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Curriculum Artistico

PALMARES LETTERARIO

2002 – Prima pubblicazione, in proprio, di un libro (I miei figli di un dio minore).
2004 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Il rapido per Roma)
2004 – Presentazione del libro “Cani ed altri racconti” presso la “Famiglia artistica milanese”
2005 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione poesia. (Il capitano)
2005 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. prosa.(Esprimi un desiderio)
2006 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Come ti sei fatta bella)
2007 – Segnalato al premio “Hanau” sezione poesia (Se io fossi)
2007 – Pubblicazione del romanzo “Morte al conservatorio” con l’editore Greco & Greco”.
2008 – 3° classificato al 13° premio internazionale di poesia “Città di Voghera”. (La corsa)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. poesia (Parve)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. fiabe, favole e filastrocche.(Il pifferaio magico)

2008 – Lode con encomio al V° premio “Hanau”
2009 – 1° classificato al 14° premio internazionale di poesia “Città di Voghera” (La montagna)
2009 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(L’amore di Filù)
2009 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Un caso lampante)
2009 – 1° classificato al premio “Amici del rifugio” – Milano – sez. narrativa
(Il rapido per Roma)
2010 – 1° classificato al premio “Panta rhei” – Lendinara (Ro) – sez. narrativa
(Canta piccolina)
2010 – 6° classificato al concorso letterario “tutti scrittori” – Somma Lombardo – narrativa
(Storie di pescatori)
2010 – Finalista al premio letterario “Mario Dell’Arco” – Roma – poesia
2010 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(Il lago dei cigni)
2010 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Poesia (Caldo)
2011 – Finalista al premio “Giallo d’arte” (Delitto perfetto)
2011 – Pubblicazione del romanzo “Morte e trasgressione” con l’editore Greco & Greco”.
2011 – 3° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Joshua Levy)

2011 – finalista al premio”Giallomilanese 2011″ (Inseguita)

2011- 3° classificato al concorso “Io racconto” – Firenze (Un caso lampante)

2012- Finalista al premio “Tramate con noi” della RAI (Romanzo “Lupi in Valtellina” – inedito)

2012- segnalazione di merito al 2° premio “Amici del rifugio” (Le cose che uniscono)

2012 – segalazione con menzione speciale al premio “Nati per vincere”

2013 – finalista al premio “zucca spirito noir” con due racconti inseriti nell’antologia edita da “Salani” insieme ai due vincitori e a Maurizio De Giovanni

2013 – finalista al premio “Le storie della via francigena” organizzato da Del Bucchia editore con una poesia inserita nella omonima antologia

2013 – Terzo classificato al premio “Ame Erotique” col racconto “la bella signora”

2014 – Classificato entro i primi sei al contest “Giallomilanese” col racconto “Un caso lampante”

2015 – Recital di racconti e poesie presso il centro polifunzionale EMMAUS di Milano

 

I miei Sforzi artistici


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LIBRI IN STAND BY
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 … E ALTRI ANCORA:
– LUPI IN VALTELLINA (USCITA PREVISTA IN AUTUNNO – EDITRICE LE MEZZELANE)
– MORTE A BORDO
– MORTE IN COLLEGIO
– DAL PASSATO
– LA CREPA NEL BUIO
– LA CASA DEI SEGRETI
– MORTE DI UN PRESIDE
– UN INVESTIGATORE MOLTO PARTICOLARE
– VILLA DELLE TURPITUDINI
– LA FILASTROCCA DEI TRE GATTI
– GRIECO E IL GATTO SCOMPARSO
– 2170 A.D.
– GIUSTIZIA PER UN BAMBINO
Alcuni dei miei preziosi trofei

 

In totale, al momento, 4 pubblicazioni con autore (la quinta in autunno); 4 volumi sulla scuola, un romanzo, 20 sillogi di racconti delle quali una di racconti di pesca.

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Pubblicato da su luglio 28, 2011 in Uncategorized

 

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Presentazione: Marco Ernst

Salve,

Per chi ancora non mi conosce, devo dire che insegno matematica nella scuola media (e scienze), ma scrivo per hobby racconti, poesie, romanzi.

Qui c’è solo una parte dei miei oltre 550 racconti e più di 100 poesie scritti fino ad ora.

Chi fosse interessato ai miei libri, parlo delle sillogi di racconti,li può richiedere a me direttamente, se è di Milano, visto che li stampo in proprio e tento di recuperare le spese.

Per la consegna, ci si incontra da qualche parte, oppure posso spedire ai non milanesi.

Bene, spero che qualcuno abbia letto qui alcuni  dei miei racconti. Spero anche  che a qualcuno di quei qualcuno siano piaciuti; ne ho scritti come detto ben più di mezzo migliaio, raccolti in una ventina di sillogi, stampate a mie spese, che cerco di recuperare, ma oramai ho accumulato un passivo che mi fa chiedere se è giusto che io investa ancora in questo hobby.

I gialli pubblicati, invece, sono stampati con editore e sono morte al conservatorio, fuori catalogo, esaurito, mentre di morte e trasgressione, pure fuori catalogo, ne ho ancora poche copie io. Qui ci sono le copertine di questi e di quelli che giacciono in attesa di essere apprezzati da un editore.

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copertina

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MAR.E. Edizioni

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ELENCO LIBRI MIEI

 

  1. I miei figli di un dio minore             – sett. 02 – Pag. 130 – T. 100 – € 6
  2. I miei figli di un dio minore Vol. II   – nov. 02 – Pag. 140 – T. 100 –  € 6
  3. Cani ed altri racconti brevi              –  ott.  03 – Pag. 120 – T.   70 –  € 6,5
  4. Straordinari personaggi comuni      – giu.  04 – Pag. 170 –  T.   70 – € 7,5
  5. Vite di carta                                     – mar. 05 –  Pag. 210 –  T.   72 – € 8,5
  6. Vita di scuola, scuola di vita           –  ott.  05  – Pag. 166  – T.   70 – € 7
  7. Nuvole, sogni, angeli e farfalle        – mag.06  – Pag. 196  – T.  60 –€ 8
  8. Adulti domani                                  – Set.  06  – Pag. 164  – T.   60 –€ 7
  9. Cento… e più                                   – Mag 07 – Pag. 209  – T.   60 – €8,5
  10. Il re del lago dei frati                       – Giu  07 –  Pag.   70  – T.   72  € 5,5
  11. Vivere è un dolce dolore                 – Nov. 07 –   Pag. 212  – T.  50  € 10
  12. Settima silloge                                – Set. 08  –  Pag. 216 –  T.   52 – €10
  13. Aristotele, la tragedia e la catarsi     -Ott. 09  –  Pag. 211 – T.   48 – €10
  14. Vite… ed altre catastrofi                     Ott.10  –  Pag. 216 –  T.   50 – €  9
  15. Io, apolide                                       –  Lug.11 –  Pag. 222 –  T.   60 – € 10
  16. Il Titanic e l’arca                             –  Sett.11 –  Pag. 224 –  T.   60  –€ 10
  17. Ordine dal caos                                – Apr.12 –  Pag. 226 –  T.   52  –€ 10
  18. Emozioni di sintesi                          –  Ott.  12 – Pag. 224 –  T.   50  –€ 10
  19. A volte… il dolore                            – Giu. 13 – Pag. 220 –  T.  50  – € 10
  20. Ultimi sogni prima dell’alba      – Apr. 14 – Pag   222 –  T.  50 – €  10
  21. L‘uomo nero                                       – Giu. 14 –  pag. 134 –  T.  60 – €   9
  22. Storie, semplicemente                   – Nov. 14 – pag.  230 – T.  50 – €  10
  23. C’ero una volta                                   -Ott   15    pag. 230  – T.  50 – €  11
  24. Lui quarantanove, io cinquecento-Feb  16    Pag. 240 -T. 40- €  11
  25. Un nuovo viaggio                             – Apr 17 –  pag. 250   – T.  52 – € 12
  26. Morte al conservatorio – Greco & Greco – mar. 07 -P. 126  € 6 (offerta)
  27.  Morte e trasgressione  –  Greco & Greco – 2011 disponibile presso l’editore e librerie on line
  28.  Spirito noir collection II (in antologia) – Salani – 2014
  29. 19 racconti del terrore-L’infernale ediz-Mar 17 Pag 180

Se qualcuno fosse interessato ai miei libri, sovvenzionerebbe la cultura; sinceramente non credo di aver nulla da invidiare neppure a Lucarelli, a Buzzati e a tanti altri.

