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COME TI SEI FATTA BELLA

21 Mar

COME TI SEI FATTA BELLA

Vi ho mai raccontato del mio primo grande amore? Il primo e anche l’unico che io abbia mai avuto.

Quanto ho pianto allora e da allora non ho mai smesso di farlo.

Avevo quindici anni, portavo gli occhiali, ero goffo, imbranato e con un principio di acne.

Chiara, invece, era la più bella della classe: tutti non avevano occhi e attenzioni che per lei e lei aveva attenzioni per tutti eccetto che per me.

L’ho amata in silenzio, per colpa della mia stramaledetta timidezza, per tutti gli anni del liceo, vedendola andare alle feste degli altri, in discoteca o al cinema con altri, vedendola ridere e parlare con tutti.

Eccetto che con me.

Del resto non potevo neppure sognarmi che una come lei si accorgesse di uno come me.

Mi accontentavo, quindi, di sognarla ad occhi aperti di giorno, di sognarla la notte e, dovrei vergognarmi a confessarlo, ma è la cosa più naturale e più diffusa fra gli adolescenti, di eccitarmi nell’immaginare avventure con la ragazza che amavo in segreto.

So che molti sostengono che a quindici anni è impossibile amare, che spesso si chiama amore ciò che è, invece, solo passione, simpatia, amicizia, l’orgoglio di vantarsi con gli amici di avere una ragazza, ma non è così: io so che il mio era vero amore, lo so ora, da adulto, perché so che l’amore è sì la cosa più bella del mondo, ma è anche terribile, ti fa piangere, stare male ed è capace di ferirti ed ucciderti.

Ricordo la gita a Firenze che facemmo con la scuola in terza liceo: il bello di queste non era certo, per gli studenti, vedere chiese e musei, bensì staccarsi, per molti di noi per la prima volta, dalla famiglia, dormire fuori casa per due o tre notti, fare casino fino al mattino, coi nostri poveri professori costretti a turni di guardia nei corridoi dell’hotel che incautamente ci ospitava, per difendere la virtù delle loro alunne ed evitare che i maschi si ubriacassero, fuggissero per la città in cerca di notti brave, si rompessero l’osso del collo nell’intento di raggiungere le camere delle ragazze passando dalle finestre.

Beh! Per me non fu una bella esperienza il vedere i miei compagni infilarsi, nonostante le sentinelle armate, armate di numeri di telefono dei nostri genitori, nelle camere e, talvolta, nei letti delle ragazze, anche nella stanza della mia dea, ne ero sicuro, mentre io rimanevo nel letto al buio, con le mani intrecciate sotto la nuca e gli occhi aperti a guardare la luce d’emergenza dell’interruttore diventare una galassia di stelline, nella scomposizione che le mie lacrime ne facevano.

La seconda notte, non riuscendo a dormire e visto che il mio compagno di stanza era fuggito in chissà quale altra camera, uscii nel corridoio; a metà di questo, seduta su una seggiola di legno, c’era la prof. di Greco che, a quasi settant’anni, quaranta dei quali spesi a formare la cultura di generazioni di alunni, era costretta, in camicia e vestaglia, a passare la notte di guardia.

Si era addormentata; mi sedetti accanto a lei, sulla moquette macchiata che copriva il lungo corridoio della pensione da quattro soldi che ci ospitava..

Ogni tanto qualche porta si apriva e qualcuno sgattaiolava da una camera ad un’altra, ombre irriconoscibili e caute che gettavano una furtiva occhiata alla nostra sentinella dormiente, ridevano piano e sparivano e non si accorgevano della mia presenza.

Ad un certo punto la professoressa Tommasi aprì un occhio, mi guardò e mi chiese: “E tu, Matteo, non ci vai a trovare le ragazze?” capii che il suo sonno aveva poco del riposo e molto della diplomazia e della comprensione.

Non risposi, ma chinai il capo e cominciai a piangere pensando a Chiara che, in quel momento era certamente con qualcun altro.

La professoressa mi pose una mano sul capo, in silenzio, senza dirmi ne chiedermi nulla: d’altra parte il paese delle lacrime è così misterioso! Poi riprese il suo sonno diplomatico.

Povera donna, così fintamente dura e, invece, così umanamente comprensiva; non arrivò mai alla sospirata pensione: se ne andò l’anno seguente, nel sonno, un sonno vero che sarebbe durato per sempre.

Al suo funerale fu l’unica occasione della mia giovinezza in cui mostrai un po’ di carattere, tanto che litigai con Vincenzo, che rideva e raccontava storielle oscene in fondo al corteo.

