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Curriculum Artistico

PALMARES LETTERARIO

2002 – Prima pubblicazione, in proprio, di un libro (I miei figli di un dio minore).
2004 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Il rapido per Roma)
2004 – Presentazione del libro “Cani ed altri racconti” presso la “Famiglia artistica milanese”
2005 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione poesia. (Il capitano)
2005 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. prosa.(Esprimi un desiderio)
2006 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Come ti sei fatta bella)
2007 – Segnalato al premio “Hanau” sezione poesia (Se io fossi)
2007 – Pubblicazione del romanzo “Morte al conservatorio” con l’editore Greco & Greco”.
2008 – 3° classificato al 13° premio internazionale di poesia “Città di Voghera”. (La corsa)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. poesia (Parve)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. fiabe, favole e filastrocche.(Il pifferaio magico)

2008 – Lode con encomio al V° premio “Hanau”
2009 – 1° classificato al 14° premio internazionale di poesia “Città di Voghera” (La montagna)
2009 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(L’amore di Filù)
2009 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Un caso lampante)
2009 – 1° classificato al premio “Amici del rifugio” – Milano – sez. narrativa
(Il rapido per Roma)
2010 – 1° classificato al premio “Panta rhei” – Lendinara (Ro) – sez. narrativa
(Canta piccolina)
2010 – 6° classificato al concorso letterario “tutti scrittori” – Somma Lombardo – narrativa
(Storie di pescatori)
2010 – Finalista al premio letterario “Mario Dell’Arco” – Roma – poesia
2010 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(Il lago dei cigni)
2010 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Poesia (Caldo)
2011 – Finalista al premio “Giallo d’arte” (Delitto perfetto)
2011 – Pubblicazione del romanzo “Morte e trasgressione” con l’editore Greco & Greco”.
2011 – 3° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Joshua Levy)

2011 – finalista al premio”Giallomilanese 2011″ (Inseguita)

2011- 3° classificato al concorso “Io racconto” – Firenze (Un caso lampante)

2012- Finalista al premio “Tramate con noi” della RAI (Romanzo “Lupi in Valtellina” – inedito)

2012- segnalazione di merito al 2° premio “Amici del rifugio” (Le cose che uniscono)

2012 – segalazione con menzione speciale al premio “Nati per vincere”

2013 – finalista al premio “zucca spirito noir” con due racconti inseriti nell’antologia edita da “Salani” insieme ai due vincitori e a Maurizio De Giovanni

2013 – finalista al premio “Le storie della via francigena” organizzato da Del Bucchia editore con una poesia inserita nella omonima antologia

2013 – Terzo classificato al premio “Ame Erotique” col racconto “la bella signora”

2014 – Classificato entro i primi sei al contest “Giallomilanese” col racconto “Un caso lampante”

2015 – Recital di racconti e poesie presso il centro polifunzionale EMMAUS di Milano

 

I miei Sforzi artistici


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LIBRI IN STAND BY
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 … E ALTRI ANCORA:
– LUPI IN VALTELLINA (USCITA PREVISTA IN AUTUNNO – EDITRICE LE MEZZELANE)
– MORTE A BORDO
– MORTE IN COLLEGIO
– DAL PASSATO
– LA CREPA NEL BUIO
– LA CASA DEI SEGRETI
– MORTE DI UN PRESIDE
– UN INVESTIGATORE MOLTO PARTICOLARE
– VILLA DELLE TURPITUDINI
– LA FILASTROCCA DEI TRE GATTI
– GRIECO E IL GATTO SCOMPARSO
– 2170 A.D.
– GIUSTIZIA PER UN BAMBINO
Alcuni dei miei preziosi trofei

 

In totale, al momento, 4 pubblicazioni con autore (la quinta in autunno); 4 volumi sulla scuola, un romanzo, 20 sillogi di racconti delle quali una di racconti di pesca.

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2 commenti

Pubblicato da su luglio 28, 2011 in Uncategorized

 

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Presentazione: Marco Ernst

Salve,

Per chi ancora non mi conosce, devo dire che insegno matematica nella scuola media (e scienze), ma scrivo per hobby racconti, poesie, romanzi.

Qui c’è solo una parte dei miei oltre 550 racconti e più di 100 poesie scritti fino ad ora.

Chi fosse interessato ai miei libri, parlo delle sillogi di racconti,li può richiedere a me direttamente, se è di Milano, visto che li stampo in proprio e tento di recuperare le spese.

Per la consegna, ci si incontra da qualche parte, oppure posso spedire ai non milanesi.

Bene, spero che qualcuno abbia letto qui alcuni  dei miei racconti. Spero anche  che a qualcuno di quei qualcuno siano piaciuti; ne ho scritti come detto ben più di mezzo migliaio, raccolti in una ventina di sillogi, stampate a mie spese, che cerco di recuperare, ma oramai ho accumulato un passivo che mi fa chiedere se è giusto che io investa ancora in questo hobby.

I gialli pubblicati, invece, sono stampati con editore e sono morte al conservatorio, fuori catalogo, esaurito, mentre di morte e trasgressione, pure fuori catalogo, ne ho ancora poche copie io. Qui ci sono le copertine di questi e di quelli che giacciono in attesa di essere apprezzati da un editore.

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copertina

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MAR.E. Edizioni

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ELENCO LIBRI MIEI

 

  1. I miei figli di un dio minore             – sett. 02 – Pag. 130 – T. 100 – € 6
  2. I miei figli di un dio minore Vol. II   – nov. 02 – Pag. 140 – T. 100 –  € 6
  3. Cani ed altri racconti brevi              –  ott.  03 – Pag. 120 – T.   70 –  € 6,5
  4. Straordinari personaggi comuni      – giu.  04 – Pag. 170 –  T.   70 – € 7,5
  5. Vite di carta                                     – mar. 05 –  Pag. 210 –  T.   72 – € 8,5
  6. Vita di scuola, scuola di vita           –  ott.  05  – Pag. 166  – T.   70 – € 7
  7. Nuvole, sogni, angeli e farfalle        – mag.06  – Pag. 196  – T.  60 –€ 8
  8. Adulti domani                                  – Set.  06  – Pag. 164  – T.   60 –€ 7
  9. Cento… e più                                   – Mag 07 – Pag. 209  – T.   60 – €8,5
  10. Il re del lago dei frati                       – Giu  07 –  Pag.   70  – T.   72  € 5,5
  11. Vivere è un dolce dolore                 – Nov. 07 –   Pag. 212  – T.  50  € 10
  12. Settima silloge                                – Set. 08  –  Pag. 216 –  T.   52 – €10
  13. Aristotele, la tragedia e la catarsi     -Ott. 09  –  Pag. 211 – T.   48 – €10
  14. Vite… ed altre catastrofi                     Ott.10  –  Pag. 216 –  T.   50 – €  9
  15. Io, apolide                                       –  Lug.11 –  Pag. 222 –  T.   60 – € 10
  16. Il Titanic e l’arca                             –  Sett.11 –  Pag. 224 –  T.   60  –€ 10
  17. Ordine dal caos                                – Apr.12 –  Pag. 226 –  T.   52  –€ 10
  18. Emozioni di sintesi                          –  Ott.  12 – Pag. 224 –  T.   50  –€ 10
  19. A volte… il dolore                            – Giu. 13 – Pag. 220 –  T.  50  – € 10
  20. Ultimi sogni prima dell’alba      – Apr. 14 – Pag   222 –  T.  50 – €  10
  21. L‘uomo nero                                       – Giu. 14 –  pag. 134 –  T.  60 – €   9
  22. Storie, semplicemente                   – Nov. 14 – pag.  230 – T.  50 – €  10
  23. C’ero una volta                                   -Ott   15    pag. 230  – T.  50 – €  11
  24. Lui quarantanove, io cinquecento-Feb  16    Pag. 240 -T. 40- €  11
  25. Un nuovo viaggio                             – Apr 17 –  pag. 250   – T.  52 – € 12
  26. Morte al conservatorio – Greco & Greco – mar. 07 -P. 126  € 6 (offerta)
  27.  Morte e trasgressione  –  Greco & Greco – 2011 disponibile presso l’editore e librerie on line
  28.  Spirito noir collection II (in antologia) – Salani – 2014
  29. 19 racconti del terrore-L’infernale ediz-Mar 17 Pag 180

Se qualcuno fosse interessato ai miei libri, sovvenzionerebbe la cultura; sinceramente non credo di aver nulla da invidiare neppure a Lucarelli, a Buzzati e a tanti altri.

