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Curriculum Artistico

PALMARES LETTERARIO

2002 – Prima pubblicazione, in proprio, di un libro (I miei figli di un dio minore).
2004 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Il rapido per Roma)
2004 – Presentazione del libro “Cani ed altri racconti” presso la “Famiglia artistica milanese”
2005 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione poesia. (Il capitano)
2005 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. prosa.(Esprimi un desiderio)
2006 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Come ti sei fatta bella)
2007 – Segnalato al premio “Hanau” sezione poesia (Se io fossi)
2007 – Pubblicazione del romanzo “Morte al conservatorio” con l’editore Greco & Greco”.
2008 – 3° classificato al 13° premio internazionale di poesia “Città di Voghera”. (La corsa)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. poesia (Parve)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. fiabe, favole e filastrocche.(Il pifferaio magico)

2008 – Lode con encomio al V° premio “Hanau”
2009 – 1° classificato al 14° premio internazionale di poesia “Città di Voghera” (La montagna)
2009 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(L’amore di Filù)
2009 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Un caso lampante)
2009 – 1° classificato al premio “Amici del rifugio” – Milano – sez. narrativa
(Il rapido per Roma)
2010 – 1° classificato al premio “Panta rhei” – Lendinara (Ro) – sez. narrativa
(Canta piccolina)
2010 – 6° classificato al concorso letterario “tutti scrittori” – Somma Lombardo – narrativa
(Storie di pescatori)
2010 – Finalista al premio letterario “Mario Dell’Arco” – Roma – poesia
2010 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(Il lago dei cigni)
2010 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Poesia (Caldo)
2011 – Finalista al premio “Giallo d’arte” (Delitto perfetto)
2011 – Pubblicazione del romanzo “Morte e trasgressione” con l’editore Greco & Greco”.
2011 – 3° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Joshua Levy)

2011 – finalista al premio”Giallomilanese 2011″ (Inseguita)

2011- 3° classificato al concorso “Io racconto” – Firenze (Un caso lampante)

2012- Finalista al premio “Tramate con noi” della RAI (Romanzo “Lupi in Valtellina” – inedito)

2012- segnalazione di merito al 2° premio “Amici del rifugio” (Le cose che uniscono)

2012 – segalazione con menzione speciale al premio “Nati per vincere”

2013 – finalista al premio “zucca spirito noir” con due racconti inseriti nell’antologia edita da “Salani” insieme ai due vincitori e a Maurizio De Giovanni

2013 – finalista al premio “Le storie della via francigena” organizzato da Del Bucchia editore con una poesia inserita nella omonima antologia

2013 – Terzo classificato al premio “Ame Erotique” col racconto “la bella signora”

2014 – Classificato entro i primi sei al contest “Giallomilanese” col racconto “Un caso lampante”

2015 – Recital di racconti e poesie presso il centro polifunzionale EMMAUS di Milano

 

I miei Sforzi artistici


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LIBRI IN STAND BY
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 … E ALTRI ANCORA:
– LUPI IN VALTELLINA (USCITA PREVISTA IN AUTUNNO – EDITRICE LE MEZZELANE)
– MORTE A BORDO
– MORTE IN COLLEGIO
– DAL PASSATO
– LA CREPA NEL BUIO
– LA CASA DEI SEGRETI
– MORTE DI UN PRESIDE
– UN INVESTIGATORE MOLTO PARTICOLARE
– VILLA DELLE TURPITUDINI
– LA FILASTROCCA DEI TRE GATTI
– GRIECO E IL GATTO SCOMPARSO
– 2170 A.D.
– GIUSTIZIA PER UN BAMBINO
Alcuni dei miei preziosi trofei

 

In totale, al momento, 4 pubblicazioni con autore (la quinta in autunno); 4 volumi sulla scuola, un romanzo, 20 sillogi di racconti delle quali una di racconti di pesca.

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2 commenti

Pubblicato da su luglio 28, 2011 in Uncategorized

 

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Presentazione: Marco Ernst

Salve,

Per chi ancora non mi conosce, devo dire che insegno matematica nella scuola media (e scienze), ma scrivo per hobby racconti, poesie, romanzi.

Qui c’è solo una parte dei miei oltre 550 racconti e più di 100 poesie scritti fino ad ora.

Chi fosse interessato ai miei libri, parlo delle sillogi di racconti,li può richiedere a me direttamente, se è di Milano, visto che li stampo in proprio e tento di recuperare le spese.

Per la consegna, ci si incontra da qualche parte, oppure posso spedire ai non milanesi.

Bene, spero che qualcuno abbia letto qui alcuni  dei miei racconti. Spero anche  che a qualcuno di quei qualcuno siano piaciuti; ne ho scritti come detto ben più di mezzo migliaio, raccolti in una ventina di sillogi, stampate a mie spese, che cerco di recuperare, ma oramai ho accumulato un passivo che mi fa chiedere se è giusto che io investa ancora in questo hobby.

I gialli pubblicati, invece, sono stampati con editore e sono morte al conservatorio, fuori catalogo, esaurito, mentre di morte e trasgressione, pure fuori catalogo, ne ho ancora poche copie io. Qui ci sono le copertine di questi e di quelli che giacciono in attesa di essere apprezzati da un editore.

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copertina

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MAR.E. Edizioni

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ELENCO LIBRI MIEI

 

  1. I miei figli di un dio minore             – sett. 02 – Pag. 130 – T. 100 – € 6
  2. I miei figli di un dio minore Vol. II   – nov. 02 – Pag. 140 – T. 100 –  € 6
  3. Cani ed altri racconti brevi              –  ott.  03 – Pag. 120 – T.   70 –  € 6,5
  4. Straordinari personaggi comuni      – giu.  04 – Pag. 170 –  T.   70 – € 7,5
  5. Vite di carta                                     – mar. 05 –  Pag. 210 –  T.   72 – € 8,5
  6. Vita di scuola, scuola di vita           –  ott.  05  – Pag. 166  – T.   70 – € 7
  7. Nuvole, sogni, angeli e farfalle        – mag.06  – Pag. 196  – T.  60 –€ 8
  8. Adulti domani                                  – Set.  06  – Pag. 164  – T.   60 –€ 7
  9. Cento… e più                                   – Mag 07 – Pag. 209  – T.   60 – €8,5
  10. Il re del lago dei frati                       – Giu  07 –  Pag.   70  – T.   72  € 5,5
  11. Vivere è un dolce dolore                 – Nov. 07 –   Pag. 212  – T.  50  € 10
  12. Settima silloge                                – Set. 08  –  Pag. 216 –  T.   52 – €10
  13. Aristotele, la tragedia e la catarsi     -Ott. 09  –  Pag. 211 – T.   48 – €10
  14. Vite… ed altre catastrofi                     Ott.10  –  Pag. 216 –  T.   50 – €  9
  15. Io, apolide                                       –  Lug.11 –  Pag. 222 –  T.   60 – € 10
  16. Il Titanic e l’arca                             –  Sett.11 –  Pag. 224 –  T.   60  –€ 10
  17. Ordine dal caos                                – Apr.12 –  Pag. 226 –  T.   52  –€ 10
  18. Emozioni di sintesi                          –  Ott.  12 – Pag. 224 –  T.   50  –€ 10
  19. A volte… il dolore                            – Giu. 13 – Pag. 220 –  T.  50  – € 10
  20. Ultimi sogni prima dell’alba      – Apr. 14 – Pag   222 –  T.  50 – €  10
  21. L‘uomo nero                                       – Giu. 14 –  pag. 134 –  T.  60 – €   9
  22. Storie, semplicemente                   – Nov. 14 – pag.  230 – T.  50 – €  10
  23. C’ero una volta                                   -Ott   15    pag. 230  – T.  50 – €  11
  24. Lui quarantanove, io cinquecento-Feb  16    Pag. 240 -T. 40- €  11
  25. Un nuovo viaggio                             – Apr 17 –  pag. 250   – T.  52 – € 12
  26. Morte al conservatorio – Greco & Greco – mar. 07 -P. 126  € 6 (offerta)
  27.  Morte e trasgressione  –  Greco & Greco – 2011 disponibile presso l’editore e librerie on line
  28.  Spirito noir collection II (in antologia) – Salani – 2014
  29. 19 racconti del terrore-L’infernale ediz-Mar 17 Pag 180

Se qualcuno fosse interessato ai miei libri, sovvenzionerebbe la cultura; sinceramente non credo di aver nulla da invidiare neppure a Lucarelli, a Buzzati e a tanti altri.

Se vi interessano anche solo informazioni sui modesti costi dei miei libri e su come averli, lasciate un n° di telefono o un indirizzo e-mail nei commenti oppure nel mio profilo FaceBook.

Alcuni numeri: questo blog ha avuto, al 31 dicembre 2016, oltre 110000 contatti da oltre120 nazioni diverse,( compreso il Vaticano!, ma anche Gibuti, Vietnam, Guatemala, Sud Africa ecc).

Ho pubblicato anche fiabe su tiraccontouna fiaba, dove ho avuto oltre 140000 visite (tutto documentabile).

Ho pubblicato con editore e senza contributo due gialli, morte al conservatorio, morte e trasgressione e due miei racconti gialli sono su una raccolta edita da Salani, assieme ad altri autori, fra cui il noto Maurizio De Giovanni.

Partecipo a premi letterari e ne ho vinti 5, più una decina piazzamenti fra il secondo e il terzo, oltre a numetrose segnalazioni e ingressi in finale.

Con affetto

Marco

p.s. per saperne di più leggere anche “curriculum artistico”

 
70 commenti

Pubblicato da su marzo 11, 2011 in Uncategorized

 

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IL CONVEGNO

IL CONVEGNO

 

Camillo crollò sfinito su una sedia: finalmente l’ultimo cliente se n’era andato, ma non era ancora finita, perché c’era da rassettare la sala del ristorante, da pulire, lasciare tutto in ordine prima di andare a casa.

Era quasi la una del mattino, aveva mal di schiena, gli dolevano i piedi, aveva lo stomaco old-catering-lavora-con-noi-2018-selezioni-per-10-camerieri-di-sala-nel-lazio-744x445che brontolava dalla fame, ma se avesse cenato a quell’ora non avrebbe poi dormito tutta notte per l’acidità di stomaco della quale soffriva.

