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Amanti

09 Apr

AMANTI

Tutto finì dove tutto cominciò o,  se si vuole, tutto cominciò dove la cosa finì.

Era un prodromo d’inverno: sulla spiaggia soffiava un vento teso e gelido che faceva lacrimare gli occhi, la sabbia veniva spazzata in folate fastidiose e quella che restava a terra

era dura e compatta come cemento.

Miracolosamente in quel deserto di freddo c’era una baracca che fungeva da bar e che era ancora aperta.

Dentro poche anime: un paio di cercatori di cannolicchi che odoravano di salmastro nei loro stivali di gomma e nei loro passamontagna arrotolati sulla fronte; avevano cercato per tutta la mattina di conquistarsi il pranzo, infilando i loro uncini nelle buche del bagnasciuga che segnalavano la presenza dei molluschi, poi il freddo e l’idea di un caffé bollente, magari corretto a grappa, avevano vinto ed ora erano lì, sulle panche sgangherate, l’uno di fronte all’altro, a parlare sommessamente di chissà cosa: forse della famiglia, forse di politica, o di calcio o di nulla.

Marina, invece, era lì perché aveva litigato con Carlo, il marito, allora era  fuggita da lui, dalla città: aveva camminato a lungo sulla spiaggia deserta, circondata, senza vederle, dalle evoluzioni dei gabbiani sulla battigia, poi anche lei si era arresa al vento ghiacciato e si era rifugiata nella baracca invitando con lei tutti i suoi pensieri.

C’era anche Remo a scaldarsi le mani con la tazza del cappuccino bollente: lui era finito là dentro per cercare un po’ di solitudine in cui sfogare la rabbia per un affare andato a male all’ultimo momento: non un affare qualunque, ma l’affare della vita, quello che avrebbe potuto fargli risollevare il capo dalla melma dove stava soffocando.

Il barista, un uomo di età indefinibile, non aveva un umore migliore dei suoi avventori; si domandava perché si ostinasse a tenere aperto fuori stagione, tanto più in una giornata come quella.

Le consumazioni dei presenti non ripagavano la corrente elettrica, né la fatica di essersi alzato all’alba ed avere aperto quel rudere che cigolava sotto la sferza del vento.

Carlo! pensava Marina, quell’ignobile spilorcio che le aveva fatto una scenata, conclusa con un ceffone, solo per una piccola spesa di lei: lo sopportava da quasi vent’anni e le era negato anche l’acquisto di un golfino nuovo: le scese una lacrima di rimmel, ma nessuno ci fece caso.

Ed ora? Pensava Remo, avrebbe avuto la forza e l’occasione di risollevarsi da quell’ennesimo insuccesso? Erano troppi anni che inseguiva l’affare che lo avrebbe sistemato, che avrebbe spazzato via la mediocrità in cui viveva.

Ognuno dei cinque aveva i propri pensieri, nessuno era felice, in tutti il vento aveva smosso qualcosa dentro.

Remo portò il suo cappuccino e i suoi crucci ad uno dei tanti tavoli liberi, lo stesso fece Marina col suo latte macchiato e, soprappensiero, si ritrovarono allo stesso tavolo, seduti uno di fronte all’altra.

Nessuno dei due accennò a spostarsi, ma si fecero un sorriso di convenienza, che era scusa, presentazione e saluto ad un tempo.

Fuori la luce si era abbassata: era ancora mattino e già si intuiva il crepuscolo.

Sui vetri, già sporchi di loro, della baracca ogni tanto arrivava qualche spruzzo di acqua di mare, un’acqua anch’essa sporca di schiuma marrone che preannunciava una mareggiata di quelle memorabili.

Ma sì, pensò il barista, che il mare si porti via tutto definitivamente, almeno la smetto con questa vita, schiavo di un  lavoro che non rende nulla! Tutti gli anni era la stessa storia, poi arrivava l’estate, i turisti, ed allora gli tornava l’entusiasmo per il proprio lavoro.

Remo e Marina avevano cominciato a discorrere fra loro sottovoce, ogni tanto ridevano, ma lì dentro pareva che non ci fosse sonoro: non si udiva nulla di ciò che dicevano loro, né dei discorsi dei due pescatori di molluschi.

Marina era elegante: poteva permetterselo coi soldi del marito, che aveva una famosa quanto vecchia sartoria, anche se le loro liti erano sempre per le spese di lei; al collo portava un foulard affinché il fondotinta non le sporcasse il colletto della giacca color panna e portava anche un grosso paio di occhiali azzurrati, questi per nascondere il segno sotto l’occhio sinistro, frutto dell’ultima discussione col marito sarto.

Ora il vento era un po’ calato e dai cumuli di nubi nerastre ogni tanto faceva capolino un timido raggio di sole, subito risucchiato dalla massa nuvolosa. L’uomo e la donna decisero di uscire a fare quattro passi sulla spiaggia, anche se i tacchi alti di lei non erano adatti all’irregolarità di questa.