Se vi interessano anche solo informazioni sui modesti costi dei miei libri e su come averli, lasciate un n° di telefono o un indirizzo e-mail nei commenti oppure nel mio profilo FaceBook.

Alcuni numeri: questo blog ha avuto, al 31 dicembre 2016, oltre 110000 contatti da oltre120 nazioni diverse,( compreso il Vaticano!, ma anche Gibuti, Vietnam, Guatemala, Sud Africa ecc).

Ho pubblicato anche fiabe su tiraccontouna fiaba, dove ho avuto oltre 140000 visite (tutto documentabile).

Ho pubblicato con editore e senza contributo due gialli, morte al conservatorio, morte e trasgressione e due miei racconti gialli sono su una raccolta edita da Salani, assieme ad altri autori, fra cui il noto Maurizio De Giovanni.

Partecipo a premi letterari e ne ho vinti 5, più una decina piazzamenti fra il secondo e il terzo, oltre a numetrose segnalazioni e ingressi in finale.

Con affetto

Marco

p.s. per saperne di più leggere anche “curriculum artistico”

 
55 commenti

Pubblicato da su marzo 11, 2011 in Uncategorized

 

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N.I.P.D.A.

N.I.P.D.A.

 

La dottoressa svizzera Kubler-Ross, psichiatra psicotanatologa, la stessa che spiegò il tunnel di luce, noto appunto come fenomeno di Kubler-Ross, che vedono coloro che sono “morti” per breve tempo per poi tornare a vivere, ha descritto fra l’altro anche le 5 fasi del lutto, indicandole con un acronimo: N.I.P.D.A.

Quanto durino, poi, queste fasi è difficile a dirsi, in quanto soggettivo: possono essere ore, più probabilmente giorni, oppure mesi, oppure durare per l’eternità e non arrivare mai a compimento.

 

* * *

 

N come NEGAZIONE –

Danilo si era ritrovato di colpo da solo. Una cosa improvvisa, inaspettata, tanto che ne era rimasto inebetito, non gli pareva vero e non accettava quella morte così crudele.

Da ora in poi avrebbe dovuto rivedere tutta la sua vita, non c’era più nessuno oramai a volergli bene a questo mondo: no, non poteva accettarlo, non era vero, di certo era un

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incubo, uno di quelli così vividi da sembrare reali, ma per fortuna presto sarebbe suonata la sveglia, si sarebbe alzato con magari un po’ di malumore, con un grande magone, ma alla fine sarebbe passato, tutto sarebbe stato come prima, non scherziamo sulla morte, non giochiamo sui sentimenti delle persone.

Ma chi è che si permette di mandare in giro questi sogni così dolorosi, così reali? Meno male che lui se ne era accorto, che sapeva che non era vero nulla di tutto ciò.

 

I come IRA –

 

… ma non era un sogno, neppure un incubo: lui era sveglissimo, la morte era tangibile e già questo è un assurdo, un ossimoro, perché se la morte è il nulla, la negazione della vita, come può essere così reale? Fu allora che Danilo sentì montare dentro di sé una grande rabbia, un’ira da sfogare contro tutto e tutti.

Danilo adesso era da solo, non aveva un bersaglio su cui scaricare colpe, peraltro, inesistenti ed allora se la prese con le cose: cominciò a sfasciare oggetti, simboli di una vita che oramai era passata, che non sarebbe mai più ritornata, ma non lo fece con i ricordi di quel sentimento che era stato tanto, che era stato tutto, che gli aveva dato una ragione per portare avanti una vita altrimenti insulsa.

Fece un gran baccano, tanto che i vicini… qualcuno si spaventò, ma loro sapevano, capivano, conoscevano la situazione ed allora sopportarono il chiasso, le urla, nessuno chiamò nessuno.

Poi, quando Danilo si rese conto che non c’era alcuno accanto a lui, che le povere cose non avevano colpe, se la prese lui la colpa di quel lutto, perché è così che si elabora una morte: trovandone un responsabile.

E allora Danilo punì se stesso, sferrò un pugno con tutte le proprie forze contro il muro, fratturandosi la mano, ma non sentì dolore, non fisico, per lo meno.

 

P come PATTEGGIAMENTO –

 

Quando la grande rabbia fu passata, un briciolo di coerenza e di ragione rispuntarono fuori dalla disperazione assieme al pulsare della frattura che si andava gonfiando e scurendo.

No, non poteva andare avanti con quegli sfoghi insensati: andavano bene per i primi momenti, che non ricordava quanto fossero durati, magari giorni, giorni in cui non aveva mangiato, né dormito, non si era lavato, non era andato al lavoro e non aveva avvertito che non sarebbe andato.

Ritrovato quel minimo di lucidità, doveva decidere cosa fare della sua nuova vita, quella che gli sarebbe piaciuta ancora meno della precedente: cominciò col prepararsi un caffè, poi si sarebbe visto che altro fare.

Scoprì che, in effetti, aveva fame, era stanco e puzzava: si fece un’altra caffettiera e la finì, ma mangiare ancora no, era troppo presto: come si può pensare a mangiare dopo tutto quel…?

 

D come DOLORE oppure DEPRESSIONE –

 

Sì, tutto quel dolore: dirlo, pronunciarne il nome era come risvegliarlo per poi esorcizzarlo. Il dolore senza urla, senza violenza, con consapevolezza, il dolore delle lacrime, del pianto lungo e sommesso e poi, con questo, la depressione: nessun interesse, un conato di vomito, forse per tutto quel caffè a stomaco vuoto, anche solo guardando lo schermo spento della televisione.

Ma si può pensare a una esistenza fatta di cose normali e schifose come mangiare, guardare la televisione, uscire, vedere gente, parlare?  Forse era squillato il telefono, ma non ci pensava minimamente a rispondere.

Sentiva una grande, ineluttabile tristezza, voleva qualcuno che lo accarezzasse, che lo consolasse: no, anzi non voleva nessuno, voleva solo il buio perché quello nasconde le piccole, meschine cose quotidiane.

Chiuse tutte le tapparelle ripromettendosi che non le avrebbe mai più riaperte: buio e realtà sono antitetici. Poi si sdraiò vestito sul letto, si accovacciò in posizione fetale e si addormentò, finalmente, sfinito.

 

A come ACCETTAZIONE –

 

Ecco la quinta e ultima fase, quella che servirebbe, se non a guarire, almeno ad anestetizzare il dolore, un po’ come se ad un ammalato grave, incurabile, non si potesse somministrare una cura definitiva, ma solo fornire il più potente degli antidolorifici quelli che giustamente vengono definiti palliativi.

E nel caso di cui parliamo quale mai potrebbe essere la cura a ciò che è incurabile, fare resuscitare chi è morto? Sono oltre duemila anni che nessuno ci riesce più: anche Danilo aveva bisogno dei palliativi per poter tirare avanti quanto ancora gli restava

Probabilmente lui si riteneva un vigliacco per essere arrivato fino a qui, fino alla fase cinque della dottoressa tanatoqualchecosa e ad esserci arrivato così in fretta, anche se non sapeva quanto tempo fosse passato, ma c’è un istinto che si chiama sopravvivenza e che ci costringe quasi sempre a vivere, anzi a sopravvivere e convivere con il dolore, ad accettare questo cambiamento, ad accettare il fatto che ciò che resta del nostro viaggio non sarà mai più lo stesso, soprattutto non sarà mai più bello perché lo si dovrà vivere senza amore.

Danilo l’aveva avuto l’amore assoluto, il più grande, quello del suo cane Chicco, diciott’anni insieme; una moglie può tradire, perfino una madre può abbandonare un figlio e non parliamo di figli che dimenticano i genitori, ma un cane, quello mai, un cane non ti abbandona e non smette di amarti per niente e per nessuno.

Adesso Danilo doveva lentamente accettare quella realtà: sarebbe vissuto, da ora in poi, senza Chicco e senza l’amore dell’unico essere che gli avesse mai veramente voluto bene.

E che nessuno si azzardasse a dire: “Quante storie: in fondo era solamente un cane”.

