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Curriculum Artistico

PALMARES LETTERARIO

2002 – Prima pubblicazione, in proprio, di un libro (I miei figli di un dio minore).
2004 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Il rapido per Roma)
2004 – Presentazione del libro “Cani ed altri racconti” presso la “Famiglia artistica milanese”
2005 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione poesia. (Il capitano)
2005 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. prosa.(Esprimi un desiderio)
2006 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Come ti sei fatta bella)
2007 – Segnalato al premio “Hanau” sezione poesia (Se io fossi)
2007 – Pubblicazione del romanzo “Morte al conservatorio” con l’editore Greco & Greco”.
2008 – 3° classificato al 13° premio internazionale di poesia “Città di Voghera”. (La corsa)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. poesia (Parve)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. fiabe, favole e filastrocche.(Il pifferaio magico)

2008 – Lode con encomio al V° premio “Hanau”
2009 – 1° classificato al 14° premio internazionale di poesia “Città di Voghera” (La montagna)
2009 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(L’amore di Filù)
2009 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Un caso lampante)
2009 – 1° classificato al premio “Amici del rifugio” – Milano – sez. narrativa
(Il rapido per Roma)
2010 – 1° classificato al premio “Panta rhei” – Lendinara (Ro) – sez. narrativa
(Canta piccolina)
2010 – 6° classificato al concorso letterario “tutti scrittori” – Somma Lombardo – narrativa
(Storie di pescatori)
2010 – Finalista al premio letterario “Mario Dell’Arco” – Roma – poesia
2010 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(Il lago dei cigni)
2010 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Poesia (Caldo)
2011 – Finalista al premio “Giallo d’arte” (Delitto perfetto)
2011 – Pubblicazione del romanzo “Morte e trasgressione” con l’editore Greco & Greco”.
2011 – 3° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Joshua Levy)

2011 – finalista al premio”Giallomilanese 2011″ (Inseguita)

2011- 3° classificato al concorso “Io racconto” – Firenze (Un caso lampante)

2012- Finalista al premio “Tramate con noi” della RAI (Romanzo “Lupi in Valtellina” – inedito)

2012- segnalazione di merito al 2° premio “Amici del rifugio” (Le cose che uniscono)

2012 – segalazione con menzione speciale al premio “Nati per vincere”

2013 – finalista al premio “zucca spirito noir” con due racconti inseriti nell’antologia edita da “Salani” insieme ai due vincitori e a Maurizio De Giovanni

2013 – finalista al premio “Le storie della via francigena” organizzato da Del Bucchia editore con una poesia inserita nella omonima antologia

2013 – Terzo classificato al premio “Ame Erotique” col racconto “la bella signora”

2014 – Classificato entro i primi sei al contest “Giallomilanese” col racconto “Un caso lampante”

2015 – Recital di racconti e poesie presso il centro polifunzionale EMMAUS di Milano

 

I miei Sforzi artistici


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Alcuni dei miei preziosi trofei

 
2 commenti

Pubblicato da su luglio 28, 2011 in Uncategorized

 

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Presentazione: Marco Ernst

Salve,

Per chi ancora non mi conosce, devo dire che insegno matematica nella scuola media (e scienze), ma scrivo per hobby racconti, poesie, romanzi.

Qui c’è solo una parte dei miei oltre 550 racconti e più di 100 poesie scritti fino ad ora.

Chi fosse interessato ai miei libri, parlo delle sillogi di racconti,li può richiedere a me direttamente, se è di Milano, visto che li stampo in proprio e tento di recuperare le spese.

Per la consegna, ci si incontra da qualche parte, oppure posso spedire ai non milanesi.

Bene, spero che qualcuno abbia letto qui alcuni  dei miei racconti. Spero anche  che a qualcuno di quei qualcuno siano piaciuti; ne ho scritti come detto ben più di mezzo migliaio, raccolti in una ventina di sillogi, stampate a mie spese, che cerco di recuperare, ma oramai ho accumulato un passivo che mi fa chiedere se è giusto che io investa ancora in questo hobby.

I gialli pubblicati, invece, sono stampati con editore e sono morte al conservatorio, fuori catalogo, esaurito, mentre di morte e trasgressione, pure fuori catalogo, ne ho ancora poche copie io. Qui ci sono le copertine di questi e di quelli che giacciono in attesa di essere apprezzati da un editore.

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copertina

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MAR.E. Edizioni

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ELENCO LIBRI MIEI

 

  1. I miei figli di un dio minore             – sett. 02 – Pag. 130 – T. 100 – € 6
  2. I miei figli di un dio minore Vol. II   – nov. 02 – Pag. 140 – T. 100 –  € 6
  3. Cani ed altri racconti brevi              –  ott.  03 – Pag. 120 – T.   70 –  € 6,5
  4. Straordinari personaggi comuni      – giu.  04 – Pag. 170 –  T.   70 – € 7,5
  5. Vite di carta                                     – mar. 05 –  Pag. 210 –  T.   72 – € 8,5
  6. Vita di scuola, scuola di vita           –  ott.  05  – Pag. 166  – T.   70 – € 7
  7. Nuvole, sogni, angeli e farfalle        – mag.06  – Pag. 196  – T.  60 –€ 8
  8. Adulti domani                                  – Set.  06  – Pag. 164  – T.   60 –€ 7
  9. Cento… e più                                   – Mag 07 – Pag. 209  – T.   60 – €8,5
  10. Il re del lago dei frati                       – Giu  07 –  Pag.   70  – T.   72  € 5,5
  11. Vivere è un dolce dolore                 – Nov. 07 –   Pag. 212  – T.  50  € 10
  12. Settima silloge                                – Set. 08  –  Pag. 216 –  T.   52 – €10
  13. Aristotele, la tragedia e la catarsi     -Ott. 09  –  Pag. 211 – T.   48 – €10
  14. Vite… ed altre catastrofi                     Ott.10  –  Pag. 216 –  T.   50 – €  9
  15. Io, apolide                                       –  Lug.11 –  Pag. 222 –  T.   60 – € 10
  16. Il Titanic e l’arca                             –  Sett.11 –  Pag. 224 –  T.   60  –€ 10
  17. Ordine dal caos                                – Apr.12 –  Pag. 226 –  T.   52  –€ 10
  18. Emozioni di sintesi                          –  Ott.  12 – Pag. 224 –  T.   50  –€ 10
  19. A volte… il dolore                            – Giu. 13 – Pag. 220 –  T.  50  – € 10
  20. Ultimi sogni prima dell’alba      – Apr. 14 – Pag   222 –  T.  50 – €  10
  21. L‘uomo nero                                       – Giu. 14 –  pag. 134 –  T.  60 – €   9
  22. Storie, semplicemente                   – Nov. 14 – pag.  230 – T.  50 – €  10
  23. C’ero una volta                                   -Ott   15    pag. 230  – T.  50 – €  11
  24. Lui quarantanove, io cinquecento-Feb  16    Pag. 240 -T. 40- €  11
  25. Un nuovo viaggio                             – Apr 17 –  pag. 250   – T.  52 – € 12
  26. Morte al conservatorio – Greco & Greco – mar. 07 -P. 126  € 6 (offerta)
  27.  Morte e trasgressione  –  Greco & Greco – 2011 disponibile presso l’editore e librerie on line
  28.  Spirito noir collection II (in antologia) – Salani – 2014
  29. 19 racconti del terrore-L’infernale ediz-Mar 17 Pag 180

Se qualcuno fosse interessato ai miei libri, sovvenzionerebbe la cultura; sinceramente non credo di aver nulla da invidiare neppure a Lucarelli, a Buzzati e a tanti altri.

Se vi interessano anche solo informazioni sui modesti costi dei miei libri e su come averli, lasciate un n° di telefono o un indirizzo e-mail nei commenti oppure nel mio profilo FaceBook.

Alcuni numeri: questo blog ha avuto, al 31 dicembre 2016, oltre 110000 contatti da oltre120 nazioni diverse,( compreso il Vaticano!, ma anche Gibuti, Vietnam, Guatemala, Sud Africa ecc).

Ho pubblicato anche fiabe su tiraccontouna fiaba, dove ho avuto oltre 140000 visite (tutto documentabile).

Ho pubblicato con editore e senza contributo due gialli, morte al conservatorio, morte e trasgressione e due miei racconti gialli sono su una raccolta edita da Salani, assieme ad altri autori, fra cui il noto Maurizio De Giovanni.

Partecipo a premi letterari e ne ho vinti 5, più una decina piazzamenti fra il secondo e il terzo, oltre a numetrose segnalazioni e ingressi in finale.

Con affetto

Marco

 
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Pubblicato da su marzo 11, 2011 in Uncategorized

 

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NON PUOI VIVERE PER SEMPRE

NON PUOI VIVERE PER SEMPRE

 

Quell’uomo era comparso praticamente dal nulla e all’improvviso.