Se vi interessano anche solo informazioni sui modesti costi dei miei libri e su come averli, lasciate un n° di telefono o un indirizzo e-mail nei commenti oppure nel mio profilo FaceBook.

Alcuni numeri: questo blog ha avuto, al 31 dicembre 2016, oltre 110000 contatti da oltre120 nazioni diverse,( compreso il Vaticano!, ma anche Gibuti, Vietnam, Guatemala, Sud Africa ecc).

Ho pubblicato anche fiabe su tiraccontouna fiaba, dove ho avuto oltre 140000 visite (tutto documentabile).

Ho pubblicato con editore e senza contributo due gialli, morte al conservatorio, morte e trasgressione e due miei racconti gialli sono su una raccolta edita da Salani, assieme ad altri autori, fra cui il noto Maurizio De Giovanni.

Partecipo a premi letterari e ne ho vinti 5, più una decina piazzamenti fra il secondo e il terzo, oltre a numetrose segnalazioni e ingressi in finale.

Con affetto

Marco

p.s. per saperne di più leggere anche “curriculum artistico”

 
66 commenti

Pubblicato da su marzo 11, 2011 in Uncategorized

 

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BABELE

 

BABELE

Le cose nel mondo non andavano bene, non andavano bene per nulla: c’erano guerre un po’ ovunque, ma del resto c’era stato un economista, il Malthus, che sosteneva che ci vogliono le guerre perché più gente muore, più risorse ci sono per chi sopravvive.

Evidentemente questa è una mera teoria economica, e come tale totalmente legata dalla realtà, dalla logica, dalla morale… ma fino a un certo punto, almeno per alcuni che, evidentemente, l’hanno presa sul serio.

Il fatto è che quando c’è una guerra non muoiono mai i generali, ma i soldati e i civili, e nel lavoro quotidiano non sono gli architetti e gli ingegneri a volare giù da impalcature senza protezioni, senza cavi di sicurezza, ma i muratori, e così non politici e ministri, ma padri di famiglia.

Oltre le guerre, che fra l’altro fanno rifiorire una certa industria, quella delle armi, dei mezzi di trasporto militari e via dicendo, c’era anche la crisi: tutte le nazioni dovevano affrontare la crisi economica, ma se tutti perdono chi guadagna? Il denaro che gira è sempre quello ed allora se uno ne perde, un altro dovrebbe guadagnare; è come se dopo una serata di poker fra amici tutti si alzassero dal tavolo senza fiches e con le tasche vuote.

O qualcuno bara, o qualcuno ruba, anche fuori dal gioco, anche nella vita reale.

No, le cose al mondo non andavano proprio bene per nulla e la gente si odiava, più che individuare i colpevoli di tutto quel caos, le persone si odiavano fra di loro ed aumentavano i divorzi e i furti e le risse e gli omicidi e ragazzi che si picchiavano, si massacravano, s’accoltellavano per il calcio, per il colore della pelle, per la lingua parlata.

Forse anche il mettere le persone una contro l’altra fa parte di una qualche strategia economica, Malthus o non Malthus.

 

* * *

 

La bibbia ci racconta che in un tempo remoto tutti gli uomini si misero insieme per costruire una torre enorme, un vero capolavoro dell’ingegneria, per quei tempi, solo che c’erano lavoranti di troppi paesi diversi e non si capivano, non comprendevano le rispettive lingue ed allora cominciarono a litigare, ognuno faceva come gli pareva e la torre crebbe tutta storta ed alla fine crollò; questa, più o meno, è la vicenda biblica.

Forse si dice anche che gli operai litiganti rimasero schiacciati sotto il peso della torre e della loro stoltezza.

Ora, per i corsi e ricorsi storici, la cosa si stava ripetendo.

 

* * *

 

Le cose non andavano bene per nulla nel mondo, il mondo che avrebbe dovuto essere quello moderno, il mondo delle meraviglie tecnologiche, ma anche delle scoperte che avrebbero fatto del bene a tutti, della fine delle malattie incurabili (cosa che non avrebbe fatto piacere al Malthus) ed invece era il mondo delle guerre, delle liti, dei soprusi, di un divario fra pochi ricchi e tanti poveri che si allargava sempre più.

Chissà cosa ne’avrebbero pensato Jules Verne col suo “Parigi nel XX secolo” e tutti gli altri scrittori che avevano ipotizzato il duemila come un periodo di pace, di benessere, di grandi scoperte atte a dare a tutti benessere e felicità.

Lucio era solo un maestro, un maestro elementare, un uomo buono di mezza età che quella mezza aveva dedicato ad istruire, ma soprattutto ad educare i bambini e lo aveva fatto con amore e pazienza, tanto da rinunciare a farsi una famiglia propria per non tradire i “suoi” ragazzi.

In quei decenni d’insegnamento aveva visto un’evoluzione delle generazioni che si erano succedute e non era stata un’evoluzione positiva.

Certo, adesso grazie alla televisione, al computer, i bambini erano meno ingenui, sapevano più cose, anche quelle che sarebbe stato meglio che ignorassero ancora per qualche anno almeno.

Sentiva i “suoi” bambini parlare di sesso invece che di fiabe, di politica invece che di Gesù Bambino e di angeli custodi; li sentiva bestemmiare, usare un linguaggio da carrettieri, il linguaggio della televisione o, peggio, dei genitori.

Un tempo i bambini erano… bambini, bambini e basta; adesso erano italiani e stranieri, bianchi e neri, ricchi e poveri e nomadi e se lo rinfacciavano e si spedivano insulti di rimbalzo invece di palloni colorati.

Posso giucare cun voi?”, chiedeva un immigrato guardando con occhi lucidi e speranzosi i compagni che correvano dietro a un pallone fermandosi solo per sputare e smoccolarsi a terra come avevano visto fare in televisione ai loro idoli preferiti.

Vattene zingaro! – oppure – vai via tu, negro; siete tutti ladri voi, magari ci freghi il pallone”. E un altro calcava la mano: “Sì, magari te lo mangi” e tutti a ridere e lui a piangere.

Guai per Lucio intervenire: ci sarebbero stati subito genitori piccati che sarebbero andati dalla direttrice a lamentarsi, ad accusarlo di fare politica a scuola : questo perché, se pure fosse stato, non era la “loro” di politica.

Si invadevano nazioni, si bruciavano accampamenti di nomadi, si ammazzavano di botte i senzatetto ed allora successe….

Improvvisamente la gente non parlava più né italiano, né inglese o francese, o spagnolo: ognuno, tale era il suo egoismo, parlava una sua propria lingua che solo lui capiva: i genitori non capivano più i figli, questi i genitori, i compagni di banco non si capivano fra loro e non capivano i loro insegnanti (ma l’avevano mai fatto?) e questi i loro alunni (idem…).

Ed ognuno capiva solo se stesso e si arrabbiava perché gli altri non lo capivano ed allora era violenza.

Nelle fabbriche, nei cantieri, gli operai non capivano le istruzioni ed ogni cosa veniva male e le case non stavano in piedi, crescevano storte come la torre e poi crollavano.

Persino in Vaticano ognuno parlava una lingua morta diversa: latino, greco, persino esperanto, ma gli altri non lo capivano.

Ma Lucio aveva imparato in tanti anni a capire tutti: del nord e del sud, dall’est all’occidente e lui capiva, capiva tutti, cercava di metterli tutti d’accordo, di fare da interprete, ma si può farlo con dieci miliardi di persone? Non basterebbero mille vite.

Allora si limitò ai suoi bambini, ai più piccoli, come una volta quando gli insegnava le aste e l’abbecedario e lo stampatello e il corsivo e la calligrafia.

Loro, i ”primini” forse non erano ancora totalmente infettati da quella strana malattia e lui, con la pazienza del maestro che ama alunni e insegnamento, reinsegnò loro a parlare, a scrivere in un’unica lingua e siccome capivano lui solamente, insegnò loro a capire gli altri, ad amarli a vedere tutti uguali e non ognuno diverso.

E i bambini impararono perché, come diceva Don Gnocchi, i bambini sono come spugne vuote, desiderose e pronte ad assorbire il sapere.