 

 

 
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Pubblicato da su novembre 6, 2017 in Racconti

 

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…E RIDEVANO TUTTI

… E RIDEVANO TUTTI

 

C’erano tutti  i quattro figli di Mauro, due dei quali con le mogli e figli al seguito, ma mancava la consorte dell’uomo nonché madre dei suoi  figli: se n’era andata sei anni prima per un male di quelli che non colpiscono mai i ricchi, le persone cattive, gli intrallazzatori e i politici, un male che per la gente comune si chiama ancora “male incurabile”.

Mauro aveva ora convocato i suoi ragazzi ed allora era arrivato per primo Giulio dalla Germania con la moglie e due figli troppo biondi per poterli scambiare per ragazzini italiani; poi c’era Cesare giunto anch’egli con moglie e figlia, ma lui veniva solo dalla

Sardegna dove aveva messo su una piccola azienda vinicola e dopo di lui c’era Luigi, che aveva lasciato la propria consorte a casa con i bambini troppo piccoli per viaggiare e per quella occasione, soprattutto, anche se lui, il terzogenito, abitava a meno di settanta chilometri dalla residenza paterna ed infine c’era Gabriele, il più giovane, il più fragile, l’unico single, quello che ancora viveva con Mauro, da sempre.

L’uomo non aveva spiegato il motivo di quella convocazione urgente nelle sue telefonate, nelle sue e-mail, nei suoi s.m.s. come si usa adesso: solo aveva detto ai figli che era indispensabile che tornassero a casa al più presto e loro, dunque, erano arrivati. Mamma come detto non c’era più da troppo tempo: un tumore improvviso e devastante, una morte rapida, ma dolorosa per lei e i famigliari che, però, l’aveva forse sottratta all’umiliazione dell’invalidità.

Erano rimasti loro, cinque maschi sperduti senza la guida dell’unica donna, a quel tempo, della famiglia, senza il suo senso pratico, eppure se l’erano cavata  perché dovevano farlo, perché la crudeltà della vita, ma anche l’istinto, lo impongono, perché erano sempre stati una vera famiglia..

Ho il cancro” esordì senza tanti preamboli Mauro e d’improvviso calò il gelo, tutti tacquero e scesero le prime lacrime.  Una storia già vista, un dolore già provato un futuro che sembrava un passato. Mauro aveva settantotto anni: non pochi, ma neppure troppi ad avrebbe potuto avere ancora altro tempo per le cose che rimangono sempre indietro e per stare ancora accanto il più possibile, magari anche solo tramite la tecnologia, ai propri figli. Lui si era sempre definito un proletario, cioè uno che possiede solo la propria prole e ne era orgoglioso e ne godeva di tale possesso. Dopo l’annuncio drammatico e traumatico fu il momento della falsa speranza alla quale neppure lui credeva: “Faremo terapie, l’operazione, oramai si curano più della metà dei tumori, ci sono nuove scoperte ogni giorno…”.

Già, metà dei malati guariscono: sì, quelli ricchi, quelli che hanno soldi per le cliniche all’estero, quelli per cui nessun medico dice, o pensa: “In fondo non è più un ragazzino, la sua vita l’ha fatta, cosa può sperare? Ci son persone più giovani su cui concentrare fondi e tempo”.

Dopo Mauro presero la parola i figli, toccati nel profondo da quel dejà vu: solenni promesse di partecipare, di essere più presenti, di dare una mano al fratello minore nell’assistenza del malato, garanzie di mettere a disposizione fino all’ultimo risparmio, cose che si dicono, magari sincere a botta calda, ma poi…

Dopo, per alcuni minuti scese di nuovo un gelo imbarazzato: le madri portarono i figli in un’altra parte di quella casa oramai troppo grande, una si mise a cucinare per tutta quella gente, un’altra cominciò a mettere a posto, vale a dire a spostare cose da una parte all’altra; qualcuno piangeva dignitosamente in silenzio, nascosto. Giulio, il più lontano geograficamente fu il primo a romperlo, quel dannato silenzio: “In fondo è anche un modo per rivederci più spesso, non solo a matrimoni e funerali… – si morse la lingua a sangue: quella proprio non la doveva dire – riallacciamo i legami fra noi fratelli, fra i nostri figli  e i loro cugini”.

Cesare, suo fratello, gli rubò la parola e l’imbarazzo: “Del resto anche se la vita ci ha portati lontano, siamo sempre stati una famiglia molto unita, anche fra noi fratelli: abbiamo vissuto insieme, fatto vacanze insieme, giocato insieme e forse è ora di riprendere ad essere fratelli davvero come una volta. Oramai con l’aereo si fa prima che a spostarsi in città con la metropolitana”.

Mauro per un momento dimenticò la propria malattia e quel dolore che gli pulsava dentro sordo, solo un poco assopito dai farmaci, come un grosso leone sedato che ronfa di irrequietudine e vorrebbe tornare subito a sbranare e poi quell’altro dolore, quello per cui non esistono medicine, quella disperazione che si comprende solo quando la si prova, la consapevolezza della fine e lui ora capiva cosa aveva provato quella donna che aveva tanto amato fino all’ultimo momento.

Luigi deglutì la commozione che gli serrava la gola e prese il testimone dai fratelli maggiori, ma fu interrotto da una delle cognate che annunciava che la cena era pronta. Per fortuna il tavolo della sala da pranzo era enorme, del resto un tempo lontano erano in sei a sedervi ogni giorno: bastava stringersi un po’ e ci si stava tutti, tutti stretti, come lo si è spesso solo nei grandi dolori. Cenarono parlando d’altro, delle scuole  dei figli, delle prime cotte di questi, coi chiamati in causa che arrossivano per l’imbarazzo e per il caldo di tutta quella gente che respirava in una sola stanza, per il calore dei cibi appena spadellati. Poi terminò la cena, ritornarono tutti nell’altra sala su divani e poltrone, coi ragazzi a dividersi queste a gomitate nei fianchi di fratelli e cugini; nessuno più toccò il tema il-cancro-di-papà, ma cominciarono i ricordi e gli aneddoti: i Natali passati insieme tanti anni prima, le vacanze al mare o in montagna di quando erano bambini, la colonia, le storielle vere o inventate, per arrivare poi alle barzellette e tutti parevano felici di essere di nuovo insieme e forse lo erano davvero in quell’istante, per quel breve istante, felici di ricordare momenti lontani e sereni e tutti ridevano, anche il protagonista, suo malgrado, di quella rimpatriata.

Mauro ricordò di quando era ragazzo e venne a mancare la sua nonna materna ed allora si ritrovarono tutti i cinque figli di nonna, compreso quello che viveva in Francia e che non vedevano da anni e lui cominciò a raccontare storie, storielle, trame di film con quel suo italiano oramai un po’ zoppicante e tutti si dimenticarono che erano lì per un motivo tutt’altro che allegro…

Ora come allora tutti ridevano, ridevano fino alle lacrime, ma qualcuno lo faceva mentre il suo cuore piangeva sangue.

 

 

 

 
1 Commento

Pubblicato da su ottobre 24, 2017 in Racconti

 

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PASSAMI IL COSO…

PASSAMI IL COSO…

 

Vito e René erano seduti a tavola per la cena.

Entrambi avevano da poco passato la settantina: non poco, ma neppure troppo, visto che oramai la vita si era allungata e adesso, a settant’anni, si è considerati ancora pienamente attivi.

Si erano sposati tardi, verso i quaranta, niente figli, non ne erano venuti, un po’ per gli impegni di lavoro di entrambi, un po’ perché forse loro due non erano adatti a fare i genitori e un po’ anche per l’età soprattutto di lei, troppo in là per la maternità, forse già all’inizio della menopausa, un po’ perché… insomma,non ne erano venuti. Adesso erano ambedue in pensione; prima lui aveva diretto un grande negozio di calzature proprio nel centro di Milano, mentre René era stata rappresentante, o come si dice adesso, agente di commercio, nel medesimo settore.

L’aveva introdotta lui a quel lavoro, lui che aveva le conoscenze giuste e lei aveva guadagnato fin da subito il triplo dello stipendio del marito e questo perché era una donna decisa, a volte brusca nei modi, ma capace di farsi largo a spallate anche in un mondo di uomini.

