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Curriculum Artistico

PALMARES LETTERARIO

2002 – Prima pubblicazione, in proprio, di un libro (I miei figli di un dio minore).
2004 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Il rapido per Roma)
2004 – Presentazione del libro “Cani ed altri racconti” presso la “Famiglia artistica milanese”
2005 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione poesia. (Il capitano)
2005 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. prosa.(Esprimi un desiderio)
2006 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Come ti sei fatta bella)
2007 – Segnalato al premio “Hanau” sezione poesia (Se io fossi)
2007 – Pubblicazione del romanzo “Morte al conservatorio” con l’editore Greco & Greco”.
2008 – 3° classificato al 13° premio internazionale di poesia “Città di Voghera”. (La corsa)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. poesia (Parve)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. fiabe, favole e filastrocche.(Il pifferaio magico)

2008 – Lode con encomio al V° premio “Hanau”
2009 – 1° classificato al 14° premio internazionale di poesia “Città di Voghera” (La montagna)
2009 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(L’amore di Filù)
2009 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Un caso lampante)
2009 – 1° classificato al premio “Amici del rifugio” – Milano – sez. narrativa
(Il rapido per Roma)
2010 – 1° classificato al premio “Panta rhei” – Lendinara (Ro) – sez. narrativa
(Canta piccolina)
2010 – 6° classificato al concorso letterario “tutti scrittori” – Somma Lombardo – narrativa
(Storie di pescatori)
2010 – Finalista al premio letterario “Mario Dell’Arco” – Roma – poesia
2010 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(Il lago dei cigni)
2010 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Poesia (Caldo)
2011 – Finalista al premio “Giallo d’arte” (Delitto perfetto)
2011 – Pubblicazione del romanzo “Morte e trasgressione” con l’editore Greco & Greco”.
2011 – 3° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Joshua Levy)

2011 – finalista al premio”Giallomilanese 2011″ (Inseguita)

2011- 3° classificato al concorso “Io racconto” – Firenze (Un caso lampante)

2012- Finalista al premio “Tramate con noi” della RAI (Romanzo “Lupi in Valtellina” – inedito)

2012- segnalazione di merito al 2° premio “Amici del rifugio” (Le cose che uniscono)

2012 – segalazione con menzione speciale al premio “Nati per vincere”

2013 – finalista al premio “zucca spirito noir” con due racconti inseriti nell’antologia edita da “Salani” insieme ai due vincitori e a Maurizio De Giovanni

2013 – finalista al premio “Le storie della via francigena” organizzato da Del Bucchia editore con una poesia inserita nella omonima antologia

2013 – Terzo classificato al premio “Ame Erotique” col racconto “la bella signora”

2014 – Classificato entro i primi sei al contest “Giallomilanese” col racconto “Un caso lampante”

2015 – Recital di racconti e poesie presso il centro polifunzionale EMMAUS di Milano

 

I miei Sforzi artistici


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LIBRI IN STAND BY
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 … E ALTRI ANCORA:
– LUPI IN VALTELLINA (USCITA PREVISTA IN AUTUNNO – EDITRICE LE MEZZELANE)
– MORTE A BORDO
– MORTE IN COLLEGIO
– DAL PASSATO
– LA CREPA NEL BUIO
– LA CASA DEI SEGRETI
– MORTE DI UN PRESIDE
– UN INVESTIGATORE MOLTO PARTICOLARE
– VILLA DELLE TURPITUDINI
– LA FILASTROCCA DEI TRE GATTI
– GRIECO E IL GATTO SCOMPARSO
– 2170 A.D.
– GIUSTIZIA PER UN BAMBINO
Alcuni dei miei preziosi trofei

 

In totale, al momento, 4 pubblicazioni con autore (la quinta in autunno); 4 volumi sulla scuola, un romanzo, 20 sillogi di racconti delle quali una di racconti di pesca.

 
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Pubblicato da su luglio 28, 2011 in Uncategorized

 

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Presentazione: Marco Ernst

Salve,

Per chi ancora non mi conosce, devo dire che insegno matematica nella scuola media (e scienze), ma scrivo per hobby racconti, poesie, romanzi.

Qui c’è solo una parte dei miei quasi 650 racconti e più di 100 poesie scritti fino ad ora. (oltre a 15 romanzi di cui due pubblicati con editore e due in proprio)

Chi fosse interessato ai miei libri, parlo delle sillogi di racconti, li può richiedere a me direttamente, se è di Milano, visto che li stampo in proprio e tento di recuperare le spese.

Per la consegna, ci si incontra da qualche parte, oppure posso spedire ai non milanesi.

Bene, spero che qualcuno abbia letto qui alcuni  dei miei racconti. Spero anche  che a qualcuno di quei qualcuno siano piaciuti; ne ho scritti come detto ben più di mezzo migliaio, raccolti in oltre venti di sillogi, stampate a mie spese, che cerco di recuperare, ma oramai ho accumulato un passivo che mi fa chiedere se è giusto che io investa ancora in questo hobby.

I gialli pubblicati, invece, sono stampati con editore e sono morte al conservatorio, fuori catalogo, esaurito, mentre di morte e trasgressione, pure fuori catalogo, ne ho ancora poche copie io. Qui ci sono le copertine di questi e di quelli che giacciono in attesa di essere apprezzati da un editore.

In proprio ho stampato L’uomo nero, favola horror e Morte a bordo, ambientato a Sestri Levante.

Da ultimo devo dire che ho ottenuto sei primi posti in concorsi letterari, oltre una decina di piazzamenti e numerose menzioni e ingressi in finale.

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copertina

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MAR.E. Edizioni

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ELENCO LIBRI MIEI

 

  1. I miei figli di un dio minore             – sett. 02 – Pag. 130 – T. 100 – € 6
  2. I miei figli di un dio minore Vol. II   – nov. 02 – Pag. 140 – T. 100 –  € 6
  3. Cani ed altri racconti brevi              –  ott.  03 – Pag. 120 – T.   70 –  € 6,5
  4. Straordinari personaggi comuni      – giu.  04 – Pag. 170 –  T.   70 – € 7,5
  5. Vite di carta                                     – mar. 05 –  Pag. 210 –  T.   72 – € 8,5
  6. Vita di scuola, scuola di vita           –  ott.  05  – Pag. 166  – T.   70 – € 7
  7. Nuvole, sogni, angeli e farfalle        – mag.06  – Pag. 196  – T.  60 –€ 8
  8. Adulti domani                                  – Set.  06  – Pag. 164  – T.   60 –€ 7
  9. Cento… e più                                   – Mag 07 – Pag. 209  – T.   60 – €8,5
  10. Il re del lago dei frati                       – Giu  07 –  Pag.   70  – T.   72  € 5,5
  11. Vivere è un dolce dolore                 – Nov. 07 –   Pag. 212  – T.  50  € 10
  12. Settima silloge                                – Set. 08  –  Pag. 216 –  T.   52 – €10
  13. Aristotele, la tragedia e la catarsi     -Ott. 09  –  Pag. 211 – T.   48 – €10
  14. Vite… ed altre catastrofi                     Ott.10  –  Pag. 216 –  T.   50 – €  9
  15. Io, apolide                                       –  Lug.11 –  Pag. 222 –  T.   60 – € 10
  16. Il Titanic e l’arca                             –  Sett.11 –  Pag. 224 –  T.   60  –€ 10
  17. Ordine dal caos                                – Apr.12 –  Pag. 226 –  T.   52  –€ 10
  18. Emozioni di sintesi                          –  Ott.  12 – Pag. 224 –  T.   50  –€ 10
  19. A volte… il dolore                            – Giu. 13 – Pag. 220 –  T.  50  – € 10
  20. Ultimi sogni prima dell’alba      – Apr. 14 – Pag   222 –  T.  50 – €  10
  21. L‘uomo nero                                       – Giu. 14 –  pag. 134 –  T.  60 – €   9
  22. Storie, semplicemente                   – Nov. 14 – pag.  230 – T.  50 – €  10
  23. C’ero una volta                                   -Ott   15    pag. 230  – T.  50 – €  11
  24. Lui quarantanove, io cinquecento-Feb  16    Pag. 240 -T. 40- €  11
  25. Un nuovo viaggio                             – Apr 17 –  pag. 250   – T.  52 – € 12
  26. Morte al conservatorio – Greco & Greco – mar. 07 -P. 126  € 6 (offerta)
  27.  Morte e trasgressione  –  Greco & Greco – 2011 disponibile presso l’editore e librerie on line
  28.  Spirito noir collection II (in antologia) – Salani – 2014
  29. 19 racconti del terrore-L’infernale ediz-Mar 17 Pag 180

Se qualcuno fosse interessato ai miei libri, sovvenzionerebbe la cultura; sinceramente non credo di aver nulla da invidiare neppure a Lucarelli, a Buzzati e a tanti altri.

Se vi interessano anche solo informazioni sui modesti costi dei miei libri e su come averli, lasciate un n° di telefono o un indirizzo e-mail nei commenti oppure nel mio profilo FaceBook.

Alcuni numeri: questo blog ha avuto, al 31 dicembre 2016, oltre 110000 contatti da oltre120 nazioni diverse,( compreso il Vaticano!, ma anche Gibuti, Vietnam, Guatemala, Sud Africa ecc).

Ho pubblicato anche fiabe su tiraccontouna fiaba, dove ho avuto oltre 140000 visite (tutto documentabile).