E i bambini insegnarono ad altri bambini, qualcuno anche ai genitori.

E poi i bambini crebbero ed ognuno insegnò ad altri, che insegnarono ad altri.

Forse ci sarebbero volute decine di generazioni, ma cancellato il passato adesso tutti stavano imparando una lingua nuova, una lingua di amore, di pace e convivenza.

E Lucio oramai non c’era più, perché le persone muoiono, ma l’importante è che non muoiano le idee, l’esempio e l’insegnamento che lasciano i giusti.

 

 
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Pubblicato da su maggio 21, 2018 in Racconti

 

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VIVERE DA PROTAGONISTA

VIVERE DA  PROTAGONISTA

 

Tutti nella vita hanno un sogno, un’ambizione: la mia, fin dalla più tenera età, è stato il voler vivere almeno un solo giorno della mia vita da protagonista.

C’è chi nasce, cresce e sarà per sempre una nullità, ma c’è di peggio e il peggio è essere un mediocre, perché così non si ha una prelazione neppure nel peggio.

Ed invece tutta la mia vita è stata, per usare un termine cinematografico, da comparsa.

Ho dovuto sempre assistere ai successi degli altri o anche, semplicemente, mi è toccato fare da spettatore alle persone che conoscevo, che incontravo, che erano, loro sì, invece, al centro dell’attenzione.

Ho perfino invidiato personaggi come Bresci, come Booth, assassini è vero, ma che per almeno una volta sono stati i protagonisti delle proprie ed altrui vite, tanto da finire addirittura nei libri di storia: sono convinto che se io commettessi un crimine, cosa che però non farei mai, sui giornali mi metterebbero solo le iniziali di nome e cognome.

* * *

C’ero, ma non posso ricordarlo: so che tutto cominciò al mio battesimo: il neonato ero io, ma al centro dell’attenzione c’era mia madre, l’autrice del “capolavoro”, e poi il prete, che tutti ascoltavano compunti e in silenzio mentre predicava bene e, probabilmente, razzolava male.

Io ero soltanto il pretesto per la festa e nel mentre che, poi, tutti si abbuffavano di pasticcini e salatini e tracannavano spumante alle spalle della mia mediocrità incipiente, io fui dimenticato da solo nella carrozzina a riempire il pannolino di schifezze varie.

Certo non potevo ancora capirlo, però qualcuno già allora mi aveva rubato la scena, si era appropriato il mio diritto ad essere protagonista, almeno per un giorno della mia stessa vita.

E quello fu solo il principio, l’inizio di tutto, l’inizio di una vita vissuta come in penombra e mai in primo piano.

* * *

Quando feci la prima comunione, e poi la cresima e quando conseguii il mio primo diploma, eravamo in tanti, tutti uguali, anche se c’era qualcuno che riusciva ad emergere, ad ergersi protagonista sopra gli altri di quell’evento pubblico, ad essere anche in primo piano nella fotografia di gruppo.

E non ero mai io: troppo comune, troppo mediocre, cioè  nella media, per emergere una spanna o anche solo un dito sopra gli altri.

Queste sono state la mia infanzia e la mia adolescenza ma, pensavo, da adulto qualcosa cambierà, non sarò più il bambino o il ragazzino mingherlino che tutti guardano e nessuno vede.

E invece…

* * *

Non potevo sapere che mi aspettava un lavoro grigio in una vita mai a colori.

Ragioniere al catasto fa ridere? Beh, c’è poco da ridere, perché quello fu il mio lavoro.

Avevo un amico che lavorava in pubblicità: mi propose di fare qualche spot, anche di partecipare ad un film, così, per integrare il mio mediocre stipendio da pubblico impiegato; accettai.

Non fu per i soldi, ma, pensavo, è la mia occasione e invece…

In entrambi i casi furono ruoli da comparsa, in mezzo ad un gruppo di persone dove neppure chi mi conosceva mi notò.

Avevo anche ambizioni artistiche: scrivevo poesie e decisi di partecipare a dei concorsi letterari; non vinsi mai, arrivavo sempre terzo, quarto, quinto, mai una volta primo, mai protagonista; neppure mi chiamavano sul palco, mai una mia lirica venne letta davanti al pubblico presente.

Ma poi, verso i trent’anni e con una calvizie incipiente, trovai l’amore.

Non proprio il grande amore, quello travolgente, quello da grandi romanzi; più che altro fu un’amicizia che decidemmo di trasformare in una convivenza legalizzata.

Facemmo tutti i preparativi per benino e il tutto mi costò ogni centesimo dei miei risparmi.

Questa è la mia occasione, pensai, è il mio matrimonio, sono io il protagonista…

La donna che scelsi per compagna della mia vita non era certo una pin up, una bellezza da copertina: carina, diceva qualcuno, insignificante, commentavano i più maligni, eppure il giorno del matrimonio, grazie al parrucchiere, all’amica che la truccò, grazie all’abito bianco, era splendida.

E così pure lei mi rubò la scena.

Tutti non avevano occhi che per lei: “Hai visto come è bella la sposa?”. “Oh, ma come sei elegante!”. “Sei uno splendore cara”. “Ma dov’è lo sposo?”.

Io ero lì, ma nessuno mi notava nel mio abito grigio, comprato già fatto, ad un outlet, per risparmiare.

Era il mio matrimonio, ma diventò il suo di matrimonio: lei interprete principale, io comparsa.

Passammo insieme un po’ di anni di vita mediocre e senza slanci: se non c’è il grande amore e spesso anche se questo c’è, poi la routine si trasforma in noia mortale e questa, magari, sfocia in incomprensioni e litigi.

E così decidemmo di separarci.

All’incontro col giudice vennero tutti i suoi parenti: lei fece una scena madre con pianti e svenimenti, con tutti intorno a lei a consolarla, a soccorrerla.

Anche il giudice non ebbe attenzioni e parole che per lei.

Io non esistevo: non ero lì che per firmare le carte, i documenti che sancivano il mio ennesimo fallimento; poi tutto finì e quegli anni di vita insieme furono cancellati e mi trovai da solo, ma come lo ero sempre stato, sempre in secondo piano, sempre sullo sfondo delle fotografie.

Non ebbi mai più una relazione, abbandonai anche le ambizioni letterarie, continuai ad essere un impiegato come tanti al catasto: potremmo dire una ballerina di fila (e neppure la prima, di fila).

Infine mi ammalai.

All’ospedale mi misero in una camerata con altre sette persone e, spesso, quando i dottori passavano per le visite, riuscivano persino a saltarmi, a dimenticarsi di me.

Con questi presupposti non potevo certo guarire ed infatti non guarii, conclusi la mia grigia esistenza mediocre con pochi rimpianti da parte mia ed ancora meno da parte dei miei parenti.

* * *

Adesso sono qui, in una bara, in attesa che questa venga chiusa, con indosso lo stesso abito grigio del matrimonio.

Però adesso, finalmente, finalmente in tutti i sensi, il protagonista sono io: le poche persone che sono venute, son venute per vedere me, per salutare me.

C’ è stato qui anche il mio capoufficio e si è messo in ginocchio davanti a me.

Sono certo che il prete farà una bella predica e citerà il mio nome e dopo, quando il piccolo corteo si snoderà fino al cimitero, io sarò lì, davanti a tutti.

Ho dovuto aspettare una vita intera, ma adesso, almeno per una volta, sono io il protagonista.

 

 
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Pubblicato da su maggio 5, 2018 in Racconti

 

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LA SECONDA VOLTA

LA SECONDA VOLTA

 

Elia si innamorò per la prima volta in vita sua a quarant’anni.

Beh, certo c’erano state le cotte e le avventure giovanili, ma amore e dolore veri si scoprono solo d’adulti.

E fu d’adulto che lui conobbe Beatrice.

Lei aveva qualche anno meno di lui, forse cinque o sei, ed era una donna minuta, dolce e intelligente che mostrava anche meno dei suoi anni.

Non appena Elia la vide capì che doveva essere la compagna della sua vita.

Si conobbero in libreria, come in uno di quei grandi film d’amore stile Hollywood: entrambi fecero per prendere, contemporaneamente, l’unica copia di un libro che non avrebbe, probabilmente, mai acquistato nessun altro al mondo.

Prego!”  disse Elia, facendo, come era nella sua natura, il cavaliere.

