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Il nonno

21 Mar

Fino da quando iniziano i miei ricordi, vale a dire dopo i tre anni, sono sempre cresciuto col nonno, perché papà e mamma lavoravano e spesso non tornavano a casa per giorni, oppure arrivavano alla sera tardi, quando io ero già a letto.

Mi hanno raccontato che nei miei primissimi anni di vita c’era anche la nonna, ma poi lei è volata in cielo ed è rimasto solo il nonno a prendersi cura di me. È strano come in questo momento non ricordi neppure il suo nome: per me è sempre stato solo “il nonno” e basta: del resto c’eravamo solo noi nella grande cascina, quindi a che servivano i nomi?

Io lo chiamavo nonno e lui, a seconda dell’umore e della mia età che cambiava, mi chiamava “piccolo”, oppure “cucciolo” e poi, più tardi, “giovanotto” e “campione”.

Il nonno mi faceva lavare, mi aiutava a vestirmi, mi preparava la colazione e mi accompagnava a scuola; nella bella stagione andavamo a piedi, anche se c’erano un paio di chilometri di strada da fare, però durante il tragitto parlavamo di tante cose, mi spiegava tutto ciò che vedevamo nei campi e che lui pensava mi fosse utile sapere. In autunno e in inverno o se uno di noi due non aveva voglia, allora potevamo usare le biciclette o la vecchia 1100R del nonno che, nonostante l’età e la ruggine, per motivi misteriosi, riusciva ancora a camminare, almeno fino alla scuola e ritorno. Poi, nel pomeriggio, lui mi veniva a prendere e tornavamo insieme, mi preparava la merenda, mi aiutava a fare i compiti e spesso giocava con me.

Ma più frequentemente mi raccontava le sue storie e, ragazzi, come raccontava lui era meglio che andare al cinema.

Lui aveva sempre nuove avventure di guerra, alla quale aveva, purtroppo, partecipato, oppure di caccia, sì, perché era stato un grande cacciatore e, anche se le sue prede erano, per lo più, lepri e fagiani, da come raccontava io m’immaginavo mitiche lotte con leoni e rinoceronti. Poi mi prendeva sulle ginocchia, mi baciava e, con quella sua barba ispida, mi faceva morire di solletico.

Ho amato e amo i miei genitori, ma era il nonno la persona più importante della mia vita. Solo che anche per lui gli anni passavano, invecchiava ed a un certo punto non se la sentì più di fare le nostre passeggiate, così a scuola ci andavamo tutto l’anno con la macchina.

Un giorno anche quella, però, ci lasciò e fu fatta demolire: quanto piansi! Anche lei faceva parte del nostro mondo segreto, di quell’insieme unico nel quale nessun altro era ammesso. Ora, spesso succedeva che la sera, nel raccontarmi le sue avventure, nonno si addormentasse, ma a me non importava: io rimanevo seduto sul cuscino ai piedi della sua poltrona, poi gli prendevo la mano come se da quel momento mi assumessi io l’incarico di proteggerlo, vegliando sul suo sonno.

Il nonno era anche un gran cuoco: forse non un cuoco raffinato come quelli che si vedono alla televisione (anche se la televisione non rientrava nel nostro cerchio magico), ma le poche cose che cucinava avevano un sapore irripetibile; il suo minestrone, in particolare, era così denso che ci potevi mettere il cucchiaio piantato dentro in piedi e poi ti si scioglieva in bocca con sapori che ti invitavano a non smettere mai di mangiarne.

La domenica cucinava la mamma e il nonno ed io le facevamo sempre i complimenti: come potevamo dirle che il “nostro” minestrone (cioè quello che faceva il nonno) era meglio delle sue lasagne al forno o del suo arrosto con le patatine novelle? La nostra cascina era, come detto, un po’ isolata sia dal paese, sia dalle altre case, per cui io non avevo molti amici: anzi, non ne avevo proprio.

Avevo, è vero, dei compagni di scuola, ma loro parlavano di cose che non conoscevo, di personaggi dei cartoni animati che io non guardavo alla televisione, raccontavano delle partite di calcio della domenica e, se io facevo tanto di raccontare le storie di caccia del nonno, tutti se ne andavano sbuffando di noia (come dire: “Sempre le solite vecchie storie”) e mi lasciavano solo.

A me, però, non importava nulla anche se non avevo amici, perché avevo quel nonno speciale che era tutto per me: la mia famiglia e anche i miei amici.

Poi, un giorno dell’inverno in cui avrei compiuto i nove anni, mentre la sera il nonno mi stava raccontando una storia di guerra che sapevo già, reclinò la testa sulla spalla e si addormentò e non si svegliò più.

Rimasi due giorni accanto a lui, a tenergli la mano che diventava sempre più fredda.

Ci trovarono così mamma e papà quando tornarono il venerdì sera.

Chiamarono un furgone nero che portò via il nonno sdraiato su una specie di lettino, con una coperta che gli copriva anche la faccia (per non fargli prendere freddo, mi dissero) e non me lo fecero più vedere. Non ho potuto nemmeno dirgli “Ciao” e dargli un bacio.

Dicevano che era molto vecchio e stanco, che era stato tanto male, ma ora non soffriva più. Io non chiesi mai nulla, andavo a scuola da solo, a piedi o in bicicletta, ma non con la mia, quella nuova che mi avevano regalato per Natale, ma con quella vecchia del nonno.

Ero molto triste, mi mancava la sua barba ispida che mi graffiava le guance, la sua voce, il bene che mi voleva. Forse non sono molto sveglio, perché ci ho messo quasi due anni a capire che lui era andato a trovare la nonna in paradiso.

Dal giorno in cui il nonno si è addormentato, la mamma è stata a casa dal lavoro, l’ha fatto per me, ma non è la stessa cosa: intendiamoci, le voglio bene, ma lei non sa storie di guerra e non è mai andata a caccia.

imagesOra ho quasi tredici anni, gioco a pallone nella squadra dell’oratorio (chissà quanto lui sarebbe stato orgoglioso di me) ed ho anche tanti amici: non sono mai solo. Mamma ha ripreso a lavorare, ma torna a casa tutte le sere alle sei.

Eppure non sarò mai più felice come lo sono stato per i miei primi nove anni, perché mi manca lui, la sua voce, le sue storie, perfino la sua barba malfatta; mi manca il suo apparire così indifeso quando si addormentava, mi manca quel cerchio magico che esisteva solo con noi e per noi e che si è spezzato per sempre.

Spesso, però penso a lui e mi sembra di vederlo seduto al volante della 1100, con la nonna accanto, che mi fa un saluto con la mano: so che è felice perché è di nuovo insieme a lei e allora sono meno triste anch’io.

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Pubblicato da su marzo 21, 2011 in Racconti

 

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