Alcune speculazioni economiche azzeccate, più per fortuna che per vera abilità, anche se lui si riteneva un genio della finanza (lui, a dire il vero, si riteneva un genio in tutto), poi l’acquisto di una catena di giornali, di alcuni supermercati, ai quali aveva subito cambiato il nome dandogli il proprio, non fosse altro che per vederlo là, illuminato ed enorme risplendere in alto, sopra la misera umanità alla quale lui riteneva di non appartenere, e poi ancora alberghi, terreni, interi condomini, fino ad aver costruito un impero tale da portarlo ai vertici economici del Paese.

Gran parte dei suoi capitali erano, comunque, dislocati in vari paradisi fiscali, in banche compiacenti in isole sperdute difficili anche da trovare sulle carte geografiche o in minuscole nazioni centro americane e così se poi qualche speculazione andava male venivano licenziati dei dipendenti, venivano chiesti aiuti statali, ma lui, di suo, non rischiava né ci rimetteva mai nulla: i suoi capitali erano ben protetti ed intoccabili.

Questa era stata la carriera di Gianmaria Massironi, che l’aveva portato, alla soglia  dei sessant’anni, ad essere il più ricco e potente fra gli imprenditori, per i quali lui nutriva, comunque, un profondo disprezzo, considerandoli troppo inferiori a lui e per capacità, e per capitali.

Lui era, come si suol dire, arrivato, non gli mancava più nulla, tranne una cosa…

È un po’ quello che capita se si vuol fare un regalo ad un bambino proveniente da una famiglia ricca: ha tutto e non si sa cosa acquistargli.

Anche lui aveva tutto, ciò che gli mancava era il potere, un potere assoluto, che gli desse anche la proprietà del paese e di tutti quegli inutili moscerini che vi vivevano.

A pensarci bene, gli sarebbe piaciuto essere nato nel medioevo, quando i signori come lui, anzi i regnanti, avevano diritto di vita e di morte sui sudditi, utili solo per dare loro ricchezza e potere, e possedevano anche lo “jus primae noctis” su tutte le donne che piacevano loro, indipendentemente dall’età e dal censo.

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Sandro era un giornalista di quelli che amano andare a fondo alle cose, un idealista, di quelli che amano la verità, tanto più in quanto detestava i sotterfugi, l’ipocrisia, la disonestà.

Sospettava che la carriera fulminante di quell’uomo venuto dal nulla con l’arroganza di chi si crede il migliore di tutti, quello al di sopra delle leggi e delle regole degli uomini comuni, non fosse solo dovuta a fortuna, tantomeno ad abilità, ma che dietro, come

si mormorava da tempo a mezza voce, ci fossero corruzione e protezioni e contatti sospetti con la malavita organizzata: la mafia, tanto per intenderci.

E si sa: vox populi…

Visto che, comunque, lui era un freelance, uno che lavorava in proprio su ciò che gli pareva e poi vendeva i suoi servizi e le sue inchieste ai giornali o alle televisioni che riteneva più seri e indipendenti, si mise ad indagare in silenzio, senza clamore, su quell’uomo; non gli interessavano il gossip, le sue presunte relazioni extra coniugali, l’uso di cocaina, ma i reati, le amicizie e le prevaricazioni attraverso le quali reputava che fosse passato, usandole come trampolino di lancio per costruire il suo impero economico, prima e quello politico, poi.

A dire il vero di chiacchiere, di mezze voci, di scandali esplosi e subito messi a tacere, ce n’erano stati tanti ma, grazie alla potenza dei suoi mezzi d’informazione, grazie a uno stuolo di avvocati forse altrettanto sporchi quanto lui, ne era sempre uscito indenne.

Ora, però, che stava per impadronirsi non solo di gruppi economici, ma del potere sull’intera nazione, che avrebbe manipolato come un bambino modella la plastilina, Sandro si sentiva in dovere di andare a fondo, di trovare non solo gli scheletri, ma anche gli armadi che li tenevano nascosti.

Un bravo giornalista ha contatti, informatori, voci che non devono necessariamente essere confermate in tribunale, dove questi informatori non sarebbero mai entrati a giurare contro quello là.

Il giornalista ha quindi, spesso, più mezzi della legge per arrivare alla verità e così, come una formichina laboriosa, aveva costruito un dossier con le prove di tutte le porcherie perpetrate da quell’uomo pericoloso, soprattutto per il carisma, forse anche invidia, che esercitava sulla massa.

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Per Gianmaria Massironi, già dottore per una laurea comperata sottobanco, già commendatore e grand ufficiale per meriti… quali non si sa, forse solo quello di essere ricco, era giunto il momento: grazie alle sue amicizie con la mafia, con una certa frangia di estremisti, felici di riunirsi sotto una sola bandiera, di aver l’occasione di strisciare fuori dalle loro fogne e di dare voce alla loro follia integralista e delinquenziale, stava per arrivare alla prima parte del potere; poi avrebbe cambiato leggi e costituzione, sarebbe diventato definitivamente un intoccabile, il padrone assoluto del paese, ciò che non era riuscito neppure a Cesare o Napoleone.

Certo avrebbe dovuto concedere qualcosa a chi lo sosteneva, fare leggi a favore dei gruppi di potere economico, a favore degli estremisti, della grande malavita, ma questo non andava contro i suoi interessi, anzi…

C’era chi ne avrebbe sofferto: i lavoratori, i pensionati, i malati, gli scolari e gli studenti, ma se loro o chi per loro erano tanto ingenui da votarlo su promesse vane, da credere a una limpidezza che non possedeva, non si meritavano altro.

Peraltro lui non era disposto a riconoscere i suoi reati, i suoi compromessi: per lui tutto ciò che aveva fatto era un normale modo di condurre gli affari, di liberarsi dei concorrenti.

Certo avrebbe contrastato le droghe, perché così favoriva i trafficanti, avrebbe respinto gli immigrati, perché anche quello è un business della grande malavita e più se ne mandano indietro, più ce ne sono che pagheranno una seconda volta il viaggio della speranza.

E poi c’erano gli industriali, generosi sostenitori della sua campagna elettorale, in cambio di denaro statale per diventare sempre più ricchi, mentre la disoccupazione sarebbe aumentata e le pensioni divenute ancor più da fame.

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Tutto questo Sandro lo sapeva, ne era angosciato e piano, piano era riuscito ad aprire degli squarci nella cortina di omertà che proteggeva quell’uomo che, come detto, lui odiava: odiava lui, tutto ciò che rappresentava e quella specie di corte dei miracoli, di falliti riciclati, e pertanto fedeli, che lo circondava, lo adulava sperando di raccogliere le briciole che lui seminava per loro, lo osannava usando solo l’insulto come arma di discussione..

Aveva raccolto nel suo dossier documenti, intercettazioni, fotografie con mafiosi o sospetti tali, testimonianze anonime ma, unite a documenti reali, tali da smascherarlo davanti a tutti.

Forse questi documenti non sarebbero stati sufficienti per i suoi ricchi avvocati privi di scrupoli, né per i giudici che aveva più volte corrotto, mentre quelli che avevano tentato qualcosa contro di lui venivano sistematicamente trasferiti e resi, così, inoffensivi,.

Qualcuno moriva di morte violenta, ma in quel caso la colpa era ufficialmente degli islamici, dei terroristi; certo, quando si arriva a certi livelli, non lo si può fare senza sporcarsi le mani, sì sporcarsele anche di sangue, magari non in prima persona: quello lo fanno i boss, non lui, il più grande, il migliore in tutto, il più bravo ed intelligente…

Sarebbero, però bastati ad aprire gli occhi alla gente, abbagliata dal falso splendore di cui si circondava.

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Forse, a suo modo, però, anche Sandro era un presuntuoso: non gli bastava la vittoria, ma voleva sbattergliela in faccia a quell’uomo che era diventato la sua crociata e la sua ossessione: combatterlo era oramai la sua sola ragione di vita: voleva godere del proprio trionfo e così osò troppo e commise l’errore più madornale della sua vita.

Riuscì ad introdursi, nonostante l’enorme macchina della sicurezza, nella villa del Massironi e, trovatoselo davanti, gli mostrò il suo voluminoso dossier.

Si aspettava, come reazione, avvocati, interventi politici, non il grosso ed antico bastone da passeggio con cui il Massironi lo colpì con violenza al capo: la vista gli si offuscò e fra il velo di sangue vide il suo dossier strappatogli di mano e bruciato, con un sorriso beffardo nel caminetto acceso.

Questa volta le mani se le era sporcate in prima persona e lo aveva fatto con soddisfazione, ma lui non avrebbe mai potuto testimoniarlo.

Sai – gli disse il suo nemico – non puoi vivere per sempre” fu l’ultima cosa in vita sua che Sandro, il giornalista puro, senza macchia e senza paura, vide e udì ma, come ultimo atto della sua vita, riuscì a rispondere: “Non illuderti, neppure tu puoi farlo ad allora tutto ciò che hai non ti seguirà e tutto quello che hai fatto non ti sarà servito a nulla”.

