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Yin e Yang

02 Apr

YIN E YANG

“Io sono Yin”

“Io sono Yang”

“Io il nero”

“Io sono il bianco”

“Io sono l’oscurità, la notte”

“Io sono la luce, il giorno”

“Io sono il male”

“Io sono il bene”

“Io sono te”

“Io sono te”

Un giorno Fulvio era per strada, assorto da mille pensieri, come tutti: il lavoro, i conti e le bollette in scadenza, quello che c’era da fare in casa e per la casa, per evitare che questa vada in malora.

Sempre assorto nei suoi pensieri attraversò tre o quattro incroci a passo svelto: probabilmente i semafori gli davano il via libera, altrimenti sarebbe stato travolto, ma ci sono cose che si fanno in automatico, tanto sono ripetitivamente quotidiane.

Poi, casualmente, alzò la testa e vide se stesso, o meglio, un’altra versione di se stesso, anzi, il suo esatto negativo.

Che fosse lui non c’erano dubbi, figuriamoci se una persona non è in grado di riconoscere se stessa, ma allo stesso tempo non poteva essere il riflesso in una vetrina, perché quello era il suo esatto contrario e non solo un contrario speculare: lui aveva i capelli biondi, quell’altro li aveva neri, lui portava una giacca color panna, data la stagione primaverile avanzata, l’altro indossava un completo grigio antracite: tutto in quell’altro lui era uguale e contrario ma quegli occhi…

Il suo alter ego gli sorrise con un sorriso osceno e malato e poi sparì e il suo sorriso non era cordiale: metteva i brividi, non era umano.

Scomparsa quell’assurda visione, Fulvio se ne dimenticò in fretta e ripiombò nei suoi pensieri, nei suoi impegni, nelle sue frustrazioni.

Quella fu la prima occasione in cui vide l’altro se stesso, ma non sarebbe stata certamente l’ultima: ormai ogni volta che usciva incontrava quella versione di Fulvio al contrario.

Poi cominciò a vederlo, per brevi attimi, anche in casa, nel corridoio, oppure seduto a gambe incrociate sul tavolo della cucina o, magari, sopra il televisore o sul tetto dell’armadio guardaroba in camera da letto.

Oramai quell’individuo gli appariva quotidianamente, gli sorrideva con i suoi occhietti freddi e privi di bontà, ma non era un sorriso cordiale, sembrava più un ringhio: pochi minuti, il tempo perché Fulvio si abituasse alla sua presenza, poi spariva, non con effetti speciali come lampi o nuvole di fumo, semplicemente un momento c’era e quello dopo non c’era più.

Fu dopo un paio di mesi dal loro primo incontro che il, chiamiamolo così, Fulvio – due gli parlò; la voce era la stessa dell’originale, solo atona, totalmente priva di sentimenti ed emozioni. “Io sono Yin, il nero, il male, il tuo negativo, l’altra parte di te stesso, la più forte, la peggiore, secondo  la morale comune, ma proprio per questo la migliore”.

“Io sono Yang…”, tentò di dire un’altra voce senza volto alle spalle di Yin, ma fu subito sopraffatta: “Taci tu, nullità!” gli impose Yin; e la parte Yang di Fulvio non osò più parlare.

Era mattina ed era l’ora di recarsi al lavoro; Fulvio si lavò, si vestì (si era già fatto la barba la sera precedente) e si guardò allo specchio per controllare se tutto fosse a posto nel suo abbigliamento.

La sua immagine riflessa, però, non era vestita: non solo quell’altro lui era completamente nudo, ma anche visibilmente eccitato.

Fulvio se ne vergognò, come se, invece che davanti allo specchio, fosse stato in mezzo alla folla: “Guardami – gli intimò la sua immagine Yin – ascolta me, segui me, non quell’altro ed io ti farò felice, proverai sensazioni nuove e stupende”.

Poi scomparve, come sempre ed allora lo specchio gli rimandò la sua consueta immagine scialba, con indosso quel ridicolo spezzato da quattro soldi, la camicia bianca col colletto fuori moda, la cravatta regimental in tonalità blu scuro.

Fulvio era stufo di quel grigiore: in certi momenti si sentiva come una nuvola di fumo emessa dalla marmitta di una vecchia automobile.

In ogni caso andò al lavoro; probabilmente anche se non lo avesse fatto nessuno se ne sarebbe, comunque accorto.

Il mattino seguente Fulvio si destò al terzo trillo della sveglia, resistette all’impulso di girarsi dall’altra parte e riprendere a dormire, quindi scostò le coperte ed infilò i piedi nudi nelle vecchie pantofole che stavano perdendo l’imbottitura, andò in bagno a svuotare la vescica ed infine in cucina a prepararsi il primo caffè della giornata; in attesa che la miscela salisse nella moka, accese il televisore sul primo TG del mattino.