Ho pubblicato con editore e senza contributo due gialli, morte al conservatorio, morte e trasgressione e due miei racconti gialli sono su una raccolta edita da Salani, assieme ad altri autori, fra cui il noto Maurizio De Giovanni.

Partecipo a premi letterari e ne ho vinti 5, più una decina piazzamenti fra il secondo e il terzo, oltre a numetrose segnalazioni e ingressi in finale.

Con affetto

Marco

p.s. per saperne di più leggere anche “curriculum artistico”

 
74 commenti

Pubblicato da su marzo 11, 2011 in Uncategorized

 

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IL CLUB

IL CLUB

La riunione periodica del CLUB si sarebbe tenuta in un castello situato su una minuscola isola privata al largo delle coste britanniche.

Il proprietario di isola e castello, neanche a dirlo, era uno dei membri del CLUB, anzi era di uno dei membri fondatori ed aveva ben centodue anni.

Sull’isola, se non altro, i partecipanti alla riunione, nonché membri effettivi di quel particolare circolo, erano al riparo da sguardi indiscreti, soprattutto quelli dei giornalisti che, peraltro, erano i primi che non avrebbero dovuto sapere nulla dell’esistenza del CLUB.

In caso contrario sai il casino…

Erano trecento esatti, al momento, come da statuto, ma uno degli argomenti all’ordine del giorno della riunione era la modifica di tale numero e se già c’era chi storceva il naso all’idea di un allargamento, figuriamoci il caos quando si sarebbe saputo che c’era chi, invece, voleva ridurre il numero dei membri: di certo nessuno dei membri avrebbe voluto essere estromesso, visti gli enormi privilegi che derivavano dal farne parte.

C’era, come sempre, una terza via: aumentare ancora la quota associativa annua e chi ci stava, bene, chi non ci arrivava poteva andarsene e perdere tutti i vantaggi che dava l’appartenervi.

A quel momento il costo era di un milione di dollari l’anno e per quasi tutti i membri erano bruscolini e lo sarebbero stati pure il doppio o il triplo.

Il costo e il numero di soci era uno degli argomenti oggetto della relazione del comitato dirigente, ma non era né il solo, né il principale, almeno per molti membri: quello importante erano i vantaggi sempre in via di aggiornamento dell’essere ammessi come soci.

Era una questione di potere e di salute.

Va detto che la maggior parte dei membri era ben oltre i sessant’anni di età, un buon trenta per cento superavano i novanta ed alcuni addirittura il secolo di vita, come il padrone di casa.

Tutto merito del VACCINO, lo chiamavano semplicemente così, il vaccino, un cocktail medicinale non in commercio e con un costo pari ad alcune centinaia di migliaia di dollari (non mutuabile), ma che in compenso garantiva l’immunità dal cancro, da tutte le varie forme di trombosi, compresi ictus e infarto e poi niente Parkinson né Alzheimer e neppure altre malattie che molti neppure sapevano esistessero.

Ovviamente il vaccino non era disponibile a nessun prezzo per la gente comune, altrimenti che vantaggio ci sarebbe stato ad essere ricchi? Tal medicina garantiva anche un rallentamento del decadimento cellulare, ma non ancora la sua soppressione, così fra i membri più anziani era tutto un cigolare di carrozzine e deambulatori e, non visibili, non erano rari pannoloni e cateteri. Ma un team apposito stava lavorando anche su questo e solo per loro, gli eletti. La buona notizia era che quest’anno un nuovo additivo curava o preveniva anche il diabete e la impotentia coiuendi (di quella procreandi chi se ne frega: molti avevano già dato in abbondanza in quel settore).

Ma non c’erano solo la salute, il numero dei membri e la quota annua all’ordine del giorno, ma anche l’importante questione della riduzione della popolazione mondiale. In passato il CLUB, che esisteva da tempo immemorabile, era ricorso a guerre ed avrebbe potuto farlo ancora, ma diciotto milioni di morti nella prima guerra mondiale e sedici nella seconda erano un’inezia: si cominciava a stare comunque troppo stretti sul pianeta, ci voleva qualcosa di più drastico. Fra i membri paganti e onorari c’erano uomini politici, industriali, speculatori, perfino boss della malavita, gente che mal sopportava l’umanità, le sue pretese, le sue richieste, perfino il suo odore.

Un passo avanti erano state le scie chimiche, la diffusione di nuove malattie create nello stello laboratorio che produceva il VACCINO, laboratorio da cui erano usciti l’A.I.D.S, l’ebola, altre malattie a cui, purtroppo degli imbecilli idealisti avevano trovato cure e palliativi che, comunque, ne riducevano la mortalità e in ogni caso non la rendevano sufficientemente rapida.

La buona notizie era la realizzazione di un supervirus che avrebbe ridotto la popolazione dagli attuali otto miliardi di persone inutili a non più di cinquecentomila, non appena fosse stato possibile aggiungerne un vaccino al VACCINO per proteggere i soci del club e i fortunati destinati a fare loro da schiavi inconsapevoli.

Una riduzione drastica come non mai, ma un tempo il popolino, la carne da cannone, serviva a produrre, a lavorare, ad arricchire loro, l’èlite, mentre ora c’era automazione, i computer e tutto poteva funzionare con costi minori e senza quel vociare volgare e l’odore di sudore degli operai.

Qualcuno dei soci, pochi a dire il vero, avevano ancora un briciolo di scrupolo morale: in fondo le ragazzine (e in alcuni casi i ragazzini) erano piacevoli per certi momenti e poi qualcuno doveva pur cambiare loro pannoloni e cateteri: mica avrebbero dovuto abbassarsi loro, gli eletti, ad avere a che fare con feci e urina.

Dunque ci fu discussione, ma non maretta: i sopravvissuti avrebbero continuato a servire la classe dirigente e la riduzione del loro numero e leggi ad hoc che avrebbero contribuito all’abolizione dei troppi privilegi e diritti di cui il popolo ancora godeva, avrebbero permesso di controllarli, anzi da farli controllare da altri servi, i più indottrinati e manovrabili. Forse avrebbero fatto loro notare di quale privilegio godevano, visto che era stato loro consentito di continuare a sopravvivere e di servire gli eletti.

Alla fine, senza troppe perdite di tempo, si era comunque trovato l’accordo con adesione unanime (anche se lì non si votava, ma c’era chi proponeva e chi non era d’accordo era escluso dal CLUB): quota associativa triplicata, numero dei soci variabile fra i duecentocinquanta e i trecentocinquanta, a seconda di chi poteva e voleva pagare l’annualità.

Ai cinquecento milioni di vassalli sarebbero arrivati gradatamente: per il primo triennio era previsto di scendere solo a un paio di miliardi, tanto fra tre anni loro, i membri, ci sarebbero stati ancora tutti o quasi

Molti non si rendevano conto che anche fra loro c’era chi comandava e decideva e chi doveva solo assoggettarsi. Chi rimaneva e chi arrivava su invito e presentazione di altri membri avrebbe continuato a comandare, a gestire i politici dei vari governi, a fare il bello e cattivo tempo – in tutti i sensi: loro erano immuni da tutto… o quasi.

Nessuno si era accorto, né li aveva dunque avvertiti, infatti, dell’asteroide sfuggito all’orbita fra Marte e Giove, partito per la tangente nel vero senso della frase e che viaggiava indisturbato in direzione della Terra ad alcune migliaia di chilometri all’ora di velocità.

La sua dimensione era dieci volte quella della grande meteora che aveva estinto i dinosauri nel cretaceo ed era troppo grande per essere distrutto all’impatto con l’atmosfera terrestre, per cedere alla forza d’attrito e al suo calore. 

No, il vaccino curava quasi tutto, ma non l’impatto di un asteroide contro il pianeta e neppure la spocchia e la presunzione, la protervia e l’arroganza di chi riteneva di essere come e più di Dio.

Del resto anche i dinosauri si sentivano invincibili e guarda te come erano finiti…

 
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Pubblicato da su agosto 30, 2021 in Racconti

 

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BAMBINI AL MARE (anni 60)

BAMBINI AL MARE (ANNI 60)

Carlo e Giuseppe correvano veloci sulla spiaggia: un po’ a causa della sabbia bollente sotto i piedi, un po’ perché erano undici mesi che aspettavano quel momento.

Indossavano dei costumi da bagno di filanca, alti oltre la vita, ma sgambati, a slip, uno turchese con cintura rossa e uno tutto rosso fuoco: qualche piccola macchia di catrame rimasta dall’anno precedente che mamma non era riuscita a mandare via. Al braccio la ciambella salvagente appena gonfiata, perché nessuno dei due sapeva nuotare.

Era l’agosto del millenovecentosessantadue.

* * *

Carlo e Giuseppe erano due fratelli di tredici e dodici anni, anche se forse entrambi ne dimostravano uno di meno: magri, lo sviluppo ancora da venire, nessun accenno di peluria sotto il naso o di cambio di voce.

Per essere due fratelli erano insolitamente uniti: dove andava l’uno andava l’altro, giocavano insieme, magari litigavano, come tutti quelli che si vogliono bene, ma facevano presto pace e mai una mano addosso, se non per abbracciarsi o aiutarsi a rialzarsi dopo una caduta durante una partita a pallone.

Erano bambini di città, ma di periferia della città, che allora era un po’ paese, perché lì tutto costava un po’ meno e in famiglia lavorava solo papà, impiegato all’azienda trasporti e non navigavano certo nell’oro, anche se i sacrifici dei genitori non avevano mai fatto mancare loro niente.

