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Tarli

11 Mar

TARLI

Eleonora gli aveva appena fatto la consueta scenata; Eleonora che era diventata vecchia, Eleonora che era diventata brutta, Eleonora la prepotente, Eleonora la grassa, anzi l’obesa..

Era arrivata a centotrenta chili, almeno questo era il suo peso l’ultima volta che era riuscita a pesarsi: del resto le bilance domestiche non vanno oltre quello, e le sue gambe, i suoi polpacci e le sue caviglie, sembravano degli osceni salumi, con l’aggiunta di essere ricoperte da croste e varici.

La loro casa era disposta su tre livelli: al piano terreno c’era una sala, un ripostiglio, la cucina e il bagno, uno dei bagni; al primo piano si trovavano due camere da letto e uno studio e all’ultimo piano un bagnetto, un salone e la cosiddetta camera per gli ospiti, ospiti che non vedevano da anni e anni.
Eleonora faceva fatica, con quelle sue gambone enormi, da ippopotamo, a fare le scale: doveva attaccarsi con forza alla ringhiera di legno e scendere di profilo, piede dopo piede con una lentezza esasperante ed accompagnando la discesa con lamenti, insulti, chissà poi perché, al marito e invocazioni celesti.

Avrebbero potuto e dovuto far installare un montascale elettrico, i soldi non mancavano certo ma, fra le altre cose, Eleonora era anche diventata avara ed era lei quella che teneva ben stretti i cordoni della borsa.

Questo era il motivo principale per cui Attilio non l’aveva ancora mollata, anzi, l’unico motivo: altri non ne vedeva.

Se l’avesse lasciata, se fosse evaso da quella galera, si sarebbe ritrovato senza un soldo e senza una casa.

Eppure quando si erano sposati le cose erano diverse: lei era dolce, affettuosa ed era anche molto bella e con un fisico mozzafiato; l’aveva sposata per questo, ma anche un po’ per i suoi soldi, che gli avevano permesso di arrivare fino ad allora senza aver mai lavorato un solo giorno nella sua vita.

Ma adesso, invece, lavorava eccome: badante del mostro e non pagato, solo mantenuto, ben poca cosa a confronto del sacrificio che ne derivava anche solo ad essere costretto a guardare cosa quella femmina era diventata.

Ma si sa, gli anni che passano si accaniscono soprattutto sulle donne e su di lei l’effetto era stato devastante; questo, comunque, non giustificava la sua tirannia.

Meno male che lei lo aveva cacciato dal talamo nuziale, relegandolo nella cameretta piccola: la sua sola visione in camicia da notte, coi bigodini, le creme di bellezza (!!!) e con quelle gambone disgustose, lo nauseava.

Oltretutto lei non perdeva occasione per umiliarlo, urlargli contro, insultarlo, rinfacciargli il fatto di mantenerlo.
L’aveva amata, tanti anni prima: ora la odiava.
Gli aveva appena fatto l’ennesima scenata, l’aveva umiliato e lui se ne stava scendendo a testa bassa a preparare il pranzo per quel dinosauro insaziabile.
Fu proprio lo scendere a testa bassa che gli fece notare la segatura; sotto la ringhiera di legno era pieno di mucchietti di segatura: tarli.

Anche quella avrebbe dovuto essere cambiata, ma Eleonora teneva stretti, chissà per quali motivi, i cordoni della borsa.
Fu così che gli venne l’idea…

Mentre lei dormiva, russando come un mantice, o vedeva la televisione, quelle insulse soap, col volume al massimo, Attilio cominciò quotidianamente a scuotere la ringhiera nel tentativo di indebolirla ulteriormente.

In questo modo, prima o poi, mentre lei scendeva appoggiano tutti i suoi centotrenta, e passa, chili sul mancorrente, questo avrebbe ceduto e lei si sarebbe schiantata a terra; la tromba delle scale era abbastanza ampia perfino per la sua mole; se non fosse morta direttamente, allora lui l’avrebbe “aiutata”, sbattendole la testa per terra: rimorsi? Nessuno, in fondo farla morire era praticamente una forma di eutanasia e l’avrebbe fatto da tempo, ma non voleva passare da quella prigione a un’altra, non ne valeva la pena.