Beatrice rise, con quel riso da bambina ingenua e perennemente felice: “Grazie – rispose – potremmo fare così: lo leggo, tanto sono veloce a farlo e poi te lo passo.

Gli era piaciuto quel passare subito al tu, ma non come fanno gli adolescenti, bensì come fanno gli amici e gli era piaciuta anche l’idea di avere una scusa per rivederla.

Avrebbe voluto offrirsi di pagare lui il volume, ma qualcosa dentro gli diceva che sarebbe stato inopportuno e che avrebbe rischiato di rovinare ogni cosa.

Così lei pagò il libro, lui le scrisse sul sacchetto della libreria i propri numeri di telefono, quello del cellulare e quello di casa e si salutarono con un lieve tocco di mano, senza neppure l’imbarazzo di un caffé da prendere insieme.

Elia, pessimista di natura, dubitava che lei lo avrebbe mai chiamato, ma questa volta qualcosa gli diceva che la sua stella avversa avrebbe girato per un attimo lo sguardo dall’altra parte.

Lei si fece viva dopo quattro giorni, chiamandolo a casa dopo cena: “È proprio bello, sai! – lui esitò – il libro, intendo” e nuovamente rise con quella risata che diceva : ”Amami per tutta la vita”.

Si misero d’accordo per vedersi in modo che lei potesse dargli il libro: “Intendiamoci: il libro te lo presto, ma è mio e lo rivoglio!”.

E rise per la terza volta, la definitiva per farlo innamorare perdutamente.

In pochi mesi si sposarono, anche se il matrimonio era un puro atto formale che non andava affatto a modificare ciò che erano l’uno per l’altra.

Vissero insieme quindici anni d’amore, non di passione, che è quella fregola giovanile che, così come arriva impetuosa, impetuosa se ne va.

Il loro era un amore fatto di condivisioni, di rispetto, del godere insieme le cose belle che piacevano a tutti e due e nessuno riusciva a gioirne appieno, fintanto che non ne aveva diviso la bellezza e il piacere con l’altro.

Poi, dopo quindici anni, Beatrice si ammalò.

Era una domenica mattina ed Elia era ancora a poltrire fra il caos delle coperte del loro letto mentre la moglie l’aveva anticipato in bagno per la consueta doccia; Beatrice uscì dal bagno nuda e gocciolante, bianca da far paura; disse solo: “Penso di aver qualcosa che non va” e poi si accasciò sul pavimento della stanza da letto.

Elia si slanciò verso di lei, le sollevò il capo e, così facendo, notò il grosso rigonfiamento sotto ascella, ma soprattutto parte dell’areola del capezzolo che era rientrata su se stessa ed entrambi sapevano cosa significassero quei due sintomi.

Elia l’asciugò, mentre lei riprendeva lentamente i sensi, l’aiutò a vestirsi e l’accompagnò al pronto soccorso.

Durante tutto questo tempo, nessuno dei due disse una sola parola: non ce n’era bisogno.

Così cominciò il calvario: la radiografia, poi l’ecografia, la tac, la biopsia, il responso che entrambi sapevano benissimo.

E poi mesi di visite, di appuntamenti, di consulti, di dolori che si facevano sempre più forti.

Poi ancora le analisi, l’operazione, la terapia radiante, ma no, meglio la chemio ed ancora dolori che entrambi sembravano condividere come due fratelli gemelli.

Le notti insonni, i lamenti, le crisi di vomito, le innumerevoli corse all’ospedale, i verdetti che diventavano mano, mano, sempre meno ottimisti.

Poi la crisi più grave, l’arresto cardiaco, quelle parole da telefilm americano che Elia udiva da fuori la stanza: “…Carica a duecento… ora… adrenalina in vena, carica… ora… aumenta a trecento…”.

Poi la macchina riprese il bip – bip regolare; Beatrice fu portata in terapia intensiva, ma ci fu quella mezza frase del chirurgo che l’aveva in cura: “Può farcela:  se ha superato questo…”.

E Beatrice piano, piano, si riprese, le ricrebbero i capelli le rinacque la voglia di vivere e di amare.

Entrambi erano stati duramente provati, più che dalla malattia, dalle cure, dalle speranze, dagli scoramenti susseguenti a queste.

Pescaria-1024x1024Lentamente ritornarono tutti e due alla vita, anche se ad Elia, quando sfiorava la sua Beatrice, sembrava di poterla rompere, tanto la malattia l’aveva resa esile e diafana.

Ripresero ambedue il lavoro che avevano lasciato per quel lungo periodo di incubo che, oramai, pareva lontano.

Restava da concordare col chirurgo plastico la ricostruzione del seno e della parte di braccio asportati, ma l’importante era essere ancora insieme, poter nuovamente godere delle stesse cose belle anzi, forse ora più belle di prima.

Ogni anno sarebbe stato necessario un controllo “di routine”, ma almeno quel periodo terribile era oramai passato.

Beatrice aveva perso dieci chili, mentre Elia ne aveva perduti quindici.

Erano trascorsi tre anni da quella domenica che nessuno dei due avrebbe mai scordato; era nuovamente domenica, Elia attendeva raggomitolato dentro il piumone che Beatrice finisse la sua interminabile doccia.

Lei uscì dal piccolo locale bianca come le piume che fuoriuscivano dalle cuciture del piumone: “Temo che ci sia qualcosa che non va”, disse senza espressione né del viso, né della voce e rimase lì, ferma e impalata, con la mano a coprirsi il seno superstite.

Elia si alzò dal letto in pigiama e a piedi nudi, simile ad uno zombi.

Aprì la porta finestra ed uscì sul balcone incurante del freddo; rivisse in un attimo tutti quei mesi di calvario passati, tutta quella sofferenza, superiore a quanto una persona possa ragionevolmente sopportare.

Poi guardò la strada grigia e questa gli sembrò un’irresistibile calamita.

 

 

 
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Pubblicato da su aprile 19, 2018 in Racconti

 

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GLI AMICI DI LORENZO

GLI AMICI DI LORENZO

 

Si chiamava Lorenzo, Lorenzino per la famiglia che con quel vezzeggiativo lo voleva forse far sentire un po’ più amato.

Per gli amici invece, se di amici si vuole parlare, il vezzeggiativo era un… diminutivo, nel vero senso della parola, un modo per screditarlo, per fare pesare il loro pensiero sulla sua diversità.

Lorenzo era un bambino molto bello: tutti i bambini quasi sempre lo sono, ma lui lo era di più, lo si notava subito, con quella nuvola di capelli ricci eppure morbidi e vaporosi, biondissimi, tanto da apparire quasi bianchi e poi quella pelle chiara come porcellana, diafana e i lineamenti delicati: orecchie piccole (si dice che siano caratteristica di chi bacia bene), nasino minuscolo, labbra piccole ma carnose.

Anche il suo corpo era bello: né alto, né basso, non troppo magro, ma senza un solo etto di troppo, né da bambino, né da ragazzo.

Bello, ma forse troppo per un maschietto: i maschi non devono essere belli così in assoluto, devono avere una qualche imperfezione che li renda più… maschi, appunto.

Forse quella degli amici, ma sarebbe meglio definirli solo compagni, di Lorenzo era invidia per la sua bellezza, forse inconsciamente captavano la sua natura particolare.

Perfino caratterialmente emanava bellezza: amava la musica, la pittura, la natura, contemplare le cose belle, fossero pure un panorama o delle nuvole, amava leggere delicate poesie e storie d’amore, storie piccole, di amori puri, adatte alla sua età ancora innocente ed in boccio.

Per lui niente calcio, bicicletta, piscina con i coetanei, lui viveva un mondo tutto suo, un mondo che nessuno conosceva e che lui non rivelava.

Si vedeva protagonista di fiabe bellissime e romantiche e quando non trovava riscontri letterari alle sue fantasie, ne creava di proprie.

Trascorse il periodo delle elementari come in un limbo, forse un po’ come tutti i bambini, in cerca di se stesso, della propria strada, in cerca di che cosa avrebbe voluto essere per le seguenti fasi della propria vita.

Amici, sì, ma senza quel cameratismo fra maschi, quei segreti di piccole trasgressioni alle regole della scuola, della famiglia ed allora i compagni, magari, andavano da lui a fare i compiti, accettavano gli inviti della sua mamma a merende o festicciole, ma poi sceglievano altri per i loro giochi, le loro scorribande, le loro simulazioni di crescita, di vita da grandi.

