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Come si può uccidere un bambino?

09 Apr

COME SI PUO’ UCCIDERE UN BAMBINO?

Come si può uccidere un bambino?”, chiese Rosanna dalla stanza accanto.

Marcello, suo marito, le aveva appena letto l’articolo sul giornale riguardante la morte del piccolo Roberto S. di sei anni, ucciso da uno psicopatico in un parco giochi, mentre era sull’altalena; l’uomo, con precedenti di schizofrenia grave, era entrato nel parco gesticolando e urlando frasi sconnesse, poi aveva estratto un coltello da cucina e con un solo colpo aveva squarciato la gola del piccolo.

Prima che i presenti riuscissero a immobilizzarlo ne aveva feriti altri tre: due femminucce e un maschietto di tre anni. Loro se l’erano cavata, ma per Roberto S. non c’era stato nulla da fare ed era morto dissanguato prima dell’arrivo dell’ambulanza. “Cosa vuoi farci: sono cose che succedono. Viviamo in una società dove domina un buonismo ipocrita, per cui i cani, poverini, non devono essere tenuti al guinzaglio e pazienza se sbranano un cane più piccolo, e i malati di mente non devono essere rinchiusi in manicomio, così poi succedono queste cose…”.

“Ecco – rispose la donna stizzita e sconvolta – tu te la cavi sempre con la politica e con la società moderna, coi tempi che cambiano: ma non pensi a quella piccola esistenza spezzata, allo strazio della madre del bambino?” “Francamente?”. “Francamente!”. “Francamente no. Per me è solo un nome sul giornale, è una notizia come tante. Proprio non riesco ad immaginarmi quel bambino come una persona reale. Guai se dovessi preoccuparmi di tutte le brutture del mondo! Io ho già i miei problemi personali, il mio lavoro: davvero, mi spiace, ma non riesco a sconvolgermi per una notizia di cronaca come ce ne sono molte altre”. “Sei un mostro d’insensibilità!” concluse la moglie, senza possibilità di replica, dopo di che sbatté la porta della camera da letto e la chiuse a chiave.

Per Marcello si prospettava un’altra notte sul divano, come troppe ne aveva dovute passare negli ultimi mesi. Inutile negarlo a se stesso: le cose con Rosanna non procedevano molto bene.

Eppure all’inizio della loro storia, le cose andavano diversamente, ma a quel tempo c’era per entrambi la bellezza e la gioventù, che serve a mascherare tante altre cose meno piacevoli; ora, invece, passata la passione e ritornata la ragione…

Probabilmente, anzi, sicuramente, era colpa sua, ma lui aveva grossi problemi col lavoro e i suoi pensieri, in quel periodo, erano tutti rivolti lì.

Non aveva voglia di andare già a dormire sul divano, coi ferri di sostegno che gli si piantavano nella schiena, così s’infilò il giaccone imbottito ed uscì.

S’avviò verso la sua station – vagon, forse un po’ ingombrante, ma indispensabile  al suo lavoro di agente di commercio, salì a bordo e partì senza una meta precisa, in giro per la città semi deserta nella fredda notte d’inizio autunno.

Qualcosa, forse una forza misteriosa, lo portò davanti a un parchetto con scivoli ed altalene: gli ci volle un po’ di tempo per realizzare che era lo stesso dell’omicidio del piccolo Roberto S.

Scese dalla macchina, lasciando accese le quattro frecce, come d’abitudine. I lampioni dalla luce gialla creavano ombre inquietanti fra quegli attrezzi per bimbi; un brivido gli percorse la schiena e non era solo il freddo serale.

Ad un tratto Marcello s’accorse che c’era un debole rumore, un cigolio come di catene, come delle catene di un’altalena, ed infatti una di queste si muoveva lentamente, anzi, pareva che ci fosse qualcuno seduto sopra… ma no, era sicuramente un’ombra dei lampioni.

Sotto l’altalena c’era una grossa macchia, che appariva nera alla luce artificiale, ma in origine era rossa, rosso sangue. Però… l’uomo s’avvicinò: sull’altalena che si muoveva lievemente c’era veramente un bambino seduto.

