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Il trasferimento

17 Mar

“Finita la scuola ci trasferiamo a Roma” disse la mamma a Monica e Monica scoppiò a piangere.
Inutile discutere, per il momento: meglio lasciarla sfogare, lasciarle metabolizzare la notizia; più tardi ne avrebbero parlato.
La ragazzina corse a chiudersi nella sua camera, il suo mondo, con i poster dei Tokio Hotel alle pareti, ma anche di Laura Pausini e di Johnny Depp, si buttò sul letto, abbracciò il suo cuscino, quasi a volersi aggrappare al suo mondo, alle cose che le davano sicurezza e continuò a piangere.
Andò avanti per un tempo indefinito, poi allungò il braccio, prese dal “totem” il CD della Pausini e selezionò il brano, il primo successo della cantante: “La solitudine”.
Come capiva solo ora quelle parole! “Marco se n’è andato e non ritorna più… lui con il suo lavoro ti ha portato via…” solo che non era Marco ad andarsene, a partire per un’altra città, a lasciare il banco vuoto: era lei che se ne andava e non perdeva un amico, un ragazzo, ma tutte le amiche e i compagni, anche quelli antipatici e dispettosi, ai quali adesso si sarebbe aggrappata come ad una boa salvagente.
Il padre era il suo, quello che col suo maledetto lavoro la portava via dalla sua città, dal suo mondo, che a tredici anni è così piccolo e così importante, era suo padre e in quel momento sentì di odiarlo, perché alla sua età al primo posto ci sono le amiche e la famiglia è all’ultimo.
Scese la sera, scesero le ombre, Monica aveva smesso di piangere e si era assopita; la madre bussò discretamente alla porta: “Monica, vieni a mangiare? – nessuna risposta – Monica, vuoi che ne parliamo? Abbiamo sempre parlato di tutto, io e te!” di nuovo nessuna risposta.
La madre capì che doveva lasciar perdere, per il momento: metabolizzare, prima o poi si metabolizza tutto, anche il dolore più grande, soprattutto a tredici anni.
Ma quale adulto sa quanto dolore si possa provare a quell’età, quando è così difficile capire la vita?.
Si fece ancora più scuro, la sera scivolò nella notte e Monica scivolò dall’assopimento al sonno così, a stomaco vuoto, sopra le coperte, completamente vestita e con un fazzolettino di carta stretto in una mano; sola in compagnia dei suoi amici di carta appesi al muro, gli unici che l’avrebbero seguita nella nuova parte della sua vita, quella in cui, era sicura, non sarebbe mai più stata felice.
Il giorno seguente era domenica; Monica si alzò tardi, gli occhi ancora gonfi dalle lacrime della sera precedente.
Andò in bagno, come in trance si lavò, poi si guardò allo specchio e riprese a piangere.
Uscì dal bagno e si diresse verso la sua cameretta, il suo piccolo mondo che le dava sicurezza, ma si trovò la strada sbarrata dalla madre che, questa volta, non le chiese se voleva parlare, ma le rivolse direttamente le parola.: “So quanto soffri e quanto lo fa tuo fratello e, forse, anch’io, ma papà è anni che va avanti e indietro da Milano a Roma, dove lavora; non ti sembra che anche lui abbia diritto ad avere una famiglia a tempo pieno? Vedrai che nella nuova scuola troverai altre amiche ed amici altrettanto simpatici di quelli che lasci”-
“A me vanno bene questi e poi, papà avrebbe comunque solo il sabato e la domenica per stare con noi, visto che lavora tutto il giorno” questo avrebbe voluto rispondere, ma non lo fece, perché i grandi non hanno logica, perché non sono capaci di capire le cose semplici ed allora fanno del male ai figli per questa loro ignoranza.
Non lo fece, non disse nulla, si infilò di nuovo in camera sua, a mettere a posto le proprie cose, le foto, i bigliettini scambiati con le compagne durante le pallose ore di matematica.
Pur di evitare nuove discussioni si presentò a tavola a mezzogiorno, ma non disse parola.
Il padre, lui, il colpevole, parlava di tante cose, tralasciando il discorso, per lui ormai chiuso del trasferimento.
In realtà anch’egli sapeva quanto la sua famiglia soffriva e forse era egoista, ma voleva tenere unita e vicina la sua famiglia, non essere un estraneo per moglie e figli.
Così anche lui stava male, come tutta la famiglia, solo che gli adulti dovevano fingere serenità, farlo per dare coraggio ai figli, mentre Monica l’aveva proprio presa brutta.
Passò anche quella brutta domenica: non aveva telefonato alle amiche, non aveva voluto vederle, tanto era tutto inutile, tanto le avrebbe perse molto presto.
Venne il lunedì, un nuovo lunedì di scuola, uno degli ultimi in quella scuola, con quegli insegnanti che, buoni o cattivi, erano i suoi insegnanti, coi compagni che le sembrava di odiare, perché loro rimanevano, si sarebbero ancora visti, avrebbero festeggiato i compleanni insieme, come sempre da due anni in qua e si sarebbero dimenticati di lei.
Venne così anche la fine dell’anno scolastico, fra giornate di pianto ed altre di rassegnazione.
Venne anche il giorno della festa di fine anno della scuola: altro che festa! Monica piangeva, Serena, la sua migliore amica piangeva ed anche Debora, con la quale non aveva mai legato particolarmente.
Simone, il ragazzo che le piaceva lui no, non piangeva, perché era un maschio… ma aveva gli occhi stranamente lucidi.
Abbracciò e baciò tutti, anche i professori: “Dai, su, sono solo tre ore di treno”. “Quando vuoi venire a Milano puoi stare a casa nostra”. “Verrai pure a trovare la nonna, ci vedremo ancora”. “Oh, la mia mail ce l’hai, ci sentiamo, chattiamo”. “Installa Skype, questo è per te”, le disse Daniele che le aveva sempre fatto i dispetti, porgendole un pacchetto.
Lo aprì, dentro c’era una webcam e un microfono con cuffia; Monica gli gettò le braccia al collo e scoppiò in singhiozzi.
Poi suonò la campanella e fu veramente la fine.
La casa romana era bella, più grande di quella di Milano e venne il tredici settembre, con il suo vecchio zaino pieno di paure si presentò alla nuova scuola: Tatiana, alta e formosa, l’accolse con un bacio di benvenuto, Renzo le aveva tenuto un posto accanto a lui (Renzo aveva i capelli castani lunghi, era alto, era bello da morire).
La prof. Di lettere fece un lungo discorso di benvenuto ed invitò i compagni a farla sentire una di loro, ma non ce n’era bisogno, perché i ragazzi romani saranno anche un po’ sbruffoni, ma sono simpatici, estroversi, generosi.
Certo non avrebbe dimenticato per questo i suoi vecchi compagni di Milano, comunque la nuova vita di Monica non era così male come aveva temuto.
Soprattutto aveva imparato, a tredici anni, che tutto ci è dato in prestito, nella vita, e tutto si perde.
Un giorno lontano avrebbe conosciuto il dolore vero di perdere qualcuno per sempre, qualcuno che non ritornerà mai più, che non puoi raggiungere con la frecciarossa, né con Skype o chattando.
Anche questo fa parte del crescere: la vita ti dà tanto, ma ti chiede anche molto e non ci puoi fare nulla.

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Pubblicato da su marzo 17, 2011 in Racconti

 

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