A quel tempo, per quei cinque lunghi anni di limbo, Lorenzo non sentiva così impellente il bisogno di amici: aveva quelli delle sue fantasie, le sue principesse e principi, i suoi castelli incantati, le sue fate ed i suoi maghi.

Quando terminò quel primo ciclo scolastico lasciò la sua vecchia vita di bambino per avviarsi senza troppi rimpianti verso quella da pre-adolescente, verso la pubertà che avrebbe cambiato il suo carattere, il suo aspetto, le sue prospettive.

Alcuni dei suoi vecchi compagni li ritrovò alla scuola media, assieme ad altri nuovi e ciò non fu un bene: arrivò preceduto dal nomignolo pronunciato in modo sarcastico, dagli scherni sui suoi racconti di romanticismo, su quella bellezza inquietante.

Così si era bruciato anche la possibilità di nuovi amici, di voltare definitivamente pagina: era rimasta un’orecchia piegata su quella vecchia, come lui non avrebbe mai fatto con i suoi libri adorati.

Piano, piano, però, sentì qualcosa che cambiava in lui: il suo fisico si stava trasformando, mamma doveva allungare l’orlo dei suoi calzoni dell’anno precedente, a volte la sua voce così melodiosa e sottile fino a poco prima, gli usciva come un raglio e nel mezzo della sua gola si intravedeva un rigonfiamento che ne preannunciava l’imminente passaggio alla pubertà.

Un giorno scoprì che là sotto stavano spuntando dei sottili peluzzi biondi e che a volte si sentiva una pressione al basso ventre e non era per necessità di svuotare la vescica.

Era curioso di sapere se quella metamorfosi stava avvenendo anche nei suoi compagni di classe, ma chiedere una cosa così intima era fuori questione, almeno per lui.

C’era però l’ora di educazione fisica e molti dei suoi compagni maschi non venivano direttamente a scuola in tuta o con i calzoncini sotto a questa, ma si cambiavano nello spogliatoio attiguo alla palestra.

Allora lui di nascosto li spiava, guardava le loro gambe, perché qualcuno presentava un’abbondante quantità di peli su queste, e poi azzardava lo sguardo verso gli slip o i boxer, per individuare le forme e le dimensioni di ciò che custodivano gelosamente, quei rigonfiamenti spesso per lui inspiegabili nel loro volume.

Fu così, spiando l’idea di intimità dei compagni, che gli capitò di sentire più impellente quella pressione là sotto, addirittura in modo imbarazzante.

Ed un giorno qualcuno se ne accorse, raccontò la faccenda ai compagni e ciò che fino ad allora era rimasto solo un sospetto diventò per loro conferma e lui non ebbe più pace.

Ora, per non peggiorare la situazione, evitava di guardare i compagni che si spogliavano e un po’ gli dispiaceva, perché era una cosa che trovava piacevole, un piacere che non aveva mai provato fino ad allora, un piacere che gli scorreva come una scarica elettrica sotto tutta la pelle: scopriva solo adesso che i suoi amici gli interessavano, che avrebbe voluto condividere con loro i sogni ed anche qualcosa di più: guardarli, abbracciarli, accarezzarli, sentire sotto le dita il loro corpo e la loro pelle.

Anche se cercava di trattenersi, un giorno gli scappò uno sguardo furtivo su Giuseppe, o meglio sulla parte inferiore del suo corpo.

Anche Giuseppe era bello, a suo modo, ma di una bellezza diversa da Lorenzo, più maschia.

Lui era castano, con gli occhi scuri, braccia e gambe già non più glabre e uno sviluppo evidentemente più avanzato di quello di Lorenzo.

Il compagno s’accorse dello sguardo e gli si pose davanti, in segno di sfida e a pochi decimetri da lui si abbassò i boxer mostrando il suo sesso già maturo.

Lorenzo avvampò, istintivamente balzò in piedi, non si sa se per fuggire o per abbracciarlo e in quel momento Franco, alle sue spalle, gli abbassò i pantaloni e gli slip, mostrando a tutti il suo sesso ancora implume, ancora di dimensioni infantili, eppure visibilmente eccitato, seppure in un confronto impietoso con il compagno.

Ci fu una risata generale, gli lanciarono di tutto: scarpe, magliette sudate, asciugamani; Giuseppe si rivestì senza una parola, ma con uno sguardo di ironica compassione e lui rimase lì, nudo, inerme, coperto di scherni e di vergogna.

La cosa finì lì, tutti lo evitarono ancora di più da quel giorno, nessuno accettò  mai più i suoi inviti a casa sua, ma lui non riusciva a dimenticare quel momento di umiliazione e di estasi; di notte sognava Giuseppe nudo, sognava di prendere in mano quel suo sesso che a lui pareva enorme, di carezzarlo, stringerlo, sentirne la consistenza, bearsene con ogni parte del suo corpo efebico.

Casualmente si trovò un giorno da solo nello spogliatoio con Giuseppe: questi si avvicinò, gli afferrò il basso ventre e strinse fino a fargli male, lui si azzardò a fare lo stesso e quello lo lasciò fare; fu un attimo, altro tempo non ce n’era, ma Lorenzo capì che avrebbe voluto essere la principessa di Giuseppe, farsi stringere da lui fino a non riuscire più a respirare.

Non ci furono mai più altre occasioni di contatto fisico né con lui, né con altri compagni; trascorsero quei tre anni senza ulteriori incidenti, senza reiterate maldicenze, ma anche senza alcun rapporto umano coi coetanei.

Il corpo di Lorenzo, che oramai nessuno più chiamava Lorenzino, piano, piano cambiò, avvicinandosi un po’ di più a quello di Giuseppe, che oramai lui si rendeva conto di amare e desiderare disperatamente.

Lorenzo scoprì oltre al proprio corpo maturo anche il modo di spegnere  da solo quella sete, quel dolore profondo in quel punto così personalmente intimo, ma non scoprì ancora come spegnere quell’altro dolore, quello che lo tormentava nell’anima.

Fra la scuola, un po’ la famiglia, ma anche la televisione, i compagni, i loro discorsi rubati come se lui non esistesse al loro cospetto, Lorenzo prese consapevolezza di ciò che gli accadeva, di ciò che lui era, ma soprattutto di ciò che avrebbe realmente voluto che gli accadesse, come avrebbe voluto trasformare le sue fiabe di un tempo oramai senza ritorno.

Di nascosto si procurò altri generi di libri, libri che parlavano di amore e di dolore e del dolore di amare di un amore diverso.

La madre, la famiglia, non capirono o forse finsero di non capire mai la sua natura, il suo tormento.

Terminò la scuola media, il secondo capitolo della sua vita col ricordo di quell’unico fugace contatto con un corpo che desiderava.

Da quanto aveva letto, aveva capito che quella fascia d’età non era adatta ai suoi desideri: era passato troppo rapidamente da un mondo di fantasia e sogni ad uno fatto di sensi.

Fu un dolore sapere che non avrebbe più rivisto Giuseppe, che non  avrebbe mai potuto concretizzare quel breve contatto, ma sapeva che adesso, con la sua nuova età e consapevolezza, sarebbe stato più facile dichiararsi ad altri amici, più maturi, più liberi da condizionamenti, più in grado di capire, di venire incontro alle sue esigenze.

Forse la sua bellezza, che la crescita non aveva mai corrotto, avrebbe finalmente trovato il principe azzurro capace, come in una fiaba, di risvegliarlo alla vita con un  semplice bacio.

 

 
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Pubblicato da su aprile 5, 2018 in Racconti

 

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SCUSI, CAMERIERE

SCUSI, CAMERIERE…

Scusi, cameriere…”, lo chiamavano così, a volte, ma spesso gli davano del tu o lo chiamavano ragazzo: “Scusa, ragazzo…”.

Ovviamente la maggior parte dei clienti non lo chiamavano né cameriere, né ragazzo, visto che erano stranieri: tedeschi, olandesi, danesi, comunque provenienti dal nord Europa, dove c’è più benessere, cosa che per una vacanza in Versilia, era indispensabile..

Allora questi lo chiamavano schioccando le dita o, i più maleducati, battendo col coltello sul bicchiere.

