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Curriculum Artistico

PALMARES LETTERARIO

2002 – Prima pubblicazione, in proprio, di un libro (I miei figli di un dio minore).
2004 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Il rapido per Roma)
2004 – Presentazione del libro “Cani ed altri racconti” presso la “Famiglia artistica milanese”
2005 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione poesia. (Il capitano)
2005 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. prosa.(Esprimi un desiderio)
2006 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Come ti sei fatta bella)
2007 – Segnalato al premio “Hanau” sezione poesia (Se io fossi)
2007 – Pubblicazione del romanzo “Morte al conservatorio” con l’editore Greco & Greco”.
2008 – 3° classificato al 13° premio internazionale di poesia “Città di Voghera”. (La corsa)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. poesia (Parve)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. fiabe, favole e filastrocche.(Il pifferaio magico)

2008 – Lode con encomio al V° premio “Hanau”
2009 – 1° classificato al 14° premio internazionale di poesia “Città di Voghera” (La montagna)
2009 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(L’amore di Filù)
2009 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Un caso lampante)
2009 – 1° classificato al premio “Amici del rifugio” – Milano – sez. narrativa
(Il rapido per Roma)
2010 – 1° classificato al premio “Panta rhei” – Lendinara (Ro) – sez. narrativa
(Canta piccolina)
2010 – 6° classificato al concorso letterario “tutti scrittori” – Somma Lombardo – narrativa
(Storie di pescatori)
2010 – Finalista al premio letterario “Mario Dell’Arco” – Roma – poesia
2010 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(Il lago dei cigni)
2010 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Poesia (Caldo)
2011 – Finalista al premio “Giallo d’arte” (Delitto perfetto)
2011 – Pubblicazione del romanzo “Morte e trasgressione” con l’editore Greco & Greco”.
2011 – 3° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Joshua Levy)

2011 – finalista al premio”Giallomilanese 2011″ (Inseguita)

2011- 3° classificato al concorso “Io racconto” – Firenze (Un caso lampante)

2012- Finalista al premio “Tramate con noi” della RAI (Romanzo “Lupi in Valtellina” – inedito)

2012- segnalazione di merito al 2° premio “Amici del rifugio” (Le cose che uniscono)

2012 – segalazione con menzione speciale al premio “Nati per vincere”

2013 – finalista al premio “zucca spirito noir” con due racconti inseriti nell’antologia edita da “Salani” insieme ai due vincitori e a Maurizio De Giovanni

2013 – finalista al premio “Le storie della via francigena” organizzato da Del Bucchia editore con una poesia inserita nella omonima antologia

2013 – Terzo classificato al premio “Ame Erotique” col racconto “la bella signora”

2014 – Classificato entro i primi sei al contest “Giallomilanese” col racconto “Un caso lampante”

2015 – Recital di racconti e poesie presso il centro polifunzionale EMMAUS di Milano

 

I miei Sforzi artistici


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LIBRI IN STAND BY
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 … E ALTRI ANCORA:
– LUPI IN VALTELLINA (USCITA PREVISTA IN AUTUNNO – EDITRICE LE MEZZELANE)
– MORTE A BORDO
– MORTE IN COLLEGIO
– DAL PASSATO
– LA CREPA NEL BUIO
– LA CASA DEI SEGRETI
– MORTE DI UN PRESIDE
– UN INVESTIGATORE MOLTO PARTICOLARE
– VILLA DELLE TURPITUDINI
– LA FILASTROCCA DEI TRE GATTI
– GRIECO E IL GATTO SCOMPARSO
– 2170 A.D.
– GIUSTIZIA PER UN BAMBINO
Alcuni dei miei preziosi trofei

 

In totale, al momento, 4 pubblicazioni con autore (la quinta in autunno); 4 volumi sulla scuola, un romanzo, 20 sillogi di racconti delle quali una di racconti di pesca.

 
2 commenti

Pubblicato da su luglio 28, 2011 in Uncategorized

 

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Presentazione: Marco Ernst

Salve,

Per chi ancora non mi conosce, devo dire che insegno matematica nella scuola media (e scienze), ma scrivo per hobby racconti, poesie, romanzi.

Qui c’è solo una parte dei miei oltre 550 racconti e più di 100 poesie scritti fino ad ora.

Chi fosse interessato ai miei libri, parlo delle sillogi di racconti,li può richiedere a me direttamente, se è di Milano, visto che li stampo in proprio e tento di recuperare le spese.

Per la consegna, ci si incontra da qualche parte, oppure posso spedire ai non milanesi.

Bene, spero che qualcuno abbia letto qui alcuni  dei miei racconti. Spero anche  che a qualcuno di quei qualcuno siano piaciuti; ne ho scritti come detto ben più di mezzo migliaio, raccolti in una ventina di sillogi, stampate a mie spese, che cerco di recuperare, ma oramai ho accumulato un passivo che mi fa chiedere se è giusto che io investa ancora in questo hobby.

I gialli pubblicati, invece, sono stampati con editore e sono morte al conservatorio, fuori catalogo, esaurito, mentre di morte e trasgressione, pure fuori catalogo, ne ho ancora poche copie io. Qui ci sono le copertine di questi e di quelli che giacciono in attesa di essere apprezzati da un editore.

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copertina

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MAR.E. Edizioni

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ELENCO LIBRI MIEI

 

  1. I miei figli di un dio minore             – sett. 02 – Pag. 130 – T. 100 – € 6
  2. I miei figli di un dio minore Vol. II   – nov. 02 – Pag. 140 – T. 100 –  € 6
  3. Cani ed altri racconti brevi              –  ott.  03 – Pag. 120 – T.   70 –  € 6,5
  4. Straordinari personaggi comuni      – giu.  04 – Pag. 170 –  T.   70 – € 7,5
  5. Vite di carta                                     – mar. 05 –  Pag. 210 –  T.   72 – € 8,5
  6. Vita di scuola, scuola di vita           –  ott.  05  – Pag. 166  – T.   70 – € 7
  7. Nuvole, sogni, angeli e farfalle        – mag.06  – Pag. 196  – T.  60 –€ 8
  8. Adulti domani                                  – Set.  06  – Pag. 164  – T.   60 –€ 7
  9. Cento… e più                                   – Mag 07 – Pag. 209  – T.   60 – €8,5
  10. Il re del lago dei frati                       – Giu  07 –  Pag.   70  – T.   72  € 5,5
  11. Vivere è un dolce dolore                 – Nov. 07 –   Pag. 212  – T.  50  € 10
  12. Settima silloge                                – Set. 08  –  Pag. 216 –  T.   52 – €10
  13. Aristotele, la tragedia e la catarsi     -Ott. 09  –  Pag. 211 – T.   48 – €10
  14. Vite… ed altre catastrofi                     Ott.10  –  Pag. 216 –  T.   50 – €  9
  15. Io, apolide                                       –  Lug.11 –  Pag. 222 –  T.   60 – € 10
  16. Il Titanic e l’arca                             –  Sett.11 –  Pag. 224 –  T.   60  –€ 10
  17. Ordine dal caos                                – Apr.12 –  Pag. 226 –  T.   52  –€ 10
  18. Emozioni di sintesi                          –  Ott.  12 – Pag. 224 –  T.   50  –€ 10
  19. A volte… il dolore                            – Giu. 13 – Pag. 220 –  T.  50  – € 10
  20. Ultimi sogni prima dell’alba      – Apr. 14 – Pag   222 –  T.  50 – €  10
  21. L‘uomo nero                                       – Giu. 14 –  pag. 134 –  T.  60 – €   9
  22. Storie, semplicemente                   – Nov. 14 – pag.  230 – T.  50 – €  10
  23. C’ero una volta                                   -Ott   15    pag. 230  – T.  50 – €  11
  24. Lui quarantanove, io cinquecento-Feb  16    Pag. 240 -T. 40- €  11
  25. Un nuovo viaggio                             – Apr 17 –  pag. 250   – T.  52 – € 12
  26. Morte al conservatorio – Greco & Greco – mar. 07 -P. 126  € 6 (offerta)
  27.  Morte e trasgressione  –  Greco & Greco – 2011 disponibile presso l’editore e librerie on line
  28.  Spirito noir collection II (in antologia) – Salani – 2014
  29. 19 racconti del terrore-L’infernale ediz-Mar 17 Pag 180

Se qualcuno fosse interessato ai miei libri, sovvenzionerebbe la cultura; sinceramente non credo di aver nulla da invidiare neppure a Lucarelli, a Buzzati e a tanti altri.