Mentre i miei compagni erano già sul pullman per far ritorno a casa dopo quelle tre penose giornate fiorentine, di nascosto, m’infilai per un attimo nella camera di Chiara e mi sdraiai sul suo letto: era ancora caldo del corpo di lei e il cuscino portava ancora il suo leggero profumo di gelsomino.

Piansi di nuovo: praticamente avevo pianto tutto il tempo della gita a Firenze.

Venne infine l’anno della maturità: Chiara uscì col massimo dei voti, io con una valutazione mediocre, ma non era certo il mio periodo migliore: ero conscio del fatto che dopo pochi giorni non avrei mai più rivisto il mio amore (oramai mi ero abituato ad accontentarmi di vederla, di essere con lei nella stessa aula), immutato nel corso di cinque anni; del resto io non ero il tipo di compagno che s’invita alle pizzate e alle rimpatriate fra ex compagni.

Mai più: due parole che mi gettavano nell’angoscia. Giurai, e sapevo che avrei mantenuto il mio giuramento, che non avrei mai più amato nessun’altra, perché non volevo più soffrire ciò che avevo patito in quel quinquennio e che avrei completamente cambiato la mia vita, perché avevo bisogno di trovare quella serenità interiore che la mia adolescenza non mi aveva concesso..

Ma il destino, a volte, prende strade strane e si diverte a manovrarci come marionette, così la rividi, la rividi vent’anni dopo. Io forse non l’avrei riconosciuta: da ragazza era carina, ma ora era bellissima, la più bella donna che io avessi mai visto; volevo dirglielo, ma non trovai il coraggio e non potevo farlo comunque, nella mia posizione.

In ogni caso fu lei a riconoscermi: “Matteo! Ma sei proprio tu? O dovrei chiamarti padre Matteo” disse guardando il mio saio, i miei piedi scalzi nei sandali e soffocando un risolino con due dita portate alle labbra in un gesto pudico; poi subito si riprese con un colpetto di tosse “Scusami, non volevo mancarti di rispetto, ma non mi sarei mai immaginata che ti saresti fatto frate. Pensa che c’è stato un periodo in cui mi ero presa una cotta per te, al liceo, ma tu eri così chiuso, così inavvicinabile. Sai che si mormorava, addirittura che tu fossi gay?”.

Avrei voluto piangere anche adesso, piangere su tutti quegli anni di dolore, su una vita sconvolta da ciò che non era stato e che avrebbe potuto essere, ma le mie lacrime si erano oramai esaurite da anni.

Dio mi perdoni, ma se avevo vestito il saio non era per amore suo, ma per quello di Chiara, per mantenere il mio proposito di non amare mai più nessun’altra.

Continuò: “Ricordi la gita a Firenze, in terza? Speravo che tu mi venissi a trovare di notte, visto che la Tommasi dormiva come un sasso invece di fare la guardia e non ti avrebbe visto. Ti ho aspettato per tutti i tre giorni fino al mattino: l’unica delle ragazze che ha passato tutte le notti da sola.

Chissà, invece tu dov’eri, con chi eri… mah1 Comunque mi ha fatto proprio piacere rivederti, ma ora devo scappare, devo andare a prendere mio figlio a scuola”. Mi sfiorò la guancia con un bacio e volò via, leggiadra. Avrei voluto fermarla, dirle tutto, dirle del mio amore, dirle che, in fondo, quella notte eravamo stati veramente insieme, anche se solo idealmente, ognuno a sognare l’altra o l’altro, ma anche questa volta, come allora, non ne fui capace e mentre cercavo di decidermi lei era già sparita, questa volta per sempre.

Prima, però, sussurrai: “Come ti sei fatta bella”; lei si girò: “Hai detto qualcosa?”.  “Nulla”, la tranquillizzai e così se ne andò per la seconda volta e ultima volta dalla mia vita.

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2 commenti

Pubblicato da su marzo 21, 2011 in Racconti

 

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2 risposte a “COME TI SEI FATTA BELLA

  1. lori

    marzo 13, 2012 at 9:28 am

    improbabile ma dolcissimo racconto che riporta all’adolescenza di, credo, quasi tutti! Quanta insicurezza, quanto dolore e quanti che ti dicevano che erano i migliori anni della tua vita, quando te soffrivi come un cane!

     
  2. Graziella Aitala

    marzo 13, 2012 at 7:26 pm

    Ma dai…

     

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