E lui correva, correva dai clienti, perché il cliente è sacro e ha sempre ragione, correva sotto il sole d’agosto, nel suo completo pantaloni neri – camicia bianca con le maniche lunghe ( guai ad arrotolarle) e cravattino scuro.

Era un agosto torrido, come è giusto che sia il mese d’agosto, soprattutto in Versilia, così che la gente, almeno quella che può, si possa godere il mare, la spiaggia e anche i bar e i ristoranti all’aperto sulla passeggiata a  mare, peraltro ben protetti dai tendoni e dagli ombrelloni e spesso con grandi ventilatori a pala.

Lui, invece, Umberto, il cameriere, il ragazzo (anche se era più vicino ai quaranta che ai trenta), doveva correre sotto il sole, veloce per non far raffreddare gli spaghetti allo scoglio, per non far liquefare i gelati e i sorbetti e sudava e larghe macchie scure gli si aprivano sulla camicia ormai non più bianca e i clienti ricchi lo guardavano un po’ schifati; poi, magari, gli lasciavano la mancia, un obolo che sottintendeva: comprati una camicia nuova, una saponetta e un deodorante.

Umberto in quel paese ci era nato e ci viveva da sempre ed avrebbe dovuto ringraziare la sorte, perché altrimenti mai più avrebbe potuto permettersi un posto alla moda come quello.

Solo che lui il posto alla moda l’aveva a disposizione solo d’inverno, quando lo lasciavano a casa senza lavoro, perché non c’erano turisti e, se i proprietari del bar ristorante potevano campare bene anche solo lavorando quattro o cinque mesi all’anno, lui no, la sua famiglia no, loro non si potevano permettere mesi e mesi senza stipendio.

Allora ci si arrangiava con piccoli lavori in nero: manutenzione di barche da miliardari, di ville da straricchi, ridipingere cabine, oppure a consegnare pizze a domicilio in motorino.

Scusi, cameriere…”, lo chiamò un signore di mezza età che parlava di bond (non l’agente segreto), di azioni e obbligazioni con un altro uomo; entrambi indossavano mocassini firmati, calzoni corti color cachi e camicie immacolate con le maniche corte, loro, e senza aloni di sudore, ma loro erano comodamente seduti all’ombra a godersi l’unica bava di brezza, e l’aria che scendeva dall’alto, dalle grosse pale; loro sorseggiavano aperitivi con ghiaccio ed aspettavano la loro insalata di mare mentre lui doveva correre, perché i loro bond, bot e cct li attendevano.

Li odiò con un impeto tale che li avrebbe voluti veder schiattare per una congestione: che gli andassero di traverso i cubetti di ghiaccio dei loro drink!

Alle sue spalle Umberto sentì uno schiocco di dita: ma dov’erano i suoi colleghi? Era sempre lui quello che doveva correre, mentre gli altri s’imboscavano all’interno del locale, dove c’era l’aria condizionata.

A lui toccavano sempre quelli che volevano pranzare all’aperto, per non perdere neppure un istante di mare, della sua visione.

Questa era una famiglia nordica, forse tedeschi, forse austriaci o olandesi: padre, madre, tre bambini, tutti biondi, belli, abbronzati a torso nudo, mentre lui aveva quei pantaloni neri che gli si incollavano alle cosce, e la camicia bianca col cravattino che sembrava strangolarlo.

Ordinarono di tutto: tortellini alla panna (d’estate!) e pesce al forno e prosciutto e melone e anguria che in Toscana si chiama cocomero e vino bianco e acqua minerale e gelati per i bambini e caffè e ammazzacaffè e… basta!

Non ne poteva più di essere il servo, lo schiavo di chiunque, purché avesse il portafogli gonfio di carte di credito.

E odiò l’uomo biondo a torso nudo e odiò la donna bionda e i suoi seni, coperti da un minuscolo reggiseno, che sarebbero stati proprietà riservata di quell’uomo che rideva col suo riso baritonale, da crucco e forse rideva di lui che correva e sudava; e poi odiò i bambini biondi e abbronzati che lo guardavano con disprezzo, come a dire che loro no, non avrebbero mai fatto i camerieri per i ricchi, perché i ricchi erano loro e lui doveva sorridere loro e chinare la testa ad ogni ordine, perché così la mancia sarebbe stata un po’ più pingue.

Già, le mance: quanto ne aveva bisogno! Con le mance raddoppiava quasi lo stipendio, ma le odiava, perché le considerava una carità umiliante: uno dovrebbe essere pagato per il suo lavoro, non per commiserazione, perché è sudato e la sua camicia è sudata e i suoi pantaloni gli si appiccicano alle cosce.

Ecco cosa era diventato: un servo colmo di odio; odiava persino i cani di quelli che mangiavano all’aperto proprio perché avevano il cane, al quale finivano gli avanzi e a lui toccava di pulire le macchie di unto  sulla pedana  di legno del de hors.

Scusi cameriere…”, “Ehi, ragazzo…”, din, din, din, il coltello contro il bicchiere e poi schiocchi di dita o manine alzate con infida timidezza, come scolaretti a scuola e meloni e cocomeri, e sorbetti e gelati e calamari e insalate di mare e tortellini e le solite cose ogni giorno e quel sole implacabile e il sudore che cola, che macchia i vestiti, che te li appiccica addosso.

Poi, finalmente, arriva l’orario morto, tutti vanno in spiaggia a godersi quel sole che Umberto ha imparato ad odiare e lui e gli altri camerieri, quelli furbi che servono all’interno, all’ombra, con l’aria condizionata, ora anche loro possono mangiare, ma non tutto, però, solo quello che non è stato finito dai ricchi: il fritto di mare è terminato ed anche gli spaghetti all’astice.

C’è ancora un po’ di melone e poi i tortellini alla panna: già, pochi mangiano la panna d’estate, ma ci sono loro, i servi dei ricchi, quelli coi pantaloni lunghi e il cravattino e la camicia bianca chiazzata di sudore, loro li mangeranno, perché gli spaghetti allo scoglio sono terminati.

E così giorno dopo giorno: giugno, luglio, agosto, a veder passare la vita a vedersi buttare in faccia la ricchezza, mentre a casa ci sono le bollette arretrate da pagare.

Allora Umberto decise che… basta!

Non visto andò in cucina, con in tasca quella polvere bianca presa in cantina e giù una bella manciata nel sugo alle vongole e nella zuppa di pesce, poi l’ultimo servizio ai tavoli.

Umberto andò nel disimpegno, si tolse il cravattino e lo gettò a terra, come pure la camicia bianca chiazzata di sudore; rimase in maglietta a mezza manica, bianca, anch’essa con aloni di sudore alle ascelle e sul dorso.

Lentamente uscì sotto il sole, un sole e un caldo che ti possono far andare fuori di testa, ma stavolta poteva tenersi all’ombra dei tendoni.

Scusi, cameriere, non mi sento molto bene” sentì dire da una voce da ricco alle sue spalle, stavolta non avrebbe avuto la mancia, ma non si voltò comunque.

In lontananza si udivano già le sirene delle prime ambulanze.

 

 
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Pubblicato da su marzo 18, 2018 in Racconti

 

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L’UOMO E IL VEGGENTE

L’UOMO E IL VEGGENTE

 

Vedere il futuro è un dono oppure una maledizione? E il futuro si può cambiare? E se c’è la possibilità di farlo, si può restare a guardare, senza almeno tentare di agire in tal senso?

Queste erano alcune delle domande che Benedetto (omen nomen o omen maledizione? Era un’altra delle sue domande senza risposta) si poneva fino da quando aveva scoperto di poter vedere il futuro.

Non tutto il futuro in generale, ma quello di una certa persona (perché proprio quella, perché proprio io? Che cosa c’entro con lui, o con lei: domande…).

Aveva iniziato fin da giovanissimo: quante volte i bambini si fanno male, cadono dal triciclo, vanno a sbattere, si distraggono e non vedono l’altalena che tornando indietro gli sbatterà addosso.

Allora Benedetto, detto Benny, non si poneva domande: si lanciava  sugli amichetti, o meglio sull’amichetto di turno e lo sbatteva a terra prima che lo facesse l’altalena, magari beccandosi un pugno sul naso da colui che aveva salvato, che non capiva perché senza un motivo l’amico l’avesse buttato per terra.