Se vi interessano anche solo informazioni sui modesti costi dei miei libri e su come averli, lasciate un n° di telefono o un indirizzo e-mail nei commenti oppure nel mio profilo FaceBook.

Alcuni numeri: questo blog ha avuto, al 31 dicembre 2016, oltre 110000 contatti da oltre120 nazioni diverse,( compreso il Vaticano!, ma anche Gibuti, Vietnam, Guatemala, Sud Africa ecc).

Ho pubblicato anche fiabe su tiraccontouna fiaba, dove ho avuto oltre 140000 visite (tutto documentabile).

Ho pubblicato con editore e senza contributo due gialli, morte al conservatorio, morte e trasgressione e due miei racconti gialli sono su una raccolta edita da Salani, assieme ad altri autori, fra cui il noto Maurizio De Giovanni.

Partecipo a premi letterari e ne ho vinti 5, più una decina piazzamenti fra il secondo e il terzo, oltre a numetrose segnalazioni e ingressi in finale.

Con affetto

Marco

p.s. per saperne di più leggere anche “curriculum artistico”

 
74 commenti

Pubblicato da su marzo 11, 2011 in Uncategorized

 

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FINO ALLA FINE

FINO ALLA FINE

 

Stavolta non ci fermeremo, ripeteva Libero a se stesso e agli altri suoi compagni di lotta, non ci fermeremo, fino alla fine.

* * *

Lui, Libero, portava quel nome perché veniva da una famiglia anarchica, non l’anarchia del fare ciò che piace purché trasgressivo, ma la vera idea dell’anarchia: non aver bisogno di regole e leggi in quanto persone rette e in grado di darsele da sé, quelle regole.

Così lo avevano chiamato, così lo avevano educato e lui aveva imparato.

Nel ’68 aveva fatto il… ’68; allora aveva diciassette anni e poteva protestare, fare volantinaggio, prendere botte dagli sbirri, ma non gli concedevano altro.

Poi si sa come finì quel periodo: il potere fece alcune concessioni e tutto finì: la lotta armata, la rivoluzione e col tempo, piano, piano i vari governi, che cambiavano nome, ma non disegno, si rimangiarono tutte quelle fasulle riforme.

Napalm (riferito al Vietnam) e riforme armi dei padroni, lotta di classe arma del popolo, si diceva nei cortei e sui cartelli.

Qualcuno fece la lotta armata, ma senza puntare mai troppo in alto: si “gambizzavano” dirigenti, funzionari, servi conniventi, ma neppure i gruppi armati di allora ebbero mai il coraggio di puntare alle menti occulte di un potere che non avrebbe mai smesso di essere tale: quello occulto dell’economia che manovrava governi su governi.

Dunque tutto finì a tarallucci e vino, come si suole dire: qualche concessione alla scuola, qualcun’altra agli operai e così, come detto, tutto cessò di colpo.

Libero avrebbe voluto andare avanti con il movimento, con la protesta continua, perché non era sufficiente che la classe politica facesse alcune concessioni minori: se ne dovevano andare, il popolo doveva imparare a votare meglio i propri rappresentanti, senza farsi condizionare da propagande e messaggi subliminali ingannevoli.

Come dice la costituzione doveva essere il popolo a governare: demo-crazia.

Lui lo sapeva già da prima che era questione di tempo e si sarebbero ripresi tutto con gli interessi, loro, quelli che non mollano l’osso del potere, che si sentono invincibili, quelli per i quali non è una questione di denaro, anche se ci sono persone da ricompensare e ruote da ungere, ma di predominio, di prevaricazione, del non lasciare che tutti si sentano veramente uguali, che non ci sia giustizia sociale perché loro non vogliono essere uguali a chi si alza alle cinque per fare i turni in fabbrica, a chi fa una settimana di ferie perché non può permettersene due, a chi va a lavorare in tram, pigiato come sardine in scatola perché i parcheggi costano troppo, perché c’è la zona verde che per chi può pagare non è poi così verde, e tantomeno uguali ai pensionati che andavano a raccogliere frutta semi – marcia (ma anche semi – buona) quando smontavano i mercati ambulanti.

Gli amici, anzi no, loro usavano chiamarsi compagni, anche quelli più maturi di Libero, se non altro per età, rientrarono nei ranghi borghesi, misero su famiglia, si impiegarono e indossarono camicia e cravatta, al posto dell’ideale fiocchetto anarchico, crebbe loro la pancia e cominciarono a rincretinirsi di televisione e dei suoi messaggi nascosti. Pochi anni di lotta e sangue e cosa era rimasto?

Nulla!

I sindacati sedevano a tavola a cenare amabilmente con quelli che avrebbero dovuto combattere, mettere alle corde, gli ideali soffocati da un falso quanto effimero benessere che, comunque, continuava a non essere di tutti, perché chi si era accontentato prima, continuava a farlo ora, continuava a scegliere la propria comoda posizione di servo.

Passarono gli anni, i lustri, i decenni: quasi mezzo secolo.

Tutto era più o meno ritornato come prima se non peggio; i poveri se la prendevano con quelli più poveri di loro, non con i ricchi, davano la colpa a dei disgraziati che se ne sarebbero stati volentieri a casa loro se solo ci fosse stato da mangiare per i loro figli, non con chi aveva ricchezze e privilegi, non con chi si faceva vanto delle proprie ruberie

Si stava cercando una definitiva presa del potere, un deciso passaggio dal governo del popolo (che in realtà era solo una pia illusione) a quello della ricchezza che usa i partiti come arma politica per il proprio volere e spesso le organizzazioni malavitose come proprio braccio armato. Era stato così fino dal primo ventennio, quello fascista, quando la polizia caricava gli scioperanti e la mafia uccideva chi si opponeva.

Continuò più tardi, ci fu Portella della Ginestra: ancora la politica, la mafia e il sangue di lavoratori inermi e poi la strategia della tensione, sempre loro, sempre gli stessi mandanti, ma gli slogan di chi aveva almeno provato a lottare non li ascoltava più nessuno.

E fu così, allora, che quella lotta riprese: pochi che combattevano per quelli che li condannavano, sobillati da una stampa connivente.

Cominciarono le bombe, mirate però, questa volta, ai bersagli giusti, non ai loro lacchè, il tutto senza sigle, simboli, rivendicazioni: forse i nuovi partigiani non guardavano i reality, ma i telefilm polizieschi sì e quindi conoscevano le tecniche di indagine, le intercettazioni e quant’altro.

I media, spaesati ed anche spaventati, accusarono gli immigrati, ma presto anche i giornali più asserviti al potere sperimentarono il terrore, le bombe, l’ira degli oppressi.

Libero che ne ’68 aveva diciassette anni e si era pentito di non avere proseguito la lotta, ma giustificandosi col fatto che lo avevano lasciato solo, ora che ne aveva sessantacinque non si rassegnava alle ingiustizie, al razzismo dilagante, alla protervia dei plutocrati.

Era lui che aveva riorganizzato un movimento che agiva in silenzio, senza manifesti e proclami, senza contatti se non di persona e mai a gruppi troppo numerosi: difficile così individuarli.

Non aveva trovato molti disposti a seguirlo, ma quei pochi bastavano, erano meno rintracciabili.