Il primo di agosto, come ogni anno, sarebbero partiti per il mare, Liguria, che è il mare dei milanesi, il più vicino.

Papà no, lui avrebbe lavorato ancora fino al quattordici del mese, perché i trasporti mica chiudono d’estate: sarebbe arrivato il venerdì sera a trovarli in quelle due settimana di lontananza.

Mamma e loro due, stretti per mano, lo avrebbero aspettato alla stazione: il treno dei cornuti, lo chiamavano i locali, quello dei mariti rimasti in città con le mogli e i figli in vacanza e le prime corteggiate dai Casanova del posto: tacche per le loro pistole, per il loro orgoglio maschile.

Ma la mamma di Carlo e Giuseppe era inattaccabile, dedita alla famiglia, alla casa, agli ideali di una brava madre e moglie italiana e cattolica. 

Per tutto l’anno i due bambini avevano risparmiato sulle loro misere paghette settimanali, sulle merendine di metà mattina a scuola, sui soldi racimolati fra nonni e zii per compleanni, onomastici e Natale e adesso avevano un piccolo tesoro da spendere in quel mese.

Si erano accordati: metà per i giocattoli e l’altra metà per ghiaccioli e gelati alla passeggiata serale sul lungomare.

Il sabato, però, la sera offriva papà.

I due fratelli si gettarono in acqua senza smettere di correre; un brivido dato dal contrasto fra il caldo che saliva dalla sabbia e l’acqua fresca, ma ci si abitua subito.

Si infilarono nelle loro ciambelle, visto che, come detto, sapevano nuotare poco e male e cominciarono a spruzzarsi, a lanciarsi il pallone nuovo, nuovo, uguale a quello dei mondiali in corso, erano felici.

Mamma li sorvegliava amorosa e un poco ansiosa dalla riva: anche lei non sapeva nuotare, ma si sarebbe buttata senza pensarci se ci fosse stato pericolo, la raccomandazione era di restare dove si toccava.

In mano i due accappatoi per non fare loro prendere freddo quando fossero usciti e poi, benedetti bambini, non avevano ancora messo l’olio solare: volevano iniziare le vacanze con una scottatura alle spalle?

Il pomeriggio, dopo il riposino di rito del dopopranzo, col permesso di mamma scesero al negozio sotto casa per decidere come investire ciò che rimaneva loro dei soldi: una parte se ne era già andata per i salvagente e il pallone, come ogni anno, perché sono quelle cose che si perdono in fondo al ripostiglio e vanno ricomprate ogni anno.

Salutarono la signora Gemma che praticamente li aveva visti in fasce e poi crescere e comperare ogni anno le stesse cose.

Carlo e Giuseppe ci pensarono a lungo, si consultarono e poi decisero per il lancia palline con canestro, due pistole ad acqua e i piattelli, una specie di bocce da spiaggia piatte, appunto, poi maschere e boccagli anche se non sapevano nuotare, quasi come l’anno precedente: a casa in città dovevano averne il ripostiglio pieno, ma in quel caos valli a trovare!

Per tutto il mese precedente avevano sognato le vacanze, ma soprattutto quel primo giorno. In luglio erano stati all’oratorio estivo, col campetto da calcio e da pallacanestro in terra battuta che se cadevi ti sanguinavano le ginocchia per una settimana, ma il loro pensiero era la: il primo bagno, gli acquisti, il risveglio del giorno dopo con le donne che gridavano in quel dialetto musicale e incomprensibile i nomi dei loro pesci in vendita, proprio sotto le loro finestre e il profumo della focaccia, magari con le cipolle, che veniva dalla cucina.

Come anche a casa mamma si alzava presto e al loro risveglio gli faceva trovare il caffelatte caldo e, qui al mare, una deroga al pane raffermo: la focaccia.

Carlo sapeva che all’ultimo giorno di vacanza Giuseppe, suo fratello minore di sedici mesi, avrebbe fatto una tragedia e sarebbe toccato a lui abbracciarlo, consolarlo, ricacciando indietro le proprie, di lacrime. Ma poi, già dal primo settembre, avrebbero ricominciato a fare piani per l’anno seguente, solo che poi ogni anno si cresce, si diventa adulti, si invecchia.

* * *

Era il tre luglio duemilaquindici; Carlo e Giuseppe erano arrivati al mare da due giorni ed ora, uniti e inseparabili come allora, stavano seduti sotto l’ombrellone con un cappello di paglia in testa e il Corriere e la Gazzetta appoggiati sulle gambe.

Da bravi nonni avevano l’incarico, ricevuto da Giancarlo, figlio di Giuseppe e Anna, figlia di Carlo, di sorvegliare i nipoti, Loris e Filippo, entrambi dodicenni, più o meno come erano loro quell’anno prima di crescere e perdere buona parte delle illusioni.

I due ragazzini, luce degli occhi dei nonni, si erano attardati in cabina, ma adesso stavano arrivando lungo la passerella di plastica, infradito ai piedi e ampi bermuda che partivano da poco sopra il pube e arrivavano sotto le ginocchia: ma come facevano a nuotare con quegli affari senza andare a fondo? I due cugini si sedettero ai piedi dei nonni, su di un asciugamano, rigorosamente all’ombra, erano bianchi come due… cittadini e non sarebbero diventato molto più scuri perché non stavano mai al sole a giocare.

Nonno Carlo aveva ancora sulla spalla destra la cicatrice di una brutta scottatura solare; anno? Sessantadue, ovviamente. I due ragazzi non rivolsero uno sguardo ai nonni: erano intenti a smanettare qualcosa sui loro enormi telefoni cellulari avuti in regalo per la promozione, ovviamente da i rispettivi nonni.

Per tutta la mattina non venne alcun amico a cercarli per giocare, per fare il bagno insieme, loro erano cugini, non amici, si frequentavano solo d’estate; solo poco prima di mezzogiorno, su invito dei due vecchi noiosi, si alzarono svogliati, consegnarono un po’ diffidenti i telefonini ai due nonni e si avviarono a fare un veloce bagno senza ciambelle e senza giochi. “Aspettate, la crema” gridò senza troppa convinzione nonno Giuseppe; erano già lontani, in acqua, nuotavano come delfini grazie ai corsi invernali.

Carlo e Giuseppe, invece, non avevano mai imparato a nuotare: uno dei tanti rimpianti dei vecchi

 
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Pubblicato da su luglio 31, 2021 in Uncategorized

 

DENTRO IL MARE

DENTRO IL MARE

Germano si accingeva finalmente ad entrare in acqua: era già in vacanza da alcuni giorni, ma ancora non aveva trovato il coraggio di farlo quel primo bagno di inizio stagione: vuoi che il primo giorno di spiaggia c’era mare mosso, vuoi che il giorno seguente c’era quel vento da nord che gli gelava l’acqua addosso, vuoi la sua insicurezza che da sempre, nella vita, gli aveva impedito di cogliere al volo le occasioni, di godersi il meglio.

Il primo passo era quello di mettere i piedi in acqua: questa volta, al terzo tentativo, il mare era calmo, l’acqua era calda, era calda perché era bassa e col fondale sabbioso e non c’era che una leggera e piacevole brezza.

Un ricordo lo sferzò, il primo, non sarebbe stato l’ultimo.

* * *

Trentacinque, forse quarant’anni prima, un altro luogo, un’altra vita, ma soprattutto un’altra età; anche allora entrava in acqua passo dopo passo, non corredo e buttandosi come facevano, invece, i suoi amici.

Anzi, non appena quelli si accorgevano del suo tentennamento nell’entrare in acqua, di proposito correvano o si tuffavano accanto a lui alzando così grandi spruzzi solo per bagnarlo e farlo arrabbiare.

Allora Germano imprecava, li insultava, rispondeva anch’egli con grandi spruzzi alzati, però, solo con le mani a coppa, oppure a volte, per dispetto, usciva sdegnoso dall’acqua e non andava con loro fino alla piattaforma, la boa a fare il gioco del padrone della stessa, vale a dire che il primo che saliva gettava giù dalla piattaforma galleggiate tutti gli altri amici che tentavano di farlo e non lasciava dunque salire nessuno. Altre volte, invece, facevano gare di tuffi, sfottendosi, poi, a vicenda per lo stile approssimativo.

* * *

Un altro paio di passi; l’acqua ora gli arriva poco sopra le caviglie, continua ad essere calda, eppure l’impatto con la pelle riscaldata dal sole gli dà piccoli brividi non del tutto piacevoli, ma alla fin fine occorre solo abituarsi, assuefarsi a quel cambio di temperatura.

* * *

Allora, in quell’altro luogo, invece, l’acqua era sempre piuttosto fredda, perché in quel paese che aveva amato soprattutto perché aveva amato essere giovane e non avere ancora pensieri e dolori, la profondità aumentava subito: dopo pochi passi si era già a un metro e mezzo e all’altezza della boa ce n’erano quasi tre… e il re dalla boa non li faceva salire, almeno fino a che il bagnino non si accorgeva che non erano clienti del bagno, ma venivano dalla spiaggia libera. Allora prima fischiava a più non posso contro di loro dentro il suo fischietto, che tutti fingevano di ignorare, poi arrivava furibondo in pattino, che là si chiamava moscone, a cacciarli a male parole a cui loro rispondevano con risa, sberleffi e una precipitosa fuga a nuoto.