Poi arrivò il secondo colpo, quello definitivo

Gianmaria Massironi rise beffardo: forse credeva veramente che l suo denaro, il suo potere, gli consentissero di dominare anche il tempo.

Una chiamata al telefono e qualcuno arrivò rapido e discreto a rimuovere il cadavere, quell’immondizia che insozzava il suo prezioso tappeto persiano.

L’indomani sarebbe stato il gran giorno, quello dell’investitura ufficiale, il momento per Il dottor, grand ufficiale Gianmaria Massironi di godersi il potere il denaro, tutto ciò che la sua posizione gli avrebbe offerto.

Gianmaria Massironi andò, quindi, a letto soddisfatto, s’addormentò e non si svegliò più: un infarto lo colse nel sonno.

È proprio vero, non si può vivere per sempre, nessuno può farlo.

Le persone si possono corrompere, il tempo e il destino, no.

 

 
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Pubblicato da su luglio 19, 2017 in Racconti

 

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IL MOSTRO SOTTO IL LETTO

IL MOSTRO SOTTO IL LETTO

Raffaello aveva vent’anni.

Raffaello aveva lasciato gli studi perché non aveva mai avuto troppa voglia di studiare e di andare a scuola e così adesso lavorava: lavori saltuari e malpagati, ma che gli avevano consentito di andare a vivere da solo, di avere la propria indipendenza.

Il problema era stato quello di trovare un appartamento, anche piccolo, anche solo un monolocale, adatto alla cifra che lui poteva permettersi: fino ad allora gli appartamenti che aveva visto costavano, in affitto, più di quanto lui guadagnasse in un mese facendo il fattorino interno in una multinazionale, di giorno e consegnando pizze a domicilio di sera.

Poi trovò quell’occasione insperata: addirittura un trilocale più servizi a trecento euro al mese spese e riscaldamento compresi!

Forse il prezzo così basso avrebbe dovuto insospettirlo,  ma a vent’anni si è ingenui e ci si fa trascinare dagli entusiasmi e così firmò il contratto di getto, prima che ci ripensassero e si accorgessero che avevano, probabilmente, dimenticato un uno davanti alla cifra richiesta.

C’erano, perfino, alcuni mobili compresi nel prezzo: una cucina, modesta ma pulita in formica anni ‘70 con tavolo e quattro sedie scompagnate ma stabili, un mobiletto in bagno per gli asciugamani e i saponi vari per l’igiene personale; in sala c’erano un divano letto un po’ sbiadito e una poltrona rivolta verso un vecchio televisore a tubo catodico e in quella che si era scelta come camera da letto, c’era un letto alla francese, da una piazza e mezza, un comò e un guardaroba, oltre ad un tavolinetto da usare come comodino.

L’ultima stanza era totalmente vuota, ma tanto per lui era superflua, visto che non aveva figli, non aveva intenzione di averne, almeno in tempi brevi e non aveva ospiti da ricevere.

Forse col tempo avrebbe potuto magari arredarla e subaffittarla per fare qualche euro in più, o forse no, perché la propria libertà e indipendenza non hanno né prezzo, né compenso.

Appena trasferite le sue cose, libri, vestiti, lo stereo e i cd, la consolle coi videogiochi, girò la casa per vedere se tutto era in ordine: finalmente era venuto anche a lui il sospetto che sotto, sotto ci fosse una fregatura, ma la caldaia – scaldabagno funzionava bene, così come l’impianto idraulico ed elettrico ed erano anche a norma e infine non c’erano vicini rumorosi o pericolosi, quindi tanto meglio. Adesso che respirava l’indipendenza, un poco gli mancava casa sua, la cucina e le pulizie domestiche di mamma, ma in venti minuti avrebbe potuto essere là e magari auto – invitarsi a cena dai suoi.

Comunque fosse erano più i vantaggi della vita indipendente che non gli svantaggi.

Certo, a volte quando stava con i suoi, avrebbe avuto le occasioni per avventure galanti o decisamente piccanti: adesso, come sempre accade, aveva il modo, ma gli mancava il materiale principale.

C’è da dire che rispetto ai suoi coetanei Raffaello amava più leggere libri che non guardare la televisione o dedicarsi ai videogiochi, che pure aveva, così già dalla prima sera si mise seduto a letto con un libro e una pizza ancora tiepida portata a casa da dove lavorava: neppure gliela avevano fatta pagare.

Sdraiato in mutande tirò un lungo respiro, era quello dalla libertà, poi iniziò a leggere, fino a che non sentì un sordo brontolio provenire da un luogo che pareva essere sotto il suo letto.

Ecco, ci siamo – pensò – ecco la fregatura: tubature rumorose, magari vicini che vanno al cesso di continuo, anche di notte”.

Altro respiro, ripose il libro a pagine in giù, appoggiò la pizza che stava mangiando con le mani, se le pulì dall’unto in un fazzoletto e si affacciò al bordo del letto, quindi alzò la coperta e guardò sotto a questo, giusto per controllare che non ci fossero macchie d’umido o addirittura perdite d’acqua. Dopo qualche istante gli occhi si abituarono al buio, visto che lui non possedeva una pila, ed allora vide…

Vide due occhi gialli che lo guardavano; balzò all’indietro, facendo cadere il romanzo di Stephen King dalla parte opposta del letto, fra questo e il muro; si stropicciò gli occhi in un buffo gesto infantile, quasi a scacciare un brutto sogno: non è possibile, pensava, sarà qualcosa di fosforescente, i mostri sotto il letto esistono solo fino ai cinque anni di età, dopo non ci credi più e spariscono.

Si sporse ancora con cautela e guardò di nuovo sotto il letto: la cosa era là, ringhiava in modo preoccupante, lo guardava con quegli occhi gialli e gli mostrava denti lunghi e poco tranquillizzanti.

D’istinto Raffaello allungò una mano dietro di sé, prese ciò che restava della pizza ai funghi e prosciutto e la lanciò al mostro; questi sembrò gradire, in quattro morsi divorò la pizza e poi si ritirò nell’angolo più buio sotto il letto e il suo ringhio si trasformò in un quieto ronfare: si era addormentato.

Adesso Raffaello, di logica, avrebbe dovuto lasciare quella casa e di corsa e senza voltarsi indietro, ma aveva pagato, con sacrificio, sei mesi di affitto anticipato, non aveva più il becco di un risparmio e un altro appartamento non avrebbe potuto permetterselo.

Poteva, è vero, ritornare a casa dai suoi genitori, ma dicendo cosa? “Sai, mamma, nella casa dove stavo c’era un mostro sotto il letto”.

Di certo la madre avrebbe concluso che da quando era andato a vivere da solo aveva iniziato a drogarsi e in modo pesante.

Decise di non dormire, di stare pronto a scappare, anzi si infilò sopra i boxer un paio di pantaloni da tuta, giusto per non trovarsi in strada con le chiappe al vento, o quasi, ma poi il sonno vinse la battaglia e, paura o no, si addormentò.

Si svegliò col chiarore dell’alba prima che suonasse la sveglia per recarsi al lavoro, diede rapido un’occhiata sotto il letto e nel buio non vide la cosa, ma la sentì ronfare come un gattino domestico che fa le fusa.

La sera, tornando a casa e prima di andare al pizza express, passò da un discount e prese una confezione gigante di crocchette per cani e dei piatti di plastica. Arrivato a casa riempì uno dei piatti usa e getta di croccantini, poi si chinò a guardare sotto il letto: il mostro era là coi suoi grandi occhi gialli spalancati, brontolava.

Buono che arriva la pappa” gli disse Raffaello e spinse il piatto verso di lui; in un attimo, qualunque cosa fosse quell’essere, ingoiò cibo e piatto.

Visto che brontolava ancora, Raffaello gli propinò una nuova razione e questa volta il mostro del letto si chetò e si addormentò; il ragazzo realizzò che avrebbe dovuto portare dalla pizzeria dei doggy bag o quello lo avrebbe mandato in rovina, del resto pochi possono dire di avere come animale domestico un mostro che vive sotto il letto.

Quando tornò dal lavoro serale tutto era tranquillo, la bestia faceva le sue fusa da sonno e il ragazzo mise in un’anta della cucina la borsa piena di bordi di pizza avanzati, si spogliò, andò in bagno e poi a letto col suo libro recuperato da dietro il letto.

Già, il bagno: chissà dove quella cosa espletava le proprie funzioni fisiologiche, ma forse un essere semi – fantastico ha un metabolismo diverso dagli animali e non espelle nulla, assimila tutto, anche la plastica dei piatti.

Avevano trovato quella sorta di patto fra di loro, quella strana convivenza, il mostro non pareva pericoloso, almeno fino a che lo si nutriva, del resto anche le bestie più feroci riconoscono chi le sfama; adesso il mostro non ringhiava nemmeno più quando lui si chinava a controllarlo.