Loro non chiedevano riforme, volevano solo spazzare via quella gente, ben consci che altri uguali a loro sarebbero venuti a sostituirli, ma se non altro avrebbero vissuto la loro bramosia di potere nel terrore.

Caddero così politici importanti, banchieri, imprenditori, perché non si poteva proteggere tutti, non si potevano prevedere i bersagli.

I loro nemici dovevano rendersi conto che avevano un bene, il tempo, e non potevano portarselo via, dopo, ma che andava consumato ora e avrebbero dovuto farlo in modo positivo.

E il denaro? Perché avrebbe dovuto essere diverso? Loro volevano il denaro solo come simbolo di potere e allora vedessero quale era il vero potere.

Un gruppo di vecchi pensionati faceva tremare il potere: loro non avevano denaro, non ambivano a nulla, avevano solo il loro tempo, ancora poco a dire il vero, data l’età, ma loro sapevano di non poterselo portare via, di doverlo spendere tutto ora e lo stavano facendo per il meglio, non si sarebbero fermati, non li avrebbero fermati con due riforme fasulle: questa volta sarebbero andati avanti.

Fino alla fine.

 

 
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Pubblicato da su settembre 14, 2019 in Racconti

 

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PER UN BAMBINO

Questa è un’anteprima del mio prossimo libro, quindi inedito. Chi fosse interessato al libro in uscita a ottobre, mi contatti nei commenti o su facebook

PER UN BAMBINO

Avevo fatto di nuovo il buffone e Miki si era arrabbiato e aveva pianto.

Me lo diceva sempre che io a fare come facevo lo mettevo in imbarazzo coi suoi due compagni di stanza: mi ero nascosto dentro l’armadio di ferro laccato di bianco mentre lui dormiva e quando si era svegliato aveva guardato l’ora sul suo tablet: sapeva che io sarei stato lì, perché non mancavo mai e non ero mai in ritardo e allora mi aveva gridato di uscire da lì e poi si era messo a piangere, lui che non piangeva mai, neppure quando gli infilavano tutti quegli aghi e quei tubi un po’ ovunque; se si era messo a piangere voleva dire che era sfinito, che sentiva la fine vicina.

Già, i suoi compagni di camera, che pena, che ingiustizia vedere dei bambini ammalati mentre gente che lo meriterebbe non ha mai neppure un raffreddore: Giulio e Christian, l’uno senza capelli a causa della chemio, l’altro con la bandana a coprire la pelata. Miki no, non più, lui aveva superato anche quella fase, la chemioterapia non aveva fatto effetto e adesso era oramai in fase terminale, seppure coi suoi bei capelli castani che non gli sarebbero mai arrivati alle spalle.

Si può morire a otto anni? Ma c’è qualcuno che guarda giù?

Una volta ci credevo, ci speravo: ora non più.

Vederlo piangere… avrei voluto farlo anche io, ero stanco quanto lui, ero impotente, e che razza di padre è quello che non riesce a salvare suo figlio?

Avevo dunque perso da tempo anche la poca fede che avevo prima: quale Dio può permettere che a delle creature come Mki e i suoi compagni capiti ciò che era capitato loro? Se ne parli coi preti ti citano l’imperscrutabilità dei disegni divini: già, loro non hanno figli, hanno la loro fede e non il dolore che la fa perdere.

Avevo portato il consueto regalino al mio bimbo: un modellino di aereo; lo vide, lo prese e scoppiò di nuovo in lacrime: “Ecco, sì, un aereo, voglio volare via di qui, non mi piace questa stanza, non mi piace più l’odore di questo posto che sa di morte” nascose la testa sotto il cuscino fino a che i singhiozzi scemarono ed io dovevo lottare con tutte le forze che non avevo più per non infilare anche la mia di testa sotto il cuscino.

Poi riemerse da la sotto tirando su col naso: “Papà, è vero che poi, quando siamo morti andiamo in cielo e diventiamo angeli?  Allora rivedrò la mamma e avrò finalmente anche  le ali e non mi servirà più l’aereo per volare via da questa stanza.  Se è così voglio morire subito”.

Non ce la feci più: corsi in bagno e piansi, singhiozzai, urlai senza voce, bestemmiai, vomitai.

Il giorno seguente quando il mio piccolo si svegliò ero seduto accanto al suo letto, sonnecchiavo anche io un po’ per tutte le notti insonni di quei due anni: basta armadio, basta lacrime, volevo che se ne andasse col ricordo del papà che lo amava che avrebbe fatto tutto per lui, non il papà che lo fa piangere.

Dio, come era pallido: non si distingueva il colore della sua pelle dal bianco delle lenzuola; avrei voluto coprire lo specchio sopra il lavandino perché non ci si potesse specchiare, perché non vedesse ciò che la malattia gli aveva tolto e ciò che gli aveva lasciato.

Avrei voluto… come ogni genitore avrei voluto prendere su di me ogni suo male, regalare a lui tutti gli anni che mi restavano, avrei voluto tante cose che non sono possibili.

Quattro anni prima aveva già vissuto la stessa pena col male di mia moglie, la mamma di Miki: perché proprio a me? Perché, perché, perché?…

Miki si svegliò, fece per dirmi qualcosa, ma ebbe una crisi: chiamai, arrivarono subito di corsa infermiere e medici, poveretti anche loro sempre a contatto col dolore, con la morte. Certo è lavoro, ma l’umanità non la insegnano all’università e per quanto cercassero di indurire i loro cuori per sopravvivere, il male dei bambini non lo si può ignorare.

Per il momento la crisi era superata, ora Miki dormiva, rimasi ancora un po’, quindi mi avviai verso una casa troppo vuota.

Tornai il giorno seguente: oramai le mie assenze dal lavoro non si contavano più, ma a volte nel dolore si incontrano tanti angeli, più di quanti ce ne siano in cielo e nessuno mi diceva nulla, non mi chiedevano più nemmeno come andasse, aspettavano, anche loro, i miei datori di lavoro, l’inevitabile.

Miki mi vide accanto al letto e cercò di sorridere, ma non riusciva più nemmeno a fare quello.

Mi fece cenno con la mano di avvicinarmi e mi sussurrò all’orecchio: “Papà, mi porti al mare? È tanto che non lo vedo e non me lo ricordo più”.

Perché no? Cosa aveva da perdere, oramai? Che cosa avevamo da perdere entrambi? Guardai in corridoio: nessuno in vista, allora presi dall’armadietto la sua tuta di Superman, staccai le flebo, lo vestii con delicatezza e fuggii via con lui in braccio.

Poco dopo entrò l’infermiera nella stanza, non vide Miki e allora chiese  a Giulio e Christian dove fosse, dove fossimo entrambi; all’inizio i bambini non volevano parlare, ma quando arrivò il medico e spiegò loro che Miki non poteva stare staccato dalle macchine e dai tubicini, loro, povere stelle, dissero tutto, dissero che Miki era andato al mare in braccio al suo papà ed allora dall’ospedale avvertirono la polizia e dietro di questa si accodò un’ambulanza con centro di rianimazione mobile a bordo.

Fu un viaggio terribile: quante volte avevo fatto quella strada per andare al mare con Miki e con la donna che avevo scelto ed amato! Ci volevano un paio di ore per arrivare al mare, ma adesso ce ne misi oltre cinque: Miki stava male, più volte chiese di fermarsi per dare di stomaco, per poter prendere una boccata d’aria fresca.

Io faticavo a guidare, staccavo di continuo lo sguardo dalla strada per vedere come stava il mio bambino e anche quando cercavo di guardare la strada vedevo tutto confuso fra la barriera di lacrime che non riuscivo e non volevo più fermare.

Ma arrivammo: ancora pochi minuti e saremmo stati in spiaggia a vedere, sentire ed annusare il mare.

Mi sedetti sulla spiaggia sassosa con Miki sulle ginocchia, lui guardò il mare che non ricordava più, aprì la bocca in un gesto di meraviglia, poi reclinò il capino da uccellino sulla mia spalla.