Così, invece, sarebbe stato un incidente e nessuno avrebbe potuto dimostrare il contrario, visto che esaminando la ringhiera avrebbero visto come si era ammalorata e come era infestata dai tarli.
Quotidianamente, quando era certo di non essere sentito, scuoteva la struttura di legno e, ogni tanto si udiva un crack, un cigolio, crepe si formavano fra foro e foro praticati dai tarli; era sufficiente non avere fretta: erano anni che sopportava il mostro e qualche mese in più non avrebbe fatto differenza di fronte alla prospettiva di godersi gli ultimi anni della sua vita senza urla, insulti e con, finalmente, la possibilità di spendere i soldi di lei come gli pareva, magari con delle vere donne.

Oramai l’Eleonorasauro scendeva sempre più raramente: i pasti glieli portava lui in camera ed era sempre lui a lavarla.

A volte lei scendeva per andare in bagno, altre andava a quello del piano di sopra: meglio, cadere da più in alto avrebbe garantito un effetto migliore, così si era messo a indebolire anche quella parte di ringhiera.
Spesso, però, anche per le funzioni corporali, era chiamato in causa Attilio: doveva portarle la padella, pulirla, lavarla e, comunque, lei trovava sempre modo di lamentarsi e lui era schifato da quelle incombenze disgustose.
Fortunatamente a volte lei lo mandava a fare delle commissioni: la posta, la spesa e lui ne così approfittava per stare fuori il più possibile, cosicché se lei avesse avuto bisogno del bagno, e col suo peso ne aveva bisogno spesso, sarebbe stata costretta a farsi le scale e, oltretutto, più lui stava fuori e meno la doveva vedere e sopportare.
Oramai gli scricchiolii della ringhiera erano sempre più inquietanti, non ci sarebbe voluto molto altro tempo prima che cedesse sotto il peso di quella strega obesa. “Attilio!”, chiamò lei e quando lei chiamava bisognava correre e Attilio corse: “Dimmi, amore” (quanto gli costava chiamarla in quel modo).
Io non ce la faccio più a fare le scale, per cui ho deciso: mi trasferisco al piano terreno, nella sala: comincia a portarmi giù la televisione!”.

Attilio si sentì mancare, le gambe piegarsi, gli veniva da piangere: il suo piano andava a farsi friggere, lei non si sarebbe più appoggiata alla ringhiera, questa non avrebbe ceduto, lei non sarebbe morta e lui avrebbe continuato a scontare la sua pena per chissà quanti anni ancora. Azzardò: “Non sarebbe meglio che tu ti trasferissi, allora, al piano di sopra? Così non dovremmo sconvolgere la disposizione della casa e attrezzare la sala a camera da letto”.

Lei quasi ruggì, perché i suoi urli erano versi animali, di quell’animale mostruoso che era diventata ”Ho detto piano terreno e tu devi portare giù la televisione e poi il letto e poi devi smontare l’armadio e rimontarlo da basso: così ho deciso!”.

Ecco aveva deciso, e quando lei decideva non c’era verso di farle cambiare idea.
Attilio uscì dalla stanza in silenzio e con le lacrime agli occhi; il suo bel piano, l’omicidio perfetto, il lavoro di mesi, tutto svaniva in un attimo.

Avrebbe potuto, questo si, spingerla mentre scendeva definitivamente e sperare che l’urto fosse sufficiente a far cedere la struttura.

Per il momento occorreva fingere di assecondarla; scosse violentemente e con rabbia la ringhiera che scricchiolò, questa volta più forte, poi risalì a prendere il televisore: questo sembrava lo specchio della sua padrona, enorme, mastodontico, pesante, obsoleto, non uno di quelli nuovi ultra sottili, ma un residuato di quando lei era ancore una donna e non un mutante.

Con l’apparecchio in braccio cominciò, prudente, la discesa, solo che a un certo punto si sbilanciò sotto il peso del televisore, barcollò, ricevette una controspinta verso la ringhiera che, questa volta non fece crack, ma crash.
Ah, guarda – stava urlando lei – ho notato che ci sono i tarli e la ringhiera scricchiola paurosamente bisognerà che tu faccia una disinfestazione; stai attento, guai a te se mi rompi il televisore, mi hai sentito? Attilio?, Attilio?…”.

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Pubblicato da su marzo 11, 2011 in Racconti

 

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