In fondo, a parte il non avere avuto figli, avevano fatto una buona vita e ora se ne godevano i frutti con un riposo dinamico: andavano in crociera, facevano viaggi, si permettevano sfizi che molte altre persone neppure possono sperare, tanto non avevano nessuno a cui lasciare una eventuale eredità: nessuno d’importante, almeno, o comunque nessuno che ne avesse bisogno: una sorella lui ce l’aveva, ed un nipote già grande e fuori casa, ma abbondantemente benestanti da non aver bisogno dei loro sacrifici di una vita. René era figlia unica, mentre Vito aveva dunquequesta sorella sposata, che stava altrettanto bene economicamente, tanto da essersi trasferita a vivere a Sanremo, vicino al figlio. Quell’unico nipote, poi, aveva fatto il botto: si era sposato con una ragazza figlia di un industrialotto della Brianza che aveva lasciato la conduzione dell’azienda nelle mani del genero.

Quindi Vito e René potevano godersi i frutti del loro passato lavoro fino all’ultimo centesimo senza scrupoli e rimorsi (non, peraltro, che ne avessero).

Avevano anche pensato ad una casetta al mare o al lago, ma chi glielo faceva fare di andare a sgobbare nei week end cucinando e lavando piatti quando potevano andarsene in albergo ogni volta che volevano e scegliere un posto ogni volta diverso a seconda dell’umore. Ecco, pur non essendo straricchi, erano fra quelle persone fortunate a non essere state toccate dalla crisi.

Un giorno, un tranquillo giorno super settimana, erano nel loro appartamento alla periferia sud ovest di Milano e stavano accingendosi a pranzare: tortellini in brodo, roba di gastronomia, mica del supermercato; erano dalle parti opposte del tavolo, sui lati larghi e Vito aveva davanti a sé il cassetto con le posate: “Passami il coso” gli disse con quel suo piglio sempre un po’ brusco la sua René; “Quale coso, scusa? Spiegati bene, ce ne son tanti di cosi qui” ribatté Vito cercando di buttarla un po’ sul ridere, ma sentendo dentro di sé nascere una certa inquietudine.

Lei sbuffò inquieta, come faceva quando si stava avvicinando una delle sue memorabili sfuriate: “Il coso, ti ho detto, è così difficile da capire cos’è il coso? E poi a te non scappa mai di mente una parola?”.

Forse anche lei sentiva che c’era qualcosa che non andava, lo sentiva tanto nel profondo da non volerlo ammettere; lui guardò smarrito la tavola, poi vide che la moglie aveva a fianco della fondina forchetta e coltello, ma non un cucchiaio, allora aprì il cassetto, ne prese uno e glielo porse alzandosi leggermente dalla sedia per allungarsi fino a lei.

Era tanto difficile? Ti diverti a farmi passare per rimbambita?” René non prese il cucchiaio e non toccò cibo; Vito svuotò il suo piatto, poi si alzò, prese la porzione intatta di lei e la rimise nella pentola: anche se stavano bene economicamente erano di una generazione abituata a non sprecare nulla e ciò che si avanzava a mezzogiorno si riscaldava la sera.

Cominciò così: da quel giorno i “cosi” aumentarono in modo esponenziale, come il nervosismo di lei, le sue risposte secche e sgarbate, il crescente dolore e senso d’impotenza di lui.

Non era sempre così: c’erano giorni buoni, altri meno buoni ed altri pessimi.

In un altro giorno, uno di calma relativa lui, a tavola, le disse: “René, sai cosa ho pensato?Siamo in un’età in cui dobbiamo fare attenzione alla salute; io di notte mi devo alzare un po’ troppo spesso per andare in bagno e se andassimo tutti e due a fare un bel controllo generale in clinica? Mi hanno dato l’indirizzo di un posto bellissimo, in mezzo al verde, quasi un hotel con piscina, sauna e beauty farm”.

Messa così non urtava l’accresciuta suscettibilità di lei, quindi René accettò, non senza qualche perplessità.

In realtà Vito era già andato a parlare, a spiegare la situazione al direttore sanitario della clinica: esami vari per entrambi, non solo quelli mirati al sospetto che era più di un sospetto che c’entrasse quel signore tedesco dal nome difficile che iniziava con la A, quello che, diceva una barzelletta, faceva perdere la testa alle signore.

Gli esami durarono una decina di giorni, anche se non sarebbe stato necessario così tanto: mentre lei faceva i fanghi alla beauty, Vito fu convocato dal direttore della clinica.

Alla conferma della malattia, si sentì gelare: sapeva che da lì non si tornava indietro, che non si guariva da quella malattia, che la si poteva rallentare, ma che piano, piano, René si sarebbe avviata verso il tracollo.

Era tutto finito, la loro serena vecchiaia, il godimento di anni di lavoro, la vita degna di essere vissuta.

Quello era solo l’inizio, la perdita dei vocaboli, la memoria breve e a lungo termine; quando lui, che non era certo nel fiore degli anni e delle forze, non ce la fece più da solo, dovettero prendere una badante, poi un’infermiera qualificata e specializzata in quel tipo di malattia.

Fortunatamente col degenerare del suo cervello anche la percezione della realtà, della sua realtà, del male che la distruggeva erano andate a farsi benedire: chi l’accudiva era solo una cameriera perché loro potevano permetterselo, le medicine erano per i dolori articolari dell’età, poi non ricordò più le crociere, i viaggi, i week end.

Piano, piano, ma sempre troppo velocemente, stava regredendo, ridiventava una bambina, a volte dolce, altre capricciosa.

Intorno a lei c’erano oggetti che conosceva benissimo, ma di molti dei quali non ricordava il nome, ma già erano dei cosi, erano tutti cosi, bastava chiamarli così e la cameriera avrebbe capito ed anche lui, suo marito, lui, l’uomo che aveva amato tutta la vita, lui… già, ma come si chiamava?

 

 
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Pubblicato da su ottobre 11, 2017 in Racconti

 

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IL LEADER

IL LEADER

 

Loris era l’unico figlio di Pierantonio e Silvana, una coppia di manager impegnati, anche troppo per avere il tempo di allevare un figlio: la loro priorità era dargli un futuro di grande spessore anche economico, non un oggi di amore e presenza, così, dopo i primi anni passati con cameriere e baby sitter, anzi, per meglio dire tate, verso gli otto anni gli presero un istitutore che doveva istruirlo, educarlo, averne cura, seguirlo negli studi.

Per l’uomo fu una fortuna: uno stipendio che mai si sarebbe sognato, le mattine in cui il ragazzino era a scuola libere, un rapporto uno a uno in fondo non difficile anche se le pretese dei genitori erano alte.

Il bambino, Loris, peraltro aveva già avuto un’impostazione educativa ben precisa, data da qualcuna delle varie tate succedutesi: Giulio, l’istitutore, se la immaginava una virago tedesca che girava armata di frustino: probabilmente era una sua fantasia, ma il bambino aveva imparato a mascherare le proprie emozioni, cosa che il suo istitutore reputava anormale e comunque atroce, ad essere duro, a non mostrare sentimenti, sempre che ne avesse qualcuno.

Con lui, il suo istitutore personale, andava d’accordo, del resto non era difficile, visto che il bambino obbediva come un soldato e che Giulio aveva un carattere permissivo e per natura accomodante, ma mai ci fu fra loro un momento di tenerezza, mai un abbraccio, quando Giulio arrivava al pomeriggio a casa della famiglia De Dominicis di Serravalle, che non abitava a Serravalle, ma esibiva quel cognome pomposo da feudatari, Loris gli porgeva la mano con un breve inchino del capo.

Ogni volta a Giulio si stringeva il cuore a vedere come al bambino erano stati prematuramente rubati i sentimenti e la fanciullezza.

A nove anni il piccolo parlava pressoché perfettamente tre lingue e non prendeva mai voti inferiori alla massima valutazione.

E mai Giulio l’aveva visto con un fumetto, ma neppure con un romanzo: leggeva di economia, filosofia ed altre cose altrettanto noiose: Giulio lo sapeva che erano una barba, perché quelle cose lì lui le aveva studiate.

L’uomo non riuscì mai a coinvolgere il bambino in un gioco, fosse pure qualcosa non da bambini come una partita a carte o a dama.

Ci sarebbero tante altre cose da dire sulla personalità visibile di Loris, ma il quadro non cambierebbe: un bambino destinato a diventare un leader e uno speculatore, probabilmente spietato.

