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Lettera ad Ernesto

15 Mar

LETTERA AD ERNESTO

Amatissimo figlio,

è così tanto tempo che non ho più tue notizie e che non ci scriviamo più, che non so neppure come chiamarti: Tete, come quando eri piccolo? Oppure Fuser, Chancha o Che?

Per me sei sempre e solo figlio, il mio bambino, anche se ora puzzi di sigaro e non più del buon latte delle nostre mucche.

Tu ora sei un uomo: il prossimo anno compirai quarant’anni, io sono una povera vecchia che resta qui, nella nostra casa, ad aspettarti, anche se dentro di me sento che non tornerai e che, probabilmente, non ci rivedremo mai più.

Dovrebbero sempre essere i figli a seppellire i genitori e non viceversa, mentre invece io so che prima o poi qualcuno mi verrà a dire che non ho più un figlio.

Tu mi hai sempre detto che più che una volta un eroe non può morire, mentre i vigliacchi che accettano la prepotenza e l’ingiustizia muoiono mille volte ogni giorno: io non so nulla di tutte queste cose di politica e di rivoluzione, non so usare quelle belle parole che sai usare tu che hai studiato, io sono solo una madre e solo un’altra madre può capire cosa provo.

Forse lo possono capire Hilda e Aleida, le tue compagne alle quali hai dato la gioia immensa e la croce tremenda di essere madri.

Come faccio io a farti capire cosa ho provato mentre passavo le notti insonni dietro la tua porta a sentire te, ragazzo, tossire e non sapere se sperare che quella tosse sparisse o continuasse, perché almeno così sapevo che eri vivo?

E poi tutte le volte che i tuoi compagni del rugby ti riportavano a casa a pezzi: loro ti chiamavano furibondo per il tuo impeto, ma toccava a me curarti ferite e contusioni. Eppure non ti è bastato neppure quello: hai voluto farmi morire di paura anche andando in giro per tutto il Sud America a scorazzare con la tua moto, quella Norton che puzzava più del tuo sigaro.

Ah, cosa darei ora per sentirla rombare e tossire nell’aia e a volte sento il suo rombo avvicinarsi, ma poi si allontana sulla strada ed allora so che il mio bambino non è tornato e non tornerà. Ora anche tu hai dei figli, quindi sai che se tuo padre ed io ti abbiamo concepito, come tu hai fatto coi tuoi bambini, è per prolungare in te la nostra vita, avere qualcuno che porta avanti le tue tradizioni, le tue idee, i tuoi ricordi.

Temere di perdere un figlio è come temere che ti amputino la parte più importante di te: il tuo futuro.

Io ti ho portato dentro di me, ti ho partorito con dolore e poi quello là con la barba ti ha portato via da me: con che diritto?

Tu mi parli di lotta del popolo, io ti parlo dell’amore di una madre. So che tu non credi in queste cose, ma io prego spesso la Vergine per te.

E mi rivolgo a lei, perché lei come me è stata madre di un figlio speciale, perché anche a lei si è spezzato il cuore quando suo figlio è andato in giro a difendere i poveri, poiché sapeva che questo glielo avrebbe portato via per sempre.

Parlo con lei, le dico che se i nostri figli fossero stati dei poveri contadini ignoranti, noi li avremmo avuti al nostro fianco per sempre.

Toccherà anche a me, come fece lei, cullarti, come quando eri piccolo, ma stavolta avvolto in un sudario?
Noi abbiamo fatto dei sacrifici per farti studiare, perché tu diventassi medico e potessi così seguire la tua natura che è sempre stata quella di aiutare gli altri.

Ma anche così tu dovevi farlo in modo furibondo: tu aiuti la gente uccidendo, non curando. Tante volte hai cercato di spiegarmi le tue teorie rivoluzionarie: quelle tienile per i tuoi compagni, una madre non può capire certe cose, non può capire i motivi per i quali deve aspettare che suo figlio le venga riconsegnato dentro una cassa, e se anche lo capisse, non potrà mai accettarlo.

Vorrei supplicarti di tornare, ma so che se tu lo facessi non potresti più guardarmi in faccia, non saresti più il figlio che ho amato anche e proprio così, con la sua generosità furibonda e disordinata.

Non so se leggerai mai questa lettera, visto che ogni giorno della tua vita ti è dato in prestito, non so neppure dove sei, se a Cuba, ma oramai Cuba è libera e non ha più bisogno di te, oppure in Bolivia o in quale altro buco sperduto a buttare il tuo cuore, come fosse un pallone da rugby, oltre la linea di meta.

Ti mando questa lettera presso il tuo degno compare, quello che si è messo contro anche a suo fratello: lui forse sa più di tua madre dove sei adesso e come farti avere queste parole.

Ti vorrei dire di pensare ai tuoi figli, ma so che tu pensi soprattutto ai tuoi fratelli, che sono tutti quelli che vivono in povertà e senza un futuro, così non ti chiedo più nulla, così come non ho più lacrime da versare.

Se riceverai questa lettera, portala sempre con te, sul tuo cuore, se questo è l’unico modo in cui possiamo stare ancora insieme.

Riguardati. Con tutto l’amore
tua madre Celia

Rosario, 7 ottobre 1967

(N.d.a. l’otto ottobre 1967 Ernesto Guevara, detto Che, veniva catturato e fu ordinato a un soldato di ucciderlo: questo sparò una raffica di mitra ad occhi chiusi che lo ferì solamente. Fu poi finito con un colpo di pistola alla testa. Le sue spoglie furono ritrovate solo molti anni dopo.)

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Pubblicato da su marzo 15, 2011 in Racconti

 

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