“UN FEROCE DELITTO SI È CONSUMATO NELLA NOTTE A MILANO: UNA GIOVANE DONNA È STATA RITROVATA CADAVERE IN UN PICCOLO PARCO DI UNA ZONA RESIDENZIALE. GLI INQUIRENTI SI SONO LASCIATI ANDARE SOLO AD UNA BREVE DICHIARAZIONE, DALLA QUALE, PERÒ, PARREBBE CHE LA DONNA SIA STATA VIOLENTATA, TORTURATA E QUINDI FATTA A PEZZI. ORRORE E TERRORE SI SONO LEVATI NON SOLO DAI RESIDENTI DELLA ZONA, MA DALLA CITTÀ TUTTA…”

Fulvio rimase colpito da quella notizia di prima mattina: sconvolto e a disagio e non solo perché Milano era anche la sua città, ma perché qualcosa dentro di lui lo tormentava, nonostante non conoscesse la vittima e non abitasse poi così vicino al luogo del crimine; terminò il suo caffè, si lavò, si vestì ed automaticamente andò al grande specchio dell’armadio guardaroba.

Fulvio – Yin era là dentro, nudo e ricoperto di sangue, gli occhi fiammeggianti di cattiveria e lussuria: “Allora, è stato bello stanotte? Non mi dire che non ti è piaciuto; cosa c’è di meglio che essere padrone della vita e della morte degli altri? Ce la siamo proprio goduta eh! Hai fatto bene a darmi retta: seguimi e vedrai che ci divertiremo insieme e prima di quanto immagini”. Il Fulvio nudo scomparve e ricomparve, al suo posto, il grigio ometto dai grandi occhiali e dai pochi capelli; questo alzò il capo, lo guardò e gli parlò: “Sei stato proprio cattivo stanotte: Yin ti porterà alla rovina. Che ti aveva fatto quella poveretta, come hai potuto, per il tuo piacere, portarla via all’affetto della sua famiglia, dei suoi amici?”.

Anche Yang scomparve e lo lasciò solo con la rivelazione di ciò che aveva fatto, o meglio, che aveva fatto quell’altra parte di lui… Non trascorse neppure una settimana, quando, alla televisione, dettero la notizia.

“MILANO, DOPO L’EFFERATO DELITTO DELLA SCORSA SETTIMANA, DELITTO PER IL QUALE LA POLIZIA BRANCOLA ANCORA NEL BUIO, IERI NOTTE, POCO PRIMA DELLE DICIANNOVE, UNA BAMBINA DI SOLI DODICI ANNI È SCOMPARSA. IL SUO CADAVERE È STATO RITROVATO QUESTA MATTINA ALL’ALBA DA UN PENSIONATO CHE PORTAVA A SPASSO IL CANE. L’UOMO È STATO COLTO DA MALORE; LA POLIZIA AFFERMA CHE LE CONDIZIONI DELLA PICCOLA ERANO ADDIRITTURA PEGGIORI DI QUELLE DELLA VITTIMA DELLA SCORSA SETTIMANA. SI COMINCIA GIÀ A PARLARE DI UN SERIAL KILLER. DAL NOSTRO INVIATO SUL POSTO…”

Anche stanotte ce la siamo spassata eh – gli disse l’uomo nello specchio – ed è stato anche meglio dell’altra volta. Ah, quelle tenere carni, così dolci da mordere, così facili da lacerare così dolci da mangiare. Mi sa che dovremmo provare con un neonato, dev’essere il massimo!”.

L’immagine di Yang comparve per un attimo, mentre Fulvio rovesciava la sua colazione dallo stomaco direttamente sul pavimento; poi Yin nudo, eccitato, grondante sangue, entrò nel campo visibile dello specchio e cacciò via Yang urlando in modo selvaggio.

A volte una persona normale, una che come tutti noi cela in sé il giorno e la notte, la luce e il buio, il bianco e il nero, il bene e il male e, dopo anni di frustrazioni, di difficoltà, può vedere, un bel giorno, prevalere la sua parte oscura: la peggiore.

Qualcuno, di quelli che hanno studiato il fenomeno, lo chiamerebbe schizofrenia, oppure paranoia, o psicosi: forse, invece, solitudine e umiliazione per quello che si vorrebbe essere e non si é.

Lo presero al quindicesimo delitto, sì, perché prima o poi anche i più feroci e astuti assassini un errore lo commettono.

Non lo misero neppure in carcere, ma direttamente in un manicomio: vai in prigione senza passare dal via e non ritiri i duecento dollari.

Qui, nella sua cella imbottita, perché non si facesse del male, Yin gli parlava in continuazione, lo faceva direttamente dentro la sua testa, senza bisogno di mostrarsi dentro a uno specchio e gli ricordava il loro breve, ma intenso, periodo di gloria.

Ogni tanto anche Yang tentava d’intervenire, di dire la sua opinione, ma la parte oscura oramai aveva definitivamente preso il sopravvento e lo zittiva subito e lui, il bianco, il bene, la ragione, si ritirava in buon ordine, sì, perché fra bene e male il secondo vince sempre, perché lui non ha scrupoli a giocare sporco.

“Io sono Yang”

“Io sono Yin”

“Io sono il giorno”

“Io sono la notte”

“Io sono te”

“Io sono te”

“Io sono il bene”

“Io sono il male e il male è piacevole, per questo sono e sarò sempre il più forte”.

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Pubblicato da su aprile 2, 2011 in Racconti

 

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