L’estate in cui il bambino aveva compiuto i nove anni, prima delle vacanze vere e proprie di luglio e agosto, con i coniugi De Dominicis che, però, si erano garantiti che Giulio li avrebbe seguiti, così da non avere la palla al piede di un figlio, quando le loro sere erano già programmate di aperitivi, feste e cene, lui e il bambino furono spediti a fare una pre – vacanza in una casa in campagna, una delle tante che la famiglia possedeva, un podere abitato da mezzadri o forse da valvassori, nella loro concezione delle gerarchie.

La tenuta era enorme e tutti coloro che vi lavoravano vivevano lì, all’interno, in piccole costruzioni – dormitorio o minuscole casette mono – familiari se a carico avevano mogli e figli.

C’era anche uno stuolo di bambini con i quali Loris era quasi costretto a giocare, ma mettendo subito in evidenza la sua personalità da leader: si facevano i giochi che voleva lui, che fortunatamente erano quelli che fanno un po’ tutti i bambini anche quelli normali, con gli schieramenti che decideva lui, sia che si trattasse di soldati, indiani e cow boy o archeologi alla ricerca di favolosi tesori.

Giulio era soddisfatto che quello suo e di Loris non fosse più un rapporto esclusivo, ma che il bambino imparasse finalmente a stare anche con i suoi coetanei. Anche per loro due era stata riservata una piccola casetta ad un piano confinante con le grandi stalle per i cavalli; Giulio si affacciava alla finestra sull’aia e vedeva i bambini correre armati di spade di legno o archi fatti con rami e spago, giocattoli potenzialmente pericolosi, ma si sa: ci sono degli angeli che vigilano sui bambini e impediscono che si facciano male sul serio. Ginocchia sbucciate ce n’erano a bizzeffe, ma nulla di più: un po’ di mercurocromo e tutto passava, erano tutti così orgogliosi delle loro ferite di guerra!

Giulio ebbe un colpo al cuore quando vide Loris con un occhio bendato, ma fu subito rassicurato: non era una ferita di guerra, ma un travestimento da pirata, da capo dei pirati, naturalmente.

Un pomeriggio che l’uomo sedeva nella fresca cucina dell’alloggio a leggere un libro e il bambino era fuori a comandare la sua banda di seguaci che lo adoravano come un Dio in terra, sentì Loris chiamarlo sotto la finestra: “Tienimelo, l’ho trovato” gli disse il piccolo passandogli un minuscolo gattino rosso male in arnese.

L’animale mostrava segni di rachitismo, zoppicava, forse aveva altre malattie o malformazioni, quasi non si reggeva in piedi; Giulio gli approntò una cuccia in una scatola da scarpe imbottita di cotone idrofilo, si procurò un biberon per animali e del latte e se ne prese cura: lui esaudiva sempre ogni richiesta del leader, anche lui, forse, nonostante fosse un uomo adulto, ne sentiva il carisma. Temeva, però, che l’animaletto non sarebbe durato a lungo, ma se conosceva bene Loris, non ne avrebbe fatto un dramma.

E invece… il ragazzino mostrò subito un amore sviscerato per quel micetto malconcio e sgraziato, volle occuparsi lui di allattarlo, di curarlo, pulirgli la lettiera.

Lo portarono da un veterinario che lo esaminò da capo a piedi e poi, senza farsi vedere dal bambino, guardò Giulio e scosse la testa.

Arrivò luglio, era il momento di partire per la vacanza vera, quella nella villa in Sardegna; Loris affidò il compito di nutrire il gattino a una delle donne del podere, una brava donna di mezza età e prima di partire lo abbracciò e baciò: era la prima volta che dava segni di sentimenti che, evidentemente, era in grado di provare, ma anche di nascondere.

La vacanza fu come previsto: i genitori di Loris sempre assenti e lui e Giulio sempre soli in quel rapporto a due che non andava bene per un bambino di nove anni. Passarono luglio e agosto, la famiglia De Dominicis di Serravalle chiuse finalmente la villa per tornare in città, ma il figlio e il suo istitutore furono rispediti al podere fino all’inizio delle scuole.

Appena arrivarono Loris si mise a cercare il gattino, chiese alla donna che lo doveva curare, ma questa gli disse che l’animale era sparito quasi subito dopo la loro partenza e non si era più visto.

Loris convocò i suoi uomini e organizzò squadre di ricerca per tutto il giorno, ma fu lui a trovarlo… almeno ciò che ne restava.

Il micio era morto lì, sul davanzale della stessa finestra da cui il bambino lo aveva affidato a Giulio; ne rimaneva oramai praticamente solo la pelle e una minuscola testa che digrignava i denti per il ritrarsi della pelle dal muso.

Loris scoppiò in un pianto dirotto, il primo che Giulio gli vide e gli avrebbe visto fare; poi da vero leader responsabile, nonostante il dolore, organizzò un funerale con per bara la sua cuccia e tutti gli amichetti dovettero andare al seguito come in un vero corteo funebre.

Uno dei lavoranti gli scavò una fossa ai margini del campo di granturco e il bambino vi piantò sopra la sua spada di legno a mo’ di croce.

Quella notte il ragazzino volle dormire insieme a Giulio, abbracciato a lui, bagnò il letto ed anche il pigiama dell’uomo e nel sonno e nel sogno piangeva.

Passarono gli anni, un quarto di secolo: Loris aveva percorso la strada che doveva percorrere, che la famiglia, più che il destino, gli aveva spianato e previsto: adesso era un leader, ma non più di giochi da bambini.

Quello lo era stato solo per una breve e tragica estate, adesso, invece, era un leader della finanza, uno vero, in grado di

Serious kid with a wooden sword on stone

arricchire i ricchi e rovinare i poveri, uno speculatore, un finanziere spietato.

Non aveva veri amici, non un amore, solo al suo fianco quello che era stato suo istitutore e adesso era il suo segretario e fidato braccio destro.

Fidato al punto che quando Loris, che in quello era come tutti gli altri uomini, sentiva il desiderio di una donna per un rapporto occasionale, era Giulio a procurargliela. Non roba da strada, ma ragazze disinvolte che si trovano nei locali alla moda, che non chiedono una marchetta, ma accettano un “regalino”, meglio se di carta, meglio se con tanti zeri.

Loris vi passava la notte, poi le gettava come fossero un quotidiano scaduto: le pagava, ma non le voleva più rivedere, mai la stessa due volte, era la regola, forse era paura, paura che potesse intervenire un sentimento a intralciare la sua strada nell’alta finanza, paura di mostrare umanità.

Giulio non aveva mai dimenticato l’episodio del gattino, il ritrovamento delle sue spoglie: chissà se anche Loris ricordava, ripensava…

Giulio aveva pianto anche lui a quel pianto disperato di bambino che scopre di persona, per la prima volta, che esiste la morte e l’abbandono di chi si ama, lui da sempre abbandonato dai genitori; chissà, si chiedeva l’uomo, se in fondo al cuore l’ex bambino ricordava quel dolore profondo.

Capitò un giorno che i due dovettero recarsi, per questioni di stime fiscali e catastali, al vecchio podere dove non erano più tornati da quell’estate di venticinque anni prima: subito, come prima cosa, Loris andò a cercare il posto della sepoltura del suo gattino.

Non c’era più, ovviamente, la spada – croce, ma lui ritrovò lo stesso il punto esatto. Chiese a Giulio di rimanere indietro e si fermò in raccoglimento in quel punto indefinito: qualcuno dei lavoranti giura che stesse piangendo, ma forse era solo sudore, perché Loris era cresciuto senza essere più capace di provare sentimenti.

Si dice che un grande dolore possa inibire come auto-difesa la capacità di amare e forse è proprio così.

 
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Pubblicato da su settembre 27, 2017 in Racconti

 

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MORTE DI UN PIANETA

MORTE DI UN PIANETA

 

Area 51, le leggende che vi girano intorno, indiscrezioni mai confermate, né smentite.

Gli irriducibili dell’ufologia sostenevano che là dentro ci fossero resti di astronavi aliene e di omini verdi o grigi con grossi testoni pelati; i complottasti sostenevano che le voci di reperti alieni nascondessero la realtà di un centro di studi su armi chimiche e di distruzione di massa.

Sbagliavano tutti, ma è così facile darla da bere agli americani!