* * *

Altri passi, ma l’acqua arriva ancora a mala pena al polpaccio; non è più così calda, ma neppure fredda, una sosta per bagnarsi preventivamente addome, braccia, spalle, capo e reni, ma tanto non serve a nulla perché per non patire lo sbalzo termico aria – acqua, bisognerebbe entrarci completamente e magari il più velocemente possibile, in acqua, nel mare.

Avanti: ma come ha fatto Germano alla sua età non più verde a non avere ancora capito che nella vita occorre sempre andare avanti, mai fermarsi e, soprattutto mai guardarsi indietro?

Adesso l’acqua gli sfiora il cavallo, un punto sensibile al freddo: un passo indietro, ma arriva una piccola onda che rende inutile il gesto, ma se non altro gli inzuppa il costume e lo bagna fino alla vita.

Impreca tra sè, ma avanza ancora, recupera il terreno perso, si bagna di nuovo le reni, l’addome, le spalle per attenuare quel dannato sbalzo termico fra la pelle calda di sole e l’acqua che si sa, è una cattiva conduttrice di calore.

* * *

Ecco, i sui amici erano già alla boa e lui continuava con la strategia della lumaca: due passi avanti ed uno indietro e loro gridavano, gli facevano segno di raggiungerli, lo coprivano di insulti e ridevano: era bello, era bello essere giovani, avere degli amici, fare cose stupide, giochi da bambini: d’estate si può.

* * *

Superata la vita e le reni è tutto più facile: una sosta per sistemarsi gli occhialini da nuoto fino ad allora tenuti sul capo, perché fra poco l’acqua sarà abbastanza alta per nuotare, pur sapendo di poter toccare il fondale arenoso con la punta dei piedi quando sarà stanco: in fondo lui ha già i suoi annetti, anzi, si sente orgoglioso di come nuota alla sua età. Ci tiene allo stile, perché malgrado tutto è sempre stato un po’ un perfezionista.

* * *

Germano sa che ora dovrà buttarsi verso la boa, verso i Walter, Enrico, Bruno, Roberto, perché al prossimo passo l’acqua sarà troppo profonda per camminare. Si lancia un po’ goffamente, nuota, bracciata, respirazione, come gli hanno insegnato alla piscina di Milano, ma Walter, che adesso è il re della boa, gli grida che nuota “come un deficiente”, nonostante vada al mare da una vita e tutti giù a ridere.

In effetti Germano è più vecchio di lui, di tutti loro e di tanto anche e nuotava già quando loro ancora non camminavano.

Germano ha sempre avuto amici più giovani, forse per illudersi che il tempo per lui non passasse, ma fa presto Walter a parlare, lui vive in una città di mare, lui gioca a pallanuoto, lui dalla finestra di casa vede il mare e la costa, non tetti e muri tutti grigi di fumo e di noia.

* * *

Ora l’acqua arriva alle ascelle. È più fresca, ora potrebbe buttarsi, nuotare, fingere che quarant’anni non siano passati, fingere che sia un altro tempo, un altro mare, di poter avere davanti ancora tutta l’eternità invece del nulla. Di solito, da buon abitudinario, lui contava sempre venti bracciate, una sosta, poi si girava, altre venti: forse a fine stagione avrebbe superato le cento, cinque sessioni da venti, forse addirittura da venticinque.

* * *

Nuoti come un deficiente – ribadisce Walter – però hai resistenza”. Già, fino alla boa senza soste, senza poggiare i piedi, perché lì non si tocca, poi implora di farlo salire sulla piattaforma, che ha un crampo: non gli credono, ridono tutti, Walter, Bruno, Enrico, la Nicky, i suoi amici.

Ride anche lui e tenta l’assalto alla boa, sarebbe bello fare il blitz e sconfiggere il sovrano, un golpe che avrebbe fatto di lui il re, ma il re del momento lo ributta giù: allora lui tenta di afferrargli un piede e tirarlo in acqua, detronizzarlo, ma non ci riesce e rassegnato si volta, torna a riva ad aspettarli col pallone per una sorta di partita a palla avvelenata in acqua.

* * *

Non si è ancora lanciato, guarda la riva ormai lontana, il bagnino lo sorveglia perché non si fida delle sue capacità natatorie e di resistenza, forse ha ragione, Germano non vuole dirlo, non vuole ammetterlo, ma è vecchio.

La cosa se non altro lo ha sempre stimolato ad esprimere uno stile “non più da deficiente”, ma non oggi.

* * *

Aveva amato i suoi amici, quelli che lo consideravano uno di loro, non un foresto. Stavano costruendo anche insieme un palamito da pesca che poi avrebbero calato con la sua barchetta che era una specie di cucchiaino da gelato che ogni tanto aveva bisogno di riparazioni.

E aveva amato quel posto come fosse il più bello del mondo, ma invece il bello era dunque essere giovani, spensierati, non conoscere il dolore: ma sarebbe durato poco e un giorno tutto precipitò e Germano non tornò in quel luogo per trent’anni e quando lo fece fu solo per tre, quattro giorni, perché era troppo doloroso ripensare a tutto ciò che aveva perduto.

I suoi amici, allora ragazzi, adesso di certo erano uomini, magari sposati con figli, forse nipoti. Forse erano uomini maturi precocemente incanutiti, oppure calvi, forse anche il fisico perfetto di Walter aveva ceduto all’età ed ora aveva una pancetta da cinquantenne. 

Panta rhei, tutto scorre, non puoi bagnarti due volte nello stesso fiume, perché l’acqua è passata via e non puoi bagnarti due volte neppure nello stesso mare.

Il passato è passato.

* * *

Adesso la riva gli sembra così lontana, nonostante la ancora relativa poca profondità del mare, lontana come la sua giovinezza: un chilometro e un secolo, mille chilometri e mille anni.

Germano stavolta non ha fatto le sue serie di venti bracciate, ha continuato a camminare posando i piedi sul fondo morbido di sabbia fine, poi, mano a mano che la profondità aumentava gradualmente, in punta di dita con l’acqua che lentamente sale.

Si volta di nuovo, sente le persone sulla spiaggia vociare ancora più distanti; l’acqua gli arriva quasi al mento, ci vuole poco, due passi, il freddo è oramai dimenticato, ma i ricordi dolorosi da rivivere, quelli  no.

Sì, basta poco, altri due passi, l’acqua è sopra al mento, gli entra in bocca, basta resistere, come resisteva al freddo.

Ancora altri due passi ed è dentro il mare e il mare è dentro di lui e tutto è scomparso.

I pensieri.

I fallimenti.

I ricordi.

Il dolore.

 
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Pubblicato da su luglio 1, 2021 in Racconti

 

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NATALE QUANDO ARRIVA, ARRIVA

NATALE QUANDO ARRIVA, ARRIVA

Tutti siamo stati bambini.

Tutti siamo stati innamorati di quel giorno, o meglio di quel periodo, il Natale!

Frementi, eccitati, pieni di fantasie, incontenibili.

Poi tutti siamo cresciuti, ma il Natale è rimasto Natale, vuoi per i figli, vuoi per i nipoti, vivendo di riflesso la loro gioia o vuoi per riunirsi con parenti magari lontani, rivederli, ritrovarsi un po’ più vecchi, magari, un po’ sovrappeso, i bambini cresciuti, i ragazzi già grandi.

Ma poi, diciamolo: a Natale ritorniamo tutti un po’ bambini.

Qualcuno che c’era l’anno precedente magari ora non c’è più: un attimo di tristezza e commozione in un giorno speciale, da tenere per sé, per non intristire anche gli altri, per non rovinare la festa ai bambini.

Alessio.

Alessio ricordava bene quasi ogni Natale, se non altro quelli da quando si acquista la capacità di ricordare: quattro anni? cinque? Forse è soggettivo, forse non si ricorda tutto, ma le cose più belle, quelle sì.

Anche le più brutte, purtroppo.

Di certo ricordava, almeno a grandi linee, i Natali della sua pre – pubertà, dai dieci anni in su e poi, naturalmente, quelli della giovinezza, della maturità, mentre quelli dell’ultima parte della sua vita preferiva dimenticarli, quando ogni anno si é sempre di meno seduti a quella tavola ed ogni Natale é per lo più un’occasione di ricordo, di tristezza e di rimpianto.

Alessio aveva frequentato una scuola elementare a non più di centocinquanta metri da casa, tanto che ci andava e tornava da solo, o meglio, al ritorno spesso era insieme ai compagni e sovente li portava a casa a fare merenda, a fare i compiti, a giocare.

Quando iniziò la scuola media imparò a prendere il tram, sempre da solo all’andata, mentre all’uscita altri della sua classe salivano con lui, anche se poi la maggior parte di loro proseguiva la corsa dopo che lui era sceso.

Allora c’erano poche scuole medie, strapiene e dunque si doveva uscire dal quartiere.

Succedeva che spesso il sabato, da solo o in compagnia, Alessio se ne andava in giro in tram, andava in centro città, o a un cinema fuori quartiere.

Già prima dell’inizio di dicembre, però, in centro ci andava da solo: andava alla Rinascente o alla UPIM, alla Standa a vedere il reparto giocattoli con le ultime novità, anche se era già grandicello per i giocattoli, ma erano altri tempi.

A dire il vero non avrebbe ricordato poi, da adulto, quasi nessuno dei regali ricevuti allora.