In lontananza, ma sempre più vicine, sentivo le sirene che stavano arrivando, ma oramai nulla più aveva importanza.

Guardai ancora la mia creatura, sorrideva perché l’ultima cosa che aveva visto era l’immensità del mare; forse davvero adesso stava volando via con gli angeli per ricongiungersi alla sua mamma.

 

Era la mia sola ed ultima speranza.

 
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Pubblicato da su agosto 31, 2019 in Racconti

 

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ULTIMA FERMATA: CIMITERO

ULTIMA FERMATA: CIMITERO

 

Una grande città, dove fra meno di un anno ci sarebbero state le elezioni amministrative per nominare il nuovo sindaco e lui, il primo cittadino uscente, voleva lasciare un segno, qualcosa che ricordasse un periodo non certo esaltante come era stato quello del suo governo locale.

Ambizioso, come tutti i mediocri, s’immaginava già un monumento in una piazza importante, magari davanti alla stazione ferroviaria dove tutti lo potessero vedere, una scultura di un maestro contemporaneo, anche perché uno scomparso difficilmente avrebbe potuto produrla, magari in bronzo lucido ramato, una cosa tipo un gigantesco ovale con un buco al centro e sullo sfondo lui a grandezza naturale, a significare che bisognava guardare oltre l’esteriorità, penetrare l’animo dell’uomo per trovarne l’essenza: un buco vuoto, appunto.

Doveva lasciare, dunque, un’opera pubblica da ricordare, magari il completamento della linea della metropolitana che portava allo stadio: lui oltretutto era tifoso sia di una delle due squadre cittadine, sia del suo presidente che ne aveva favorito la carriera politica. In effetti la linea era già funzionante per un tratto e questo grazie ad almeno due o tre sindaci precedenti, ma si sa: quello ad essere ricordato è sempre l’ultimo, quello della tratta definitiva ed ogni tifoso andando allo stadio avrebbe pensato a lui e lo avrebbe ringraziato in cuor suo per il tempo risparmiato, o così almeno lui s’immaginava che fosse.

La parte incompleta della linea, però, quella che impediva l’inaugurazione e l’uso settimanale da parte dei tifosi, tratta di certo nell’immaginario del quasi ex primo cittadino più importante che non quelle per i lavoratori quotidiani, era la più difficile, perché doveva passare sotto il cimitero più grande della città.

Aggirarlo avrebbe voluto dire un imperdonabile ritardo ed un drastico sforamento dei costi e un’inaugurazione fatta da un altro sindaco che si sarebbe preso tutto il merito; peraltro una metropolitana non può fare curve a gomito, quindi occorreva una lunga e dispendiosa deviazione e l’alternativa sarebbe stata appunto passare proprio sotto il cimitero.

Il problema era che un cimitero si sviluppa in verticale, sì, ma verso il basso: c’erano cappelle di famiglia e singole tombe che scendevano sotto terra di parecchi metri e non si poteva certo trasferire mezzo cimitero: impensabile come lavoro, come spesa e come immagine politica di colui che avesse preso quella decisione, anche perché sarebbe stato necessario costruire un nuovo mausoleo per il trasferimento delle casse e dei resti ancora esistenti: altri costi, altro tempo perso.

Ci sarebbe stata un’alternativa ed era quella di svuotare le tombe dal di sotto, lasciando solo le loro corrispondenze in superficie, fare quindi un fagotto dei cadaveri, o di ciò che ne restava e disfarsene, magari cremando il tutto e gettando le ceneri in una enorme fossa comune da cementare anonimamente, il tutto in gran segreto o i famigliari dei defunti avrebbero fatto una rivoluzione. Del resto che va a omaggiare i suoi cari lo fa sulle lastre di granito, vi depone fiori, oggetti, sculture, ricordi: nessuno va a controllare se al di sotto del granito o del marmo ci sia rimasto ancora qualcosa.

Certo, per evitare le esumazioni decennali o trentennali ci sarebbe voluto un atto di magnanimità del comune che avrebbe reso perenni le sepolture senza costi aggiuntivi: nessuno avrebbe trovato da ridire, se non forse le opposizioni, ma queste sono tali perché non hanno una maggioranza e quindi che protestassero pure: si sarebbero trovate contro tutti i beneficiati dal generoso provvedimento.

Così cominciarono in segreto i lavori di svuotamento dal sottosuolo insieme all’annuncio sull’umanitario gesto di addio del sindaco uscente, omaggio ai defunti che avevano contribuito alla crescita della città e bla, bla e bla, bla.

C’era comunque un importante ritardo nei lavori, si era perso troppo tempo a meditare sul da farsi, ma si decise che si sarebbe lavorato giorno e notte e sabati e domeniche e feste comandate, così da recuperare i giorni persi.

i lavori furono terminati: svuotamento, costruzione e rinforzo gallerie, abbellimento delle stazioni con tanto di negozi di lusso da affittare a caro prezzo, mancava ancora oltre un mese alle elezioni: ce l’avevano fatta!  La metropolitana sarebbe stata ricordata col  nome del sindaco che ne aveva tagliato il nastro e lo stadio si sarebbe riempito ad ogni partita, data la velocità ed economicità del suo raggiungimento.

E venne dunque il giorno dell’inaugurazione ufficiale: marmi lucenti, luci sfavillanti, pavimenti tirati a lustro con percorsi in rilievo per non vedenti e c’erano tutti quelli che contavano: lui, il sindaco con tanto di fascia tricolore, il governatore della regione, che anche se era di un altro partito voleva partecipare alla vetrina politica ed ancora il prefetto e il vescovo con lo zucchetto viola e l’aspersorio per benedire quel lavoro così utile per gente che sarebbe poi andata a picchiarsi per una partita di calcio; vero anche che c’erano altre fermate che servivano utenze di lavoratori e studenti, anche se alcune stazioni erano ancora chiuse e sarebbero state inaugurate solo più avanti. E poi, vuoi mettere, c’era la fermata al cimitero, pronta in tempo per la commemorazione di defunti fatti oramai sparire.

Il capolinea da cui sarebbe partita la prima corsa del treno super tecnologico, addirittura senza guidatore, era sei fermate prima del cimitero, ma come detto un paio di stazioni non erano ancora aperte e una di queste avrebbe servito addirittura un quartiere che per il momento esisteva solo sulla carta. Tutti i notabili, i loro famigliari, i giornalisti e gli invitati salirono a bordo del primo vagone, quello da cui si vedeva il percorso in primo piano e dopo benedizione, discorsi e tagli del nastro, le ruote si mossero trascinando il convoglio.

Essendo una corsa speciale non ci furono le fermate intermedie: sarebbero dovuti arrivare direttamente allo stadio, ma giunti alla fermata “Cimitero” il treno rallentò, si fermò, le luci si spensero, i telefoni persero la connessione e si diffuse un odore pestilenziale.

Dopo poco si accesero le luci di emergenza ed allora tutti videro venire incontro al treno, sui binari ora non più in tensione, uno stuolo di cadaveri, scheletri, corpi imbalsamati e altri decomposti. Le donne a bordo del convoglio gridavano isteriche, qualcuna svenne, gli uomini erano atterriti, poi tutti i vetri dei vagoni furono infranti da quegli esseri e mille mani scheletriche si protesero verso i profanatori del loro sonno eterno.

Il sindaco non sarebbe mai giunto con la sua opera allo stadio, così come la sua squadra non sarebbe arrivata alla coppa, non quell’anno, almeno.

Là, sotto il cimitero, adesso c’era quello che avrebbe dovuto esserci: silenzio e pace e cadaveri, cadaveri freschi e vagoni coi pochi finestrini ancora intatti oscurati dal sangue che colava da ogni dove.

Non si deve disturbare il meritato riposo eterno dei morti per fini politici! Il capolinea della nuova linea avrebbe dovuto essere lo stadio, ma la metropolitana non ci arrivò mai.

Ultima fermata, cimitero.