Chiunque abbia studiato un po’ di astronomia sa che il Sole è circa a metà della sua vita di stella, che le stelle muoiono, così come sono nate, come fanno le persone e gli animali.

Fra una cinquantina di milioni di anni, ci hanno insegnato, il Sole comincerà ad esaurire l’idrogeno da trasformare in elio ed energia, diventerà dapprima una gigante rossa, mentre ora è una stella gialla di media grandezza, e a quel punto ingloberà Mercurio, Venere e la Terra che avranno così terminato la loro effimera vita di pianeti.

Poi la poca energia rimasta farà contrarre il Sole che sprigionerà gli ultimi bagliori diventando una nana bianca; infine tutto si spegnerà e l’ex Sole diventerà una nana nera: il buio, il freddo, la morte di una stella e di un sistema planetario.

E soprattutto la fine della razza umana su questo pianeta, sempre che per allora non abbia già provveduto a distruggersi in altro modo: guerre nucleari, sovrappopolazione, esaurimento delle risorse energetiche e alimentari.

Questo ci hanno insegnato a scuola, ma qualcosa era mutato in questa evoluzione, qualcosa da tenere nascosto per non scatenare panico e fanatismi: un’accelerazione vertiginosa di quella evoluzione prevista.

Gli astronomi, gli astrofisici, lo sapevano già dalla prima metà del novecento, da quando era nata l’area 51: altro che ufo od armi chimiche: lì si lavorava per progettare l’evacuazione del pianeta.

La nuova “casa” dei terrestri era stata trovata, unico problema, la distanza: impossibile raggiungerla in tempi paragonabili alla vita umana, neppure a molte vite; impossibile anche evacuare tutti i terrestri, dieci, dodici miliardi di persone: e quante astronavi ci sarebbero volute?

Nell’area 51 si stavano costruendo alcune di esse, capaci di trasportare solo qualche centinaio di migliaia di persone, oltre a specie vegetali e animali e tecnologie e materiali e progetti e biblioteche perché l’uomo del nuovo pianeta non dimenticasse.

In pratica le nuove arche di Noè, una ulteriore possibilità data alla razza umana, quella creata ad immagine e somiglianza del suo Creatore

Sarebbero partiti bambini, ragazzini, con le loro famiglie e con istruttori; questi avrebbero dovuto essere addestrati ad addestrare, perché nessuno di loro, né dei loro figli o nipoti sarebbe mai giunto a destinazione: sarebbero invecchiati e morti lassù, fra le stelle, vedendo cose che nessun altro uomo aveva mai visto, i loro corpi sarebbero stati espulsi nello spazio profondo dove non avrebbero subito l’onta della decomposizione.

L’ultima generazione, dopo un migliaio di anni terrestri, avrebbe colonizzato il nuovo pianeta, avrebbero dato vita alla nuova razza umana.

I bambini sarebbero cresciuti, si sarebbero riprodotti, avrebbero imparato ed insegnato: un sacrificio enorme, intere generazioni senza vedere il mare e le montagne innevate, i monumenti, le opere monumentali dell’uomo, senza riuscire a commuoversi davanti ad un tramonto e ai suoi colori lassù, nel nero del nulla spaziale.

Intanto sulla Terra la gente abbandonata laggiù si sarebbe estinta piano, piano, probabilmente in modo atroce: già faceva sensibilmente più caldo.

Sarebbero scomparsi gli ideatori di quel progetto che andava avanti da decenni: molti lo erano già; sarebbero morti milioni, miliardi di abitanti della Terra senza sapere il destino che sarebbe stato riservato alle loro cose, a ciò che avevano costruito per sé e per i propri figli e nipoti: le case acquistate o edificate a costo di sacrifici, le cose belle scelte con cura e con amore, le opere d’arte, le piante e gli animale allevati con cura, anche se per questi ultimi la vita è talmente breve che non avrebbero avuto speranza in alcun caso: anche per loro sarebbero sopravvissuti solo i figli dei figli, dei figli, dei figli…

La gente avrebbe saputo solo all’ultimo momento, come pianificato da un comitato internazionale presieduto dai più potenti della Terra, anche se pure in questa situazione estrema c’era chi cercava di accumulare, di arricchirsi, di prevaricare e derubare gli altri: era una questione di potere, non di possesso.

Per decenni venne studiato il D.N.A. di milioni di persone per trovare i più adatti, i più intelligenti, i più forti e i più fertili.

Non tanto per loro, ma i loro figli o i nipoti o i pronipoti: il D.N.A. tanto non mente mai, magari muta ma di solito in maniera evolutiva, non devolutiva.

In gran segreto le prime astronavi erano già partite, astronavi senza equipaggio, cariche solo di materiali, di tecnologie, di utensili, di progetti che sarebbero atterrate in automatico sul nuovo pianeta, la futura Terra, in attesa di chi sarebbe arrivato a farne buon uso.

Poi, in un anno imprecisato verso la fine del quarto millennio, fu data la notizia, furono convocati gli eletti.

Si scatenarono rivoluzioni, molti si ribellarono, altri cercarono di dare l’assalto alle astronavi per infilarvicisi a bordo, ma la prosecuzione della specie umana era ben più importante della vita dei singoli, così molti morirono perché si dovevano difendere gli eletti; un esercito immane di fedelissimi fu schierato a protezione di chi si imbarcava.

Una astronave fu adibita solo al trasporto di animali e piante e  zoologi, zootecnici e botanici.

Molti piansero nell’abbandonare la Terra: lasciavano amici, parenti, cose, case, anni di vita e bellezze che non avrebbero mai più rivisto.

Quando tutti partirono oramai il fatto era fatto, chi era rimasto si rassegnò, anche se alcuni si tolsero la vita perché non sopportavano l’idea dell’agonia, ma stoltamente, perché avrebbero avuto modo di vivere la loro esistenza fino alla vecchiaia. I vecchi erano i più sereni: sarebbero morti a casa loro, nella loro terra. Oramai quasi nessuno faceva più figli, sapendo la sorte che sarebbe loro toccata.

Il caldo aumentava: si seccarono ruscelli e torrenti e fiumi e poi laghi e mari.

Si inaridirono le terre, i campi, le foreste, tanto che gli ultimi sopravvissuti, ai quali erano state garantite scorte di cibo e di acqua affinché portassero a compimento la loro vita, non ricordavano più cosa fosse un prato fiorito e punteggiato di farfalle e uccellini.

Poi bruciarono le biblioteche, i quadri e poi tutto fu vuoto sul pianeta, come quando si fa il primo trasloco della vita: vuoto e triste.

Adesso i pochi sopravvissuti, rispetto alla popolazione originale, erano nati tutti lassù, fra le stelle e l’ignoto.

Infine il sole si ingigantì e la Terra brulla e oramai disabitata, fu definitivamente morta.

Un pianeta, uno fra miliardi, solo un pianeta come tanti che muoiono ogni giorno nell’universo.

 
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Pubblicato da su settembre 13, 2017 in Racconti

 

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VOGLIO VIVERE COSI’

VOGLIO VIVERE COSI’…

 

La mamma è sempre la mamma, si dice, ed infatti è lei che allatta, cura ed alleva un figlio fino dalle sue prime ore di vita, anzi se lo è già portato dentro, a contatto con il suo cuore, per nove mesi.

Così era stato per Paolo, anche lui non era sfuggito alla regola ed aveva trascorso i suoi primi mesi totalmente dipendente dalla madre e i primi anni sempre attaccato alle sue gonne, a seguirla ovunque per la casa come un cucciolo di cane e in effetti questo è un bambino: un cucciolo indifeso.

In fondo l’uomo è un animale, anche se alcuni sono più bestie che animali, e centinaia di migliaia di anni di evoluzione non hanno, comunque, cancellato dei comportamenti istintivi.

Come l’apprendimento.

E in natura, quella natura primordiale dalla quale l’uomo si è evoluto, ma mai del tutto affrancato, il cucciolo maschio apprende dal padre, così come la femmina lo fa dalla madre.

Nell’uomo anche i giochi dell’infanzia, spesso, sono un allenamento alla vita: bambole da vestire, da curare come bambini, da nutrire eccetera nelle femminucce e, invece, costruzioni nei maschi che saranno la forza lavorativa, quando il gioco non è più terribile: armi, soldatini, mascheramenti che formano i futuri soldati o, magari, i futuri criminali.