Ecco una delle poche risposte: sì, il futuro si può cambiare, solo che a quel tempo lui non si poneva ancora domande sul fatto se fosse giusto o meno farlo, su quali conseguenze avrebbe potuto avere il suo gesto; una farfalla sbatte le ali e, dall’altra parte del mondo si scatena un uragano: è l’effetto domino? è la teoria del caos? Scienza o fantascienza?

Domande… tante; risposte… poche.

Solo quando Benedetto era cresciuto si era veramente reso conto della sua  straordinaria capacità paranormale, di essere un veggente e si era ben guardato dal dirlo a chiunque: in caso contrario ci sarebbero state troppe,ulteriori, domande, da parte di altri, questa volta; “Perché non usi il tuo dono per vincere alla lotteria, o perché non per giocare in borsa, per puntare al casinò, ai cavalli?”.

Tutti avrebbero pensato a come sfruttare a proprio vantaggio quella dote (dono?), senza rendersi veramente conto di cosa vuole dire, di quale responsabilità sia e, soprattutto come funziona.

Da qualche parte ci deve essere il manuale d’istruzioni, con le regole scritte per il suo uso, ma lui quel manuale non l’aveva mai visto, poteva solo intuirne certi paragrafi inderogabili, scritti forse da Dio in persona, o dalla natura, ma che funzionavano sempre e solo in quel modo.

Primo: nessuno può vedere il proprio destino; d’altra parte sarebbe terribile leggere il momento della propria morte o di quella dei propri cari.

Secondo: non si può usare la “seconda vista” per fini di lucro, per il gioco, il guadagno, ma anche per ricattare o ottenere favori da alcuno.

Terzo, quarto, eccetera, tutte una serie di istruzioni che non aveva mai letto, ma imparato nel corso degli anni, spesso sulla propria pelle.

Di sicuro, comunque, avrebbe ceduto volentieri quell’ingombrante dono ad altri.

Soprattutto da ragazzino era terribile pensare di avere fra le proprie mani il destino, la vita stessa, di una persona: se ne sentiva oppresso e non era giusto, perché un adolescente non dovrebbe avere questo peso da sopportare, dovrebbe solo pensare a divertirsi prima che arrivi l’età delle responsabilità.

Forse era l’unico adolescente che aveva pianto leggendo le avventure di Superman, l’unico che ne aveva capito la tremenda responsabilità ed anche la solitudine a cui i suoi poteri l’avevano condannato.

Solitudine: così lui ora viveva da solo, in tutti i sensi, non solo nell’abitare un appartamento senza altre presenze.

Solo nel suo monolocale, solo nel suo lavoro, solo in mezzo alla gente.

Poi arrivò, entrò nella sua vita William, il suo vicino di pianerottolo, nonché suo coetaneo, anch’egli single: un uomo simpatico, col quale gli sarebbe piaciuto fare amicizia, ma l’amicizia è una forma di affetto e lui non se lo poteva permettere, doveva tenere a bada i suoi sentimenti prima che interferissero con le sue decisioni, perché c’era sempre quella maledetta farfalla che provocava disastri in giro per il mondo.

E un giorno vide William morto per una fuga di gas; allora bussò al suo vicino, bussò, non suonò il campanello, perchè gas e scintille non vanno d’accordo: “Sento odore di gas, non è che per caso ha chiuso male i rubinetti?”.

E William controllò: in effetti si era tagliato il tubo di gomma della cucina e allora chiuse il contatore e, tossendo, aprì tutte le finestre anche se era d’inverno: “Credo proprio di doverle la vita, a lei e al suo dono… – Benny rabbrividì a quella parola – non è da tutti avere un simile olfatto, sentire il gas dall’altro appartamento quando a malapena si sente qui; grazie, amico, ti devo la vita… credo che a questo punto possiamo darci del tu”.

Si, il tu va bene, ma l’invito a cena, quello no, l’amicizia, quella no.

Passò poco più di un mese e William era per strada davanti a lui e attraversava la strada e l’autista del TIR era distratto, perché stava parlando al cellulare e il grosso automezzo travolgeva il suo amico: questione di minuti; Benny lo chiamò e mentre l’uomo si girava, il camion era già passato ed aveva tamponato un taxi.

William si girò, lo salutò sorridendo e non si rese conto che in quel momento lui avrebbe dovuto essere morto, morto per la seconda volta.

Era chiaro che la nera signora con la falce lo aveva preso di mira, perché due tentativi di seguito potevano solo voler dire quello.

La terza volta fu più complicato: un drogato stava tentando una rapina in banca, non un rapinatore freddo ed esperto: questo era uno di quelli che perdono la calma e sparano senza pensarci su più di tanto e il vicino di casa, quello che avrebbe voluto essere suo amico, cadeva nel proprio sangue, già morto prima di toccare terra.

Lui, Benny il veggente, si accodò al tossico e gli infilò il proprio portafogli in tasca, dopo di che si mise ad urlare “Al ladro, fermatelo, mi ha rubato il portafogli”.

Una pattuglia dei carabinieri di passaggio si fermò, bloccò l’incredulo rapinatore, l’unico arrestato prima ancora di aver

BIPOP BANCA CAPITALIA CODA CLIENTELA CLIENTI FILA AGENZIA FILIALE

commesso un reato, arrestato per qualcosa che non aveva intenzione di fare, impedendogli, però, in tal modo di commettere qualcosa d’irrimediabile per sé e per altri.

Gli trovarono in tasca il portafogli e anche la pistola: tutto sommato se la sarebbe cavata con poco, soprattutto gli avrebbero sequestrato l’arma e, forse, non sarebbe mai diventato un assassino.

Questa volta, in un sol colpo, Benny ne aveva salvate probabilmente due di vite.

E con questa era la terza volta che evitava al suo vicino il viaggio definitivo, ma non poteva continuare così, rinunciare alla propria vita per quell’assurda partita a scacchi con la nera signora con la falce: forse questa non aveva preso di mira William, ma proprio lui, lo sfidava, si divertiva a metterlo alla prova, ben sapendo che prima o poi avrebbe vinto lei; per il momento il conto stava tre a zero: chissà a quanti set va la partita con la morte? Al meglio di sette, di cento, di mille?

Altre domande ancora, con la farfalla in agguato a sbattere le ali intorno alla sua testa, forse dentro di essa.

Oramai Benedetto sapeva che non poteva staccarsi più di tanto dal suo vicino: se gli fosse successo qualcosa mentre lui era lontano e non fosse riuscito ad intervenire in tempo, non si sarebbe mai dato pace e meno male che William Bezzi era un uomo tranquillo, uno che non viaggiava, che non usciva la sera, ma prima o poi sarebbe andato in vacanza….

Certo che doverlo pedinare per tutto il tempo che era sveglio era un impegno superiore persino alle forze di Benny, ma poteva vederlo morire e non fare nulla?

Gli venne in mente un libro letto da ragazzino, il piccolo principe, dove il protagonista salva una volpicina e da quel momento lui è responsabile della bestiola.

Per lui era un po’ così, si sentiva responsabile della vita di quell’uomo, del suo destino: dipendeva da lui e da lui solo il continuare ad avere un vicino di casa, altrimenti il salvargli la vita tre volte non sarebbe valso assolutamente a nulla.

Passarono alcuni mesi e pareva che tutto si fosse calmato, tanto che Benny aveva abbassato la guardia, ma poi vide l’incidente…

William guidava in autostrada, una delle rare volte che per lavoro si muoveva dalla città, e c’era nebbia e poi il tamponamento a catena e lui che urlava fra le fiamme della propria auto e poi taceva…

Benny scese per tempo, all’alba, e gli bucò due gomme della macchina, due non una così che non potesse montare la ruota di scorta e ripartire, perché doveva essere sicuro che non potesse muoversi.

William scese a sua volta, vide lo scempio, bestemmiò, imprecò contro i teppisti che l’avevano fatto, poi chiamò un taxi, si fece portare alla stazione e prese un treno.

In sua assenza non ci fu nessun incidente in autostrada: a che pro, visto che lui non c’era?

A Benny parve, a questo punto, di sentire un sospiro di rassegnazione e capì che non ci sarebbero più stati incidenti per William: la partita era finita, la morte si era arresa, se n’era andata chissà dove, tanto ci sarà sempre qualcuno da portare via.

La farfalla era andata altrove a causare uragani.