Raffaello avrebbe voluto spostare il letto, vedere come era fatto in realtà, ma decise che era meglio non sfidare troppo la fortuna.

Poi un giorno il giovane conobbe una ragazza: non che si fosse innamorato, ma lei si lasciava fare un po’ di tutto, era una facile e non si tratteneva dal prendere l’iniziativa; fu lei a proporgli di andare a casa sua per fare le cose con più privacy e completezza.

Raffaello nicchiava: era prudente invitare estranei col mostro sotto il letto? Ma i sensi, e non solo quelli, pulsavano forte come solo a vent’anni succede, così invitò Daria a consumare un rapporto completo nella sua alcova.

Fu una notte incredibile e Raffaello si dimenticò perfino del mostro, anche di nutrirlo.

Al mattino si svegliarono entrambi con la luce del sole, si scambiarono qualche effusione, poche a dire il vero, perché al mattino nessuno è mai molto gradevole alla vista né profumato, poi lei si alzò e cominciò a vestirsi, almeno fino a che non si rese conto che non trovava una scarpa: “Sarà finita sotto il letto, esclamò e si chinò per cercarla”.

Raffaello avrebbe voluto anticiparla, chinarsi lui a cercare sotto il letto, ma non fece in tempo. Daria alzò il bordo della coperta e lanciò un urlo: “c-cos’è qq-quella cosa?” e poi fu presa da una crisi isterica e iniziò a strillare; Raffaello cercò di tapparle la bocca: l’avrebbero sentita, avrebbero scoperto il mostro, avrebbe perso la sua casa e la sua indipendenza, ma lei si strappò dalle labbra la sua mano, lo morse e riprese a strillare, allora lui, non sapendo più come farla stare zitta, la spinse sotto i letto: lei smise subito di strillare e dopo poco il mostro cominciò a ronfare.

Il pericolo era scampato, ma Raffaello non avrebbe più potuto portare ragazze a casa. Presto, probabilmente, avrebbe comperato un’auto usata, magari coi sedili reclinabili.

Riguardo al mostro, quello non era un problema, i mostri sotto il letto non sono mai un problema, basta non scordarsi di dargli da mangiare pizza e croccantini.

 
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Pubblicato da su luglio 5, 2017 in Racconti

 

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LA SCIURA MARIA

LA SCIURA * MARIA

(*sciura in dialetto milanese vuole dire semplicemente signora)

Di “sciura Maria” ce n’è una in ogni quartiere, o forse più di una, tranne che nei quartieri “bene”, tipo Montenapoleone o San Siro: lì hanno nomi più snob e non diventeranno mai, con l’età, come la nostra sciura.

Ne trovi, invece, nei quartieri più popolari di Milano: all’Isola, al Ticinese, ad Affori e Bruzzano, ne trovi, soprattutto, nelle case di ringhiera dove l’affitto costa ancora poco perché non sono state ristrutturate e molte hanno ancora il gabinetto (senza bagno o doccia) sul ballatoio, in comune con una famiglia o due, tanto che ognuno si porta il rotolo di carta igienica da casa perché altrimenti, se lo lascia nello stanzino gelido, finisce subito.

La nostra Maria ha un’età indefinibile: di certo sopra i settantacinque, più probabilmente sopra gli ottanta e la sua giornata tipo è quella di tutte le sciure Marie di Milano e di ogni altra città.

Sulla porta dello studio medico c’era una targa metallica:

Dott. Antonio Salenti

Privati e mutue

E più sotto un’altra targhetta:

Lo studio è aperto dal lunedì al venerdì

esclusi i prefestivi dalle 16 alle 19.30

 

Lo stabile non aveva portineria e il dottor Salenti, più mutue che privati, non poteva permettersi un’infermiera o una segretaria, così chi arrivava prima dell’apertura aspettava sul pianerottolo, guardato molto male dai residenti dello stabile popolare dove lo studio era ospitato.

Naturalmente l’ambulatorio non era visto così male dai condomini quando questi, pure essi tutti pazienti del dottor Salenti, stavano male a loro volta.

Il titolare dello studio, in effetti, non arrivava mai alle 16, ma sempre almeno tre quarti d’ora più tardi, perché c’erano le visite domiciliari urgenti: in compenso c’erano sere che chiudeva lo studio alle 21, perché gli mancava il cuore di mandare via i pazienti in attesa da ore o di non aprire quando citofonavano.

Ne aveva tanti, più di mille e cinquecento e si sa, i poveri statisticamente si ammalano più dei ricchi e così ogni giorno c’erano trenta, quaranta, anche cinquanta persone, soprattutto se si era in periodi di epidemie influenzali, che aspettavano, facevano ore d’attesa per poi, magari, sentirsi prescrivere una comune Aspirina.

Chi lavorava arrivava verso le diciassette, diciassette e trenta, come pure chi aveva dei bambini che escono dal doposcuola alle sedici o giù di lì, ma i vecchi, che poi sono lo zoccolo duro dei pazienti del dottore, cominciavano ad arrivare fino dalle quindici, per essere i primi ad entrare.

Il dilemma era se aspettare prima dell’apertura dello studio oppure dopo di questa.

Prima si aspettava in piedi, ma anche dopo, perché nello studio non c’erano più di cinque o sei sedie di plastica ed allora c’è chi aspettava in piedi dentro, nell’angusto corridoio e chi lo faceva fuori, sul pianerottolo e perfino sulle scale, giusto per sedersi qualche minuto.

Ognuno che arriva domanda: “Chi è l’ultimo?” e c’è sempre lo spiritoso che risponde: “L’ultimo è lei!”. Di solito è un signore col bluetooth, inteso come auricolare, all’orecchio (dove sennò?): non che abbia questa necessità di essere sempre collegato col mondo anche a mani occupate, ma quell’accessorio secondo lui gli dà un certo tono.

È lui quello che tiene sempre concione, si vede che è un estroverso dal carattere forte ed esordisce affermando che lui non sa da quanti anni non si ammala, che non ha mai bisogno del dottore, ma intanto è lì tutti i giorni.

Ma veniamo alla sciura Maria: anche lei è lì quasi ogni giorno, magari non alle quindici, ma una mezz’ora dopo sì, vale a dire una mezz’ora prima dell’apertura. Probabilmente è contenta di non essere la prima, almeno può chiacchierare con chi è arrivato prima di lei, magari col signore con l’auricolare, che è uno che sa tante cose.

Quando poi arriva un conoscente di vecchia data di iononmiammalomai, questi perde interesse alla donna e si mette a parlare di politica, di calcio, perfino di geografia, dicendo madornalità, ma tanto nessuno dei presenti è in grado di correggerlo e, anzi, lo guardano con ammirazione per tutte le cose che sa o che millanta di sapere.

Finalmente arriva una faccia nota anche alla sciura Maria: una sua coetanea o forse anche un poco più anziana; si sono conosciute lì, dal medico, anche se vivono da sempre nello stesso quartiere, ma i quartieri di Milano sono grandi come e più di un paese e non ci si conosce tutti, a meno che non si vada dallo stesso dottore.

Oh, buona sera signora, anche lei qui? Eh, o prima o poi ci si finisce sempre qui, ma fino a che ci vediamo, vuole dire che siamo vivi”.

I discorsi sono sempre questi o altre banalità simili: del resto due donne anziane non s’intendono né di politica, né di calcio, né di formula uno.

Potrebbero parlare di beautiful, di un posto al sole, ma si vergognano eppure quelle soap sono la loro unica compagnia, il loro svago, un modo di passare il tempo, sempre di meno, che resta loro.

Sa – dice la sciura Maria (l’altra non è una sciura perché è <<terrona>> e si chiama Concetta) – devo farmi provare la pressione e poi i dolori: mi fan venire matta…”.

I dolori, d’accordo: a quell’età ce li hanno un po’ tutti e poi le donne sono facili all’osteoporosi e al tunnel carpale, ma la sua pressione va benissimo: non è mai stata né alta, né bassa e, comunque, alla farmacia di quartiere la provano gratis a chi ha più di settantacinque anni.

La verità che la sciura Maria, tutte le sciure Marie, hanno i figli lontani e questi non chiamano mai.

Una volta , quando c’erano i nipoti piccoli, la chiamavano sì, perché avevano bisogno che andasse a prenderli a scuola o che li tenesse a mangiare quando erano a casa, magari ammalati, ma adesso son giovanotti e signorine: la nonna non serve più, non serve più la mamma.

Qui il dottore è gentile, l’ascolta, le prova la pressione e le fa la ricetta dell’Aulin o del Brufen per i dolori e l’ascoltano anche le altre sciure, quelle milanesi e quelle del sud e lei è contenta, anche se ha perso la puntata di Beautiful.