Erano tempi in cui a undici, dodici, tredici anni si era bambini più a lungo e, per traslato, felici più a lungo. La cosa entusiasmante non era solo scegliere i propri regali, ma soprattutto immergersi piano, piano, in quell’atmosfera di frenesia preparatoria alla felicità.

Era il suo sabato del villaggio, ma non lo sapeva: il suo e quello di tutti.

Uno, due anni più tardi, con la complicità e il finanziamento di papà cominciò non solo a pensare ai regali da ricevere, ma anche a quelli da fare, magari cose sciocche, ma era una partecipazione maggiore al periodo.

Per mamma finiva sempre, poi, con comperare un giallo Mondadori e un paio di calze di nylon dalla merceria sulla piazza: sapeva oramai anche taglia e colore. Per papà che era un fumatore, un ennesimo posacenere e poi un giornalino a fumetti per suo fratello e magari un foulard per sua sorella o una saponetta profumata.

I regali, più importanti, invece per i suoi due, tre amici più cari, li andava a comperare con la mamma che di certo aveva proposte, finanze e scelte migliori delle sue.

E poi lui da solo preparava pacchetti malfatti e biglietti di auguri che spediva agli amici del mare o ai parenti nelle altre città.

Piano, piano, trascorreva l’avvento e si arrivava alla vigilia, la trepidazione era al massimo, non stava più nella pelle: l’indomani sarebbero arrivati i parenti lontani con altri doni, ci sarebbero stati i manicaretti di mamma che, povera donna, si dannava da due giorni a preparare tutto, perché lei si sacrificava sempre, non si risparmiava mai affinché tutti fossero felici.

Avrebbe meritato altro che un giallo e un paio di calze! Ma ci si pensa troppo tardi, quando non si può più rimediare.

E finalmente Natale! Il risveglio coi regali, poi il bagno, i vestiti buoni e il campanello che non smetteva di suonare, baci, abbracci, pacchetti.

Ma poi arrivava sera: Natale era arrivato e se ne era andato veloce come una lepre nel bosco. Ti prepari tanto tempo, e poi lui, Natale, quando arriva lo fa all’improvviso e non ci sei preparato e si porta via in un giorno un mese di preparazione.

Eh sì, “godi fanciullo mio stato soave, stagion lieta è codesta, ma la tua festa ch’anco tardi a venir, non ti sia grave”.

* * *

Era passato tutto: infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità. Erano passati i Natali da godere ed erano rimasti quelli da rimpiangere.

C’erano sempre persone a cui fare regali, magari non li avrebbero avuti in tempo perché erano lontani e poi sarebbe piombato veloce il venticinque a portare via le feste e lasciare malinconia e. spesso. solitudine.

Ora Alessio era invecchiato. Lo avevano messo a riposo dal lavoro, quel lavoro che era la sua vita, Gli avevano tolto motivazioni ed affetti.

Era solo ed allora aveva cominciato a pensarci alla partenza, a quel giorno che si sarebbe portato via dolori fisici e dell’anima, che avrebbe concluso un periodo breve del tempo che si chiama vita.

Allora quella cosa di cui Alessio aveva sempre avuto paura, adesso gli sembrava non solo ineluttabile, ma liberatoria.

Era così stanco di essere stanco, di provare dolore.

Occorreva prepararsi, materialmente e moralmente, come da bambini ci si preparava al Natale. Piano, piano aveva dato via alcune delle cose a cui teneva, ma lo aveva fatto in modo che queste continuassero a vivere, perché lui, non avendo più che poche presone a cui affezionarsi, si affezionava ai suoi oggetto, ognuno dei quali era un periodo, un ricordo, un momento.

Aveva poi lasciato sul suo vecchissimo computer, bene in vista, due scritti con le sua volontà: che poi le rispettassero o meno, dopo sarebbe stato così poco importante…

Aveva chiuso anche alcuni contatti, per non lasciare rimpianti, anche se forse pensare che qualcuno lo piangesse o rimpiangesse era una pia illusione, ma lui era così: preferiva comunque soffrire che vedere soffrire.

Avrebbe trascorso il suo personale avvento da solo.

Ritrovava un po’ in quella serena, ma consapevole attesa quella dei Natali passati, era il fanciullino che ritornava, come dice il poeta: trepidazione, curiosità, ansia.

Poi, un giorno si svegliò che proprio non si sentiva bene: capì che era arrivato il giorno, quel giorno e lui non era pronto, come non era mai ancora pronto al Natale da bambino.

Non si è mai pronti: Natale, quando arriva, arriva; la fina quando arriva, arriva e anche se dici che sei pronto, credi solo di esserlo e ti coglie impreparato ad avresti ancora delle cose da fare, da dire.

La festa, se festa è stata, arriva, è trascorsa ed ora è sera, domani sarà un altro giorno, un giorno diverso per tutti.

Non per Alessio, per lui non arriverà più e non finirà il Natale.

Ma non avrebbe avuto l’occasione e il tempo di piangerne la fine.

 
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Pubblicato da su giugno 1, 2021 in Racconti

 

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PALMARES ARTISTICO

CURRICULUM ARTISTICO

Novembre2004 – Partecipazione al 2° “Premio HANAU” – Milano – Classificato 2°

Nov.         2005 – Partecipazione al 3° “Premio HANAU” – Milano – Classificato 2°

25 Marzo  2007 – Partecipazione al 4° “Premio HANAU” – Milano – Classificato

3 Maggio 2008 –  Partecipazione al 13° concorso di poesia “Città di Voghera” –  3° classificato

23 Maggio    09 –   Partecipazione al 14° premio di poesia “Città di Voghera” – 1° Classificato

19 Luglio     09 –   Concorso “Parole e immagini” 2009 – Boves (Cn) – 1° Class. Sez.  fiabe

15 Dicembre09 –  Partecipazione al premio “Amici del rifugio” – Milano 1° classificato

Maggio    10 –  Partecipazione al premio “Panta Rhei” – Lendinara (Ro) – 1° classificato

Luglio      10 –   20° premio “Parole e immagini” Boves (Cn)- 1° classif. Sez. fiabe

10 lug.      11  – 2o° premio “Parole e immagini” Boves (Cn)  3°  classificato narrativa

nov.         10 –   Partecipazione a “Io racconto” – Firenze – 3° classificato

Mag   21 –  2° classificato al premio letterario “ei fu” Classificato

            2020    “Partecipazione al premio Giallofestival” 1° classificato sezione stile narrtivo

             2020    “Partecipazione al premio Giallofestival” 3° classif. sezione miglior racconto

             12 Giugno10 – Partec. premio “Tuttiscrittori” Coarezza . Somma Lomb. (Va)  6°

           Ott/Nov    11 –  Partecipazione al concorso “Giallomilanese 2011” – Milano 4°

          8 segnalazioni e menzioni

          2 volte finalista

 
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Pubblicato da su Maggio 16, 2021 in Uncategorized

 

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IL PESCATORELLO

IL PESCATORELLO

C’è un paese di mare non molto grande ma con una particolarità: quella di avere due baie e di conseguenza due spiagge, separate da un istmo che collega il paese vero e proprio ad una penisola collinosa che in un tempo remoto era un’isola.

Una volta, ai primi del secolo scorso, su quella isola – penisola c’era il vecchio cimitero e anche un pozzo per i neonati, forse creature illegali e frutto di peccato: le cose tristi è meglio tenerle lontane dal paese; poi al posto del camposanto furono edificati case, un cinema arena, alcune ville e soprattutto un lussuosissimo hotel.

Quelli che frequentano periodicamente il paese nelle tre grandi occasioni: Natale, Pasqua ed estate, soprattutto, vale a dire i turisti, i villeggianti, i ”bagnanti” o i “foresti” come li chiamano i locali, si dividono fra chi ama la spiaggia più grande e chi quella bomboniera ad est dell’istmo.

A dire il vero sulla Riviera di Levante la maggiore delle due è la spiaggia più grande, lunga e profonda che si possa trovare, anche se il colore grigio della rena spiazza un po’ al primo impatto, ma sulle montagne vicine ci sono cave di ardesia e questo è il motivo del colore della sabbia.

Ed un bel giorno nella baia più piccola, che nel tempo ha assunto molti nomi, alcuni completamente sballati (c’è addirittura chi la chiama il mar piccolo, come quello di Taranto, facendo inorridire i locali)  in acqua a pochi metri da riva, comparve una statua bronzea che subito tutti chiamarono il pescatorello.

Comparve non vuole dire che vi apparve per miracolo, uno di quei miracoli che si dice avvengano nei paesi di mare dove sopravvive ancora una certa superstizione con un misto di misticismo: la statua vi fu, ovviamente,  collocata.

A dire il vero quella posta sulla linea di marea non era neppure l’originale, che è invece conservato all’asciutto e al calduccio all’interno di un ristorante, ma una copia; però tutti amarono da subito quella copia come fosse lei la prima, originale fusione.

Presto divenne un simbolo del paese, o almeno di quella baia, più di quella brutta vela di bronzo verde posta di fronte alla spiaggia grande e che ben pochi amavano in paese.

C’erano, quindi, due pescatorelli gemelli: uno posto al calduccio e a bearsi dei profumi di piatti prelibati e l’altro, nudo come il gemello, esposto al caldo, al freddo, alle mareggiate, sempre costretto a gettare la sua rete fra le onde e la risacca sperando in quel pesce che qui si fa sempre più raro.