 
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Pubblicato da su agosto 15, 2019 in Racconti

 

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L’OSPIZIO

L’OSPIZIO

 

Quando furono chiusi i “manicomi” il MENS SANA di Pescara non fu abbandonato, ma fu riconvertito: in un’ala dell’istituto rimasero i soggetti pericolosi, quelli che, comunque, non potevano essere lasciati liberi, anche perché per molti di essi non si erano trovate strutture alternative, né avevano famiglie che potevano o volevano prendersene cura.

Un’altra parte dell’istituto, invece, divenne un ospizio per anziani con problemi mentali: vecchi afflitti da demenza senile o Alzheimer: del resto se la scienza medica fa un distinguo fra pazzia e decadimento mentale dovuto all’età, al lato pratico gli effetti non sono dissimili.

In pratica nulla era cambiato: da manicomio a manicomio mascherato.

Al momento della riconversione del MENS SANA ci fu una ristrutturazione minima dell’edificio, poi più nulla per parecchi anni e così cominciarono a circolare voci sempre più insistenti sul suo stato e su quello dei ricoverati e si sa: vox populi…

Così ad un ennesimo cambio di governo il nuovo ministro, prima di procedere al consueto rito del taglio dei fondi alla sanità, come contentino per l’opinione pubblica, mandò un’ispezione, anzi una vera task force con un numero elevatissimo di agenti, medici, infermieri, volontari, psicologi e attivisti politici ad ispezionare la struttura.

L’ispezione cominciò dai locali comuni e di lavoro, tipo le cucine e già qui fu una Caporetto:pentole arrugginite, molte delle quali con cibo incrostato da chissà quanto tempo, stoviglie in condizioni simili se non addirittura peggiori; all’apertura di uno sportello che doveva contenere attrezzature da cucina, oltre al fatto che l’anta stessa si staccò finendo sul piede di un funzionario A.S.L, si riversò fuori dallo stipetto un esercito di scarafaggi che provocò un fuggi, fuggi fra le signore della commissione ispettrice.

I bagni erano incrostati di calcare, escrementi, urina, sporco e infestati da ragni giganti; metà dei lavandini erano incrinati o rotti, le tubature perdevano e l’acqua calda era inesistente poiché la caldaia centrale era rotta, anzi era un ammasso di ruggine..

Di poco meglio, o forse solo meno peggio, erano gli ambulatori e le apparecchiature mediche che, evidentemente, erano lì solo di presenza, ma non venivano usate da anni ed il loro stato era tutt’altro che igienico.

Prima ancora di proseguire nell’ispezione erano già partite diverse volanti con a bordo personale e dirigenti dell’istituto con tanto di manette ai polsi.

Il direttore – primario tentò una fuga con la sua BMW nuova fiammante, ma fu inseguito da una pattuglia, solo che l’inseguimento si concluse molto presto perché il fuggitivo andò a schiantarsi contro un platano evitando così la vergogna di un processo e, probabilmente, di una condanna a pochi mesi di carcere, magari coperta da indulti e amnistie varie.

L’ispezione continuò, ora toccava alle stanze dei ricoverati e ai pazienti stessi: facile intuire in che stato furono trovati quasi tutti: sporchi, denutriti, con segni di percosse e maltrattamenti che, tanto, non sarebbero mai stati in grado di denunciare.

In una stanza dimenticata, evidentemente, fu trovato un cadavere vecchio di mesi e in un tale stato di decomposizione che ci volle l’autopsia per stabilire che si trattava di una donna.

C’era anche un locale senza né letti, né altro, solo alcune coperte lacere e disgustosamente sporche gettate a terra e dentro la stanza c’era una mezza dozzina di bambini completamente nudi, sporchi, malati oltre che affetti da patologie che andavano dalla sindrome di Down all’autismo.

Uno di essi morì dopo due giorni in ospedale a causa di varie infezioni e degli stenti patiti e non fu possibile neppure saperne il nome, visto che non vi erano documenti e che il primario – carceriere era morto.

Pareva un film dell’orrore ad episodi: ogni stanza una scoperta sempre più allucinante, una nuova puntata peggio della precedente,  solo che qui era tutto vero.

Alla camera dei deputati ci fu una discussione che ben presto sfociò in rissa fra l’estrema destra e la sinistra: fra i primi ci fu chi propose di radere al suolo l’intera struttura con i lanciafiamme, chi avanzò l’idea dell’eutanasia per tutti i malati di mente e chi, infine, proclamò che strutture come quelle erano solo un costo, quindi cosa potevano pretendere i ricoverati? Potevano solo ringraziare di avere un tetto e dei pasti gratis…

Finalmente il piccolo esercito del personale d’ispezione arrivò al settore degli “speciali”, quelli pericolosi, quelli rinchiusi lì dentro come alternativa al carcere ed anche qui nuovi orrori; una ragazza malata di mente giaceva legata prona ad un letto, nuda e da un successivo esame sarebbe risultato che avevano abusato di lei decine e decine di volte, forse membri del personale, forse altri malati, forse gli uni e gli altri.  Se la poveretta era malata di mente già da  prima, quel tipo di cura non le era certo giovato.

Ad un certo punto due volontari aprirono una stanza dove, su un tavolo d’acciaio inclinato di una trentina di gradi giaceva un vecchio: il tavolo aveva al centro un foro di venti, venticinque centimetri di diametro, in corrispondenza del quale c’era un bugliolo mai svuotato da tempo immemorabile.

Il tavolo in pratica altro non era che un letto di contenzione ed era ricoperto da un lenzuolo lurido anch’esso con un buco in corrispondenza di quello al centro del pianale, evidentemente per l’espletamento delle funzioni fisiologiche del paziente che giaceva sdraiato supino su di esso, legato mani e piedi da cinghie di cuoio imbottite.

La zaffata di odore nauseabondo che colpì i due volontari fu talmente forte che la donna vomitò, probabilmente, gli ultimi tre o quattro pasti e, subito dopo, sia lei che il suo collega corsero a munirsi di camice, mascherine e guanti e sulle mascherine spalmarono una buona dose di pomata all’essenza di eucalipto, quella che si usa negli obitori quando si ha a che fare con corpi in stato di decomposizione avanzato.

L’uomo legato al tavolo di contenzione era veramente vecchio e il suo stato non contribuiva a renderlo più giovanile: barba lunga, capelli lunghi e lerci, unghie lunghe più di quelle di una donna di spettacolo e incredibilmente ispessite, unghie di un colore fra il giallo urina e il marrone nicotina, di certo lerce.

È curioso come negli anziani i denti cadono, i capelli si assottigliano, ma le unghie, invece, diventano a volte così spesse da dovere essere tagliate con delle tronchesi.

Alcune di queste erano spezzate, forse per il tentativo di qualche buon samaritano ed era strano che lì dentro ce ne fossero, di tagliargliele con strumenti inadeguati.

Il vecchio indossava uno straccio sistemato a perizoma e null’altro, nonostante la temperatura non fosse certo elevata e il contatto col tavolo metallico, solo mitigato dal lenzuolo sottostante, non contribuiva di sicuro a dare tepore all’uomo.

L’indumento era stato abbassato sul didietro così da lasciare libero accesso al foro del tavolo durante l’evacuazione, mentre sul davanti l’improvvisato intimo gli copriva a malapena le pudenda e presentava una crosta gialla e maleodorante di urina di varie epoche geologiche: chissà da quanto tempo quel cencio  non gli era stato cambiato e chissà da quanto il vecchio non veniva lavato nelle parti intime: doveva essere pieno di croste e di piaghe.

Sotto il perizoma s’intuiva la forma del sesso del paziente e questo pareva essere di dimensioni incredibilmente grandi  ed anche in stato di eccitazione, forse un caso di priapismo.