Già: erano oramai un po’ troppe le cose delle quali soffriva, ma d’altronde aveva oramai cinquantacinque anni e a quell’età è facile avere degli acciacchi, anche ben più di uno, soprattutto se non si ha la possibilità economica di fare dei controlli annuali, di curarsi, fare analisi, come fanno i ricchi che, infatti, arrivano sempre ad età avanzate: facile quando si ha uno stuolo di medici a disposizione.

E fra i ricchi che arrivavano floridi oltre gli ottanta o novant’anni, c’era uno stuolo di uomini politici, di cardinali, di parassiti che si erano arricchiti sulla pelle di quelli come lui, che non avevano avuto scrupoli ad arrivare a compromessi spesso poco legali, ma tanto i ricchi e i politici non vanno mai in prigione e se lo fanno allora sì che saltano fuori le malattie che i loro avvocati altrettanto ricchi, grassi e privi di scrupoli, sostenevano che avessero e che quindi non potevano sopportare la vita da carcerato.

Per questo le prigioni sono stracolme di stranieri, di tossici, di poveracci: loro non hanno avvocati e medici che li fanno uscire adducendo pretestuosità.

Qualcuno fra i pochi parenti e gli ancor meno numerosi amici di Camillo sosteneva che i suoi malanni fossero di natura psicosomatica: forse, ma anche quella non è una malattia? La depressione, le preoccupazioni, anche economiche, le delusioni di una vita che è per lo più sopravvivenza quotidiana, negandosi tante, troppe cose, anche piccole, ristquali un libro o un piccolo oggetto, ma c’è sempre da pensare alle bollette, alle spese di condominio, a un domani incerto, soprattutto per chi lavorava in nero come lui: prendere o lasciare, questa era l’alternativa.

C’erano, è vero, le mance, ma doveva pensare a quando non avrebbe più avuto le forze per quel lavoro, quando sarebbe stata l’età della pensione che per lui, con tutti quegli anni sprecati fra precariato, lavoro in nero, disoccupazione, sarebbe stata forse a mala pena sufficiente per le spese di condominio, non certo per bollette e vitto.

Eppure lui aveva un titolo di studio: laurea in chimica farmaceutica; poi c’era stato il periodo di dottorato, quattro soldi per fare ricerche delle quali si prendevano il merito i baroni universitari ed infine, quando l’avevano spremuto come un limone, l’avevano buttato via e le aziende gli preferivano i ragazzi giovani, che consentivano contratti meno onerosi per loro.

Dare lavoro ai giovani, si dice: altro che giovani, bisogna pensare ai vecchi, perché i giovani se la cavano comunque, ma è dopo i quarant’anni che non si trova più un lavoro se non qualcosa di faticoso, di inadatto, di avvilente per chi ha fatto anni di sacrifici per avere un titolo di studio.

Allora per forza si hanno malanni anche psicosomatici, oltre a quelli reali e ci si rode nell’odio per chi è stato causa di tutto questo, di loro, i politici che fanno solo gli interessi loro e della loro casta e di quelli che li eleggono, che avallano questo sfacelo della società, questo massacro dei lavoratori.

Camillo odiava soprattutto lui, il presidente, quello di cui tutti sapevano i sotterfugi, le corruzioni, l’arroganza, i metodi da filibustiere.

E poi successe, un giorno, che ci fu nella sua città il convegno: una di quelle innumerevoli occasioni in cui politici e industriali si riuniscono, decidono nuove congrmanovre ai danni della gente comune, che per loro è solo un mezzo per arricchirsi e per avere potere e poi fanno ricchi pranzi che, ovviamente, non sono pagati da loro, ma dai soldi pubblici, dai sacrifici dei lavoratori, dei pensionati, degli ammalati, degli scolari.

Ebbene sì, ci sarebbe stato anche lui, il suo nemico, che non sapeva e non si curava di esserlo, al convegno e poi al pranzo che sarebbe stato nel ristorante dove lui lavorava, già prenotato da mesi per i congressisti, i loro familiari, le guardie del corpo, persone, fra l’altro, dalle quali non c’era da aspettarsi neppure le mance: loro non usano il denaro, ma le carte di credito, se va bene, oppure i bonifici, i mandati di pagamento; poteva essere l’occasione della rivincita, della vendetta per Camillo: poteva avvelenarli tutti, ma non ne avrebbe mai avuto il coraggio.

Ma no, non era neppure paura, ma piuttosto il retaggio di un’educazione che glielo impediva, un’educazione, forse, di altri tempi, di un padre e una madre che avevano inculcato ai figli dei valori quali il rispetto, l’educazione, l’onestà, la gentilezza: tutte cose obsolete, per lo più, in quella che si chiama società moderna, ma c’era comunque un altro modo di prendersi una rivincita: forse la sua laurea, per quella volta, sarebbe stata utile anche a un semplice cameriere attempato e pieno di acciacchi.

Per giorni, da quando aveva saputo del congresso e del successivo pranzo, si era preparato, dosando, miscelando, pesando sostanze chimiche e medicinali: tanto ne aveva una caterva in casa, nell’armadietto del bagno.

Poi portò il tutto al ristorante, nelle scatole delle sue pillole che tutti sapevano lui teneva milano-marittima-carabinieri-chef-lassativonel suo armadietto al lavoro, accanto alle tre giacche immacolate.

E venne il giorno del congresso e della cena; i primi ad entrare furono dei brutti ceffi che, più che guardie del corpo, parevano avanzi di galera: uomini dallo sguardo duro, cattivo, che guardavano tutti con odio e sospetto.

E questi si misero a perquisire tutto, anche il suo armadietto, videro le sue medicine, ma erano solo medicine: antiacidi, antidolorifici, antinfiammatori.

Non c’erano armi, se non i coltelli della cucina, per questo un paio di loro si piazzarono accanto alla porta di comunicazione con la sala da pranzo e perquisivano i camerieri, controllavano che non si fossero impadroniti di un coltello da usare contro i loro padroni; padroni, sì, non datori di lavoro, perché loro erano solo cani feroci e i cani, contrariamente alle persone, hanno padroni. Lui era il più anziano, quindi toccò a lui il tavolo del presidente, fu lui a prendere personalmente la sua ordinazione.

E questi la fece senza neppure guardarlo in faccia, ma sbavando dietro allo stuolo di donnine facili che si era portato dietro, le sue amanti prezzolate.

Ordinò un risotto: meglio, perché un risotto non è così solido e compatto e vi si può facilmente inserire qualcosa come ciò che lui aveva preparato.

Camillo gli servì il risotto che quello cominciò a mangiare senza smettere di accarezzare la coscia o il seno delle due ragazze che aveva ai lati, le più giovani e sfacciate; non ci volle molto perché il suo composto facesse effetto: il presidente cominciò a sentire qualcosa, qualcosa che gli si muoveva dentro, poi cominciò ad emettere brontolii e rumori intestinali che tutti finsero di non avere udito; infine, quando l’effetto del super lassativo brevetto personale di Camillo fece effetto in pieno, balzò in piedi per precipitarsi in bagno, ma troppo tardi: il suo intestino si ribellò, espulse tutto ciò che conteneva, un liquido nauseabondo che gli colava dal fondo dei pantaloni, imbrattando tutta la strada fra il tavolo e i bagni che provocò il vomito in più di un commensale e che lo costringeva a camminare come un comico d’altri tempi.

view_image.422514.221225..f.453.604Mentre raggiungeva la toilette per pulirsi alla meglio, mentre un assistente fu spedito in albergo a procurarsi un abito e della biancheria pulita, qualcuno, persino qualcuno dei suoi lacché, rideva sotto i baffi, senza farsi vedere, con discrezione: i potenti possono essere temuti, ma raramente amati, hanno complici, mai amici.

Buona parte delle sue amanti se ne andò via di corsa, lontano da quello schifo e da quel vecchio ributtante: probabilmente un assegno cospicuo le avrebbe fatte ritornare presto; chissà se c’era almeno un paparazzo appostato fuori dal locale, uno che avesse documentato l’incidente?

Quando il presidente si fu ripulito se ne andò distrutto, aggrappato alle ultime due escort rimaste: dopo tanto Camillo si sentì felice, perché la miglior vendetta non è il perdono, ma la vendetta stessa.

 

 
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Pubblicato da su gennaio 13, 2019 in Racconti, Uncategorized

 

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LA NUOVA SPECIE

LA NUOVA SPECIE

 

Andrea Tesolin era un finanziere di ventuno anni, arruolatosi per mancanza di meglio, di altre prospettive di lavoro e guadagno e perché, comunque, lui era originario dei luoghi dove sarebbe stato mandato di stanza.

L’avevano messo di servizio al confine, non a difesa delle dogane, non a combattere il contrabbando, quanto ad impedire che arrivassero carichi di merce umana, di clandestini trasportati come bestie da macello dalle nuove mafie che ritenevano più redditizio contrabbandare persone che non sigarette o orologi  e stupefacenti.

Era alla sua settimana di turno notturno: pioveva, nevicava, pioveva e nevicava e faceva un freddo dell’accidente; col silenzioso beneplacito del suo superiore, aveva indossato un berretto di lana che gli copriva le orecchie al posto di quello di ordinanza e, cosa che il tenente non sapeva, sotto la divisa aveva messo il pigiama di pile che gli aveva regalato sua madre per Natale.

Il turno di notte era una menata, ma del resto prima o poi toccava a tutti: faceva più freddo che di giorno, ma soprattutto era proprio a notte fonda che i maledetti trafficanti cercavano di passare.

Non che lo facessero spudoratamente: anzi diventavano sempre più ingegnosi nel camuffare i carichi umani in doppifondi, contro-pareti del camion, scatoloni di materiali vari che coprivano i clandestini e spesso diversi di loro soffocavano in quei nascondigli angusti, ma quella era una perdita calcolata, tanto avevano già pagato il trasporto.

I più rognosi erano i carichi di animali, camionate di mucche o maiali o pecore con mischiate persone e per scovarli dovevi farti largo a gomitate fra il bestiame.

Se non altro anche loro, i custodi dei confini, si ingegnavano sempre di più, affinavano tecniche e istinto, riuscivano a riconoscere l’odore degli escrementi umani da quello degli animali, avevano occhio per le differenze di volume fra esterno ed interno dei cassoni dei grossi automezzi.

Andrea Tesolin era appena rientrato dopo avere ispezionato il bagagliaio di una vecchia Mercedes dove aveva trovato e sequestrato circa duecento cuccioli di cani di varie razze, dei quali un trenta per cento morti di freddo, di stenti, d’immaturità: che tristezza!