Il “pescatorello” è in parte inginocchiato, in parte accucciato là dove si fa più sentire appunto l’effetto della marea, così a volte è immerso fino a metà coscia, altre quasi all’asciutto, privo di qualunque vestimento, con le mani a reggere l’attrezzo del suo mestiere: la rete.

Tutti lo amano, tutti lo fotografano in ogni posizione, in ogni particolare, anche maliziosamente, vale a dire primi piani con lo zoom di quelle sue natiche esposte.

Forse non durerà per sempre, magari un giorno una mareggiata più forte lo danneggerà irrimediabilmente, oppure se lo porterà via, nelle profondità di quel mare che gli dà lavoro; resterà sempre, comunque, il suo fratello più fortunato.

Il pescatorello è una statua, certo, ma forse, come in tante fiabe, dentro di sé ha un’anima, risvegliata da quelle condizioni di solitudine ed esposizione agli elementi.  Certo, d’estate è piacevole stare in acqua, vedere i bambini giocare e nuotare, ma d’inverno, al buio, solo, al freddi, magari sotto la neve, non è certo tutto rose e fiori.

Ma lui non si lamenta, anche perché non può farlo, visto che è una statua, seppure con un’anima segreta ed allora pesca e sopporta tutto, ma ciò che gli fa più male è la solitudine. Tutti lo amano, ma mai un abbraccio di solidarietà.

Alle sue spalle c’è un ex convento, ora trasformato in centro congressi ed esposizioni, con una grande e bella terrazza affacciata sul mare, da cui non si vede la statua, nascosta da una casa interposta fra questa e il convento.

E un bel giorno sulla terrazza venne posta Eliska, un’altra scultura bronzea, una giovane donna anch’essa priva di vestiti che pare danzare protesa verso il mare.

Lei non è offesa dalle frustate delle onde, ma anch’essa è destinata alla solitudine.

Certo, non lontano c’è il pescatorello, un giovane muscoloso e bello, temprato dal suo lavoro, ma i due non si possono vedere.

Di giorno, soprattutto nei mesi estivi, come detto e durante le vacanze natalizie e pasquali, è tutto un via vai di gente: sulla terrazza, nell’acqua della baia, ma è gente che non può comunicare con le statue.

Poi di notte scende quel silenzio che dà uno dei nomi alla baia ed allora la brezza serale porta ai due ospiti involontari di quel luogo i sospiri e i pensieri dell’altro.

Chi sei? Ti sento ma non ti vedo e so che non sei umano”.

Sospira Eliska.

Non so come mi chiamo: tutti mi chiamano pescatore, anzi pescatorello, ma non ho un nome. Ho un fratello più fortunato di me, ma neppure a lui hanno pensato di dare un nome”

Le risponde affidando i suoi pensieri al vento.

“Io ho un nome, ma nessun parente, solo gente che viene a vedermi, a fotografarmi, magari mi deride per la mia nudità; non credo che nessuno di noi due sia felice.

Sospira.

Il pescatore ci pensa un po’: e certo che non è felice, anche se ora ha trovato qualcuno con cui comunicare, ma non si possono vedere e così lui non sa se potrebbe piacere a quella compagna invisibile, ma di certo lei piacerebbe a lui che in fondo lui non è che un umile lavoratore del mare, senza cultura, mentre lei, da quanto ha capito, è una ballerina ammirata e la cui nudità suscita nelle persone un desiderio che lui non provoca di certo.

Sospira anche lui e i sospiri si uniscono.

L’uomo di bronzo sente di amare già quella creatura e sente che le loro nudità, per alcuni impudiche, sono invece la bellezza dell’amore, anche se è un amore disperato e senza speranze, perché mai si potranno incontrare.

Allora, per un attimo in quella parvenza di felicità, il pescatorello vorrebbe che un onda lo portasse via e sommergesse tutto quel dolore.

Ci sei ancora?” domanda Eliska, ma lui non può rispondere.

Il suo volto è bagnato: forse un’onda, uno spruzzo di  mare o forse sono lacrime.

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Pubblicato da su Maggio 6, 2021 in Racconti

 

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AMORE E MARE

AMORE E MARE

Erano oramai ottantacinque, compiuti da due mesi e Luigi era rimasto solo da tre anni perché la sua Pinuccia se n’era andata: forse in un mondo migliore, forse nel nulla, ma fra poco tempo l’avrebbe scoperto di persona.

Lei era più giovane di lui, quattro anni, ne aveva settantotto quando l’aveva lasciato solo.

Ricordò…

Erano passati più di sessant’anni dal giorno che si erano conosciuti: come e dove non lo ricordava, era come se lei fosse comparsa all’improvviso nella sua vita o come se ci fosse sempre stata.

Comunque, ovunque fosse accaduto, si era scatenata quella strana reazione chimica per la quale due persone comprendono di non poter più fare a meno l’una dell’altra.

Certo fino ad allora la vita di entrambi non era stata facile: erano tempi grami, tempi di miseria, appena fuori da una guerra che aveva lasciato segni nelle cose e nelle persone ed era dura riprendersi.

Lui vendeva camicie ai negozi: era quello che adesso si sarebbe chiamato un agente di commercio, ma allora si chiamava semplicemente commesso viaggiatore e Luigi era più fortunato di tanti suoi colleghi che viaggiavano in treno e in tram: non aveva una macchina, ma una Vespa 250 che instancabile lo scarrozzava per le strade, spesso segnate dalla guerra, con buche e solchi dei cingoli dei carrarmati, della Lombardia, con qualche fuoruscita fino a Novara o Piacenza.

Poi, quando aveva conosciuto lei, la donna della sua vita, l’unica, perché non ci sarebbe più stato bisogno di cercare altrove, alla sua Vespa aveva tirato, come si suol dire, il collo: andavano fuori città la domenica, magari a mangiare al traghetto sull’Adda, o a Como e poi a Chiasso a comperare i dadi da brodo e la cioccolata svizzera, quella buona, che a lei piaceva tanto anche se poi la pagava in chiletti sulle anche…

Ma in primavera o all’inizio dell’estate si spingevano, a volte, fino al mare, sì perché a loro piaceva il mare e non per la tintarella o per i bagni, ma entrambi amavano ammirarne la sconfinatezza, tale da farti girare la testa e poi il suo dolce sciacquio e il grido dei gabbiani quando, ancora fuori stagione, si avvicinavano a riva, a beccare sulla spiaggia, a pochi passi dai piedi dei rari frequentatori in quella stagione che non era ancora quella dei turisti.

Si accontentavano di poco, anche perché avevano poco: lei non lavorava, lui guadagnava quattro soldi con le camicie, non come ora che chi fa il suo mestiere gira con enormi station wagon.

Buona parte del loro budget per il fine settimana se ne andava per la benzina e l’autostrada, per cui poi si dovevano accontentare di pranzi a base di focaccia o farinata mangiate in spiaggia, seduti su un plaid scozzese che aveva visto tempi migliori.

Ma la felicità non era il cibo: era l’essere insieme, godere di ciò che piaceva ad entrambi, emozionarsi per le stesse cose.

L’avevano fatto fino a quando Pinuccia aveva cominciato a non star bene: il cuore, quel suo cuore così grande quando amava, aveva cominciato, invece, a non funzionare più bene quando pompava sangue.

Allora niente più emozioni, niente più Vespa fra il traffico dell’autostrada che non era più quello di mezzo secolo prima.

Ma neppure quello importava, certo mancava a tutti e due il mare e anche d’estate, negli ultimi tre anni, avevano dovuto andare in collina, la riposante e noiosa collina che non faceva male al suo cuore in disarmo, ciò che a loro importava era stare insieme, anche senza il mare, senza quei figli, tutti sposati, che erano andati in altre città, tutte lontane dal mare e da loro due, ad inseguire sogni di ricchezza materiale, perché loro non avevano provato la felicità di vivere di poco: di amore e focaccia.

Nel ricordare tutto questo a Luigi scese una lacrima dagli occhi cisposi: che cosa ci stava a fare lui, da solo, senza nessuno, con quei figli che non chiamavano mai, se non per un frettoloso saluto a Natale e in poche altre occasioni.

Li aveva visti al funerale di lei, poi basta, era rimasto solo, solo coi ricordi, con il suo cuore che cominciava anch’esso a risparmiare i battiti perché gliene rimanevano pochi, con la vecchia Vespa senza assicurazione né bollo che giaceva polverosa nel box assieme ad altri ricordi che i figli avrebbero buttato via non appena se ne sarebbe andato anche lui.

D’improvviso decise: si vestì bene, con due maglie di lana, prese il vecchio casco di cuoio, gli occhialoni che tanto facevano ridere Pinuccia (“Sembri più una vespa tu dello scooter”) e scese nel box.

Spolverò la sella e spinse la moto sulla strada; miracolosamente partì al primo colpo: ora si trattava di sperare che nessun vigile lo fermasse, senza casco, né bollo, né nulla, solo con la voglia e la nostalgia di arrivare al mare, alla loro spiaggia per un’ultima volta.

I vigili c’erano, ma nessuno badava a due vecchi, un uomo e una Vespa decrepita e così, traversata la città, arrivò all’autostrada.

Si mise sul margine destro, perché non andava a più di sessanta all’ora, perché lui non era uno a cui piaceva dare fastidio, neppure ai figli.

Per fare i quasi duecento chilometri che lo separavano dalla loro spiaggia, non una qualunque, ma quella del loro amore, ci vollero più di quattro ore, ma ad un vecchio può mancare tutto, tranne il tempo.