Remo pagò per entrambi e uscirono; Marina si tolse le scarpe e le tenne in mano, anche se la sua auto era a poca distanza e avrebbe potuto depositarle nel bagagliaio.

Parlavano del più e del meno, dei rispettivi guai, del quartiere dove vivevano e così non si accorgevano del freddo.

Giunsero ad un gruppo di cabine abbandonate, almeno fino alla stagione seguente; qui, fra due di esse, si baciarono, anzi fu lei ad attrarlo alla sua bocca. Lui le  infilò una mano sotto la giacca, mentre con l’altra le alzava la gonna e fecero l’amore per la prima volta così, in piedi, fra il freddo e il vento, che loro parevano non sentire.

Si rividero ancora e poi ancora, sempre lì, fra le baracche della spiaggia deserta, con in lontananza solo i cercatori di cannolicchi: forse quelli della prima volta, forse altri.

Incuranti della temperatura si spogliavano, si amavano fra le barche tristi e le cabine bisognose di manutenzione.

Avevano cercato anche di entrarvi, in una giornata piovigginosa, ma erano saldamente protette da grossi lucchetti.

Ora anche il barista aveva gettato la spugna e aveva appeso alla porta un cartello con scritto: “Chiuso fino alla buona stagione”; quale, non era precisato.

La loro relazione andò avanti per il tardo autunno, per l’inverno e parte di una primavera che tardava a venire: si incontravano a giorni fissi, passeggiavano a piedi nudi sulla spiaggia, parlavano, lei si lamentava del marito avaro e manesco, lui di una partita di merce che doveva essere il grande affare della sua vita e, invece, minacciava di rovinarlo.

E allora, per scordare le proprie pene, facevano l’amore in mezzo alle     cabine, come due ragazzini, o come due amanti clandestini.

Poi cominciarono le pretese di lei: eppure lo sapeva che Remo era sull’orlo della rovina economica, ma nonostante ciò lei gli chiedeva regali, gli domandava denaro e lui non ce la faceva a stare dietro a quella donna pretenziosa e insoddisfatta. Iniziarono i primi litigi, iniziarono a raffreddarsi i loro rapporti, almeno da parte di lei, perché a Remo quella donna era entrata nel sangue.

Era quasi primavera eppure era una giornata simile a quella in cui si erano conosciuti, con vento, alcune gocce di pioggia sottile e cattiva e la spiaggia totalmente deserta, quando dopo un ennesimo litigio lei gli diede del pezzente e gli annunciò che non si sarebbero più visti.

Allora Remo le mise le mani al collo e non smise fino a quando lei non si afflosciò come un burattino.

Protetto dalle cabine scavò, scavò con le mani la sabbia indurita e, quando gli parve che la buca fosse sufficiente, spinse dentro quel corpo privo di anima, forse da sempre, e lo ricoprì di sabbia e conchiglie morte.

Nel quartiere e nella città si parlò per un po’ della sua sparizione, ma era noto che amava i soldi e gli uomini: Remo non era stato il primo amante, ma sarebbe stato certamente l’ultimo, anche se lui era il solo a saperlo.

Dopo un po’ l’inchiesta fu archiviata come fuga d’amore, con buona pace di tutti.

Finalmente venne e passò la primavera, arrivò l’estate che animò la spiaggia e poi questa si svuotò lentamente e venne ancora un nuovo autunno.

Lì l’autunno era sempre grigio e malinconico, come spesso accade sulle spiagge quando si svuotano della gente.

Remo tornava da un viaggio di lavoro: era riuscito a tirarsi un po’ su, anche se i debiti erano ancora preoccupanti; si fermò alla spiaggia: il bar era ancora aperto, allora entrò per un cappuccino cattivo ed acquoso, ma se non altro caldo; se lo fece servire in un bicchiere di carta, poi uscì a vedere il mare che s’ingrossava e che al largo prometteva burrasca.

Si sedette a terra fra le cabine di nuovo chiuse e di nuovo tristi, proprio dove aveva sepolto il suo momento di follia.

Nonostante tremasse dal freddo, era euforico alla vista della natura che scatenava le sue forze.

Non pensò minimamente a chi stava sotto di lui: quella era una storia oramai morta e sepolta.

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2 commenti

Pubblicato da su aprile 9, 2011 in Racconti

 

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2 risposte a “Amanti

  1. maxocchiMax

    agosto 30, 2016 at 12:24 pm

    ciao – puoi dirmi chi è l’autore della scultura degli amanti , se lo conosci?

     
    • profmarcoernst

      agosto 31, 2016 at 6:44 pm

      purtroppo non ricordo neppure da dove l’ho presa. Ho cercato su google ma non la ritrovo. Mi spiace

       

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