Aveva voglia di un caffè o magari di qualcosa di più forte, ma non si poteva… il problema è che in alta montagna l’acqua bolle a meno di cento gradi, quindi il caffè fa schifo, meglio la grappa, ma per chi indossa una divisa niente alcool, neppure con diciassette gradi sotto zero.

Ma era destino, comunque, che la bevanda calda dovesse essere rinviata; il giovane sentì arrivare un grosso autoarticolato proprio mentre era a metà della porta d’ingresso del posto di guardia, tornò fuori con mitraglietta a spalla e paletta in mano e intimò l’alt Il mezzo, però, accelerò, forse sperava di sfondare le sbarre senza sapere che erano state tutte rinforzate ed erano in acciaio pieno. Il muso del mezzo urtò l’ostacolo, il radiatore si ruppe spruzzando acqua bollente ovunque e subito il conducente saltò giù dalla cabina e si diede alla fuga, una fuga lenta e zoppicante.

Al finanziere Tesolin venne quasi da ridere, urlò un ordine di fermarsi all’autista, ma questi continuò a zoppicare via al rallentatore ancora per un po’, poi stramazzò al suolo: il superiore del giovane, comparso alle sue spalle, gli aveva piazzato una pallottola il testa, anzi nella nuca senza tanti indugi, poi guardò il ragazzo come a dirgli: “Cosa aspettavi?”.

Insieme andarono dall’autista per constatarne la morte, tanto in cabina non c’erano altri e il portellone posteriore del T.I.R. era chiuso da un lucchetto.

Con il piede l’ufficiale girò il corpo ed entrambi gli uomini fecero un salto indietro, inorriditi: la pallottola gli aveva portato via mezza testa, ma l’altra metà non era quella di un ex vivo, ma di uno già morto, semidecomposta e con un fiotto di larve che gli colavano dalla bocca, o da ciò che ne restava.

Anche lassù fra le montagne vedevano i film che parlavano di zombi.

Appena si ripresero corsero al camion con un tremendo sospetto, per accorgersi troppo tardi che avrebbero dovuto cercare nelle tasche del due volte morto le chiavi del lucchetto: nessuno aveva voglia di ritornare da lui.

L’ufficiale estrasse la pistola, fece indietreggiare il subalterno e sparò al lucchetto. Il primo colpo rimbalzò sulla carrozzeria e gli sfiorò un orecchio, ma il secondo mandò in pezzi la serratura: “Stai indietro, togli la sicura della mitraglietta e stai pronto” ordinò con voce titubante.

Nel frattempo al rumore dei tre spari dall’interno della postazione altri si erano svegliati e stavano venendo a vedere cosa stesse succedendo. Il graduato aprì il portellone e non poté trattenere un moto di disgusto alla zaffata che gli arrivò alle narici: odore di decomposizione.

Alla luce della pila del tenente comparve un massa di corpi stipati che subito, seppure con quell’andatura lenta e zoppicante, si riversarono fuori.

Il ragazzo terrorizzato fece appena in tempo ad aprire il fuoco, falciando per primo il suo superiore, poi una decina di corpi dei quali la metà si rialzò quasi subito, poi la massa lo travolse, lo afferrò, lo divorò in silenzio.

Tutti i presenti accorsi subirono la stessa sorte: sparavano ad altezza uomo e quelli si rialzavano e li sovrastavano, ponevano fine alle loro vecchie vite per dargliene una nuova.

Quando tutto fu silenzio alcuni dei non morti entrarono nella guardiola, trafficarono un po’ fino a che la sbarra non si alzò: dal buio a fari spenti sbucarono altri sei mezzi che passarono indisturbati la postazione di confine.

E nessuno di questi conteneva cuccioli di barboncino.

 

* * *

 

Erano passati alcuni mesi, tutte le grandi città del nord, ma anche le piccole, erano invase dagli zombi e ogni giorno l’invasione avanzava di cinque o dieci chilometri verso sud.

Dove fosse iniziato il tutto non era stato appurato, ma di certo non ai Caraibi e non c’entravano woodoo e santeria. Invece era stato stabilito il primo punto d’ingresso grazie alla strage dei finanzieri di confine.  Nonostante tutto, però, gli umani vivi si erano organizzato abbastanza da controllare l’epidemia, forse anche troppo.

Questi erano zombi strani, non quelli dei film: erano lenti, ma in compenso intelligenti, tanto, magari, da guidare un autoarticolato. In fondo non erano neppure cattivi, erano solo animali con l’istinto di nutrirsi e di riprodursi e, visto che non potevano moltiplicarsi per via… tradizionale, lo facevano per contagio di altri umani.

Gli scienziati stavano ancora discutendo se fossero una razza o una nuova specie, forse quella predestinata a dominare il mondo; per milioni di anni i dominatori erano stati gli invertebrati, poi erano arrivati i pesci, quindi i dinosauri, i mammiferi e l’uomo: avanti il prossimo.

La gente, tutto sommato, aveva imparato a conviverci, a controllarli, a ucciderli. I luoghi più pericolosi erano quelli dove anche gli umani si affollano: i supermercati, gli stadi, i cinema.  Gli zombi si affollavano lì e il numero allora sì diventava pericoloso; per il resto nelle strade normali bastava non essere mai da soli ed essere sempre armati.

Non occorrevano armi da fuoco, che anzi erano vietate perché c’era stato chi, preso dal panico, aveva iniziato a sparare a tuttociò che camminava, zombi e non zombi e quando i morti camminano non è una buona idea farne altri.

Gli zombi mordevano anche i morti, tentavano di farlo anche con quelli dei cimiteri che essi andavano a disseppellire con ostinazione e al loro morso questi prendevano vita, se di vita si può parlare.

Al posto delle armi da fuoco si usavano quindi un grosso scalpello da roccia e un martello: gli si girava intorno, tanto erano lenti e prima che se ne accorgessero e potessero reagire gli si tranciava con un colpo netto il tronco encefalico, in tal modo non resuscitavano più e il processo di decomposizione totale durava solo poche ore.

Anche questa novità, questa specie assassina ma senza malafede, aveva scatenato in molti gli istinti più bassi: erano sorti circoli di cacciatori di zombi a cui il pericolo della preda dava quella scarica di adrenalina che un tempo davano leoni, elefanti, coccodrilli, orsi e lupi e poco importava se le loro vittime erano state un tempo il vicino, il fratello, la moglie o i figli.

C’erano agenzie specializzate che organizzavano battute di caccia nei boschi, in luoghi dove era più raro trovare la preda, altrimenti sarebbe stato come andare a pescare pesci in una piscina sovraffollata, usavano archi, balestre, lance, armi bianche per il brivido del corpo a corpo.

Era fatto obbligo per chiunque ne uccidesse uno o più, registrarlo su un apposito libretto distribuito a tutti, al fine di tenere una statistica della popolazione di zombi e saper se il numero era in aumento o diminuzione. Oltre i circoli dei cacciatori c’erano poi le bande del sabato sera, ragazzi annoiati dalle discoteche, oramai deserte in quanto attiravano troppi non morti e queste scorrazzavano per i luoghi più affollati dagli zombi con macchine modificate. L’idea era venuta a Stefano, ex appassionato di viaggi che ricordava quando in Australia aveva noleggiato un fuoristrada con paraurti modificato in acciaio maggiorato in altezza e spessore con quelli che lui chiamava “gli spacca canguri”.

Oltre a questi, poi, venivano montati sulle autovetture dei bracci verticali con al termine delle grandi lame simili a falci; con queste sfrecciavano in mezzo agli assembramenti di zombi, tranciandoli a metà, anzi a tre quarti, il più vicino al collo per decapitarli in via definitiva.

A bordo delle auto c’era sempre, comunque, un amico addetto alla registrazione degli eliminati. Le statistiche ufficiali dicevano che si era vicini agli ottocentomila zombi eliminati e che la popolazione, seppure conquistava terreno verso sud, era in calo, non fosse altro perché gli umani avevano imparato a non diventare come loro.

Purtroppo non si avevano notizie dalle altre nazioni perché quelle cimici avevano occupato tutti i posti di comunicazione facendo un bel casino tanto che non c’erano più né telefoni, né internet, né televisioni, terrestri o satellitari che fossero. Solo in alcuni piccoli centri totalmente liberati dagli invasori si era cercato di ricostruire le centraline, ma poi mancavano le comunicazioni con quelle corrispondenti e con i server.

Certo l’economia non stava bene: era difficile lavorare, produrre, perché fabbriche e magazzini attiravano grandi quantità di zombi, così il governo decise delle misure drastiche, fra le proteste degli zombi – ambientalisti che consideravano anche quelli una specie protetta, da non lasciare estinguere.

Dal sud, dalle caserme, furono richiamati battaglioni di sbarramento contro l’espansione verso il meridione; inutile usare cannoni, meglio lanciafiamme che avevano lo stesso effetto definitivo della decapitazione o della rescissione del midollo a livello cefalico.

Furono anche commissionati automezzi che sfruttavano l’idea di Stefano: spaccacanguri e falci che facevano strage delle grandi migrazioni.

Il numero dei non vivi stava diminuendo in grande stile, anche se diversi ambientalisti per protesta si facevano mordere volontariamente per arricchirne le file.

Non erano solo questi, i new, new age a protestare: c’erano anche i cacciatori che vedevano sparire il loro divertimento dei week – end e i ragazzi del sabato sera troppo annoiati per inventarsi qualcosa d’altro, come magari leggere un buon libro.

I cacciatori e sterminatori di zombi per divertimento dimenticavano, forse, ancora una volta che là in mezzo c’erano, o avrebbero potuto esserci i loro amici, genitori, figli, fratelli, parenti vari, magari il vicino di casa scomparso dall’inizio dell’invasione.

Schiacciati dall’offensiva da nord e da sud gli zombi stavano diminuendo drasticamente e entro pochi mesi sarebbero stati eliminati definitivamente.

Buona parte delle comunicazioni erano ritornate e anche nel resto del mondo c’erano state invasione e sterminio del popolo dei morti che camminano, non senza drammi: un aereo trafugato da un gruppo di zombi era decollato e si era schiantato sulla residenza reale inglese uccidendo la regina alla tenera età di 112 anni: praticamente uno zombi fra gli zombi-

Un altro si era schiantato su Montecitorio a Roma, ma non aveva fatto che poche vittime, i cosiddetti pianisti, perché la maggior parte dei politici non era presente.