Finalmente giunse là, dove era stato felice, dove lo erano stati insieme; tante cose erano cambiate, ma non la spiaggia, non il mare, non i gabbiani, numerosi come i piccioni a Venezia.

Sentì una fitta al cuore, si appoggiò al muro che stava alle spalle della spiaggia e pianse, singhiozzò come un bambino, come non era riuscito a fare neppure al funerale di lei ed era da allora che aveva quelle lacrime che premevano sulla gola, sul petto e urlavano di uscire.

Poi si calmò, ricordò tante cose, troppe e tutte insieme, perché ogni momento passato in quel luogo non era mai uguale ad un altro.

Gli parve per un attimo di vedere Pinuccia, col suo sorriso dolce, seduta accanto a lui, ma non c’era più né lei, né il vecchio plaid.

Aveva voluto arrivare fin lì per ricordare, ma ora si rendeva conto quanto facesse male.

Dio, che male, lì al petto, e stavolta non era solo solitudine e nostalgia.

Si lasciò scivolare su un fianco e così rimase fino a sera, quando qualcuno si accorse di lui.

Voleva rivedere il mare, voleva rivedere la sua Pinuccia e, forse, adesso era riuscito a fare entrambe le cose.

In tasca aveva i documenti, i numeri di telefono dei figli.

Era una seccatura per loro arrivare fin lì per il riconoscimento, il trasporto, il funerale, ma sarebbe stata l’ultima.

Il suo viaggio finale, quello del ritorno, lo fece al buio, senza vedere più quella strada che conosceva così bene.

La Vespa rimase per mesi appoggiata alla ringhiera sovrastante la spiaggia: troppo vecchia, anche lei non interessava più a nessuno, neppure i ladri.

 
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Pubblicato da su aprile 18, 2021 in Racconti

 

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USCITA NUOVO LIBRO

è pronto il mio nuovo libro. 230 pagine,32 racconti inediti come quelli che chi segue ilblog ha imparato ad apprezzare.

Chi fosse interessato all’acquisto mi può contattare SENZA IMPEGNO per avere maggiori informazioni o tramite i ommenti a questo articolo, o su messengee di facebook. Il costo è di 12 euro se consegnato a mano a Milano o di 14 se spedito in tutta Italia.

Grazie

 
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Pubblicato da su marzo 24, 2021 in Uncategorized

 

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UNA SCHEDINA E UN CAPPELLO BIANCO

UNA SCHEDINA E UN CAPPELLO BIANCO

L’avevano infamato.

Falsamente.

Giorgio veniva da una famiglia piccolo borghese: un padre che si ammazzava di lavoro per fare studiare i figli, una madre casalinga che cercava di fare crescere lui e i suoi fratelli con dei valori e senso di responsabilità.

Non ci sono corsi speciali per fare i genitori: quasi sempre sono sufficienti il buon senso e l’esempio e Giorgio si era sempre sentito responsabile di quell’esempio da portare avanti, soprattutto ora che i suoi genitori non c’erano più.

Così si era dato delle regole ferree da seguire e rispettare, che poi altro non erano che ciò che tutti dovrebbero fare. A volte non è necessario fare del bene, ma è già un grande passo non fare del male, non anteporre il proprio comodo, la propria cosiddetta libertà al bene degli altri, alla libertà degli altri.

E Giorgio ci era riuscito: a volte era faticoso dovere sempre rispettare queste regole, ma poi ci si sentiva bene, leggeri, ci si specchiava e si vedeva una persona serena e con la coscienza libera.

Era arrivato ad un’età matura e forse anche un po’ più che matura, passando inosservato e solo perché nessuno avrebbe potuto dire alcunché su di lui, lamentarsi del suo comportamento.

Fino a che…

Fino a che un malinteso, la cattiveria, i pettegolezzi, la maldicenza lo avevano appunto infamato, al punto di costringerlo a doversi difendere da ciò che non aveva fatto, che neppure esisteva.

Era il crollo di tutto, di una vita trascorsa  cercando di essere sempre degno di se stesso e degli insegnamenti ricevuti, era il crollo degli ideali, del concetto stesso di giustizia, quella che non è mai come nei romanzi o nei film.

Parole come: in dubio pro reo, innocente fino a prova contraria, erano solo concetti astratti: tutto è lasciato alla libera interpretazione di persone non sempre eque.

In sostanza a Giorgio era venuta meno la voglia di vivere e di farlo in un paese che aveva ora gettato la maschera.

Aveva solo una gran voglia di andarsene, sparire, morire. E invece rimaneva lì, aggrappato alle poche certezze che aveva: la sua casa e i suoi ricordi.

Anche la sua autostima gli era venuta meno, quasi che perfino lui dubitasse della propria integrità morale.

Tirava avanti, aveva smesso di vivere per sopravvivere e null’altro.

Andava a fare poche ora di lavoro part – time, non parlava con nessuno, poi tornava a casa, cenava di malavoglia e andava a letto senza neppure più guardare la televisione, perché il sonno a volte è pietoso, perché sperava che una mattina non si sarebbe più svegliato.

Ma il sonno non sempre era benevolo con lui: a volte erano incubi, a volte si svegliava  nel cuore della notte, visto che era andato a letto troppo presto e girava per la casa buia in cerca di quiete come un’anima del purgatorio.

E piangeva.

Aveva mantenuto le sue vecchie abitudini, fra cui quella di giocare ogni settimana pochi euro alla lotteria, oramai non più tanto per potere realizzare sogni che si portava dietro da una vita, quanto per poter dare una mano a parenti sempre più lontani e distratti e soprattutto inconsapevoli del suo profondo dolore di vivere col marchio dell’infamia a bruciargli al pelle.

Ed un giorno, inaspettatamente, vinse: tanti soldi, tantissimi, sufficienti per lasciare qualcosa di tangibile ai parenti e realizzare un ultimo sogno: andarsene da un paese e da una società nella quale non credeva più.

Espletate tutte le formalità ed aspettato un tempo troppo lungo, alla fine riscosse la vincita; il direttore di banca che aveva provveduto a riscossione e accredito aveva gli occhi che brillavano, aveva mille consigli di investimento, ma Giorgio aveva le idee ben chiare: perché investire? Per guadagnare ancora di più? Magari per perdere tutto? Con quella cifra poteva campare non una ma decina di vite.

Convocò i parenti e provvide a lasciare loro cifre che, comunque, sapeva che questi avrebbero considerato troppo basse e poi, liberatosi di quasi metà della vincita, poté alfine pensare a sé.

A furia di smanettare su internet trovò quello che cercava: un’agenzia immobiliare internazionale a cui rivolgersi.

In men che non si dica ricevette un incaricato a cui espose i suoi desiderata: anzitutto voleva una grande casa su una piccola isola del mediterraneo, in mezzo al mare più blu e lontano da un paese che lo aveva ferito e deluso.

Come seconda cosa espose le ristrutturazioni da fare: non grandi sconvolgimenti, un secondo bagno con doccia idromassaggio, una piscina, anche se aveva il mare a due passi, ma quella si può usare sempre, anche quando il mare è indisponibile e, da ultimo, voleva che i suoi mobili, le sue cose, venissero traslocate e ricomposte tali e quali.  

L’uomo rimase perplesso da quest’ultima richiesta: coi soldi che aveva poteva riarredare tutto di nuovo, liberarsi di vecchiume e cose inutili, ma Giorgio fu irremovibile: ogni cosa era un ricordo, un frammento della sua vita.

In quella casa erano morti i suoi genitori e ci sarebbe morto anche lui, quindi, non potendo trasportare i muri, voleva ricrearla tale e quale nel luogo che aveva scelto come sua ultima meta. Davanti al denaro anche le cose impossibili diventano possibili.

Ci volle un po’ di tempo, non molto in verità, perché prima si faceva, prima si incassava.

Giorgio ricevette le foto di alcuni luoghi e ne scelse uno identico a come se lo era sempre immaginato; poi le foto della casa, grande abbastanza da sostituire quella che lasciava non senza rimpianti e infine vennero gli addetti a fotografare tutto, a prendere nota delle sue indicazioni e iniziarono il trasloco.

Mentre Giorgio passava i suoi ultimi giorni prima del suo esilio volontario, riuscì anche a fare trasferire i resti dei suoi famigliari defunti nel piccolo cimitero dell’isola.

Alla fine partì, non senza un’ultima lacrima: la casa che lasciava, oramai vuota, sarebbe andata a un nipote, se non altro non sarebbe stata violata da estranei; le ristrutturazioni naturalmente le avrebbe pagate lui.

Quando arrivò all’aeroporto più vicino alla sua isola, entrò d’istinto in un negozio all’interno di questo e acquistò un grande cappello bianco, anche se a Giorgio berretti e cappelli non stavano bene, ma in quel luogo lui ci si vedeva così, con quel cappello un po’ alla Hemingway a scrivere la sua storia, una storia che non avrebbe mai letto nessuno.

Giunto sull’isola, prima ancora di recarsi a vedere la sua nuova casa che era allo stesso tempo quella vecchia, esplorò il paese: era piccolo, poche abitazioni di pescatori, proprio come aveva sognato mille volte.

La gente era riservata, ma avevano saputo tutti del suo arrivo: non parlavano la sua lingua, lui non parlava la loro, ma si salutavano: “Kalimera, kalispera, kalinocti”.

