pistola di legno, invisibile ai metal – detector.

E poi anche gli altri due estrassero la loro arma e uno andò in cabina di pilotaggio e una donna urlò e una hostess piangeva e i due complici di quello della business intimarono ai passeggeri di star calmi, che tutto sarebbe andato bene se ognuno avesse tenuto la testa a posto.

Ad un certo punto Mirko si accorse che l’aereo stava lentamente virando, lasciando la sua rotta: solo un esperto come lui, erede di Lindberg e del barone rosso poteva rendersene conto.

Fra i passeggeri c’era chi pregava, alcuni bambini, pur non capendo, sentivano l’elettricità e l’odore della paura che c’era nell’aria, si misero a piangere, suscitando l’ira di uno dei tre dirottatori.

Le madri li calmarono, ma loro continuarono a singhiozzare in silenzio.

Un uomo grasso e sudato, di mezza età, si alzò per andare in bagno, ma fu colpito da una botta alla nuca e cadde a terra svenuto, mentre una macchia scura si allargava sotto i suoi pantaloni.

E Mirko era di sale: tanti anni, una vita, sognando il cielo, il volo, aspettando quel momento ed ora quei tre volevano rovinare tutto, picchiavano i suoi passeggeri spaventavano i bambini, facevano piangere le hostess, minacciavano i piloti…

Lui non era un eroe: Mirko era solo pieno di rabbia e sgomento ed allora quando uno dei tre uomini che avevano ucciso il suo sogno gli capitò a tiro, gli saltò addosso.

La gente gridava e ce l’aveva con lui, perché non capiva che era per loro che lo faceva, ma questi avevano paura che la sua reazione scatenasse una rappresaglia da parte degli uomini armati, ma Mirko continuò a lottare, incurante dei colpi che riceveva: una ginocchiata al plesso solare, una gomitata al mento, ma lui doveva prendergli la pistola (e poi, che razza d’idioti erano: non si usano pistole sugli aerei pressurizzati, perché basta un colpo e qualcuno vola fuori).

Vide il dito del suo avversario contrarsi sul grilletto, diventare bianco ed allora gridò col poco fiato che la lotta gli aveva lasciato: “Cinture!” e tutti, nonostante il terrore, le allacciarono.
Poi ci fu l’esplosione: pareva una bomba, non una pistola, e il proiettile colpì il vetro del portello e questo esplose e l’aereo perse subito quota e si aprirono dei vani da cui scesero le maschere di ossigeno.
Lui era sempre avvinghiato all’uomo con la pistola e ambedue si sentirono risucchiati verso l’apertura, come attirati da un canto di sirene, mentre intorno a loro volavano giacche, cappelli, cellulari e note book, quindi furono nell’aria e allora entrambi mollarono la presa.

Il dirottatore sparì lontano, urlando, cadendo in modo scomposto e senza un minimo di dignità: già, ma quello non aveva mai avuto il volo come sogno ed obiettivo finale.
Mirko, invece, si sentì leggero, leggero e felice: ora non gli importava più dell’aereo, dei passeggeri, delle hostess e dei piloti.
Ora stava cominciando la sua avventura, il suo sogno di uomo volante, la leggenda di Icaro e il sogno di Leonardo.

Questo era il vero volo, lui, solo, l’uomo e l’aria, proprio come Icaro, come un uccello, una farfalla, un antico rettile padrone dei cieli; tratteneva il fiato per prepararsi all’entrata in acqua, ma tanto a quell’altezza non è possibile respirare.

Era dritto in piedi, le mani a tenere fermi i risvolti della giacca della sua bella divisa nuova, che non andassero a coprirgli la visuale.

Sì, perché lui ora vedeva il mondo come non mai, peccato solo che aveva perso il suo cappello nuovo con visiera.

Da lassù vedeva le nuvole, lontane e il mare, sempre più vicino, e riconosceva branchi di delfini e di altri pesci, forse tonni.

Salutò amichevolmente un terrorizzato albatro e uno stormo di anatre in migrazione.

Come era quella formula che aveva studiato a scuola? Accelerazione uguale spazio fratto tempo al quadrato: “Un corpo in caduta libera viaggia alla velocità di nove virgola otto metri al secondo quadrato”; peccato così veloce, perché si sarebbe perso tante cose: le isole, le montagne: le vedeva, ma perdeva ad ogni secondo (9,8 m/s2) dei particolari preziosi.

Era comunque bellissimo e lui era convinto che avrebbe fatto un tuffo nelle acque blu, poi sarebbe riemerso in mezzo al mare, che è la cosa più bella dopo il cielo; peccato per le scarpe di vernice nuove, ma quel volo valeva la spesa.

Mentre cadeva, vide un’aquila di mare e la salutò con un cenno della testa, perché non voleva lasciare i risvolti della sua bella giacca nuova col logo della compagnia aerea.

L’animale si accorse di quel missile umano solo all’ultimo momento, si spaventò e, per un breve tratto, precipitò anch’egli, poi si ricordò che lui aveva le ali e non una divisa da tenere composta e allora virò, cabrò e riprese il suo volo, in barba a tutti i fisici di questo mondo.

E intanto l’acqua si avvicinava a una velocità pazzesca, sempre per colpa di quella maledetta formula: ma Galileo e Newton non si potevano fare i fatti loro, godersi le bellezze di Pisa in santa pace e la piacevolezza di un pomeriggio caldo sotto un melo, in giardino senza scomodare leggi universali e numeri iperbolici?

Per colpa di quei due il suo primo ed ultimo volo fu brevissimo, ma fu comunque intenso: un’esperienza irripetibile: sarebbe forse morto, ma morto felice.

Forse avrebbe dovuto ringraziare il dirottatore, ma quello era già sparito lontano e sicuramente non aveva apprezzato come lui il volo libero.

Infine i suoi piedi toccarono l’acqua, che da quell’altezza e a quella velocità non ha nulla da invidiare, per durezza, al cemento e il dolore dei piedi e delle gambe che si spezzavano fu tremendo.

Poi non sentì più nulla.

Siccome il tempo può essere percepito in modo differente, a Mirko quel volo parve troppo breve, mentre per il dirottatore parve non finire mai.

Comunque, alla fine, ci schiantiamo tutti al suolo.

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Pubblicato da su aprile 13, 2011 in Racconti

 

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