Nella storia si erano superate due guerre mondiali, varie crisi internazionali, epidemie come quella dell’influenza spagnola, ma questa emergenza era stata l’unica che aveva lasciato un danno permanente: una nuova specie sì, ma non gli zombi oramai debellati, ma una specie di persone prive di anima e umanità

 

 

 
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Pubblicato da su dicembre 25, 2018 in Racconti

 

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IL BAMBINO E IL CANE

IL BAMBINO E IL CANE

 

Zorro era una merda.

Era sempre stato una merda ed ora con il passare degli anni era diventato una vecchia merda puzzolente.

Il suo stesso nome rimandava, probabilmente, a vecchie ascendenze zingare e di questi aveva conservato la fame di libertà, il desiderio di muoversi e non legarsi mai troppo a lungo a uno stesso luogo come un marinaio e come questi con una donna in ogni porto. Adesso, però, alla soglia del mezzo secolo il suo girovagare si era un po’ affievolito ed era da tanto, forse troppo tempo che abitava nella medesima città.

Campava con un piccolo sussidio di disoccupazione, del quale sarebbe presto finita l’erogazione e comunque talmente piccolo cha anche l’ente previdenziale chiamava ufficialmente “mini” e che lui integrava in maniera non troppo legale. Infatti possedeva un grosso cane, un molosso ide, che faceva combattere in cruenti scontri illegali: una merda d’uomo, appunto.

E lo era anche per tutte le donne che aveva fatto innamorare, illuse e abbandonate. Il fatto di non spostarsi più, che nella sua seconda, anzi prima fonte di guadagno, era un danno, era anche dovuto al fatto che per ricevere l’assegno di disoccupazione, visto che lui non era titolare di alcun conto corrente bancario, aveva dovuto dare un indirizzo, un recapito stabile. Stabile fino ad un certo punto, visto che Zorro viveva col suo cane Golia in un camper enorme parcheggiato in un terreno polveroso all’estrema periferia della città.

La sua casa, dunque era questo gigantesco caravan americano, del quale era venuto in possesso chissà come, probabilmente grazie a un credito di gioco, un veicolo enorme quanto una corriera e che consumava un botto di carburante, quindi anche per questo motivo era meglio per Zorro non spostarsi troppo.

Ad essere precisi lì dentro ci viveva solo l’uomo, mentre il cane era confinato in un piccolo rimorchio appena poco più grande di lui.

Il problema più grosso era che il cane stava diventando vecchio e indebolito dalle innumerevoli ferite e fratture ricevute nel corso della sua infelice carriera di lottatore; Golia era colui che gli dava di che vivere, procurarsi ed addestrare un altro cane sarebbe stato troppo dispendioso e se fosse mancato l’animale si prospettava la cruda realtà di doversi cercare un lavoro, un lavoro vero, anche perché fra breve il tempo concessogli per l’indennità di disoccupazione sarebbe scaduto e senza un impiego regolare, almeno per qualche mese, niente più sussidio.

Un pomeriggio, mentre Zorro riposava, sentì il cane abbaiare e subito dopo udì bussare alla porta del camper.

Andato ad aprire spettinato e in canottiera, si ritrovò di fronte una donna sulla quarantina, scialba, accompagnata da un uomo in giacca e cravatta, un agente della municipale e dietro i tre un ragazzino di forse nove o dieci anni.

La donna, che evidentemente era a capo del trio… e mezzo, si qualificò come assistente sociale, presentò il suo collega e non una parola per l’agente che, evidentemente, era mandato solamente di scorta, visto che il loro lavoro non era mai troppo ben visto e che in tale professione erano spesso a contatto con persone poco raccomandabili.

Dopo le presentazioni Zorro fece accomodare i nuovi venuti su sedie di tela da giardino spaiate poste intorno a un tavolino pieghevole lì all’esterno, davanti al suo camper. Ancor prima di informarlo sul motivo della visita la donna, che cominciava a stargli fortemente antipatica, gli pose una serie di domande: titolo di studio, professione, domicilio: domicilio? Ma se erano lì, doveva essere chiaro quale fosse il suo domicilio.

Terminata la santa inquisizione, lo informò che il bambino, di dieci anni, era figlio di una sua vecchia fiamma da una notte e via, nonché suo: maledizione, perché mai dopo la scopata le aveva dato il suo nome e numero di telefono? Adesso la donna era morta di un tumore e il bambino doveva essere affidato, in attesa della decisione di un giudice minorile, alle cure del parente più prossimo: lui, Zorro, il padre.

Affidato a lui? Che se lo tenessero pure: lui non amava i bambini, non amava nessuno, non voleva quell’impiccio fra i piedi e non aveva soldi per il suo mantenimento.

A convincerlo fu il fatto che per il periodo fra quel momento e l’udienza del giudice, avrebbe ricevuto una indennità di mantenimento ben superiore a quella di disoccupazione, non trascurando il fatto che altrimenti rischiava una denuncia per abbandono di minore e per non aver mai provveduto al mantenimento del figlio: e come avrebbe potuto, anche volendo (ma non voleva), visto che non sapeva neppure che quel coso minuscolo esistesse fino a mezz’ora prima?

Il ragazzino, dall’aria triste e spaurita, si chiamava Angelo e frequentava la quinta elementare ed anzi, adesso avrebbe dovuto essere iscritto dal padre alla scuola più vicina, visto che aveva sempre vissuto in un’altra città. Zorro già non lo voleva, figuriamoci poi sbattersi per mandarlo a scuola e magari pagargli la mensa: ci avrebbero pensato i genitori affidatari quando, all’udienza, lui avrebbe rinunciato alla patria potestà. In fondo anche se avesse perso un anno di scuola, se fosse stato bocciato a lui non fregava nulla e, probabilmente, il figlio sarebbe solo stato disoccupato un anno più tardi.

Volente o nolente, dunque, Zorro prese il bambino, la sua valigia scadente con pochi indumenti e se lo trascinò in casa, anzi nel camper, senza neppure salutare quei tre rompiscatole che gli stavano sconvolgendo al vita: chissà se era possibile fare combattere anche i bambini oltre ai cani? Il resto del pomeriggio trascorse in silenzio: Zorro a farsi gli affari suoi, vale a dire qualche lavoretto e guardare una rivista porno con al mano infilata nei pantaloni e il bambino a guardarlo, in attesa di un cenno, di una parola da quel padre che non aveva mai conosciuto, ma che era pur sempre un padre.

Una sola cosa disse l’uomo al figlio: “Qua dietro c’è il rimorchio col cane: è un cane da combattimento, stagli lontano o ti fa a pezzi e ti mangia per aperitivo” in effetti Golia pesava di certo almeno il doppio del bambino. Zorro non aveva mai avuto a che fare con i bambini, tanto meno aveva letto la favola di barbablù (forse una sua versione porno…) altrimenti avrebbe saputo che basta dire a un ragazzino di non fare una cosa perché lui ne sia incuriosito e la faccia immediatamente.

Zorro non aveva televisione: appena buio scaldò sul fornello elettrico una scatola di minestrone preconfezionato e la divise fra sé e il figlio, nella proporzione di settanta a trenta, poi indicò ad Angelo un letto le cui lenzuola erano, forse, più vecchie e sporche dello stesso camper, si infilò nel proprio, le cui lenzuola dovevano essere della stessa epoca delle loro sorelle e spense la luce, anche per non consumare la batteria del mezzo.

Quando si svegliò alle luci del mattino, intontito e con un’emicrania data da un paio di birre di troppo, il letto del ragazzino era rifatto alla perfezione, ma vuoto: il figlio non era nel camper. Se se ne è andato, pensò, sono rogne in meno, ma magari va a finire che devo fare la denuncia e mi tolgono i soldi del mantenimento; poi ebbe un lampo: “Oh cazzo, il cane!”.

Se Golia avesse sbranato Angelo allora sì che lo stato l’avrebbe mantenuto per i prossimi nove o dieci anni, ma non si può togliere la libertà a uno zingaro, chiuderlo in gabbia come un cardellino: ne morirebbe.

Zorro si precipitò in mutande,  sporche, fuori dal suo mezzo e appena girato l’angolo del camper vide il bambino a terra e Golia sopra di lui… che gli leccava la faccia. “Brutto deficiente, ti avevo detto di stare lontano dal cane, ora le prendi” e fece per sfilarsi una cinghia che non aveva, visto che non indossava neppure i pantaloni; si avvicinò comunque al figlio con aria minacciosa e una mano alzata pronta a colpire, ma subito fu dissuaso dal ringhio di avvertimento del molosso. “Ma lui è mio amico – si giustificò il bambino abbracciando il cane alla gola – mica mi vuole fare del male e  poi, poverino, era stanco di stare sempre lì rinchiuso…”. “Ah sì? E tu come lo sai, te lo ha detto lui prima che rischiassi la gola aprendogli la gabbia?”. “Sì, me lo ha detto lui” disse il bambino e subito fu gettato a terra da una nuova leccata sul viso da parte del gigantesco animale.

Da quel momento cane e bambino divennero inseparabili ed era Angelo a occuparsi di Golia, a dargli da mangiare, a lavarlo; anche dentro quella specie di casa faceva tutto lui: cucinava, lavava la biancheria, forse per dimostrare al padre che poteva tenerlo con sé, che lui non era un peso, che si dava da fare.

Zorro era una merda ed aveva tutti i vizi delle merde come lui: il gioco, le donne facili (facili sì, bastava pagarle…), droghe varie e per tutti questi “divertimenti” ci vogliono tanti, ma proprio tanti soldi e la disoccupazione più il sussidio per il figlio non bastavano, anche perché ogni tanto bisognava mangiare e comperare il carburante per il camper e il generatore di corrente: doveva riprendere presto a fare combattere Golia.

Naturalmente ci furono proteste, pianti e capricci del bambino, tanto che gli arrivarono anche un paio di sberle: il padre era Zorro ed era lui a decidere.

Così il cane fece qualche combattimento, uscendone malconcio, ma vincitore e Zorro tirò a casa qualche centone extra ed esentasse. Era chiaro, però, che erano premi e scommesse da micragnosi e l’animale era troppo vecchio e acciaccato per i combattimenti importanti.

Andò avanti così per qualche mese ed era sempre Angelo, poi, a dover curare, disinfettare, fasciare e curare  le ferite del cane. Tirarono avanti in quel modo fino a quella brutta faccenda di quel debito di droga non saldato per il quale si presentarono due aspiranti al titolo di mister muscolo obeso che conciarono Zorro peggio di Golia dopo l’ultimo combattimento e minacciarono, al prossimo giro, di riservargli un trattamento ancora peggiore, definitivo, per così dire.