Almeno oggi ha visto qualcuno, qualcuno l’ha ascoltata, l’ha commiserata per i dolori (“Ha ragione, ma anch’io sono piena…”), l’ha fatta sentire viva per un giorno di più.

Un giorno di più, ma sempre uno di meno.

È dura essere vecchi, è dura essere soli.

È dura dover vivere fino alla morte.

 

 

 

 


 

 
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Pubblicato da su giugno 21, 2017 in Racconti

 

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ANDATA E RITORNO IN DUE GIORNI

ANDATA E RITORNO IN DUE GIORNI

 

Era il compleanno di Emanuele, un compleanno importante: dopo  una certa età tutti sono importanti ed ugualmente tristi perché valgono doppio: un anno in più ed uno in meno…

Emanuele aveva un unico fratello, Guglielmo, che viveva al nord, a quattrocento chilometri di distanza e, da quando il maggiore dei due si era trasferito, non avevano più festeggiato né compleanni, né Natale o altre feste comandate insieme.

Si vedevano, è vero, d’estate, quando Guglielmo si faceva ospitare per le vacanze, ma un compleanno è una ricorrenza importante, è anche il ricordo di tante festicciole fatte da bambini, da ragazzi, con mamma, papà, zii, amichetti.

Adesso, invece, c’erano i nipoti, un maschio e una femmina, figli di Emanuele, il maggiore, mentre suo fratello non si era mai sposato né, di conseguenza, aveva una propria discendenza.

Oltre ai figli di Emanuele e, di conseguenza, nipoti del fratello, c’erano quattro pronipoti dell’uno e nipoti dell’altro, di età variabile fra cinque e i quattordici anni.

Sorbirsi quattrocento chilometri, più altrettanti per il ritorno, era faticoso, per questo Guglielmo non aveva mai accettato gli inviti per le varie festività e occasioni, ma questa volta era stato lui a proporre, di nascosto, ai nipoti di organizzare una festa a sorpresa, vale a dire una cena in un ristorante, alla quale sarebbe comparso, all’improvviso, anch’egli.

Si era preparato, materialmente e spiritualmente, per settimane; anzitutto aveva acquistato un regalo per il fratello, poi altri per i quattro pronipoti e un paio di libri per i nipoti.

Poi, come usuale per il suo carattere ansioso, aveva cominciato a preparare armi e bagagli con un mese e mezzo di anticipo, inserendo a mano, a mano ciò che gli sarebbe servito e che era indispensabile portarsi appresso.

Cominciò, ovviamente, con un pigiama pulito e la biancheria intima di ricambio; poi aggiunse una felpa in più, perché può succedere di bagnarsi, macchiarsi, che faccia più freddo del previsto.

Ci ripensò: meglio una camicia pesante e un golfino, così se avesse avuto caldo o freddo avrebbe potuto adeguare il proprio abbigliamento.

Un paio di ciabatte ci voleva per forza:  con l’avanzare dell’età era aumentato in progressione geometrica il numero delle sue visite notturne in bagno e non era il caso di infilarsi ogni volta le scarpe.

Già, le scarpe: le previsioni del tempo lo davano incerto e variabile, con probabilità uguali di sole, pioggia, neve e allora meglio portare anche un paio di scarpe di ricambio.

Quando si è giovani si va alla ventura, ce ne si frega di piedi bagnati, di indumenti macchiati, ma l’età rende prudenti: dolori, problemi respiratori, dignità di chi, avendo perso con gli anni la gradevolezza esteriore, voleva almeno mantenere la dignità dell’abbigliamento.

Ecco, era più o meno pronto, c’era tutto… Tutto? Macchè: le medicine, quella per il cuore, per la prostata, per la digestione, per la pressione e gli analgesici.

Poteva mettere un paio di pillole per tipo in una scatoletta, ma poi come riconoscerle? Meglio le confezioni originali e complete.

Un’occasione come un festeggiamento meritava di essere ricordata, così prese la macchina fotografica col suo carica-batterie.

E non doveva scordarsi il caricatore anche per il telefono cellulare: quelli si scaricano sempre sul più bello.

Adesso sì c’era tutto… o quasi. Gli occhiali! Se si fossero rotti quelli che portava sarebbe stato praticamente da bastone bianco e cane guida! Così mise in valigia anche quelli vecchi, con in aggiunta quelli per leggere, visto che le vecchie lenti non erano multifocali.

Già che c’era prese anche i coprilenti da sole: vedi mai che il tempo fosse stato clemente e il sole è bello, ma a una certa età ti fa piangere gli occhi.

Ovviamente ogni paio aveva il suo porta occhiali rigido.

Basta! Tirò la cerniera, chiuse tutto e si ritenne soddisfatto… per un paio di giorni.

Certo che cinque ore di viaggio sono tante, allora meglio portarsi dietro un libro e anche il lettore Mp3 per il viaggio, ovviamente anche per quest’ultimo doveva portare il carica batterie, perché c’era anche il ritorno.

Adesso sì che era soddisfatto!

Attendeva quell’occasione come un bambino attende l’epifania: era curioso di vedere la faccia, soprattutto dei bambini, ai regali, era desideroso di rivedere tutti, quasi temendo che quella potesse essere l’ultima occasione.

Se l’avesse detto l’avrebbero preso in giro, ma loro non sanno cosa vuol dire vedere la propria vita accorciarsi come una sigaretta accesa.

Questa idea lo intristiva, ma del resto lui in occasione di tutte le festività era sempre stato triste, fin da ragazzino: le feste sono belle, ma poi c’è il giorno dopo, dove ci si rende conto che tutto il tempo di attesa, tutta la preparazione, sono durati un attimo ed ora è tutto finito e la festa lascia il posto alla noia e alla malinconia quotidiana di vivere.

Questo era lui, era così, forse per questo era rimasto sempre single e solo: la gente ha bisogno e voglia di allegria, non di tristezze.

Caspita! A momenti dimenticava: va bene la camicia di ricambio, ma se si fosse macchiato i pantaloni, o peggio se se li fosse strappati?

Ricordava, tanti anni prima, il primo giorno di un lavoro, una fiera di settore con un amico; era arrivato, come al solito suo, con largo anticipo, poi l’amico era venuto allo stand a chiamarlo per farsi aiutare a portare della merce.

Lui era uscito, aveva preso da terra due grosse borse e, nel rialzarsi, i pantaloni gli si erano aperti dal cavallo all’interno del ginocchio!

Aveva dovuto telefonare alla madre che gli portasse un ricambio e aveva sostituito i pantaloni lì, nel parcheggio, fra due macchine.

La stessa cosa, più o meno, era successa il giorno del diploma, al momento di uscire di casa, tipico della sua sfortuna, ma anche della sua ansia e goffaggine.

Allora riaprì tutto, mise quindi un paio di pantaloni di emergenza; poi, già che c’era c’infilò anche una copertina di pile: vedi mai che avesse fatto freddo e il fratello non avesse avuto abbastanza coperte…

Per non girare per casa in pigiama, il pudore è un’atra cosa che aumenta con l’età, prese anche il leggero accappatoio di microfibra, poi, finalmente, chiuse tutto; ah, no, l’apparecchietto per la pressione.

Ora sì!

Ma il giorno dopo gli venne in mente che doveva mangiare in treno, allora mise due tramezzini, una bottiglietta d’acqua, poi avrebbe aggiunto un piccolo thermos di caffé e poi la pancera e poi l’agenda e la rubrica e il rasoio e la schiuma da barba, il dopobarba e lo spazzolino da denti e poi, e poi…

 

* * *

 

Alla stazione lo attendeva una nipote col marito e il figlioletto più piccolo per mano; il treno era in perfetto orario, lui scese fra gli ultimi.

Quando Cristina, Massimiliano e il piccolo Giosuè lo videro comparire sulla banchina sudato e sbuffante coi due grossi trolley e la borsa a tracolla, scoppiarono a ridere: tre bagagli per due giorni scarsi! Guglielmo non se ne curò, non si offese: loro non sapevano, non potevano ancora capire cosa significa diventare vecchi.

 

 
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Pubblicato da su giugno 8, 2017 in Racconti

 

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GENTE DI RIGUARDO

GENTE DI RIGUARDO

 

Il commissario Barbieri Alessandro, fu Giovanni e Cervi Natalina, era a capo della sezione omicidi della questura di Milano, ma oramai era vicino alla pensione: tre anni, tre soli per scordarsi di sangue, cattiveria e odore di morte.

Tre anni che erano come guardare lo striscione del traguardo di una maratona: lo vedi, ma non arriva mai, perché il tuo passo oramai è lento e stanco.

Eppure si trova ancora un sussulto d’orgoglio per andare avanti, magari cercando anche d’accelerare il passo.

Il commissario non aveva fatto ulteriore carriera oltre quel grado, perché era un tipo scomodo, scorbutico, per certi versi indisciplinato e insofferente dell’autorità.

