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Un caso lampante

17 Mar

UN CASO LAMPANTE

(Racconto finalista – primi sei – al premio Giallomilanese 2014)

Quando Il commissario Alfonso Grieco, sezione omicidi della questura di Milano, arrivò in taxi (lui non possedeva una macchina propria) sul luogo della chiamata, erano già là tutti, schierati come un picchetto d’onore: c’erano il tenente Marchetti della scientifica, il dottor Riva, medico legale, il sostituto procuratore Santambrogio e i due aiutanti fidati di Grieco: Trentin e Jovine.
“Alfonso, che ci fai tu qui? Questo non è un caso per la omicidi: è così lampante che sarei in grado di risolverlo anche io da solo!” lo apostrofò il suo amico di vecchia data, il dottor Riva che stava, come sempre, divorando un enorme panino con la mortadella, sbucato da chissà dove.
Quando aveva ricevuto la chiamata Grieco era a casa a preparare la valigia: il mattino seguente alle otto circa aveva il treno per Sestri Levante, per i suoi unici dieci giorni di vacanza ad abbuffarsi di trenette e fritto misto da Bono, la pensione dove andava da anni, situata in una viuzza in discesa proprio davanti alla stazione e a non più di duecento metri dal mare.
Era fine luglio e molto del personale in forza alla questura di Milano era già in ferie, quindi avevano pregato lui di rispondere alla chiamata anche se, in realtà, era già in ferie: non avrebbe dovuto nemmeno rimandare la partenza, visto che il caso era così chiaro e lampante che non c’erano indagini da fare, solo un breve rapporto e sarebbe potuto partire sol suo intercity dal mattino dopo con già nelle narici il profumo del pesto fresco.
Fu Trentin a venirgli incontro: nemmeno lui aveva voglia di scherzare di fronte a quella scena “La solita storia di tutte le estati: i vicini non vedevano l’uomo da alcuni giorni, hanno provato a suonare e hanno sentito l’odore filtrare da sotto la porta.

In un primo tempo hanno pensato ad una fuga di gas, poi hanno realizzato che non era puzza di gas, ma di morte e hanno chiamato noi e i pompieri ed eccoci qua…”.
Anche se il caso era così lampante, occorreva comunque qualche testimonianza.
Forse anche i giornali, poveri di notizie in quel periodo, gli avrebbero dedicato qualche riga:
“OMICIDIO – SUICIDIO IN UNA VILLETTA ALLA PERIFERIA DI MILANO”.
E sotto:
“ENNESIMA TRAGEDIA DELLA SOLITUDINE”
e bla bla e bla bla solo per incuriosire i lettori e riempire giusto una mezza colonna vuota fra un “avvista VIP” e l’altro, ma il vero dramma, il dolore che c’era dietro quel caso così lampante, non interessava a nessuno: bisognava essere lì, sul posto, sentire quell’odore, vedere quella scena, per capire…
La vicina che aveva dato l’allarme stava sulla porta della villetta a schiera accanto a quella della tragedia; teneva un fazzoletto in mano, un po’ per l’odore nauseabondo che sempre più si stava diffondendo, un po’ per asciugarsi le lacrime.

Appunto, bisognava vedere, per capire.
Due precisi colpi di pistola alle tempie, due esplosioni che nessuno in una città come Milano sente più.
“Conosceva bene l’uomo, signora?” esordì il poliziotto con quella classica domanda di routine.
“Bene no, non lo conosceva nessuno: usciva poco, era gentile, salutava, ma per il resto faceva vita solitaria. Conoscerlo almeno di vista, lo conoscevo da quasi vent’anni, da quando lui e la sua compagna sono venuti ad abitare qui.

Poi lui è andato in pensione, non so neppure che lavoro facesse, e negli ultimi anni lei, Nives, si è ammalata: del resto era molto vecchia… prima è diventata cieca, poi non camminava più!

Povero signor Arturo, era la sua unica ragione di vita e, negli ultimi giorni li sentivo fino da casa mia: lei si lamentava e lui piangeva. I colpi, però, non li ho sentiti: forse ero fuori per la spesa, forse dormivo o guardavo la televisione…”.

La donna riprese a piangere.

Quanto dolore e quanto amore doveva esserci stato in quell’atto estremo.

A breve sarebbero arrivati i due furgoni per i due corpi e tutto sarebbe finito: due righe di rapporto, la firma del magistrato e lui sarebbe potuto partire per il mare, ma non sarebbe riuscito a scordare tanto facilmente quella scena e, invece dell’odore del pesto, gli sarebbe rimasto nelle narici quello della morte.
Ancora una volta Grieco si domandò perché mai avesse scelto quel dannato mestiere: non era meglio mettere la testa sotto la sabbia, ignorare situazioni come quella, leggerle sul giornale senza esserne coinvolto emotivamente? Forse era proprio il momento di smettere, di pensare alla pensione, anche se lo stesso proposito lo faceva al termine di ogni caso.

Ma questo… questo era diverso, qui c’era un dolore senza confini, il dolore di essere soli, il dolore di avere un unico affetto nella vita e vederlo andarsene, sapendo che non ce ne sarà mai più un altro, che è troppo tardi per ricominciare daccapo.

Lui, Grieco, non aveva mai avuto un amore, era sempre stato solo con quel suo lavoro maledetto che non gli lasciava il tempo neppure per se stesso. Non aveva avuto l’amore passionale della gioventù e nemmeno quello profondo della senilità.

Però capiva, capiva cosa doveva aver provato quell’uomo, quanto gli doveva essere costato quel gesto: sarebbe stato così facile spararsi, senza dover dare prima la morte, anche se quello era stato un immenso atto di amore e di pietà: soffrire per non far soffrire e poi andarsene per non dover sopportare lo strazio della solitudine senza l’unico ed ultimo affetto della propria vita.

Forse, tutto sommato, invidiava quell’uomo, anche se un grande amore porta poi sempre a un grande dolore; d’altra parte vivere senza affetti non è vivere: per amare, per essere amato, prima o poi bisognerà pagare un grande prezzo, ma ne sarà valsa la pena. Il caso era lampante: non c’era pericolo d’inquinare la scena di un crimine, per cui il commissario Grieco andò in bagno e vi si chiuse dentro.
Gli stava montando ad ondate un feroce mal di testa, come sempre in situazioni di stress emotivo.
Nell’angusto locale si sciacquò il viso e fece una cosa che non aveva mai fatto sul lavoro, e che i suoi uomini non avrebbero mai dovuto sapere: pianse.
Fuori, nel frattempo, erano arrivati i due furgoni: quello dell’obitorio caricò il corpo del signor Arturo, l’altro si occupò di quello della Nives, il suo cane.

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2 commenti

Pubblicato da su marzo 17, 2011 in Racconti

 

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2 risposte a “Un caso lampante

  1. lordbad

    aprile 12, 2011 at 2:22 pm

    è la consapevolezza della solitudine che ci rende esseri umani.

    O manichini…? Spero avrai modo di visitare il link di Vongole & Merluzzi, proprio sui manichini…

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/04/11/manichini-al-dente/

     
  2. gianmarco lorenzi scarpe

    maggio 6, 2011 at 2:47 pm

    I do love the manner in which you have presented this concern plus it does indeed give us some fodder for thought. On the other hand, from what I have personally seen, I basically wish as the feedback stack on that people today remain on issue and in no way get started upon a tirade associated with some other news du jour. Anyway, thank you for this superb point and though I can not really go along with the idea in totality, I respect your point of view.

     

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