Fu sempre Angelo a curare le ferite del padre, dopo quelle del cane: i bambini sono così stupidi da amare anche chi non se lo merita solo per il fatto che si chiama padre.

Onde evitare il prossimo giro delle due bluebell Zorro doveva escogitare qualcosa: gli proposero un combattimento del grosso giro, un combattimento con tanti soldi sicuri, ma con l’altrettanto sicura certezza che per Golia sarebbe stato quello definitivo: non aveva chance contro il pitbull della famiglia zingara, zingara vera, che gestiva il giro importante, ma comunque oramai il cane era solo un peso, vecchio, carriera finita e caro da mantenere, con quello che i suoi novanta chili esigevano quotidianamente.

Ci fu la solita scenata di Angelo che però, stavolta, esagerò e si prese una cospicua dose di nerbate su schiena, sedere e gambe con un ramo di nocciolo.

Giunti al luogo del combattimento il piccolo non volle neppure scendere dal camper. Finì tutto in pochi minuti: Zorro incassò i soldi che avrebbero pagato il debito col pusher e infilò il corpo del molosso nel rimorchio.

Tornarono allo sterrato che era il suo domicilio obbligato se voleva il contributo per il ragazzino e solo allora Angelo scese, tirò fuori a fatica il grosso animale dal rimorchio e lo esaminò: “È ancora vivo, dobbiamo portarlo subito da un veterinario!” supplicò. “Cazzate – rispose il padre – sono soldi buttati, non ha scampo, se  proprio, proprio, lo posso portare sì dal veterinario, ma per farlo addormentare per sempre, invece di farlo io a bastonate”. Il bambino esplose: “Sei cattivo, ti odio,perché  tu odi noi,  me e  lui; lui è il solo che mi vuole bene e io cosa faccio se adesso lui muore, è meglio se muoio anch’io”.

Per la prima volta Zorro ebbe un pensiero: era stato bambino anche lui, in un tempo lontano ed aveva avuto perfino dei genitori che, gli parve di ricordare, gli avevano dato non solo botte, ma anche amore: possibile che suo figlio dovesse essere ridotto ad amare ed essere amato solo da un vecchio rognoso sacco di pulci?

* * *

Erano le sei: Zorro uscì in silenzio e chiuse piano la porta per non svegliare Angelo: lui avrebbe dormito ancora un’oretta prima di alzarsi per andare a scuola, gli aveva lasciato sul tavolo il necessario per la colazione prima di andare a lavorare.

La casetta era piccola, in un paese lontano dalla città, dai combattimenti, dalle puttane e dagli spacciatori, ma era carina, sufficiente per due e c’era anche un fazzoletto di giardino, metà del quale era stata riconvertita ad orto.

Aveva dovuto vendere il camper e fare un mutuo per comperarla, ma adesso con un domicilio fisso e un lavoro stabile nessungiudice gli avrebbe potuto togliere suo figlio.

Aveva ceduto un po’ della sua libertà, ma aveva acquistato molto di più: l’amore e il rispetto del sangue del suo sangue.

Mentre l’uomo si avviava verso il cancelletto del giardino Golia gli si fece incontro zoppicando e agitando il moncone di coda, Zorro gli lanciò un biscotto e il cane, buono, buono, lo accompagnò fino al limitare del giardino.

Di certo aveva chiuso coi combattimenti, ma il veterinario aveva fatto miracoli e non aveva neppure voluto essere pagato davanti alla disperazione e alle lacrime del bambino.

Zorro aveva finalmente capito che avere un cane e un bambino vuole dire essere una famiglia.

 

 
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Pubblicato da su dicembre 7, 2018 in Racconti

 

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MACERIE

MACERIE

Ah, la crisi, tutti parlavano di crisi, ma nessuno sapeva perché e per come c’era stata, chi l’aveva voluta, per quali interessi.

In realtà spesso non si sa bene neppure cosa s’intenda per crisi.

Però c’era chi ne risentiva comunque, ad esempio la classe piccolo borghese, i proprietari di modesti negozi che quotidianamente chiudevano dopo essersi mangiati i risparmi di una vita e poi gli operai e gli impiegati che altrettanto quotidianamente venivano licenziati, perché gli imprenditori, gli industriali, non sono disposti a rinunciare neppure ad una piccola fetta del loro grosso, enorme guadagno, nemmeno quando c’è crisi.

Loro no, non la conoscono la crisi, loro cascano sempre in piedi, per il loro tenore di vita la crisi non cambia nulla.

Quella era stata una delle tante fasi storiche del nostro paese in cui questa parola di moda, e per alcuni di comodo, era tornata prepotentemente alla ribalta.

Germano aveva una piccola impresa edile, giusto quattro dipendenti oltre lui ed anche quella era stata travolta da questo mostro divoratore di risparmi e posti di lavoro, come se la gente non avesse avuto, d’improvviso, più bisogno di case o di ristrutturazioni.

No, la gente ne aveva sempre bisogno, semplicemente non aveva i soldi né per acquistare casa, né per ristrutturare quella che già avevano, a parte il fatto che molte case costruite o acquistate a fronte dei sacrifici di una vita se l’erano mangiate le banche.

Così Germano aveva resistito fino a quando aveva potuto, poi aveva dovuto, molto a malincuore, licenziare i quattro dipendenti e chiudere baracca e burattini: non aveva più un centesimo, loro lo sapevano, sapevano che il suo non era egoismo o furbizia, era disperazione.

Forse se avesse avuto pazienza avrebbe potuto ricominciare daccapo, ma non aveva pazienza e, soprattutto, non aveva più neppure il denaro per sopravvivere.

Un lontano cugino era emigrato tempo prima negli States e più volte gli aveva detto: “Quando vuoi, vieni qui anche tu, qui il lavoro c’è, questa è la nazione delle occasioni per tutti, qui i dollari si trovano quasi per strada”.

Fino ad allora non aveva mai preso in considerazione l’offerta del cugino Armando, ma stavolta lo fece, perché non aveva scelta.

Riuscì a farsi prestare da vari amici i soldi del viaggio e partì, non su di un bastimento come si faceva un secolo prima, ma in aereo; là, poi, sarebbe stato ospite del cugino fintanto che non avesse ingranato la sua nuova attività.

Stati Uniti, il paese delle occasioni, delle libertà, ma almeno di queste ultime dubitava: sull’aereo gli avevano dato un modulo da compilare, dove volevano sapere la sua religione, le sue idee politiche, se era un terrorista (già, perché quelli lo scrivono sul modulo…) ed altre cose che gli facevano dubitare di tutta questa presunta libertà.

E poi ci sarebbero state le pratiche per la carta verde, quella per gli immigrati, come se il popolo americano fosse stato tutto di nativi e non inglesi, francesi, italiani, irlandesi, eccetera; i veri nativi, gli amerindi o pellerossa erano nelle riserve e non erano loro a trattarlo da straniero, ma altri stranieri.

Comunque, modulo o no, carta verde o no, arrivò nella Grande Mela, fu accolto dal cugino con calore, perché è soprattutto quando ci si trova in un paese straniero che si capisce il bisogno di avere accanto gente della propria terra.

E capì anche tutti quegli immigrati nel suo paese, sui tram, per strada, quelli che tutti guardano storto: se avessero avuto di che sopravvivere a casa loro, molto probabilmente ci sarebbero rimasti volentieri.

Lui non era uno di quelli che dava la colpa della crisi agli immigrati, bensì alle banche, all’egoismo degli imprenditori, quello grandi, non i “Pollicino” come lui e ai politici al servizio non del popolo, ma dei grossi gruppi di potere economico.

Un po’ con l’aiuto del parente, un po’ con le sue forze e i sacrifici, riuscì, piano, piano, ad ingranare, a rimettere in piedi un’impresa edile, sì, perché “Italians do it better”, certe cose gli italiani le sanno fare bene, con gusto e precisione e lui aveva gusto, capacità ed era preciso.

Ed allora lui, l’immigrato, forse terrorista mussulmano, forse comunista venuto in America per attentare a quella presunta democrazia, cominciò ad avere alle sue dipendenze quelli che si consideravano veri americani e che non lo erano e che lo disprezzavano: spaghetti, mafia, mandolino…

Dopo diversi anni di lavoro duro, sì perché lui non era quello che comandava, lui lavorava insieme ai suoi dipendenti e forse più di questi, il suo stato economico era passato da nullatenente a più che agiato.

Siccome Germano era una persona corretta ed un uomo d’onore, coi primi guadagni spedì il denaro a chi glielo aveva prestato per il viaggio e per le prime spese.

Risarcì anche il cugino, in questo riluttante, delle spese sostenute per il suo mantenimento dei primi tempi.

Adesso aveva una casetta sua, poi questa divenne una villa grande, troppo grande, sì, perché lui non aveva una famiglia sua e questo era uno dei suoi rimpianti.

L’altro era stato il dover lasciare la sua terra, la sua città, anche se queste non gli avevano dato lo stesso amore che provava lui, ma non era colpa loro, bensì di chi le mal governava.

Il terzo rimpianto era l’aver abbandonato la madre da sola, lontana migliaia di chilometri: le aveva anche offerto di andare con lui nel nuovo mondo, ma lei voleva invecchiare e morire là dov’era nata, dove erano cresciuti e morti i suoi genitori, i suoi parenti, il compagno della sua vita.

Forse il figlio, tutto ciò che le rimaneva, un giorno, presto sperava, sarebbe ritornato, mentre la sua terra non poteva portarsela dietro.

Inizialmente si scrivevano tutte le settimane, poi divennero tutti i mesi, poi più di rado, poi quasi più nulla.

E intanto la donna invecchiava ed anche al figlio lontano i capelli ingrigivano, imbiancavano.

Quando a Gemano arrivò la lettera che gli annunciava la morte della madre, quasi non pianse: era così lontana nel tempo e nello spazio da non rendersene conto , da non sentire così bruciante la sua definitiva mancanza.

Non sentiva neppure più la mancanza del suo paese: cosa gli aveva dato questo? Nulla, se non un calcio di dietro e la riconoscenza che si sarebbe aspettata da quello per il suo lavoro di anni, per aver pagato e mantenuto una classe politica parassitaria, non c’era stata.

Ora che Germano era veramente agiato, che stava bene, poteva pensare a godersi gli ultimi anni ancora attivi senza più spaccarsi la schiena e arrostirsi il cervello sui ponteggi e così fece; lasciò la sua impresa ai suoi uomini, a quelli che l’avevano fatta crescere: a lui bastava poco e quel poco era anche più di quanto gli servisse.