Ma queste sono considerazioni psicologiche, sociologiche, pedagogiche magari, che esulano dalla storia di Paolo.

Anch’egli, comunque, superata la prima fase di svezzamento, cominciò istintivamente a trotterellare dietro al padre, imitandolo in ciò che poteva., ammirandolo e adorandolo come l’uomo più forte e più intelligente del mondo, colui che tutto sa e tutto può.

È noto che ai bambini piacciono le canzoncine scritte per loro, quelle, magari, dei film di animazione, o dello zecchino d’oro, ma Paolo no, lui amava le canzoni che gli cantava il suo papà, fin da quando era piccolo e, per farlo addormentare, l’uomo percorreva il lungo corridoio di casa loro col figlioletto in braccio, cantandogli “Il testamento del capitano” oppure “Signora fortuna”, ma la loro canzone preferita era “Voglio vivere così”, di Ferruccio Tagliavini.

L’avevano ascoltata una volta alla televisione, quel mastodontico apparecchio in bianco e nero ad un solo canale che troneggiava in casa loro, e a quel tempo non erano molti ad avere un televisore, perché allora la tivù si guardava al bar, ma da quella prima volta che avevano visto il film e ascoltato la canzone omonima, padre e figlio ne erano stati entusiasti per la sua forza trascinatrice, per il suo messaggio filosofico, se vogliamo.

La trama del film non la ricordavano più, ma le parole della canzone erano, infatti, un po’ la filosofia dell’uomo, che il figliolo avrebbe, dunque, presto fatta sua per imitazione del genitore: “Voglio vivere così, col sole in fronte e felice canto, beatamente…”.

Sì, entrambi, almeno a quel tempo, volevano vivere la vita di faccia, non di profilo, volevano amare e godere il bello, la natura, il sole e la luce, almeno per il poco tempo che ci è concesso.

Il padre di Paolo era stonato come pochi al mondo, ma amava “cantare beatamente” e per diversi anni fu proprio lui il cantante preferito da suo figlio. Ma gli anni passano in fretta: il piacere di essere padre, di essere madre, di essere genitore è effimero e pregno di ostacoli: ci si gode i figli da piccoli, ma bisogna allattarli, cambiarli, lavarli, ma si dice: cresceranno; poi crescono e piano, piano, si allontanano.

Per qualche anno ancora padre e figlio giocarono a carte, a dama, a scacchi insieme, insieme facevano i compiti (più spesso li faceva il padre del figlio), ma le catene familiari, il cordone ombelicale, si vanno sempre più assottigliando, ed è contemplato dalla matura.

Se Paolo fosse stato un animale selvaggio, ancora un animale come all’alba dell’umanità, presto, appena raggiunta la pubertà, se ne sarebbe andato a formare un branco suo, ma per fortuna nell’uomo evoluto il distacco non è così veloce e i figli restano in casa, nel branco, nella tribù d’origine, per molto altro tempo: ci sono gli studi, magari l’università e la laurea, poi un lavoro da trovare, e che spesso non si trova, una casa da cercare, che forse si trova ma costa troppo; allora i figli, Paolo, nella fattispecie, restano ancora in casa, ma spesso lo fanno solo col corpo, mentre il cuore e la mente vanno altrove, a cercare una vita propria, proprie esperienze da fare grazie al bagaglio di quelle apprese dalla famiglia, dal padre.

A allora, dopo i dieci anni, forse, non ci furono più fra padre e figlio le loro canzoni.

Quante volte avevano rivisto il film con Ferruccio Tagliavini: a quel tempo in aprile c’era, a Milano, la fiera campionaria ed allora, la mattina, trasmettevano in televisione dei vecchi film per dimostrare, negli stand, le meraviglie dei nuovi apparecchi.

A volte Paolo chiedeva di restare a casa da scuola per vedere, la mattina, uno di quei film ed erano sempre gli stessi ogni anno: “Francis il mulo parlante”, “Voglio vivere così”, appunto, eccetera.

Poi vennero le televisioni private, poi il colore, poi i film c’erano tutti i giorni, a tutte le ore, su tutti i canali e così non videro più il loro film, non ascoltarono più la loro canzone e il padre non la cantava più.

Il ragazzino Paolo aveva ora altri gusti: il rock di Celentano, Morandi, la Pavone.

Così si svezzano i bambini, gli adolescenti, allontanandosi dalla famiglia, dalle tradizioni, formando i propri gusti personali.

Gli anni passarono, i fratelli di Paolo se ne andarono di casa, costruirono una loro famiglia.

Rimasero lui, Paolo e i genitori, ma era iniziata quella fase di ribellione per cui al ragazzo nulla piaceva più del padre, non ne sopportava i racconti, le solite storie, i comportamenti “da vecchio”.

C’era quasi gelosia perché il padre dormiva nel letto con la madre, letto dal quale lui era stato estromesso da anni, e poi, appunto, gli dava fastidio il bagaglio di ricordi del padre: la guerra, i tempi degli stenti, le vecchie canzoni. C’era ancora amore fra i due uomini, ma nascosto con pudore, con vergogna quasi.

Poi rimasero soli.

La madre se ne andò troppo presto e troppo male, con una sofferenza lunga, infinita, che aveva contagiato tutti, che nei suoi uomini non sarebbe più guarita.

L’accudirono insieme solo loro due, con dignità, senza chiedere aiuto a nessuno; spesso, la notte, il padre andava a svegliare il figlio perché lo aiutasse a girare la povera donna o per farle un’iniezione.

Quando rimasero soli, erano veramente soli: non osavano più neppure parlarsi, perché fra di loro c’era sempre quell’ombra, quel grande amore perduto, il dolore comune che nessuno aveva voglia di rinnovare né a se stesso, né all’altro; no, non c’erano più le loro canzoni, i loro ricordi, i racconti di guerra o dei tempi andati.

Come è naturale, ma non per questo accettabile, il padre divenne vecchio, non aveva più voglia di vivere così, col sole in fronte: non l’aveva più avuta da quando se n’era andata la donna che aveva amato come pochi o nessuno.

E quando fu vecchio, non vecchissimo, ma sicuramente sopra quella che, freddamente, si chiama la media della vita di un uomo, anche lui se ne andò.

Per fortuna, per quanto ce ne possa essere in una morte, lo fece come era solito fare tutto: con dignità, in maniera discreta, senza clamore.

Decadde e finì in pochi giorni, senza neppure salutare il figlio, senza le raccomandazioni che un padre dovrebbe lasciare in eredità.

Paolo era solo, adesso; aveva trascorso buona parte della vita con i genitori ed ora si ritrovava con un grande, inconsolabile vuoto.

Smise di mangiare, smise di dormire, smise di vivere: imparò a sopravvivere, a trascorrere le giornate senza pensare all’immediato domani.

Cadde in una grande depressione, ma dal padre aveva imparato a non coinvolgere nessuno nei suoi problemi personali.

Perse quasi tutti gli amici, perché la vita è troppo breve perché ci si possa permettere di farsi carico del dolore degli altri, perché gli amici servono a riempirti le giornate, a farti divertire, non a consolarti, non a trasmettere loro il proprio male di vivere.

C’erano giorni in cui Paolo pensava proprio che non avrebbe trovato le forze per arrivare a sera, ma poi questa arrivava e dopo di essa la notte, piena di ricordi e di dolore e poi rincominciava un altro giorno uguale e senza scopo.

Era una depressione dalla quale non vedeva come uscire, anche perché la via d’uscita avrebbe potuto e dovuto trovarla solo dentro di sé, ma non aveva né la voglia, né le forze.

Non apriva più finestre ed imposte, perché non voleva vedere il mondo che scorreva a dispetto di tutto: è un po’ come quando si trattiene il respiro per fermare un particolare momento.

Era una casa grande la sua, dove un tempo erano stati in tanti, erano, forse, stati anche felici: adesso ne erano uscite le persone ed anche la felicità e la casa era sempre buia e fredda.

Quando Paolo pensò di non farcela più, decise di andare via per qualche tempo: un appartamentino in affitto, fuori stagione, in riviera, non sul mare, ma fra le mimose che cominciavano a fiorire, anche se per lui il paesaggio non aveva importanza.

