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Farfalle e angeli

21 Mar

FARFALLE E ANGELI

 

La stanza era bianca, asettica, con un letto altrettanto bianco, nel quale giaceva una bambina bianca come la stanza e come la biancheria del letto.

Nella stanza bianca aleggiava un vago sentore di medicinali e di disinfettante che copriva altri tre odori peggiori: di feci, di urina e di morte.

La bambina era malata di cancro, una malattia terribile e vigliacca e antidemocratica, al punto che colpisce bambini innocenti e risparmia vecchie carogne, mafiosi, residuati di regimi che hanno fatto gli stessi danni e che hanno la stessa vigliaccheria della malattia.

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La bambina aveva le labbra secche, che ogni tanto la mamma tamponava con una garza umida; sonnecchiava, intontita dai sedativi che cercavano di rendere più pietosi i suoi ultimi giorni, forse le sue ultime ore.

La testa era fasciata da una benda altrettanto bianca del resto della stanza; sotto di questa non c’erano più i suoi bei capelli lisci e biondi: parte erano stati rasati per consentire l’operazione, ultimo disperato e superfluo tentativo, alla testa, mentre i superstiti erano stati falcidiati dalle terapie.

La mamma di Sabrina aveva esaurito le proprie lacrime insieme alle forze.

Tutto era iniziato due anni prima, quando la piccola aveva solo sette anni: prima quei continui mal di testa, le diagnosi più disparate: “Deve mettere gli occhiali”, “Dovrebbero essere febbri reumatiche”, “Io lo porterei da un otorino: potrebbe essere labirintite”.

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Tutte balle, tutte speranze vane, fino alla diagnosi ultima, quella vera: “Mi spiace, signora, è troppo tardi; possiamo tentare un’operazione (aperta e richiusa), una chemio, ma le speranze sono quasi nulle e tutto è solo un palliativo. Dovrete prepararvi al peggio”, con quella falsa compartecipazione da parte di gente alla quale non importava assolutamente nulla, tanto è abituata la male e al dolore.

D’altronde se un medico dovesse prendere su se stesso tutte le sofferenze dei suoi pazienti e dei loro familiari: non vivrebbero più! Luisa aveva lottato e pianto per due anni.

A ripensarci ora era stato terribile: le visite, le cure, le attese dei responsi, altri consulti, altro dolore, altre speranze crollate.

Poi anche lei non aveva più retto e si era arresa, si era arresa quando lei stessa era morta dentro; ora attendeva solo che tutto finisse, che quella piccola cosa, quel grumo di malattia che non era più sua figlia, cessasse di frapporsi fra lei e il suo dolore. “Mamma – sussurrò senza quasi aprire le labbra martoriate – ci sono le farfalle! Come sono belle, la stanza è piena di farfalle colorate. Le hai portate tu? Grazie, mammina”.

No, non era vero che Luisa attendeva solo il momento del passaggio estremo: anche quel poco, anche quel dolore era pur sempre qualcosa, era la sua bambina e anche quello le sarebbe mancato… dopo.

Però ora la spaventavano quelle allucinazioni; l’avevano detto i medici che l’ultima fase del glioblastoma sarebbero state le allucinazioni: questo voleva dire che era proprio alla fine.

Cosa avrebbe fatto lei dopo, senza la sua bambina? Era già stata dura quando “lui” se n’era andato, sparito, senza più farsi vivo, senza neppure sapere che la piccola, che era anche sua figlia, se ne stava andando da questo brutto mondo per andare in un altro che, però, nessuno sapeva se ci fosse e come fosse.

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Ricordava quando, a quattro anni, Sabrina aveva scoperto le farfalle sul prato vicino alla funivia, in montagna; la bambina pareva impazzita dalla sorpresa e dalla meraviglia per quelle creature delicate e variopinte che aveva, poi, inseguito per tutto il giorno, senza riuscire a prenderle, ma ridendo ebbra di felicità.

La bimba non disse più nulla: si assopì con un sorriso, felice della presenza delle farfalle a farle compagnia, prima e ultima cosa bella degli ultimi due anni della sua breve vita.

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Luisa ebbe un muto singhiozzo; sentì che il respiro di Sabrina diventava irregolare e sempre più rado; no, dopo due anni di strazio, non avrebbe retto a quello ultimo e definitivo.

Così si alzò piano e uscì dalla stanza in silenzio, tanto lì non aveva più ragione di stare e Sabrina non si sarebbe accorta della sua assenza. Non si era neppure accorta di essere scalza.

Chiuse piano la porta e camminò con una lentezza infinita e sfinita fino all’uscita.
Quando fu fuori, allora cominciò a piangere lacrime che non sospettava d’avere più, e cominciò a correre per andare via il più presto possibile e il più lontano possibile da quel luogo.

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Sabrina apri, a fatica, un’ultima volta gli occhi, ma riuscì a farlo solo a metà e vide di nuovo le farfalle: sapeva che erano lì per lei, che non si erano mai allontanate.

Poi la bambina chiuse gli occhi e inspirò un sorso d’aria che non sarebbe più uscito.

A quel punto le farfalle la circondarono e poi divennero angeli e la carezzarono dolcemente, poi la presero delicatamente, tutti insieme, e volarono via, portando con loro la bambina.

Giunsero in paradiso, un paradiso fatto solo di bambini felici che annusavano fiori e inseguivano angeli e farfalle.

C’erano solo quelli, solo bambini in paradiso, perché Lui ha detto:

“Se volete entrare nel mio regno, dovete ritornare ingenui e puri come bambini”.


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1 Commento

Pubblicato da su marzo 21, 2011 in Racconti

 

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Una risposta a “Farfalle e angeli

  1. Elia

    marzo 31, 2011 at 6:09 pm

    Complimenti prof!!

     

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