Dio mio! Un bambino così piccolo seduto lì, da solo, a quell’ora… poi dicono che succedono le disgrazie. Marcello s’avvicinò ancora… e lo riconobbe, l’avrebbe riconosciuto comunque, anche senza quel brutto segno rosso sulla pelle bianca della piccola gola infantile. Il piccolo era biondo, con la frangetta, e la sua carnagione, già chiara di natura, era resa ancor più bianca dal pallore del dissanguamento e della morte.

Marcello era senza parole e senza respiro: lui, così pragmatico e razionale, non poteva accettare di essere solo in compagnia di un fantasma… ma guardando bene s’accorse di non essere solo.

Alcuni metri dietro il bambino c’erano altre persone, ma qualcosa le tratteneva, come se ci fosse stato un vetro invisibile o come se tutti fossero stati abili mimi alle prese col classico numero del muro. In prima fila c’erano una donna anziana e un’altra un po’ più giovane: il colore della loro carnagione era il medesimo di quello del bambino.

Più dietro altre persone, una moltitudine: la maggior parte anziani, ma qualcuna anche più giovane dello stesso Marcello.

Una ragazza poco più che ventenne portava sotto braccio la propria testa come fosse stata un’anguria d’estate: di quella si ricordò di avere letto un mese prima, era stata decapitata dal parabrezza della propria automobile appena comperata, in un incidente causato da un pirata ubriaco che era poi fuggito.

La folla parlava e Marcello non poteva sentirli, eppure capiva perfettamente le loro parole. S’avvicinò al piccolo e si mise davanti a lui accosciato sui propri talloni. Il piccolo era triste: per un attimo fermò l’altalena, poi scese ed andò a sedersi sulle ginocchia dell’uomo.

Non pesava nulla. Marcello si ritrovò ad accarezzargli il capino e quei capelli sottili come fili di seta: vedeva un po’ sfocato e si rese conto che stava piangendo. Il bambino gli si strinse al collo.

Ho paura”, gli disse, ma parlava alla sua mente, non alle sue orecchie. “Lo so – rispose Marcello – Tutto è avvenuto così in fretta che non hai avuto il tempo di abituarti al tuo nuovo mondo, per questo hai paura d’andarci, ma non devi temere: là non sarai solo, c’è tanta gente che ti aspetta e che ti vuole bene e ti proteggerà.

Sai, forse non te le ricordi o forse non le hai mai conosciute, ma ci sono la tua nonna e la tua bisnonna. Loro staranno sempre con te e da dove andrai potrai vedere la tua mamma, il tuo papà, tua sorella e sentire quanto ti amano e pregano per te”.

“E tu come sai queste cose?”, chiese il bambino un po’ diffidente.“Lo so, perché ho visto le tue nonne e me l’hanno detto loro: tu non le hai sentite solo perché sei troppo spaventato e disorientato. Ora vai, è tardi, vai o rimarrai intrappolato fra i due mondi e non potrai vedere la tua mamma”:

Stavolta il piccino si convinse e si avviò verso quella piccola folla in attesa.

La parete di vetro invisibile non esisteva più.

Le due donne anziane lo presero per mano e gli sorrisero.

Fecero alcuni passi, poi il bambino si fermò puntando i piedi, lasciò la mano di una delle due donne e, giratosi verso Marcello, l’agito in un definitivo saluto, poi tutti svanirono.

Marcello non aveva mai smesso di piangere, ma lui, il mostro insensibile, non se ne vergognò.

L’altalena cigolava ancora piano, ma stavolta sopra non c’era più nessuno.

L’uomo si asciugò gli occhi e risalì in macchina.Ora la notte era veramente fredda.

Tornò a casa.

Rosanna dormiva.

Marcello si sdraiò vestito sul divano; l’indomani la moglie avrebbe trovato un uomo profondamente cambiato

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Pubblicato da su aprile 9, 2011 in Racconti

 

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