Intanto anche in quel reparto la polizia stava facendo incetta della manovalanza di quella specie di mattatoio in stile Birchenau: una infermiera urlava isterica: “Aspettate, non capite, non sapete, non potete, almeno…” poi la voce e le grida si allontanarono mentre  la portavano via, così da non riuscire più ad ascoltare il resto e il senso della sua protesta, che più che questa pareva più una supplica. Cessate le sue urla, ritornarono solo quelle solite dei ricoverati, per lo meno di quelli che avevano ancora la forza di farlo.

I due volontari, non senza ribrezzo, si accinsero a liberare il vecchio dalle sue pastoie: nonostante la magrezza da denutrizione e la contrastante pancetta da vecchiaia, notarono come i suoi muscoli erano ancora incredibilmente sviluppati, in linea col suo membro virile: doveva essere stato uno sportivo ai suoi tempi e chissà quali vicende lo avevano portato lì all’inferno. L’uomo si accinse a sciogliere le cinghie dai piedi del vecchio, mentre la sua collega pensava a liberargli le mani; nel frattempo il cellulare del volontario cominciò a squillare e gli occhi acquosi e catatonici del malato improvvisamente si risvegliarono e s’ illuminarono di una luce non buona.

Gli squilli cessarono e subito dopo giunse il segnale di un s.m.s. in arrivo, ma l’uomo stava finendo di armeggiare intorno ai piedi maleodoranti e scheletrici del poveretto cercando di distogliere lo sguardo da quelle unghie ributtanti e deformi. Appena terminato con le due fibbie, finalmente prese il cellulare e lesse il messaggio: “Non liberate l’orso!”.

Chissà cosa volevano dire?

Fu in quel momento che arrivò il calcio…

 

* * *

Da un quotidiano locale.

 

ROCAMBOLESCA EVASIONE DEL MOSTRO DELLA MARSICA

 

Pescara, 23 settembre 2017 – Antonio Orsolini, detto Orso e per questo soprannominato dapprima l’orso della Marsica e in seguito il mostro della Marsica, è evaso ieri dopo decenni di ricovero presso l’istituto Mens Sana, approfittando di un’ispezione in cui i degenti della struttura sono stati trovati in pessime condizioni igieniche.

L’Orsolini, settantasette anni, fu famoso negli anni ottanta per diciannove omicidi tutti compiuti a mani nude, sgozzando le sue vittime con le sue incredibili unghie simili ad artigli, patologia nota come onicogrifosi.

Le vittime erano prese a caso e senza motivazioni. I due volontari che lo stavano liberando hanno subito la stessa sorte, uno addirittura sgozzato dalle unghie del piede con un calcio mentre l’altra ha subito il medesimo trattamento ma con le mani.

L’orso della Marsica, soprannominato così, come detto, oltre che per il suo cognome proprio per il suo modus operandi, è poi fuggito indossando gli abiti del volontario e la sua mascherina che lo ha reso così irriconoscibile consentendogli di mischiarsi al gran numero di ispettori e personale medico e volontario. Pare che fosse arrivato un messaggio di avvertimento ad una delle due vittime poco prima della sua morte, ma che questi o non lo abbia letto, o lo abbia sottovalutato oppure che non lo abbia interpretato correttamente. La polizia ha aperto una vera caccia all’uomo, visto che l’Orsolini si è mostrato ancora estremamente pericoloso nonostante l’età.

* * *

Da un quotidiano nazionale due giorni più tardi.

 

IL RITORNO DEL SERIAL KILLER DALLA MARSICA?

 

Pescara, 25 settembre 2017 – In un’area di sosta per camionisti sono stati ritrovati i cadaveri dell’autista di T.I.R. Geronimo Maresca, quarantadue anni originario della provincia di Rovigo e di Adelina Fossi, trentasette anni di Sulmona già nota alle forze dell’ordine per adescamento e prostituzione, con la quale il Maresca pare si fosse appartato per un rapporto sessuale.

Le due vittime dai primi risultati del medico legale sarebbero state sgozzate a mani nude. Le forza dell’ordine non hanno dubbi che il duplice omicidio sia opera di Antonio Orsolini detto l’orso della Marsica o anche il mostro della Marsica, evaso solo due giorni orsono dall’istituto Mens Sana durante un’ispezione, istituto ora chiuso dalle autorità. Il capo della polizia ha garantito che è stata aperta una caccia all’uomo che presto porterà all’arresto dell’Orsolini e che la popolazione non deve farsi prendere dal panico.

Sì, andatelo a dire al povero Geronimo e all’Adelina e a tutti quelli che avrebbero visto come ultima cosa della vita quell’orrore, quelle unghie mostruose.

 

 
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Pubblicato da su agosto 1, 2019 in Racconti

 

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MORTE DI UN PROFESSORE

MORTE DI UN PROFESSORE

 

Anselmo Sertorio era vecchio: aveva cento anni, o duecento o tutti gli anni dell’universo, sprecati, forse, fino ad arrivare a domandarsi dove erano finiti quegli anni per poi scoprire che erano rimasti là, fra i banchi di scuola: anche nella scuola, infatti, lui ci stava da tempo immemorabile.

Ci lavorava nella scuola? No, in realtà faceva il missionario, come tutti o quasi gli altri vecchi insegnanti delusi come lui, che parevano un corteo di pachidermi in cerca del cimitero degli elefanti, ma costretti a vivere solo perché non è consentito loro di morire; forse anche la morte costava troppo per lo stipendio di un insegnante di liceo.

A volte il professor Sertorio si sentiva davvero stanco, non solo fisicamente, ma stanco di lottare contro i mulini a vento come un nuovo Don Chisciotte, vale a dire contro la burocrazia, il qualunquismo, l’allineamento a un trend che tutti contestavano a parole, ma poi seguivano pedissequamente.

Era anche stanco della sua materia, per quanto lui cercasse di variare sempre il suo insegnamento, non come quelle colleghe, più giovani anagraficamente, ma più vecchie di lui nello spirito, che sapevano già ad inizio anno cosa avrebbero spiegato e in che modo ad un certo giorno ed una certa ora e questo per tutti gli anni a venire.

Era stanco di grammatica e alfabeti e citazioni di autori che oramai non erano più neppure polvere, ma soprattutto era stanco e deluso dai suoi ragazzi, che comunque amava, ma che erano sempre meno responsabilizzati, senza valori, figli di famiglie dove non ci si parlava più, non si educava, non si tramandava, dove ognuno mangiava a un orario diverso, dove la sera ci si smistava nelle proprie stanze  impegnati ognuno in attività per lo meno futili.

Genitori che lavoravano entrambi fino a tardi, a volte per sopravvivere, altre per garantirsi la seconda automobile, il quarto televisore ultrapiatto e il quinto o sesto cellulare smartphone e figli che a undici anni avevano già le chiavi di casa attaccate al collo per rientrare in una casa dove non c’era nessuno ad insegnare loro alcunché, a dare loro dei valori educativi, a controllare che facessero i compiti e studiassero e così poi tutto ricadeva su di loro, gli insegnanti, vale a dire su di lui: educazione, valori, amore e lui era troppo vecchio e stanco per tutto ciò.

Anselmo Sertorio un giorno aveva anche provato a collegarsi al sito dell’istituto previdenziale per scoprire quanto gli mancasse alla pensione, ma uscirne vivo e informato era praticamente impossibile e di andare negli uffici non aveva né voglia, né tempo.

D’altra parte il solo pensare alla pensione gli dava dolore, come tutte quelle cose che iniziavano con “mai più…”. Cosa avrebbe fatto dopo, quando non avesse più avuto i suoi ragazzi e il suo lavoro a tenerlo vivo? Si sarebbe seduto su una panchina in attesa che passasse l’ultimo autobus, quello definitivo?

Così l’uomo andava avanti, sempre più vecchio, in mezzo a banchi vecchi, mobili vecchi, procedure vecchie, giovani nati già vecchi: forse ai piani alti si erano dimenticati di lui, della sua esistenza, di mandarlo via, a riposarsi, per lasciare il posto a uno più giovane, anche se oramai i giovani insegnanti si avvicinavano alla cinquantina fra lauree brevi e magistrali, corsi abilitanti e di specializzazione e precariati infiniti.