Però era bravo: secondo le statistiche redatte dal ministero degli interni, lui era uno dei pochi in Italia ad avere una percentuale di risoluzione dei casi del cento per cento.

Forse fortuna, forse abilità ed intuito, forse un po’ di tutto questo, sta di fatto che aveva sempre risolto tutti i casi di omicidio affidatigli.

Se già prima non aveva un carattere facile, dopo la morte della moglie per leucemia, una dipartita straziante e lunga, era ancor più peggiorato, se possibile, senza quella santa donna a tenerlo a freno.

E a dargli amore, cosa di cui anche un poliziotto ha bisogno.

La chiamata non gli arrivò dal centralino, o meglio gli arrivò dal centralino, ma il poliziotto di turno gli diceva di andare nell’ufficio del questore, non sul luogo di un delitto.

Qui, oltre al questore con cui riusciva a scontrarsi settimanalmente, ricevendo minacce di rapporti, di note di biasimo, di licenziamento, che puntualmente rientravano alla risoluzione del caso in corso, trovò addirittura il capo della polizia in persona.

Non gli piaceva, non gli piaceva in tutti i sensi: non gli andava a genio come persona e non gli piaceva il suo aspetto.

Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato, lo deduceva dal suo colorito grigio verdastro, dalle borse sotto gli occhi, dalle spalle curve.

Sembrava sua moglie negli ultimi tempi.

Il pensiero e il paragone gli causarono una fitta al cuore.

Comunque quei due non gli andavano a genio: lui serviva la legge, anzi come era solito dire, la giustizia, che è un concetto un po’ diverso, mentre i suoi due superiori erano dei politici e dei politicanti.

No, non gli piacevano e se lo avevano convocato lì non era un buon segno.

Dopo quella al cuore, sentì una fitta al fegato.

C’era stato un omicidio: sai che novità! Lui era il commissario della sezione omicidi, quindi era logico che ci fosse stato un delitto, ma perché mai convocarlo dal questore e con addirittura la presenza del capo della polizia? Sentiva puzza, una puzza tremenda di politica.

“Caro commissario – esordì il questore, che solitamente non era così caro e affettuoso, solitamente si tratteneva a stento dall’insultarlo – siamo qui col capo della polizia perché c’è stato questo delitto che, però, sarebbe una questione un po’… delicata. Sappiamo quanto lei sia capace e solerte (questa era la vaselina prima della penetrazione dei suoi principi), ma è noto anche quanto lei sia impulsivo e a volte privo di riguardi: non lo prenda come un rimprovero…”. No? E che cosa era, allora? Riguardi? Perché mai bisognerebbe avere riguardo per un omicida? Non che lui fosse uno che andava avanti a ceffoni, lui aborriva la violenza, anche quella della polizia: era per questo che non gli piaceva il capo di questa, l’uomo che ordinava le cariche contro i disoccupati che manifestavano per il lavoro, ma poi veniva a chiedergli, ne era certo, cautele verso qualche pezzo grosso implicato in quell’omicidio.

Ed in effetti la vittima era la moglie di un grosso finanziere, molto chiacchierato per tangenti, corruzione, e qualsiasi altro crimine che si possa commettere senza sporcarsi i guanti bianchi che quello, idealmente, indossava.

Protettore e protetto dai politici, noto fedifrago che si faceva fotografare senza vergogna insieme a donnine di facili costumi, spesso di un’età per cui gli sarebbero potute essere non figlie, ma nipoti e non in quanto zio, ma nonno.

Qualche giornale aveva insinuato che avesse speso in pochi anni oltre venti milioni di euro con queste “accompagnatrici”. Nello stesso tempo aveva licenziato e messo sul lastrico alcune centinaia di lavoratori delle sue aziende.

La crisi, si diceva, ma il sesso pare non senta mai crisi e le escort non vadano mai in cassa integrazione.

Con i reati per cui era indagato, per l’indignazione dei suoi sostenitori e dei suoi avvocati, ci sarebbe stato anche da aggiungere decine di suicidi di persone che lui aveva rovinato. “… Ecco, lei punti su una vendetta di quelli che lo accusavano ingiustamente delle loro sfortune. Indaghi, indaghi caro commissario in quella direzione e dia in fretta all’opinione pubblica un colpevole, perché quel galantuomo è già stato messo in croce fin troppo”.

Dio, che schifo! Certo che avrebbe indagato e per primo su di lui, il galantuomo e non per personale antipatia, anche se simpatico non gli era di certo, ma perché in caso di omicidio il primo sospettato è sempre il marito, o la moglie, se la vittima è un uomo.

Se si fosse trattato di vendetta, avrebbero ucciso direttamente lui, ben sapendo che i ricchi non fanno galera: hanno sempre problemi di salute che impediscono loro la vita carceraria, non certo quella del puttaniere.

Il commissario Barbieri aveva pochi uomini fidati e di sicuro molte talpe intorno a sé; prese i due agenti più vicini a lui come modo di pensare e di operare, poi si rivolse direttamente al capo della scientifica, il solo di cui si fidava anche in quel settore.

Presero in esame la scena del crimine, le impronte, le tracce, il modus operandi dell’omicida, che denotava una grande rabbia, più che passione o vendetta indiretta.

C’è da dire che anche un delitto richiede capacità, intelligenza e professionalità, non approssimazione, né delirio d’onnipotenza e intoccabilità.

Non ci misero molto a trovare, nella stanza dove era stato commesso il crimine, la sofisticata videocamera wireless nascosta per riprendere gli incontri amorosi del padrone di casa che, evidentemente voleva poi rivederseli, magari con amici coi quali vantarsene; s’era semplicemente dimenticato di rimuoverla, di nasconderla col suo contenuto.

In realtà a vederlo nudo, come appariva nei suoi filmini, il grande uomo aveva ben poco di cui vantarsi.

Solo che oltre che le sue scopate nell’ultimo appariva anche lui che uccideva la moglie: un caso facile e veloce, come volevano i pezzi grossi.

Alla seconda convocazione i due corvi si dovettero complimentare, seppure a denti stretti, con lui, ma di nuovo si raccomandarono di non coinvolgere altri e quali altri, nella vicenda: nei filmini non c’erano solo eros e thanatos, ma anche incontri “d’affari” con uomini politici di primo piano.

Ci sarebbe stata, gli dissero, una conferenza stampa a cui lui non poteva mancare (ne avrebbero fatto volentieri a meno…), perché i media volevano l’integerrimo commissario che non guarda in faccia a nessuno: misurasse, però, bene le parole e i nomi.

Ma lui, invece, quei nomi li fece, parlò di connivenze, di corruzione, di pressioni ricevute, disse tutto, poi annunciò le proprie dimissioni: non c’era disoccupato più felice e leggero di lui.

Intanto l’assassino aveva avuto un malore in carcere e i suoi avvocati avevano già richiesto i domiciliari in quanto inadatto alla vita carceraria.

 

 

 
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Pubblicato da su maggio 26, 2017 in Racconti

 

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LA MORTE DI MIMI’

LA MORTE DI MIMÌ

 

(Questa è una personale trasposizione dell’atto finale della Bohème di Giacomo Puccini in un’ambientazione moderna.)

 

Alberto, Mario e Michael erano tre amici che condividevano uno squallido bilocale dall’affitto carissimo e per di più in nero, in una zona situata a metà strada fra Lambrate e Città studi, il quartiere di Milano con il politecnico e diverse altre facoltà tecnico – scientifiche.

Alberto proveniva dall’Abruzzo, Mario dalla provincia di Cremona e Michael da quella di Sondrio; i primi due frequentavano la facoltà di architettura, covando entrambi il sogno di diventare il nuovo Gio Ponti, mentre l’ultimo studiava informatica con una decina d’anni di ritardo rispetto a quando la facoltà garantiva un lavoro sicuro: oramai gli informatici erano più dei medici ed anche di quelli ce n’erano molti più della richiesta del mercato.

Tutti e tre erano ragazzi poco più che ventenni che cercavano di diventare adulti autonomi e responsabili, ma pur sempre ragazzi che non disdegnavano quindi, in quanto tali, una partita a pallone, una serata in discoteca o un sabato in birreria.

Soldi pochi: le tasse universitarie erano da strangolo, tutti e tre provenivano da famiglie piccolo borghesi che già si svenavano per pagare loro gli studi, l’affitto, il vitto, così loro si adattavano a fare lavoretti saltuari e mal pagati, anche questi in nero, come volantinaggio porta a porta, collaborazione in traslochi e trasporti o montaggio di stand alle fiere, sempre più rare, al polo di Milano – Rho.

Essendo ragazzi con normali inclinazioni sessuali erano sempre alla ricerca di compagnie femminili: non della relazione fissa, che li avrebbe distratti e distolti dagli studi, ma l’amicizia senza impegni, come spesso si usa fra ragazzi, magari con qualche sporadico petting, per lo più nell’unica automobile che usavano a turno, una vecchia Renault di Mario e, prima ancora, di suo nonno, ora troppo avanti con l’Alzhaimer  per essere ancora in grado di condurre un’autovettura della quale, comunque e a sua insaputa, continuava a pagare bollo e assicurazione.