La casa era come la voleva, gli sembrava di entrare nella sua vecchia abitazione con in più la piscina e il giardino con la sdraio coi cuscini a righe bianche e blu.

Al cimitero dell’isola c’era adesso una nuova tomba con i resti delle persone che aveva amato: tutto era stato fatto secondo i suoi desideri, erano stati soldi ben spesi.

Ciò che rimaneva della vincita milionaria era in una banca della capitale, raggiungibile con un’ora di battello ed una di taxi.

Una volta al mese andava là a fare spese, per il resto si sedeva nel giardino della sua casa sul mare a leggere o a scrivere sotto il suo Panama bianco.

Non c’era recinzione e i pescatori che passavano lo salutavano col loro “kalimera” e lui rispondeva.

Trascorse del tempo: il male ricevuto era quasi scordato, ma covava nel fondo come brace sotto la cenere: bastava non rimuoverla, quella cenere.

Una mattina Gheorghios passò coi remi in spalla e gli lanciò il saluto, ma il suo quasi omonimo non rispose; lo ripeté più forte: niente, allora il pescatore lasciò i remi a si avvicino allo straniero che oramai era uno di loro, alzò il panama e lo vide con gli occhi chiusi e un ultimo definitivo sorriso, quello della pace finalmente raggiunta.

 
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Pubblicato da su marzo 22, 2021 in Racconti

 

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UNA VOCE, UN SORRISO

UNA VOCE, UN SORRISO

La voce al telefono non gli diceva nulla.

Quando aveva visto il messaggio sul display “numero sconosciuto”, aveva avuto la tentazione di non rispondere, come faceva sempre, del resto oramai lo chiamavano solo i call-center per proporgli mirabolanti offerte speciali su utenze e abbonamenti.

Certo, erano tutti benefattori che proponevano sconti contro il loro interesse e solo per il bene pubblico! Ma a chi la volevano dare a bere?

Giacomo Valli aveva insegnato informatica in istituti tecnici per trentacinque anni, solo classi prime e seconde, i primi rudimenti ai più piccoli della scuola di secondo grado: poi sarebbero subentrati i giovani leoni, quelli della nuova era, i maghi della programmazione

Lui era stato un precursore, cresciuto coi primissimi personal computer, tipo Commodore 64, o lo Spectrum ZX.

Vecchia scuola, preistoria.

Adesso lui, nonostante l’età insegnava ancora ai suoi “piccoli” in un istituto privato.

“Salve prof: forse non si ricorda di me…”

Giacomo Valli prese tempo e cominciò a fare ruotare lo schedario mentale dei suoi… quanti? tremila, forse quattromila alunni (p0che ore curriculari, tante classi… ma quella voce non gli diceva nulla.

Del resto era una voce da uomo, non da quattordicenne o giù di lì con ancora la prima barba da fare: panta rhei, tutto cambia, tutto scorre, anche le corde vocali e le voci cambiano con gli anni.

Il suo interlocutore continuò: “Avrei bisogno di una sua piccola consulenza: come si fa a copiare un programma con Pirate-decriptor?”.

“Per programma intendi un videogioco?” chiese il professore mentre continuava a rimuginare su chi potesse essere, ma inutilmente: come detto dopo la pubertà si accorcia la laringe, la voce cambia e, al più, rimangono inflessioni dialettali o rotacismo, la erre moscia, ma quella voce non aveva nulla di identificabile.

Se è un videogioco originale è quasi impossibile copiarlo, se non entrando nella sua programmazione e modificandola, ma questo va ben oltre le mie conoscenze”.

Un attimo di silenzio. “Verrebbe comunque a dargli un’occhiata? Se non altro ci rivediamo dopo tanti anni e beviamo un caffè insieme”.

Un tuffo nel passato è sempre doloroso, a prevalere sono più le cose perdute di quelle rimaste attaccate, ma accettò.

“Passo io a prenderla alle 15, ricordo ancora il suo indirizzo” disse la voce, poi un click di fine comunicazione senza dargli tempo di replicare.

Ricordava il suo indirizzo? Ma lu non era solito dare l’indirizzo agli alunni, al massimo il umero di telefono.

Alle 15 una macchina nera di una marca e modello che Giacomo Valli non conosceva, giunse puntuale; l’uomo a bordo lo salutò con la mano e sorrise, lui salì e partirono.

Cominciarono a chiacchierare dei vecchi tempi, della scuola che l’ex alunno aveva frequentato fra le tante dove il prof.  Valli aveva insegnato e giunsero a destinazione senza che l’uomo avesse ben capito dove si trovassero, ma tanto il suo ex alunno gli aveva detto che non ci sarebbero stati problemi neppure per il ritorno, ci avrebbe pensato sempre lui a riaccompagnarlo.

L’appartamento era impersonale: alle pareti non un quadro, né un poster o una fotografia.

Neppure nessun soprammobile, neanche un solo libro negli scaffali vuoti, solamente un tavolo con sopra un tappeto di stoffa damascata, come usava un tempo, su di esso un computer portatile, poi un divano in tessuto, forse trasformabile in letto e una tenda, a frange, di paglia che divideva la stanza – sala – ingresso da un altro ambiente, probabilmente una cucina.

Non dava l’idea di una casa dove si vive la propria vita.

Il suo ospite gli mostrò la scatola del videogioco, mai sentito, ma del resto erano… venti, trent’anni che Giacomo Valli non si interessava più di videogiochi.

Eppure quante volte in quel lontano passato aveva invitato i suoi alunni ad andare in sala giochi a sfidarlo, quante partite a quei videogames e consolle primitivi che allora sembravano meraviglie insuperabili!

“Quanti anni hai adesso?” chiese al giovane uomo che lo sovrastava di parecchi centimetri; un giovanottone, come si sarebbe detto una volta.

Trentotto compiuti”.

Questo avrebbe dovuto dargli indicazioni sul periodo in cui era stato suo allievo, ma il nome che gli aveva detto e la voce continuavano a non dirgli nulla.

Il sorriso sì, quel sorriso scanzonato e dolce gli pareva di non averlo mai dimenticato.

A casa avrebbe controllato il proprio computer, su cui aveva una lista delle sue classi e dei suoi alunni divisi per anni scolastici, ma non tutti, perché aveva cominciato a stilarla tardi e molti nomi li aveva scordati, anche se ogni tanto uno gli veniva improvvisamente alla mente e allora lo aggiungeva.

Il giovane, o ex giovane, sparì dietro la tenda e ricomparve con una tazzina di caffè fumante, una sola: “L’ho già zuccherato e mescolato, è solo da bere” sorrise, rise.

Questa era una cosa che lo faceva sempre imbestialire: ci vuole tanto a portare una zuccheriera e un cucchiaino?

Lei insegna ancora?”, chiese il giovanotto.

Insegno qualche ora e quindi integro con ripetizioni o consulenze; ho anche lavorato per la difesa, anche se non ho ancora ben capito adesso come e perché e a cosa ho lavorato”.

Ad un certo punto dalla tenda spuntò una donna, che il padrone di casa presentò come sua madre.

Pareva uscita da un film di zerozerosette: capelli tirati all’indietro con una crocchia, gonna midi, calze pesanti e scarpe senza tacco, che avesse una lama nascosta in queste?

Nonostante ciò non pareva avere molto più di cinquant’anni: con un figlio di trentotto avrebbe dovuto averne almeno sessanta.

Giacomo Valli si sentì all’improvviso fuori posto, non a proprio agio, un brivido e una goccia di sudore gli scesero lungo la schiena.

Vuole un caffè?” domandò la donna senza curarsi della tazzina che il professore aveva davanti e senza pretendere una risposta..

E tu cosa fai di lavoro?” chiese il professore riprendendo il discorso.

Diciamo che lavoro per il governo, diciamo anche che non risulto nelle liste dei dipendenti”.

Un altro brivido gelato lungo la spina dorsale: gli stava dicendo troppo.

Tattico o operativo?”

“Tattico: decrittazioni e investigazioni, ma all’occorrenza, purtroppo, mi tocca anche essere operativo”.

Ultimo brivido, poi capì che si stava sentendo male, capì…

“Il caffè?” chiese, ma sapeva già la risposta.

Già, con lei mi trovavo bene, le ero anche affezionato, meritava un modo indolore”.

In effetti a pensarci bene sentiva solo un vago malessere, ma non provava alcun dolore, solo torpore a mani e piedi in estensione al resto del corpo.

Avrebbe forse dovuto chiedere perché, ma che importanza poteva avere oramai? Forse era per il lavoro fatto per la difesa, ma il professor Giacomo Valli non era mai stato curioso, o magari un poco lo era, ma sapeva resistere con discrezione.

Il suo alunno di una volta sorrise, lui ricordò quel bel sorriso in un ragazzino, ma ancora non lo collegava ad un anno e a una storia: non lo avrebbe fatto mai più.

Poi non ricordò e non pensò proprio più a nulla.

La testa gli cadde di colpo in avanti: la pseudo madre fece appena in tempo a spostare la tazzina prima che vi si schiantasse sopra, sì perché una donna ci tiene alle stoviglie.

Il campanello suonò appena, leggero e breve e la donna andò ad aprire: era la squadra di pulizia. 

Dopo che erano passati loro, non rimaneva più alcuna traccia e qui non c’era neppure sangue da ripulire, solo un corpo da fare sparire nel nulla, uno dei tanti.

 
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Pubblicato da su marzo 1, 2021 in Racconti

 

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