Era inverno, magari non ancora astronomicamente, ma di certo climaticamente sì: giornate buie, grigie, tristi, mattine in cui si aspettava al buio e al freddo che arrivasse il bidello annoiato ad aprire le porte della scuola ed era metà settimana quando il professor Anselmo Sertorio si sentì male lì, nella sua scuola.

Stava spiegando e i soliti due ragazzi, quelli mai attenti, mai disciplinati, quelli i cui genitori non venivano mai ai colloqui, né firmavano avvisi e note disciplinari, quei due, insomma, stavano facendo un qualche gioco idiota sotto il banco; non avrebbero dovuto neppure essere vicini di posto, ma avevano approfittato di un momento in cui lui era girato a scrivere alla lavagna vecchia come e più di lui ed anche con più rughe, per spostarsi e iniziare a giocare e ridere.

Il professore si arrabbiò, li richiamò, ma non lo ascoltavano, allora alzò la voce, picchiò la mano aperta sulla cattedra malferma e poi sentì il pugno arrivargli al petto, un colpo violento da togliergli il respiro, eppure nessuno si era mosso dal posto, nessuno glielo aveva dato quel pugno: veniva direttamente da dentro di lui.

Cadde, cercando di reggersi al bordo della cattedra per non stramazzare al suolo in malo modo, una ragazza al primo banco prese il cellulare e, attenta a non rovinarsi le unghie dipinte a stelline, chiamò il numero di emergenza: fortuna che era gratuito, perché proprio non aveva voglia di sprecare credito per quel vecchio noioso.

Un alunno uscì a chiamare il bidello o il preside, qualcuno, insomma e ne approfittò per andare in bagno a fare due tiri di sigaretta che puzzava d’incenso.

Quando l’ambulanza lo portò via i ragazzi esultarono per l’imprevista vacanza e comparve una pletora di telefoni cellulari che messi insieme superavano come valore un anno di stipendio di un insegnante, forse due.

Quando Anselmo Sertorio riaprì gli occhi, vide tutto bianco e poi vide parte della mascherina trasparente che gli copriva bocca e naso: più lontano c’erano il preside e una bidella che confabulavano sommessamente fra loro. “Professore carissimo – esordì il preside che lo aveva sempre guardato male, vedendo che aveva riaperto gli occhi – che paura ci ha fatto prendere! Ora si deve riposare: ho parlato col medico, non sarà una cosa breve, per cui ho già dato disposizione alla segreteria di convocare un supplente”.

Il professor Sertorio si riaddormentò esausto. Quando dopo un tempo indefinito si ridestò, la bidella era sparita, ma insieme al dirigente c’era un giovane dall’aria imbarazzata, evidentemente il supplente che veniva a prendere disposizioni sul programma: che facesse un po’ quello che gli pareva, tanto per quello che importa ai ragazzi del latino, del greco, della grammatica e degli autori classici…

Il vecchio, però, guardò il giovane e rivide nei suoi occhi l’Anselmo Sertorio degli inizi, pieno di entusiasmo, di voglia di fare e di sapere da condividere: avrebbe voluto dirgli di fuggire, ma era una maledizione, un maleficio, gli insegnanti paiono sempre essere prigionieri di un incantesimo e solo legando a questo un’altra persona al proprio posto possono sciogliere il vincolo che li tiene legati al loro lavoro.

Il giovane, ma poi neanche tanto giovane, si avvicinò cautamente al letto, porgendogli una mano che lui non prese e mormorando un nome che non capì e non gli interessava; stava per dire altro, ma il professore lo interruppe con un gesto, avevail-vecchio-uomo-paziente-sdraiato-sul-letto-di-ospedale-con-mascherina-di-ossigeno-ke278f lui delle cose da dire e poco tempo per farlo: “Non farti fregare, non prenderla sul personale, fai come me, fingi, fingi che ti importi, fingi di avere davanti persone e non strumenti di lavoro, come facevi quando eri alle elementari fai il tuo compitino e vedrai che andrà bene a tutti. Ricordati che l’insegnamento è una professione, come l’idraulico e il bancario, non una missione, non cercare di salvare il mondo o anche un solo ragazzo, è solo lavoro, niente altro”.

Se l’era preparato da tanto quel discorso, ma non era vero nulla, non era così che lui aveva fatto l’insegnante per tutti quei decenni, ma era così che doveva dire perché non voleva che un altro passasse ciò che aveva passato lui, vedesse ideali e sforzi calpestati.

Il giovane sembrava quasi avere le lacrime agli occhi, gli prese la mano liscia e senza più forze e gli parlò piano e con dolcezza: “No, non è vero, so che lei non lo pensa, perché se fosse davvero così sarebbe tutto una commedia, una commedia folle, sarebbe la fine di una società che solo noi e la nostra professione riusciamo ancora a tenere in piedi, seppure traballante, a cui riusciamo ancora a dare un dignità”.

Tutto sommato era ciò che Anselmo Sertorio voleva sentirsi dire, tutto sommato, pur non volendolo, aveva incastrato quel giovane idealista.

La stanza cominciò a girare intorno, la luce a scemare, il vecchio era vissuto abbastanza per lasciare la palla a qualcuno che, evidentemente, aveva ancora voglia di giocarci; sì, adesso c’era lui, il giovane pieno di un entusiasmo che avrebbe perso a mano a mano che avrebbe acquistato i trucchi del mestiere: lui, invece, era finalmente libero, lui poteva finalmente uscire dalla scuola.

E anche dalla vita.

* * *

Forse l’uomo era troppo vecchio per una 4×400, una staffetta massacrante, era stanco, vedeva il rettilineo con il giovane e promettente atleta pronto al cambio talmente lontano e la pista  sembrava non finire mai, ma strinse i denti, non sapeva neppure quale fosse la loro posizione e, tutto sommato, non gli interessava: lui non doveva vincere, solo lasciare una buona posizione al compagno.

Finalmente vide la giovane e scattante figura ingrandirsi per la vicinanza, lo vide cominciare a muoversi: era forte, entusiasta e intelligente, magari per essere un campione gli mancavano solo alcuni trucchi del mestiere, ma li avrebbe imparati correndo e gareggiando.

Lui, il vecchio campione stanco, fece un ultimo sforzo, allungò il braccio, gli passò il testimone in un cambio quasi perfetto provato mille e più volte, poi finalmente libero dal dolore e dalla fatica si lasciò andare sulla pista tiepida per il sole di una nuova primavera.

 
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Pubblicato da su luglio 16, 2019 in Racconti

 

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UN ALTRO SOGNO

UN ALTRO SOGNO

 

Quando la realtà riesce soltanto a farmi del male, allora io sogno: non importa se dormendo oppure da sveglio.

Fin da ragazzino spegnevo la luce appena a letto ed iniziavo ad immaginarmi le avventure e la vita che mi sarebbe piaciuto vivere.

Se è vero che sono rimasto, in fondo, un adolescente sempre affetto dalla sindrome di Peter Pan, del fanciullo ho anche mantenuto questa capacità di sognare e di crearmi i miei mondi.

Ho sofferto molto tutta l’estate pensando alla “mia” seconda A, al fatto che non li avrei più avuti come alunni, che avevamo scoperto tutti quanti troppo tardi, come sempre avviene, di volerci bene, di essere indispensabili gli uni agli altri.

Allora ho sognato, ho sognato che sarei stato richiamato nella loro classe, che la loro insegnante aveva chiesto un anno di aspettativa e sarebbe toccato a me portarli all’esame.

Ed ho sognato il rientro in aula: dopo le loro grida e il consueto caos, io avrei fatto questo discorso: ”Cari ragazzi, è successo quello che non speravamo più potesse succedere. Il destino ci è stato amico e non dobbiamo perdere questa grande occasione. Abbiamo scoperto alla fine dello scorso anno quanto sia stato bello lavorare insieme, e allora adottiamo una nostra parola d’ordine segreta che ripeteremo ogni volta che avremo degli screzi o ci sentiremo in difficoltà”.