Il loro bilocale era ad un ultimo piano, talmente ultimo da essere quasi un abbaino, non si sa quanto abitabile, in un caseggiato grigio e vecchio di una periferia che stava velocemente per essere fagocitata, digerita e inglobata nella città.

Qui non si trovava più un tratto di terreno libero da anni oramai, mentre un tempo c’erano prati incolti e qualche orto abusivo da pensionati che produceva insalata, pomodori e patate aromatizzati al piombo degli scarichi delle automobili.

Come detto la discoteca, ma più ancora la birreria, erano per loro una scusa per rimorchiare ragazze, fossero esse amiche stabili o avventure di una sera.

Fra i tre Alberto era il più sognatore, il più romantico, anche se si vergognava un po’ della sua indole, che non era certo da ragazzi del terzo millennio.

Una sera in birreria proprio lui fu attratto da Domenica, detta Mimì, anche se al momento dell’incontro non conosceva ancora né il suo nome né il soprannome, che peraltro lei avrebbe poi dichiarato di odiare in ugual modo.

Domenica, un nome da campagna e da ragazza, anzi donna, campagnola, pensava e lei caratterialmente era tutt’altro che una ragazza di paese; il diminutivo Mimì non si discostava da tale attribuzione e di peggio ci sarebbe stato solo il chiamarla Menega!.

Ma ragazza di paese lo era comunque per nascita: un paese del quale voleva dimenticare perfino il nome, poche case sperse nella campagna del lodigiano, un paese che più paese non si può nella zona ancora superstite dell’agricoltura di quella parte sempre più industrializzata della Lombardia.

Mimì (mia dolce Mimì) all’aspetto era tutt’altro che dolce: capelli tinti di blu elettrico, piercing in forma di anellino al lato del labbro e di una narice, unghie dipinte con lo smalto nero come il colore del suo rossetto.

Eppure c’era qualcosa sotto quella crosta di ribellione, di schiaffo alle convenzioni, che Alberto seppe captare, pure se in forma indefinita.

C’era una tristezza, un dolore, ma anche tanta voglia di amare e essere amata nel profondo dell’anima.

Forzando la sua natura, tutto sommato, riservata, il giovane le si avvicinò, la invitò al tavolo dove stavano loro tre, anzi cinque, visto che i suoi inseparabili amici avevano già rimorchiato Alice e Noemi.

Mimì accettò senza parlare, solo lo seguì al tavolo, dove ci furono le presentazioni, inutili smancerie convenzionali che a lei non piacevano, tanto che alle mani protese da stringere, lei rispose con la propria alzata in un cenno che doveva essere di saluto.

Ma anche quel cinismo, a vedere di Alberto, era una posa, un atteggiamento per nascondere un grande turbamento interiore.

Bevvero un paio di birre, parlarono, risero e a poco, a poco anche la nuova venuta si lasciò andare e rise e parlò con loro; forse era alternativa, ma non certo antipatica.

Visto che in sei non potevano andare via sulla vecchia e unica vettura a disposizione, si salutarono lì, con la promessa di rivedersi il sabato seguente e con scambi dei numeri di cellulare.

Si rividero il sabato, tutti e sei e poi ancora la settimana seguente.

Una sera i due amici di Alberto si eclissarono con le rispettive compagne, oramai fisse e lui rimase solo con Mimì: “Usciamo? Facciamo quattro passi?” le propose; la notte era bella, stellata, non troppo fresca.

Mimì lo seguì senza una parola: passeggiarono, chiacchierarono, più che altro fu Alberto a farlo, raccontando i suoi sogni, i suoi progetti che ora comprendevano lo stare con lei, fino a che la ragazza scoppiò in lacrime: “Non possiamo – disse – non possiamo farlo: sono malata, conclamata e terminale”. Quel termine, conclamata, bastava da solo a raccontare la malattia, non la storia di Mimì; fu lei a farlo, senza nascondere nulla, una storia fatta di incomprensioni con la famiglia campagnola, l’abbandono della casa e del paese, le amicizie sbagliate il darsi a chiunque, le droghe.

Poi, quando la malattia si manifestò, tutto scomparve: gli amanti occasionali, quelli che l’avevano infettata, i paradisi chimici, ma oramai era tardi.

Così continuarono a vedersi, ad amarsi ma senza mai fare l’amore e Alberto la vide spegnersi a poco a poco, mentre s’accorgeva di amarla sempre di più.

Passarono i mesi, le stagioni, perché il tempo non si ferma, non dà retta a nessuno, rallenta e accelera come gli pare e piace, calpesta le persone e i loro sogni.

Loro sei, però, i tre ragazzi e le tre ragazze, restavano solidali come una roccia, sempre insieme, sempre a scherzare, anche se oramai i segni della malattia di Mimì erano evidenti per tutti, ma nessuno di loro le voltò mai le spalle.

Altro tempo passò, la malattia progrediva, anzi accelerava; Alberto e i suoi amici e le loro ragazze si sentivano così impotenti… tutto ciò che potevano fare era starle vicino come se niente fosse.

Poi finirono anche le serate in birreria: Mimì non ce la faceva più nemmeno ad uscire di casa e agli altri non andava di uscire a divertirsi senza di lei.

Mimì dovette abbandonare il suo monolocale e si trasferì nell’appartamentino dei tre studenti; anzi, furono loro tre a trasferirsi nella sala – tinello, lasciando a lei la loro camera da letto, un letto dal quale non era più in grado di alzarsi.

I suoi capelli erano ritornati del colore originale, neri; lo smalto e il rossetto altrettanto neri non erano più nemmeno un ricordo e adesso le labbra di lei erano pallide, esangui, sottili.

Le medicine costavano, anche se una parte era coperta dalla mutua, i ticket erano pesanti e su molti palliativi andava pagato il prezzo intero, perché la A.S.L. quelli non li passa.

Si tassarono tutti e tre, poi si unirono anche Alice e Noemi alla colletta.

Alberto avrebbe voluto pagare tutto lui, in fondo era la sua di ragazza, ma da solo non ci arrivava e poi Mimì era un bene comune: se per lui era la sua ragazza, per gli altri quattro era una loro amica.

Oramai non veniva più neppure il medico a visitarla: sarebbe stato inutile, era alla fine, tutto sommato la parte più pietosa della malattia.

Il più delle volte Alberto non andava proprio a dormire, ma passava le notti al suo capezzale tenendole la mano, bagnandole le labbra riarse con una pezzuola umida, iniettandole gli antidolorifici quando il dolore si faceva insopportabile.

Le due ragazze venivano al mattino, prima di andare all’università, ad aiutarla a lavarsi, cambiarsi, cose da donne, perché anche in punto di morte il pudore è una cosa che non scompare e alla quale il malato ha diritto.

Erano gli ultimi giorni: fuori l’aprile faceva esplodere la natura: i fiori sbocciavano, gli uccellini delle nuove covate cantavano mentre una ragazza di poco più che vent’anni stava morendo, invecchiando con l’inverno nelle ossa e nel cuore.

Arrivarono anche le due ragazze, ma era inutile tormentarla con le abluzioni quotidiane; accanto al suo letto Alberto le reggeva la mano che non pesava nulla in silenzio, con gli occhi umidi ma senza lacrime.

Lei era semi – seduta, non fosse altro che per respirare meglio; Michael e Mario erano in piedi, immobili, accanto alla porta, come due memnoni, i guardiani dei templi egizi.

Le ragazze si stringevano a loro e non riuscivano a trattenere le lacrime.

Mimì chiuse gli occhi; il respiro era lento, ma regolare.

“Dorme – disse qualcuno – lasciamola in pace” ed allora i due ragazzi e le ragazze uscirono, andarono nell’unica altra stanza in attesa: per quel giorno nessuno sarebbe andato alle lezioni.

Mimì tremava di freddo, così qualcuno prima di uscire dalla stanza le mise addosso il proprio giaccone invernale come coperta: altre in casa non ce n’erano più.

Alberto rimase, sfinito, sulla sedia accanto al letto: “Sono andati? – domandò Mimì con un filo di voce, senza aprire gli occhi. Poi accennò un sorriso malato – ho finto di dormire per restare sola con te, ma tu non guardarmi, devo essere un mostro” “Sei bella come… un’alba!”. Non è facile trovare parole sdolcinate in certi momenti.