Benedetto da allora non vide mai più nulla a riguardo di nessuno, con suo immenso sollievo: forse tutto era stato fatto per quello, forse non era un dono,  forse un esame, oppure un giocattolo con cui qualcuno aveva  voluto divertirsi alle sua spalle, ma lui aveva vinto, fra tutte, la partita più importante, quella al meglio di… quanti game?

Non era mai stato veramente un dono, ma un terribile peso da portare su un paio di spalle umane, che hanno pur sempre i loro limiti.

Era un gioco impari,: lui aveva vinto più volte, ma alla sua avversaria ne sarebbe bastata una sola.

Adesso, però, poteva dormire la notte, avere degli amici, il suo dono (il giocattolo) era stato passato a qualcun altro, probabilmente.

Ora poteva finalmente andare a cena con William, il suo vicino e adesso anche amico.

 

 

 
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Pubblicato da su marzo 2, 2018 in Racconti

 

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QUALCUNO, INTANTO, OSSERVA…

QUALCUNO, INTANTO, OSSERVA…

 

Non era una bella sensazione quella che Mario provava, non lo era per nulla; ma quando era cominciato tutto ciò?

Forse da sempre, ma la consapevolezza era arrivata solo dopo che lui era uscito da quel limbo avvolto da una nebbia rosea che si chiama fanciullezza ed era arrivata definitivamente con la pubertà.

Certo, lui non era proprio come i suoi coetanei e questo da sempre: lui aveva una sensibilità acuita al massimo, come quella volta, aveva forse nove o dieci anni, che era arrivato a casa da scuola e non appena la madre e il padre gli avevano detto: “Ti dobbiamo parlare…” lui aveva già capito: doveva essere morto uno dei due nonni e prima che i genitori potessero parlargli, spiegargli, era scoppiato a piangere.

Ma che cos’ha questo nostro figlio, che piange sempre?” aveva detto un giorno il padre alla moglie.

“Ha… gli occhi tristi” aveva risposto la donna: non era una battuta, è che non sapeva come altro definire quell’ipersensibilità del bambino che sfiorava quasi il paranormale.

Ma torniamo a noi.

Verso la fine del suo dodicesimo anno di vita, dodici anni di inquietudine che fino ad allora non era mai riuscito a spiegare, né a motivare, aveva scoperto il sesso e l’aveva scoperto su di sé: l’eccitazione di accarezzarsi il corpo nudo, di guardare allo specchio il suo corpo puberale.

Era arrivato da solo a scoprire che certi “toccamenti” particolari portavano ad un piacere che arrivava a fare male, tanto era forte ed intenso.

Per lo più succedeva la notte al buio, sotto le lenzuola, con una scorta nutrita di fazzoletti di carta per non lasciar tracce visibili dalla madre (ma comunque, a scanso di equivoci, aveva imparato a rifarsi il letto da solo e al cambio settimanale delle lenzuola era lui stesso a gettarle in lavatrice con la scusa di aiutare la mamma).

La madre non capiva o forse fingeva di non capire quella fase assolutamente normale dello sviluppo fisico ed emotivo del figlio.

Non aveva computer, allora, né videocassette od altro, neppure immagini di giornali, per cui l’unica visione erotica che poteva avere era quella del suo stesso corpo: meglio di niente…

Poi, un pomeriggio che la madre era uscita per compere, il fratellino era al doposcuola e il padre in ufficio, aveva adottato la solita procedura: si era spogliato completamente davanti allo specchio grande della camera dei genitori, si era guardato a lungo ed aveva iniziato quelle carezze così intime in cui stava diventando sempre più abile (aveva trovato almeno quattro o cinque modi differenti di farlo), ma quando d’un tratto aveva sentito degli occhi sulla sua schiena e non erano i suoi, mentre procedeva con una mano, con l’altra si accarezzava i seni piatti con i capezzoli leggermente turgidi e doloranti, aveva smesso di colpo e la sua eccitazione, anche fisica, era cessata all’istante. “La mamma” aveva pensato, è tornata prima del tempo!

Facile in quel turbine di sensi non sentire una porta aprirsi, dei passi avvicinarsi; istintivamente coprì con la mano il suo oggetto di piacere e si girò di scatto, rosso di vergogna e con le lacrime agli occhi: nessuno.

La finestra era chiusa, le tapparelle abbassate; si rivestì veloce come il lampo, fece il giro della casa, guardò dappertutto, sotto i letti, negli armadi, controllò le serrature, le finestre: nulla, eppure ancora adesso sentiva quegli occhi in mezzo alla sua schiena ed era una sensazione vivida e ben precisa.

Da quel giorno smise quell’attività, come se fosse stato realmente scoperto, eppure guardava i suoi familiari e sentiva istintivamente che non sapevano, che non sospettavano nulla, che non gli rimproveravano di essere un depravato, un vizioso.

Crebbe, crebbe con quella specie di tatuaggio invisibile a forma indefinibile di sguardo piantato su di sé; fosse stato più piccolo ed ingenuo avrebbe pensato all’angelo custode anche se quello, diceva il suo confessore, se ti tocchi piange e poi va via (se non viole guardare, non guardi, aveva pensato lui nella sua ingenuità: c’è bisogno di piangere? Si faccia i fatti suoi).

Possibile che solo lui avesse un angelo custode guardone? E comunque da allora aveva smesso di toccarsi, di commettere l’antico peccato di Onan, ma qualcuno lo osservava lo stesso, sempre e comunque.

Dopo cresciuto anche il sospetto sull’angelo tramontò, ma la sensazione di essere guardato, mai; ciò lo portò ad essere sempre fin troppo retto e probo, a non lasciarsi mai andare, neppure a passare col semaforo rosso a piedi quando la strada era deserta e non c’era nessuno: per lui qualcuno c’era comunque e lo osservava e non valeva la pena per pochi secondi d’attesa di fare brutte figure, come quel giorno da ragazzino in cui aveva rischiato di essere colto in una situazione imbarazzante come poche.

Non ne aveva mai parlato con nessuno, ma quando la sensazione divenne vera ossessione, si rivolse a uno specialista: paranoia? Lo psicologo non reputò fosse quello, forse solo ipersensibilità e ipermoralismo, anche se, come detto, lui non sgarrava mai.

Fallito anche quel tentativo, fece ciò che fanno un po’ tutti, s’abituò, imparò a convivere con quel qualcuno invisibile che lo spiava: fosse un angelo, un demone o un fantasma non gli importava, perché una vita è troppo breve per non viverla appieno solo per un pericolo inesistente, per uno scrupolo.

Cominciò anche ad attraversare col rosso e fuori dalle strisce pedonali, ma fu l’unico sgarro in una vita irreprensibile; bastò quel poco e la sua vita ridivenne normale: era osservato? Pazienza! Si laureò, si sposò ebbe figli e nipoti, ebbe gioie e dolori, come chiunque su questa terra.

Vide andarsene molte delle persone che amava: i genitori, la moglie, mentre fratello e figli andarono lontani, portati dalle vicende della vita.

Quando rimase solo quell’essere misterioso e mai conosciuto che lo osservava gli parve perfino di compagnia.

Poi divenne vecchio e si ammalò di quella malattia incurabile che è, appunto, la vecchiaia, ma non rimpianse nulla, perché aveva vissuto a lungo e, tutto sommato bene.

Poi, una notte, si svegliò di soprassalto, sentendo ancora più forte quella sensazione di presenza estranea accanto a lui e finalmente la vide, vide quella figura magra, nera, col volto invisibile nella penombra, che sedeva accanto al letto e lo guardava mentre consultava uno strano orologio: “Sei sempre stata tu?” chiese. “Io, siamo in molte io e le mie sorelle e vi seguiamo fin dalla nascita, ma non pensavo te ne saresti accorto: nessuno lo fa mai”.

“Perché?” domandò con voce flebile e rassegnata..

Sospirò: “è il nostro lavoro, vi sorvegliamo come il contadino che guarda il raccolto e aspetta il momento giusto per la sua falce, quando il raccolto è maturo”.

“Ora?” chiese Mario.

Ora”, confermò la nera figura, poi si alzò, manovrò la sua falce con un gesto antico e Mario si alzò dal letto pur lasciandovi sopra quel corpo oramai inutile e la seguì.

 
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Pubblicato da su febbraio 16, 2018 in Racconti

 

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