Aveva lasciato la sua casa, vi aveva lasciato tutti i suoi ricordi e la sua vita, forse l’aveva tradita, forse aveva tradito il ricordo dei suoi genitori, ma loro avrebbero voluto che lui continuasse a vivere, perché il ricordo che lui portava non li faceva morire definitivamente.

Anche in quella nuova casa silenziosa e tranquilla le finestre continuarono a rimanere chiuse e le stanze, i quadri, i soprammobili erano così anonimi: non appartenevano alla sua vita passata e non sarebbero appartenuti a quella futura.

A volte il cellulare squillava, ma lui non rispondeva mai, non aveva voglia di sentire nessuno, di risvegliare un male assopito, ma mai scomparso: era difficile anche contare i giorni.

Un po’ di televisione, giusto per fare passare giorni che sembravano non passare mai. Poi, un pomeriggio, a una trasmissione rievocativa sui decenni del secolo scorso, udì la loro canzone, “Voglio vivere così”.

Allora aprì la persiana della porta finestra che dava sul terrazzino circondato dal profumo degli alberi e inondato dal sole splendente e questo gli si posò sulla pelle, sul volto.

Per la prima volta da tempo sentì di nuovo un po’ di calore.

Voglio vivere così

Col sole in fronte”,

diceva la canzone dalla televisione: era la filosofia di suo padre ed allora, piano, piano, Paolo aprì le finestre al sole, che subito inondò la stanza e da quel momento ritornò a vivere nella memoria di suo padre.

 
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Pubblicato da su agosto 31, 2017 in Racconti

 

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UNA CALDA GIORNATA ESTIVA

UNA CALDA GIORNATA ESTIVA

 

Madonna che caldo! Non si respirava.

Eppure lì, al lago dei frati, c’erano piante d’alto fusto che creavano ombra e c’era sempre una leggera brezza che, se a volte disturbava la pesca perché non si riusciva a tenere fermo il galleggiante, se non altro dava un poco di tregua dal caldo africano.

Ma non quel giorno.

I pochi pescatori che avevano sfidato l’aria torrida del pomeriggio avevano rinunciato alla pesca a galleggiante : buttavano a fondo e poi si rintanavano dove c’era un po’ di ombra vera, non quella fittizia degli ombrelloni, ma faceva caldo anche là.

Un uomo anziano sovrappeso si sentì male e dovette venire l’ambulanza e portarlo in ospedale: la sua pressione era andata più a fondo della sua montatura.

Inutile negarlo: il clima era proprio cambiato; una volta, d’estate, c’era l’anticiclone delle Azzorre, magari non pioveva per due mesi, ma il caldo era un caldo estivo normale, sopportabile.

Adesso, invece, le chiamano “bolle africane”, ma il risultato è che di frequente si passano i quaranta gradi, almeno nelle città dell’interno.

Se non altro lì, a una decina di chilometri dal mare, non si superavano i trentatré, trentaquattro, ma probabilmente non quel giorno.

Altro che bolla africana: questa era l’Africa intera che si presentava col suo clima peggiore.

E forse non erano neppure le bolle: qualcuno diceva che erano le scie chimiche, o l’effetto serra o il mancato rispetto degli U.S.A. del protocollo di Kyoto sull’inquinamento.

Madonna santa, che caldo!

E per di più non si vedeva una boccata: i pesci evidentemente stavano immobili al fondo, oppure erano tutti già lessi e pronti per maionese e limone; il lago aveva aperto alle 13, erano le 15,30 e nessuno aveva ancora preso nulla, né trote, né carpe, né pesci grandi o piccoli e qualcuno aveva già smontato le canne e se n’era andato a trovare un po’ di refrigerio nell’aria condizionata della macchina o in un bagno al mare.

Qualcun altro, però, resisteva, qualche ignaro temerario arrivava ancora alla spicciolata, magari, portandosi dietro uno o più figli, probabilmente dopo interminabili discussioni con la moglie: pareva di sentirli “Se vuoi andartene a pescare ti porti il bimbo: è pure figlio tuo, anch’io ho diritto ai miei spazi” ed allora il povero padre arrivava col pargolo lagnoso: “Ho caldo, ho fame, ho sete, voglio il gelato, il ghiacciolo, mi fai pescare? Quando si va via? Devo fare pipì”.

Si sa, il lago del frati è piccolo, in fondo pericoli non ce ne sono, per cui i bimbi erano liberi di scorazzare, di andare a tormentare con domande e con la loro presenza altri pescatori: anche il bambino di Franco, Mattia, cinque anni, era sfuggito al controllo del padre e stava toccando tutti gli attrezzi degli altri pescatori.

Paolo si era assopito, sentì suonare l’avvisatore di abboccata e sobbalzò, cadendo perfino dalla sedia, ma tutto ciò che era attaccato alla sua lenza era un petulante bambino di cinque anni con i capelli rossi che rideva come un matto per lo scherzo fatto al pescatore.

Avrebbe voluto prendere la piccola peste ed attaccarla all’amo a mo’ di lombrico, poi ci ripensò meglio e decise che sarebbe stato più corretto attaccarci il padre, visto che era uno di quelli che rifilano le rotture dei loro figli agli altri.

Finito di sghignazzare e visto che il pescatore non era altrettanto allegro, Mattia schizzò via, già pensando ad un altro scherzo per un altro pescatore.

Franco neppure si era accorto che il figlio non era più lì: aveva lanciato a fondo, poi aveva trascinato una sedia all’ombra e si era dedicato a tutto ciò che è possibile fare con un cellulare: telefonate, collegamenti a social, ricerca di filmati piccanti, giochini.

Intanto il sole picchiava implacabile: Madonna, che caldo!

Solo dopo aver ricevuto una telefonata dalla moglie, che gli aveva interrotto sul più bello un filmato particolare: “Hai messo il cappellino a Mattia? Gli hai spalmato la crema? Gli hai dato la merenda? Ti sei accertato che beva tanto con questo caldo? Lo stai tenendo all’ombra?” domande a cui rispondeva con dei sì convinti, mentre pensava alla bionda popputa del filmato, Franco si rese conto che il bambino era sparito da un pezzo ed allora si rassegnò ad abbandonare l’ombra per uscire a cercarlo.

Prima lo chiamò a gran voce, tanto il lago era piccolo e ci si sentiva da ogni punto, ma prova tu a lanciare un richiamo a un bambino ed aspettarti che accorra: mica è un cane obbediente!

Lanciò allora uno sguardo panoramico, ma nulla: probabilmente stava rompendo le palle al gestore al bar mentre questi cercava disperatamente di farsi portare dal grossista acqua, gelati, bibite, visto che con quel caldo era tutto finito.

Si rassegnò definitivamente a fare il giro del lago per andare a recuperare l’erede e, magari, tirargli una cinquina sul coppino, ma proprio in quel momento arrivò di corsa, trafelato, un ragazzetto sui quindici anni: nonostante l’abbronzatura estiva era bianco come un lenzuolo, piangeva, non riusciva a parlare.

Porse all’uomo il proprio cellulare sintonizzato su un filmato appena fatto: l’uomo cominciò a preoccuparsi, premette play.

Si vedeva Mattia che correva, poi si bloccava a guardare l’acqua, attratto da un qualcosa di strano e in quel momento dalla superficie del laghetto saltò fuori un essere incredibilmente orribile, un pesce simile ad uno di quelli degli abissi marini, corpo sottile e lungo, testa enorme con una bocca munita di denti lunghi dieci, dodici centimetri, affilati come stiletti.

Il pesce mostruoso di cinque o sei metri di lunghezza con un balzo inghiottì intero il bambino e poi scomparve di nuovo nelle acque.

Franco era sotto shock: cos’era quel filmato? Uno scherzo?

Proprio in quel momento le acque cominciarono a ribollire e da esse emerse ogni tipo di orrore: uscivano dall’acqua mostri incredibili, ne saltavano fuori a decine; azzannavano i pescatori, li ricorrevano strisciando sull’erba, li afferravano e sparivano, tutti urlavano, ma sulla strada passavano camion, auto e nessuno sentiva nulla.

Non c’erano più ne pesci, né pescatori, oramai lì al lago, solo quei mostri partoriti da…

Madonna che caldo quel giorno al lago dei frati, proprio un caldo INFERNALE!

 

 
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Pubblicato da su agosto 15, 2017 in Racconti

 

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