“Hai sbagliato, dovevi dire come un tramonto – forse doveva essere un motto di spirito, ma c’era solo una rassegnata tristezza e consapevolezza nella sua voce –  ci sono tante cose che ti vorrei dire, ma non ho più tempo, per cui ti dirò solo la più importante: ti amo”. Poi tacque, reclinò il capo: “Mimì!” urlò Alberto. A quel grido tutti entrarono a precipizio nella stanza; Mimì raddrizzò la testa, aprì gli occhi a fatica, li guardò e fece loro un sorriso, un cenno di saluto, poi chiuse gli occhi per l’ultima volta.

Tutti si abbracciarono piangendo, singhiozzando senza oramai più ritegno, anche i ragazzi.

C’erano tante cose da fare: telefonate, gente da avvertire, formalità burocratiche, ma ora no: adesso era solamente il tempo del dolore.

 

 
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Pubblicato da su maggio 11, 2017 in Racconti

 

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L’ULTIMO AMORE

L’ULTIMO AMORE

Prima di essere un uomo maturo, Federico era stato un giovane, prima ancora un ragazzo, e molto tempo indietro un bambino, come lo siamo stati tutti, solo che lui non era come tutti.

A tre anni aveva iniziato ad andare all’asilo, che a quel tempo non si chiamava ancora “scuola materna”, ma semplicemente così, “asilo” e i bambini di tre, quattro, cinque anni, non dicevano “vado a scuola”, ma “vado all’asilo”, che è molto più consono a quelle età, perché i bambini devono restare tali per il giusto tempo, seguire il corretto percorso di crescita senza anticipare i tempi.

Ma in qualche modo Federico, per sua natura e non per volontà di qualcuno, quei tempi li avrebbe anticipati.

Aveva, dunque, iniziato a frequentare l’asilo col suo bel grembiulino talora azzurro, talora bianco, mentre le femminucce lo avevano rigorosamente rosa, a scanso di equivoci e per mantenere fin da subito ben distinti i ruoli: infatti le piccole, numericamente parlando, classi erano miste: bimbi e bimbe insieme,insieme nei giochi, nei disegni, nei lettini per il riposino dopo la refezione e anche nelle sedute collettive sui vasetti.

Clelia aveva due codini biondo rossicci legati con elastici abbelliti da una farfallina di plastica, dato il suo colore di capelli aveva le gote cosparse di lentiggini e gli occhi verdi come… come un qualche animale che Federico (detto Chicco) non sapeva individuare, sta di fatto che gli piacque subito, ma non solo come simpatia: sentiva qualcosa, ogni volta che la vedeva, che gli frugava dentro il petto; più avanti gli avrebbero spiegato che quella sensazione è detta “farfalle nello stomaco”, ma per lui, per ora, le uniche farfalle erano quelle degli elastici dei suoi codini. “Mamma, mi sono innamorato, si chiama Clelia e la voglio sposare”, disse tornando un giorno dall’asilo tutto eccitato e rosso in viso e la madre scoppiò a ridere e lui ci rimase male e scappò via a nascondersi sotto il suo lettino: non doveva ridere del suo amore.

Giunse la scuola elementare e Clelia non c’era più: era andata in una scuola privata, dalle suore e Chicco ne soffrì, ma poi conobbe Bianca e s’innamorò di lei, non come ci si innamora a sei anni, ma a trenta o quaranta, sognando di stare una vita insieme, di essere un’unica anima con due corpi, anzi che anche i corpi si fondessero in uno solo; comprese allora perché i fidanzati, i coniugi, si abbracciano stretti, stretti: per fare in modo che i loro corpi diventino uno solo. Questa volta, però, non disse alla mamma del suo nuovo amore, non lo disse a nessuno, perché nessuno deve ridere di chi ama, che è una cosa bella, anche se fa soffrire, a volte, se fa stare male e le farfalle sembrano diventare dei mostri cannibali che ti divorano da dentro.

Si sa, a quella età le bambine non rifiutano un compagno come “fidanzatino” e così lui era per Bianca un caro amico, mentre per lui la bambina era la sua futura sposa, ma poi finirono anche le elementari.

Verso i suoi otto anni, in una fase che gli psicologi definiscono di quiescenza, al mare,  avevano affittato una villa e la bambina che occupava quella accanto, bimba un paio d’anni più piccola di lui, attraverso la siepe divisoria dei due giardini gli mostrò l’ombelico con un sorriso malizioso; non era certo la prima volta che vedeva un ombelico femminile, una parte tutto sommato innocente del corpo, ma quella volta non dormì per giorni: appena chiudeva gli occhi rivedeva solo quel cerchietto perfetto, profondo, misterioso e allora scoprì che le femmine non hanno solo un’anima da amare, ma anche un corpo, solo che per lui le due cose non potevano essere disgiunte.

Il giorno dopo rivide la bambina della villa accanto e le disse: “Ti  amo”; lei corse via ridendo e lui di nuovo ci rimase male: lui si sarebbe sempre innamorato di tutte quelle che gli piacevano, senza accontentarsi solo del loro corpo, volendo anche la loro anima. Finì la quinta elementare e finì, con dolore anche la sua storia d’amore con Bianca, perché anche lei non s’iscrisse al suo stesso istituto, ma si avvicinava la scuola media, lui sapeva molto di più sui rapporti fra i due sessi, sapeva cosa voleva dire fare sesso, come si bacia ed anche le altre cose che si fanno con una ragazzina.

Subito al primo giorno si infatuò di Margherita, che si faceva chiamare Meggy e si tormentò nell’improvviso amore per lei fino a che non trovò il coraggio di rivelarsi; lei rise, ma non per prenderlo in giro, e lo baciò su una guancia.

A volte Meggy veniva a casa sua a fare i compiti e lui si perdeva a guardarla, ma anche a immaginare come sarebbe stato stringerla, carezzarla, baciarla.

Fu però lei, in seconda, che un pomeriggio in cui erano in casa da soli prese l’iniziativa: lo baciò sulla bocca, spinse la sua lingua fra le sue labbra, poi prese ad accarezzarlo sul davanti dei pantaloni, fino a che lui sentì il suo membro ancora immaturo indurirsi, si sentì mancare dalla bellezza di quelle carezze; quindi Meggy gli prese una mano e se la infilò sotto la maglietta, dove i seni cominciavano a formarsi e lui sentì il capezzolo di lei inturgidirsi quasi come il suo membro e allora le sollevò la maglietta e glielo baciò, usando anche la lingua; poi, rosso come un palloncino che sta per esplodere, si allontanò di un passo, la guardò e le disse la sua frase ricorrente: “Ti amo, mi vuoi sposare da grande?”. Lei scoppiò in una sonora risata e lui fu sul punto di piangere: “Non ti basta che ci baciamo e ci tocchiamo?” disse lei.

No – avrebbe voluto risponderle lui – non mi basta, io voglio la tua anima, voglio abbracciarti fino a diventare te e tu me”, ma in quel momento rientrò la madre, si ricomposero, lui tirò il più possibile la sua felpa verso le ginocchia perché non si vedesse il rigonfiamento che ancora persisteva là sotto.

Poi Meggy se ne andò a casa e lui corse in bagno, abbassò i pantaloni e si carezzò a lungo fino a che quel dolore – piacere passò.

Non ci fu più altro, né con Meggy, né con altre per la durata della scuola media.

Venne il liceo, l’università, ebbe altre amiche, delle quali puntualmente s’innamorò, vennero ben altre carezze e baci, ma nessuna mai si dichiarò disponibile a ricambiare il suo amore: sesso, sì, ma senza impegni a lunga scadenza e soprattutto nessuna gli disse mai “ti amo”.

Oramai Federico era un uomo, non era più Chicco; la madre non c’era più e lui viveva solo. Ebbe due grandi storie d’amore, ma come sempre da parte sua: per le donne lui poteva essere l’amico, l’amante, ma mai l’uomo della loro vita ed intanto qualche filo bianco schiariva i suoi capelli.

Quando non ebbe più nessuna storia, perché le ultime gli avevano fatto troppo male, prese un cane: fu il primo vero amore ricambiato, l’ultimo, giurò, della sua vita, così quando l’animale morì dopo tanti anni insieme a condividere vita e dolori e lacrime, non ne volle prendere un altro: basta amare e basta soffrire.

Allora Federico comperò un cane finto, un peluche, giusto per avere una presenza in casa e nella vita, ma non gli dava il calore che cercava; lui lo accarezzava comunque, gli parlava e col tempo questo, a furia di carezze, perse l’imbottitura sotto di queste e degli abbracci e delle lacrime.

Uscirono fuori dal pupazzo paglia e ovatta, proprio come fa in un uomo il dolore che dopo averti consumato prima o dopo esce, prorompe e diventa irreparabile.

C’è solo quello, alla fine, il dolore sotto la ricopertura che tentiamo di dargli, allora, quando viene allo scoperto, esposto dal tempo che ne ha consumato la mascheratura, tutti ci arrendiamo, come Federico si arrese all’evidenza che tutto è finzione, la felicità, l’amore, forse la vita stessa.

 

 
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Pubblicato da su aprile 28, 2017 in Racconti

 

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