Ma un giorno gli tornò prepotente una nostalgia di casa, delle cose che aveva lasciato, della casa dove era nato.

Quando s’invecchia e si sente la fine non lontana, si vogliono chiudere i conti, fare quello che dopo sarebbe troppo tardi fare: voleva rivedere la casa dov’era cresciuto, tutto sommato, felice, povero ma felice; voleva dare un ultimo saluto alla madre, alla sua tomba, per lo meno.

Forse è l’età che, portandosi via le nostre forze, ci rende più sensibili, anestetizza i nostri sensi inibitori: i vecchi soffrono di più, forse perché hanno perso la capacità di amare, piangono spesso perché non sono più capaci di ridere.

I vecchi diventano anche pigri, perché sono deboli e tutto li stanca facilmente, per cui l’idea anche solo di un piccolo spostamento li manda in agitazione: figuriamoci un viaggio intercontinentale Stati Uniti – Italia!

Ma, come detto, per fortuna questi viaggi non si fanno più sul ponte di un bastimento a vapore, ma in aeroplani superveloci e comodi: Sali lì, ti siedi al tuo posto, leggi un giornale o un libro, ti portano da bere e da mangiare, se vuoi dormi alcune ore e ti risvegli dall’altro capo del mondo.

E l’altro capo del mondo era dove tutto ebbe inizio, dove Germano era nato, cresciuto, aveva avuto le sue amicizie, i suoi affetti, i suoi primi amori.

Era partito disperato, ora tornava ricco, ma le lacrime erano le stesse: nostalgia andandosene, la stessa ritornando: nostalgia, dolore del ritorno, letteralmente, era anche la malattia di un eroe come Ulisse, figuriamoci di un uomo comune e reale come Germano.

Dopo la morte della madre la banca o forse l’esattoria, comunque fredde persone senza cuore, si erano prese casa sua: vecchi debiti, vecchie ipoteche, vecchi debiti con lo Stato.

La madre non c’era più e nessuno gli aveva detto nulla.

La sua casa, dove era nato, dove aveva vissuto, dove erano morti i suoi genitori, non era più sua.

Volle andarci a piedi dall’aeroporto: era tanta strada, ma voleva rivedere la sua città, riconoscere i luoghi che gli erano stati familiari.

Ma non riconobbe nulla: le strade erano cambiate, la gente era cambiata, quelli che conosceva un tempo erano oramai quasi tutti morti.

Ad ogni passo sentiva una stretta al cuore, quasi un presentimento; ne era valsa la pena? Era tutto come in quelle vecchie canzoni genovesi o napoletane di gente che parte, che lascia la propria terra e che lo fa con la morte nel cuore.

Giunse, infine, stanco, stremato e con l’animo in tempesta, al suo vecchio indirizzo: la casa non c’era più, solo macerie.

Un cartello diceva che sarebbe sorto un palazzo di uffici, ma al momento erano solo macerie, macerie del fabbricato, macerie del suo passato.

Germano si avventurò fra sassi e rottami, cercava qualcosa, anche una cosa sola, una fotografia, un pezzo di carta, qualcosa che fosse stata sua: nulla, solo topi e scarafaggi.

Bestie immonde che banchettavano sul suo passato, sulla sua vita, sui suoi ricordi.

Lì non aveva più nulla da fare, si volse indietro e si diresse verso il cimitero: là, almeno, c’era il ricordo di qualcuno che aveva amato.

Prima di allontanarsi, su quelle rovine, su quelle macerie su tutto il suo inutile denaro, su tutto ciò Germano pianse.

All’incrocio un extracomunitario chiedeva la carità: gli dette qualcosa, tanto, gli avrebbe dato anche tutto ciò che aveva guadagnato lontano da dove era rimasto il suo cuore; gli disse “Prima che sia tardi, prima che tu trovi macerie, torna a casa”.

L’uomo non capì, prese il denaro e pensò solo che l’uomo, come tanti, troppi, lo volesse cacciare dall’Italia.

 

 
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Pubblicato da su novembre 22, 2018 in Racconti

 

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L’ANGELO DEI POVERI

 

L’ANGELO DEI POVERI

 

Lino, diminutivo di Pasquale, un nome, quello vezzeggiato, che fa pensare a mitezza e difatti lui era proprio così, un uomo mite e gentile.

Un giorno don Carlo Gnocchi discuteva con un collega se il sapere fosse insito nei bambini o se questo fossero come una spugna vuota, ma avida di riempirsi di questo: parafrasando la querelle ci si potrebbe chiedere se le persone hanno un carattere, per così dire, genetico oppure se questo sia frutto esclusivamente dell’educazione ricevuta.

Come sempre, probabilmente, la verità sta più o meno nel mezzo e c’è un po’ dell’una e un po’ dell’altra; del resto anche le sacre scritture ci dicono che l’uomo viene creato col libero arbitrio, il che non farebbe pensare a caratteristiche genetiche, ma di solito da buone famiglie, che non vuole dire necessariamente famiglie bene o ricche, crescono buoni figli, pur con le dovute eccezioni.

Adesso che Lino era rimasto solo dei suoi genitori gli erano restati gli insegnamenti: il rispetto, l’educazione, il dire sempre grazie e prego, il salutare per primo, l’uso del lei con tutte le persone adulte, anche se più giovani di lui: civiltà, in una parola.

Ad esempio? Lui vivendo da solo faceva la spesa, cucinava, lavava i piatti, faceva il bucato e lo stirava e dopo aver mangiato non faceva come molti che scuotevano la tovaglia giù nel cortile, ovvero, il più delle volte, sui terrazzini dei condomini di sotto; no, lui la scuoteva sul suo di terrazzino ed immediatamente accorrevano i piccioni, più raramente passeri e merli che ricambiavano la cortesia lasciando sul balcone le loro deiezioni.

Però appena Lino apriva la finestra gli volavano incontro e lui si illudeva che lo riconoscessero, che fosse, il loro, amore e gratitudine, mentre, probabilmente, era solo un riflesso tipo quello dei cani di Pavlov: finestra aperta uguale cibo.

I piccioni arrivavano lo stesso anche quando ad aprire la finestra era la signora Gemma che due volte al mese veniva a fare le pulizie per evitare che gli acari si portassero via la casa intera a mo’ di caravan.

I piccioni sono un po’ come i cinesi per noi europei: tutti uguali, ma c’era uno che aveva colpito Lino, un po’ perché era il primo ad arrivare, un po’ perché aveva sulla testolina una cresta tipo punk, solo che al rientro dalle vacanze l’uomo  non lo aveva più visto: forse si era spostato di zona, forse era morto, perché anche gli animali a volte vanno, altre vengono, altre ancora muoiono.

Va detto che Lino aveva, oltre al suo lavoro ufficiale, mal considerato e malpagato, un piccolo secondo impiego saltuario: per raggiungere il luogo di questo secondo lavoro passava con il tram davanti alla seconda stazione per importanza della città: le stazioni sono sempre il luogo preferito da molti senzatetto, o homeless, o barboni come li si chiama comunemente: anch’essi sono un po’ come i piccioni: sostano stremati nel primo luogo dove arrivano, poi, magari, misteriosamente cambiano zona, oppure a volte muoiono come i piccioni, fra l’indifferenza delle persone alle quali, per dirla tutta, danno un po’ fastidio, dà loro fastidio il loro odore, i vestiti stracciati, i sacchetti con dentro i loro pochi averi, i loro tesori.

Certe volte uno di loro saliva sul tram ed allora tutti gli facevano il vuoto intorno.

Un giorno Lino stava andando al lavoro e, davanti alla stazione, si alzò per prepararsi, visto che la sua fermata sarebbe stata la seguente: notò così uno di questi barboni che a volte si sedevano sulla panchina sotto la pensilina della fermata, stremati da stenti e freddo e malnutrizione.

L’uomo, di età indefinibile, ma di certo oltre i sessanta, forse settanta, aveva un cappotto pieno di buchi, scarpe sfondate, ma soprattutto le gambe nude, quindi, verosimilmente, non portava pantaloni; Lino ne fu colpito come dal piccione con la cresta e gli venne una grande ansia e tristezza. Lui, a casa, la sua grande casa calda e protettiva, aveva un guardaroba pieno di vestiti dei suoi genitori, come se questi dovessero un giorno tornare e riappropriarsene: non aveva mai voluto disfarsene, darli in beneficienza, ma questo era un caso diverso, suo padre sarebbe stato d’accordo per primo a dare al vecchio barbone alcuni abiti smessi, del resto lui dal padre e dalla madre scomparsi aveva ereditato solo buoni sentimenti.

Per giorni girò portandosi dietro al lavoro una borsa di plastica con due paia di pantaloni, due di scarpe, calzini con l’elastico oramai consumato, ma senza buchi, mutande di lana lunghe (non osava pensare come potessero essere quelle dell’uomo, sempre che ne indossasse un paio.

Se queste cose fossero state gradite, c’erano pronti un cappotto, un impermeabile perché non sempre è inverno, maglioni e camicie bianche oramai fuori moda.

Finalmente rivide il vecchio dalle gambe nude seduto alla fermata del tram, scese anche se non era la sua fermata e gli si avvicinò: “Se vuole (lui dava del lei anche a stranieri e barboni) ho questi indumenti che erano di mio padre” gli disse e gli allungò il sacchetto. Il vecchio prese con mano tremante e lercia il fagotto e iniziò a piangere; Lino andò via prima di fare altrettanto.

A sera ripensò al suo incontro, alle lacrime del vecchio e si sentì bene, libero nell’animo, come accade quando si sa di avere fatto la cosa giusta. Per andare al suo lavoro ufficiale Lino non usava il tram, bensì la macchina e ad un certo punto del percorso transitava sotto un cavalcavia dove c’erano mucchi di coperte e sotto di queste uomini, donne, persone che dormivano lì, al freddo, all’umido, in mezzo a deiezioni varie dei cani e anche proprie: pensò che a casa aveva vecchie coperte inutilizzate e che forse… Tornò lì la sera stessa, molti non lo avrebbero fatto, magari per paura, visto che spesso i barboni sono malati di mente o alcolisti che possono essere anche pericolosi, ma lui era fiducioso che quando si fa la cosa giusta non bisogna mai avere paura.