Allora avrei preso il gesso e scritto in grande sulle due lavagne di linoleum verde:

” I N S I E M E

e poi avrei continuato: ”Lavoreremo insieme, soffriremo e gioiremo insieme, ed insieme dimostreremo a tutti quanto valete.

Ogni volta che qualcuno di voi avrà delle difficoltà o dei dubbi, io sarò disponibile a venire a scuola al pomeriggio per farvi recupero, ovviamente non a pagamento, così che all’esame arriviate senza incertezze o lacune.

In questo modo potrete scegliere la scuola superiore che più vi aggrada, senza timore di arrivarci impreparati.

E se mai doveste avere dei problemi personali potrete venirne a parlare con me e cercheremo di risolverli insieme.

Quando vi sentirete scoraggiati o stanchi o tristi, chiudete gli occhi e rileggete mentalmente questa parola che c’è sulla lavagna: saprete che non siete e non sarete mai soli, perché io non vi abbandonerò mai”.

Ho fatto questo sogno, ma era solo un sogno: il gesso si è fatto polvere sottile che è scivolata dalla lavagna, lasciandola verde e vuota come la speranza, la speranza che ci sia un nuovo modo d’insegnare e di fare scuola, si, perché la speranza è l’ultima a morire, ma muore.

 

 
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Pubblicato da su luglio 1, 2019 in Racconti

 

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BUIO

BUIO

 

Mario emerse come da un sogno, eppure sapeva di non essere sveglio, almeno nel senso vero della parola, né di essersi mai addormentato.

Guardò davanti a sé: buio, non un buio come lo si immagina, ma il buio più buio che si possa concepire.

Un buio da provare terrore, eppure lui non ne era spaventato, anzi, vi si sentiva attratto; sapeva che doveva proseguire verso dove il buio assoluto diventava ancora più profondo, anche se la cosa potrebbe sembrare impossibile; c’era una forza compulsiva che lo spingeva là, era quella sensazione di necessità che vince ogni altra emozione.

Si voltò: alle sue spalle, verso ciò che lasciava per avventurarsi verso l’ignoto c’era un lievissimo chiarore, anzi non era chiaro, ma un buio meno intenso di quello che lo aspettava; non vedeva nulla comunque, ma se non altro riusciva a percepire la propria faccia, ma non a vedere, ad esempio, le sua mani, né tantomeno i propri piedi.

Di sicuro stava lasciando il certo per l’incerto: il buio per il nero, un nero cosmico, forse un buco nero che s’ingoiava la luce e tutto quanto, se non fosse stato che si trovava a camminare su un qualcosa di solido e non nel vuoto intergalattico.

Durante quel viaggio ultimo verso l’ignoto, d’improvviso un’illuminazione, non  del senso di ciò che sconfigge il buio, ma un’illuminazione della mente: era morto, andato, finito, aveva abbandonato per sempre e forse senza troppi rimpianti la vita terrena, la prima, a quanto si diceva.

O forse no, non era ancora morto definitivamente, ma lo stava facendo e quelli erano i suoi ultimi istanti di vita, quelli in cui si è ancora sospesi fra due dimensioni.

Curioso lo era sempre stato, quindi voleva vedere cose c’era là in fondo al buio: un altro corpo in cui replicarsi? Il paradiso? Il Valalla? Le grandi praterie? Che altro?

A dire il vero non ricordava perché fosse morto, o morente né a quanto tempo prima  risalisse la causa del suo imminente abbandono della vita terrena: potevano essere anni, secoli, oppure ore o minuti o magari solo istanti.

Per tutta la sua vita più che essere stato credente, Mario aveva voluto credere che ci fosse un dopo, perché altrimenti vivere sarebbe stato terribile con la consapevolezza che dopo sarebbe finito tutto: adesso si sentiva sollevato, tutto sommato, per quanto lo possa essere uno che sta morendo.

Se lui si trovava in quella dimensione di passaggio significava che c’era un qualcosa, che credere non era stato vano e, anche se non lo ricordava, sparava vivamente che gli fosse stata impartita un’estrema unzione, visto che non si sa mai cosa ci aspetti dopo.

Certo era faticoso avanzare con quel buio mai visto (ma si può vedere il buio oppure si tratta di un ossimoro?) e neppure mai provato, così, per un attimo Mario si voltò verso il luogo da cui proveniva, avanzando molto lentamente a ritroso; fermarsi non poteva, perché c’era una forza che lo spingeva ad andare verso il profondo ignoto.

Ricordava, anche se sentiva i suoi ricordi svanire, dissolversi nell’oscurità, che quando gli capitava di alzarsi di notte, quando ancora lo poteva fare, magari per andare in bagno o a bere a canna un sorso d’acqua gelata di frigorifero, amava farlo al buio: prima per non disturbare chi c’era in casa con lui e poi per abitudine.

Viaggiava al buio, ma al confronto di ora quella era luce accecante; c’è sempre un riflesso, un raggio di luna, una luce lontana che disegna vaghi contorni delle cose e dei luoghi.

Ora provava il vero buio, come neppure un cieco, forse, prova davvero.

Nella flebile luce alle sue spalle, che era pure essa un buio, ma non così buio, forse una via di mezzo fra il buio di casa e quello che lo attendeva, per un attimo, forse l’ultimo, vide la realtà.

Vide se stesso in un letto e… Dio, ma era proprio lui? Pareva una brutta copia di come ci si immagina, di come ci si vede seppure in un asettico specchio.

Conciato com’era quel corpo che pareva non esserci sotto le lenzuola fin troppo bianche, non si meravigliava di essere sul punto estremo dell’ultimo respiro che non sarebbe più uscito.

Intorno al letto poche persone che piangevano senza vergogna, senza nascondersi in un fazzoletto e da quel pianto capiva che il momento definitivo non era ancora stato, ma era molto vicino.

Per un solo attimo di un tempo che non esisteva più, ebbe il rimpianto consapevole delle occasioni perdute, di non avere mai saputo amare veramente, eppure c’era chi piangeva per lui.

Ma erano lacrime di circostanza o di cuore? In fondo lui non sentiva dolore, non sentiva fame, sete, caldo, freddo, non aveva più preoccupazioni: è sempre che rimane che, almeno per un po’ di tempo, patisce una mancanza, poi, col tempo, tutto passa, ci si rassegna, si dimentica, si va avanti.

Poverino, era ancora giovane!” dice sempre qualcuno, ma chi è morto, è morto, senza rimpianti e giovane lo sarà per sempre, perché dove va di certo non esiste il tempo.

Mario, comunque, un po’ di pena la provò per quell’altro se stesso che non aveva fatto tutto ciò che poteva, voleva e doveva, ma Gesummio, chi lo fa?

No, forse nessuna pena per quella cosa malata e informe sotto le lenzuola, quell’altro lui: questo lui era meglio, stava andando… già, dove stava andando?

Quel buio, quel nero, quella luce alle sue spalle che svaniva..

Allora capì: non era buio, non era nero, era il nulla.

A breve lui, quel lui nel letto, avrebbe smesso ogni funzione vitale, l’ultimo bagliore si sarebbe spento e lui sarebbe stato ingoiato da quell’assenza di colore, di suono, di vita.

Per tutta la vita lo avevano ingannato promettendogli un “dopo”, ma non c’era alcun dopo, almeno così sperava, perché sarebbe stato terribile andare avanti per tutta l’eternità immersi in quel nulla buio, freddo e solitario.

Un ultimo pianto straziante, un ultimo urlo di chi era presente e la cosa nel letto smise di esistere.

Da qualche parte ogni piccola luce svanì e allora sì che fu solo buio.

 

 
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Pubblicato da su giugno 18, 2019 in Racconti

 

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