Alle coperte aggiunse ancora dei vecchi vestiti, biancheria, pigiami e tutto fu accettato e nessuno pensò minimamente a fargli del male. Dio, come si sentiva bene! Cominciò a girare di notte, tutte le notti, nelle zone dove si radunavano a dormire i senzatetto portando vestiti, ma anche cibo, bottiglie d’acqua minerale e tutti oramai lo riconoscevano, lo rispettavano, anche se pochi gli parlavano soprattutto perché molti non erano in grado di parlare o di capire e molti di loro erano stranieri troppo vecchi per lavorare.

Una volta si era fermata a parlare con lui una pattuglia della polizia urbana, lui aveva spiegato cosa faceva e loro si erano commossi, gli avevano dato spontaneamente del denaro per comperare cibo ai barboni e uno gli aveva detto: “Che Dio la benedica e le renda merito, lei è l’angelo custode di questi poveretti!”.

Lino arrivava a spendere tutto ciò che gli derivava dal secondo lavoro per comperare generi di conforto per i “suoi” barboni, comprese medicine perché molti erano malati, avevano infezioni dovute alla scarsa igiene, malattie date da mal nutrimento e da mancanza di vaccinazioni; alcuni erano affetti da tubercolosi, a volte qualcuno spariva, come il piccione punk, ma Lino sapeva che non era il male peggiore.

Che prospettive avevano quelle persone che dormivano all’aperto, che a volte non si alzavano per giorni, che aspettavano… che cosa? Forse aspettavano solo la morte come una liberazione. Intanto lui aveva trovato, come si suole dire, la sua dimensione e gli armadi si erano svuotati, ma si era riempito il suo cuore di una serenità che non provava da quando era bambino.

La sua storia, non si sa come, era approdata anche ai giornali, alla televisione, avevano tentato di intervistarlo, ma lui rifiutava ogni ribalta, sperava solo che altri seguissero il suo esempio, che ci fossero medici disposti a girare di notte a curare i barboni, sarebbero bastati anche infermieri o veterinari, sperava che intervenissero sponsor a donare cibo e medicine e coperte e magari qualche vecchio fabbricato industriale in disuso, ma la gente è sorda, cieca e spesso non sa andare al di là delle belle parole.

Lino arrivava nel luogo dove operava, farlo in tutta la città era impossibile, e contava con lo sguardo i barboni: a volte ce n’erano di nuovi, a volte qualcuno spariva, come l’uomo senza pantaloni, proprio come i piccioni del suo balcone.

Al contrario dei piccioni, però, questi lui li distingueva, sapeva alcune cose di loro, il minimo, come ad esempio la nazionalità, raramente i nomi: quelli erano un lusso oramai dimenticato per molti di essi, allora lui li chiamava ”il polacco” o “il lituano”, “il marocchino”, eccetera, ma per lui erano tutti uguali, senza distinzioni razziali, solo uomini che avevano freddo e fame e null’altro che istinto di sopravvivenza.

Il polacco era tanto malato, polmoni, il polacco era sparito; ora c’era il kazako che era preoccupante: una scabbia estesa e un’infezione polmonare che gli antibiotici non riuscivano a debellare: gli sarebbe toccato farlo ancora, era lui il loro angelo custode.

Lino prese una borsa contenente biscotti e gallette e scatolette di carne e di tonno, poi mise in un’altra borsa un grosso sacco nero della spazzatura, una corda e un coltello: povero kazako, avrebbe raggiunto il polacco nel luogo segreto, dove Lino metteva i suoi barboni a riposare per sempre.

Alcuni li aiutava lì, per strada, altri invece li mandava in un mondo migliore.

Proprio come un angelo custode.

 

 

 

 
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Pubblicato da su novembre 6, 2018 in Racconti

 

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FINE DEI GIOCHI

FINE DEI GIOCHI

 

Il signor Adriano, anche se là dentro nessuno lo chiamava “signore”, aveva impiegato tutti i suoi risparmi,, quelli della moglie e la liquidazione di trent’anni di lavoro in conceria per aprire quel lago a pagamento per la pesca sportiva: il lago andava benino nonostante la crisi e il ricavato doppiava la pensione e fino a prova contraria due più uno fa tre.

Figli non ne aveva e Cecilia era a casa ad aspettarlo e tenere l’appartamento ordinato e pulito e la tavola apparecchiata per il suo ritorno dal Lago Blu, un nome non originalissimo, ma l’importante era che funzionasse.

Il calendario diceva che era mercoledì e diceva anche che si era a metà ottobre, stagione morta e giorno di chiusura del lago, ma c’erano dei lavoretti da fare, quindi Adriano rinunciò al suo riposo settimanale: se cominciava a pagare altre persone per fare il lavoro al posto suo, addio guadagno.

Era un giorno strano, con un cielo viola che non si sa se promettesse tempesta o sole splendente e stracci di nubi che andavano dall’arancione al rosso vivido. L’uomo giunse al lago, aprì il cancello e rimase impietrito e senza parole: la superficie dell’acqua era ricoperta di un tappeto di pesci morti, grandi e piccoli, probabilmente tutti i pesci del lago.

Ad Adriano vennero le lacrime agli occhi: di certo qualcuno aveva avvelenato il ruscelletto che alimentava il bacino, migliaia di euro di danni, attività bloccata chissà per quanto e rogne con la A.S.L. e affini.

Doveva subito telefonare, chiamare qualcuno, magari l’A.R.P.A, l’agenzia regionale per l’ambiente, che venissero a fare delle analisi; nonostante lo shock sapeva cosa fare: costeggiò tutto il lago, cercando di non guardare la moria dei suoi pesci, per andare alla baracca che fungeva da cassa, ufficio e bar per telefonare a chi di dovere, forse anche al comune e ai carabinieri.

Fu in quell’istante che il primo uccello gli piombò davanti, un gabbiano morto stecchito prima ancora di toccare terra: un attimo, un’intuizione e l’uomo corse a ripararsi sotto la tettoia del bar mentre gli uccelli piovevano morti a centinaia, gabbiani, aironi, cornacchie, passeri, anche una poiana.

Quello non era di certo colpa dell’acqua avvelenata, era qualcosa d’altro, di certo peggiore..

In quel momento si sentì la prima frenata e poi lo schianto ed altri schianti sulla strada provinciale che costeggiava il Lago blu, decine di schianti di macchine guidate da  persone, stavolta, non uccelli o pesci, che però di questi avevano seguito la sorte.

Subito dopo Adriano cominciò a sentirsi male e non era per la morte dei suoi pesci, ma soffrì solo per poco tempo.

 

* * *

 

Barbah veniva da Abidjan, Costa D’Avorio, al suo paese aveva preso un diploma in edilizia, il corrispondente in Italia del titolo di geometra, ma per mantenere madre e sei fratelli piccoli rimasti laggiù aveva dovuto emigrare e accontentarsi di vendere carabattole cinesi facendo chilometri e chilometri a piedi su strade e spiagge con la sua enorme borsa che pesava quasi più di lui.

Ogni cinque o sei giorni passava dal Lago blu ad offrire i suoi articoli ai frequentatori: i più gettonato erano la bilancina elettronica per pesare i pesci e i panni in microfibra che i pescatori usavano come stracci, ma quel giorno, quel mercoledì ottobrino, si era accorto anche lui e non ci voleva molto a farlo, che tutto stava andando a catafascio.

A volte qualche anima buona che lo conosceva gli dava un passaggio in macchina, ma oggi no, non c’erano macchine circolanti sulla provinciale, solo cumoli di rottami fumanti e accanto persone, o almeno esseri che lo erano stati, che subito dopo il trapasso chissà verso dove si erano contorti e rinsecchiti come la mummia di Similaun, solo che Barbah non sapeva neppure chi o cosa fosse la mummia di Similaun.

Il ragazzo aveva solo ventitre anni, era spaventato, cercava qualcuno con cui condividere la sua paura,qualcuno che magari gli dicesse che era tutta una finzione, che era la scena di un film, ma in cuor suo sapeva che non era così.

Anche avanzare a piedi era difficile con la strada ingombra di macchine e mummie; qualche chilometro prima Barbah aveva “rubato” (ma a chi?) una bicicletta abbandonata in mezzo alla strada, senza neppure un Similaun vicino, ma aveva potuto fare solo alcune centinaia di metri prima di doverla abbandonare: a piedi poteva aggirare, entrando nel fossato o scavalcare le macchine ferme, ma con la bicicletta era ancora più problematico.

Ironia della sorte: dopo una vita che Barbah aveva passato a muoversi a piedi ora che avrebbe potuto munirsi di qualsiasi veicolo volesse, dalla bicicletta alla moto, all’automobile a un camion,  non si poteva guidare più nulla.

E intanto lui moriva di paura e di dolore per tutte quelle persone morte, anche se molte di loro in passato lo avevano ignorato, scacciato, insultato.

Giunse al Lago blu, vide la marea di pesci e uccelli morti, sulla strada aveva trovato cani, gatti, perfino cinghiali contorti e rinsecchiti e in quello stato trovò anche il suo amico Adriano che non comperava nulla, ma gli dava sempre un bicchiere di spuma all’arancia gratis.

Tornò sui suoi passi, si riportò sulla provinciale, sì, ma per andare dove? Nessuno c’era più, quindi un posto valeva l’altro.

Dopo un po’ si fermò ad una bella villetta davanti alla quale stava una mummia con ciabatte grembiule, la porta era aperta, entrò scacciando una nuvola di zanzare: quelle no, non erano morte.

Dentro alla fresca penombra dell’abitazione la televisione era accesa, una spaventatissima lettrice stava dicendo che in tutto il mondo la gente, e anche gli animali, morivano, morivano tutti all’improvviso.

Poi anche la donna si accasciò sulla sua scrivania e cominciò a contorcersi, ma senza soffrire, perché era già morta.

Subito dopo le immagini si inclinarono e sparirono lasciando posto a una nevicata anticipata e fuori stagione.

Il ragazzo aprì il frigorifero: era pieno di roba buona; in quell’istante la neve nel televisore cessò, la luce del frigo si spense e non ci fu più luce.

Tutta quella roba buona sarebbe marcita per mancanza di corrente prima che lui potesse mangiarla.

Però per il momento lui era ancora vivo, forse ce n’erano altri: la sua famiglia! Lì c’era un telefono a filo, loro non avevano telefono in Abidjan, ma i vicini di casa col negozio di alimentari sì! Barbah alzò la cornetta: silenzio, silenzio totale, tranne il suo pianto, i suoi singhiozzi.

Per un qualche motivo erano tutti morti, da ogni parte del mondo: un virus? Bombe atomiche? Alieni invasori?

Vide un lampo nel cielo, un lampo d’argento: un aereo stava precipitando, si schiantò nella brughiera e tutto prese fuoco per chilometri, ma non un suono, non una sirena di soccorso, non una voce, solo bagliori rossastri e fumo.

No, Barbah non si faceva illusioni: lui non era diverso, anche se tante persone cattive lo pensavano: prima o poi sarebbe toccato anche a lui, tanto la cosa, come aveva visto di persona, era veloce e indolore.

Tornò in casa, ora che finalmente ne aveva una, aprì il frigorifero che avrebbe mantenuto il fresco ancora per qualche ora, forse per un giorno, prese una birra, tanto lui non era mussulmano, la stappò ed uscì a sedersi sulla veranda, a guardare i bagliori della campagna che bruciava, il cielo viola e arancione e la fine dei giochi.

Una nuvola di zanzare gli volteggiava intorno, forse sarebbero state loro i nuovi dominatori del mondo.

 

 
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Pubblicato da su ottobre 21, 2018 in Racconti

 

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ULTIMO GIORNO

ULTIMO GIORNO

 

Arriva, arriva anche sempre troppo presto l’ultimo giorno in ogni situazione.

E così arriva anche l’ultimo giorno di vacanza e mi venne in mente la frase di un film: “Piangi due volte: quando arrivi e quando parti”.

Già, proprio così: arrivavo in campagna e, nonostante i cari amici della casa di fronte, i parenti, i nipoti vari, passavo un mese a chiedermi cosa caspita fossi venuto a fare, perché avevo lasciato la sicurezza di casa mia per andare in quel luogo.

Non che io sia uno di quelli che ama svisceratamente la propria città, né la propria casa, ma casa mia è appunto il mio guscio protettivo, anche se a volte mi soffoca, nonostante sia grande, ampia, piena di ricordi e di momenti felici, ma anche di quelli più dolorosi, purtroppo.

Poi, il secondo mese, sì, perché io sono uno dei privilegiati che riesce a fare due mesi di villeggiatura, visto che sono a casa di mia sorella e non ho altre spese che quelle di vitto e benzina della macchina, il secondo mese, che vola in un attimo, comincio a intristirmi per il ritorno.

Nonostante i sessanta e passa giorni, c’è sempre qualcosa che avrei voluto fare e non ho fatto, che mi ero ripromesso di fare, ma avevo rimandato di giorno in giorno con la scusa: tanto c’è tempo.

Il prossimo anno”,  mi dico. Ci sono luoghi dove sono stato, ma che vorrei rivedere: la pieve e il suo panorama, il lago con la casa museo del Maestro, la passerella fra i canneti sul lago stesso con gli appostamenti per il bird watching, ma soprattutto arrivare là, in cima al molo.

Non è difficile, il molo è largo come e più di un marciapiede, ma fra le altre cose l’età mi ha portato vertigini e crisi di panico, così arrivo a farne solo un piccolo tratto, poi devo scendere, ma per farlo devo girarmi e nel farlo già mi vedo spiaccicato a terra con la gente che ride dello scemo che è caduto dal molo.

E così c’è questa umiliazione, l’ennesima che la vita mi ha riservato oltre agli anni e agli acciacchi che si portano dietro.

Però se non ho fatto tutto, ho comunque fatto tanto: la spiaggia tre volte alla settimana, magari non sempre con la nuotata in mare, visto l’estate freddina dell’ultimo anno o il mare mosso e poi la pesca, anche l’ultima pescata non male: il mio pesce più grosso di sempre, ma poi i saluti agli amici del lago, anche se sono amici solo lì, perché si ride, ci si prende in giro, ma poi ognuno per sé, con la propria vita.

L’ultimo giorno la spiaggia era deserta, c’era solo silenzio e lo sciabordio di piccole onde: nessun bambino che piangeva, nessun ragazzo che giocava a pallone, nessuna discussione fra gli ombrelloni, niente politica né calcio, anche se era già ora dell’inizio del campionato, vale a dire l’arrivo anticipato dell’autunno inteso non come stagione astronomica, ma come ripresa dei consueti impegni in attesa di una nuova estate.

Ma qui, in questo paese che non è certo il più bello del mondo, che nonostante sia piccolo è piuttosto rumoroso, con l’autostrada là sopra le nostre teste, con quelli che tagliano l’erba negli uliveti, con chi sta a veglia a ridere e cianciare a voce alta fino a mezzanotte, a parte i parenti e i vicini di casa ho un altro legame.

Era il mese di novembre di sei anni fa quando il mio cane mi ha lasciato da solo.

Eravamo stati proprio qui solo tre mesi prima, eravamo tornati in città all’inizio di settembre, e dopo neppure due mesi si è ammalato all’improvviso; era vecchio, per un cane: diciotto anni, ma non è mai il momento giusto per perdere chi amiamo.

Ricordo il sangue che mi si è gelato quando eravamo a fare uno dei tanti giretti quotidiani e gli si sono incrociate le zampe e ho fatto appena in tempo a prenderlo prima che cadesse, prenderlo in braccio, cuore contro cuore, calore contro calore e riportarlo in casa: fu l’ultima sua passeggiata.

Ho sofferto come… un cane, non mi è ancora passata, non passerà mai.

Diciott’anni senza stare lontani un sol giorno, senza che lui non dormisse sul mio letto, in fondo ai piedi, tranne gli ultimi giorni quando non ce la faceva più.

Allora mettevo il suo lettino accanto al mio letto e ve lo deponevo, perché non rischiasse di cadere da un punto troppo alto: ma quale cadere, se non riusciva neppure più a muoversi, povera bestiola!

L’ultima notte abbiamo dormito insieme nel letto grande, quello di mio padre e mia madre che anch’essi mi hanno lasciato da solo, ma lui è stato proprio l’ultimo affetto della mia vita e lo sarà definitivamente.

Io ero sdraiato di traverso, vestito, senza coperte, lui accanto a me con un asciugamani addosso: l’ho sentito rantolare e poi spegnersi piano, piano, fino a che è tutto finito, ma finito davvero.

La mia vita è cambiata, sono stato anche male, l’ho scritto in “quattro ore di buio”, non ho mai più amato nessuno dopo il mio cane, neppure i miei alunni sono riuscito ad amare, non quanto li amavo prima.

È stato come se il mio cuore si fosse spento, come se avesse esaurito il combustibile che prima lo infuocava.

Mi hanno detto: “prendine un altro”, ma a parte una serie di problemi pratici (non ultimo la mia età che avanza e rende penoso scendere alle sei di mattina o alle undici di sera d’inverno, magari con la febbre, non si può, a mio avviso, sostituire una moglie, un figlio, un cane che ti lasciano per sempre: sarebbe infame. Un animale domestico che muore andrebbe, per legge, cremato, ma non m’interessava quella legge ingiusta: io presi la macchina, feci, fra andata e ritorno, quei cinquecento e passa chilometri, ma lo venni a seppellire nel campo di mia sorella, in quel paese che, forse, anche a lui piaceva.

Certo, non aveva più libertà che in città, perché anche lì ci sono pericoli: cani grossi liberi, piante velenose, urticanti, con bacche che s’infilano nelle orecchie e poi se scappa, se va in strada, chi lo rincorre e qui guidano tutti come matti.

Ma la casa è grande e lui saliva e scendeva le scale, aveva più libertà che nell’appartamento di Milano e poi la sera uscivamo alle otto e andavamo dai vicini: io bevevo il caffé e lui aveva sempre un vizietto: un pezzetto di torta o di formaggio, sì, perché a lui tutti volevano bene, perché era buono e un po’ ero geloso del fatto che riuscisse a farsi amare da tutti, molto più di me, ma coi cani forse è sempre così.

Sono passati sei anni, ma se penso a lui ancora piango, da solo, senza farmi vedere, perché la gente non capisce e non sopporterei di sentirmi dire: “In fondo era solo un cane”

Lo scorso anno è arrivato l’ultimo giorno di vacanza e volevo sistemargli la tomba, quel piccolo pezzo di terreno che avevo ricoperto con vecchie piastrelle, ma ben ordinate, su cui avevo posato una piantina, un po’ per rendere più bello il luogo, un po’ per evitare che volpi o cinghiali scavassero la tomba: quel maledetto giorno è arrivato all’improvviso, troppo presto, e non avevo rimosso le piastrelle rotte, né strappato le erbacce.

Allora ho fatto quello che faccio sempre: mi sono odiato, mi sono insultato, ho pianto. Ma quest’anno non ho aspettato l’ultimo giorno: Ho preso venti piastrelle intatte da quelle avanzate da vari lavori di varie annate, le ho lavate, ho buttato quelle vecchie e rotte ed ho reso quel triste luogo un po’ meno triste, un po’ meno abbandonato.

Così l’ultimo giorno sono partito un po’ più sollevato, seppure col dolore di lasciare lì il mio compagno di tanti momenti belli e brutti, di tante lacrime e di pochi sorrisi, ma della consapevolezza di esserci l’uno per l’altro.

Poi, il giorno dopo l’ultimo, quello che non va considerato, ho caricato la mia decrepita utilitaria con tutti i bagagli pieni di cose utili ed inutili di cose troppo materiali per essere vere e ho rifatto la strada per l’ennesima volta.

Quanti anni sono, oramai? Venti? Di più?

La tomba adesso era a posto, almeno per qualche mese: se poi l’erba fosse ricresciuta intorno e fra le piastrelle, se alcune di queste fossero state rotte cogliendo le susine, nessun altro avrebbe provveduto, magari dicendo: “In fondo era solo un cane, in fondo oramai è passato tanto tempo…”.

Già, il tempo: io non so quanto ne avrò, quanto ne rimane (ma nessuno lo può sapere questo). Presto o tardi verrà il mio ultimo giorno ed allora la tomba del mio Pepe andrà in malora, forse anche la mia, coi parenti così lontani.

Forse un giorno anche il mio ultimo giaciglio sarà malandato, con erbacce, con bisogno di una manutenzione che nessuno avrà tempo e voglia di fare: in fondo me lo merito, per tutte le volte che anch’io ho rimandato.

Forse qualcuno la guarderà con commiserazione e dirà: “In fondo non era un granché, non era nessuno: già, a proposito, ma come si chiamava?”.

Forse essere dimenticati è meglio: non si costringe la gente a soffrire.

 

 

 

 
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Pubblicato da su ottobre 7, 2018 in Racconti

 

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