RSS

Curriculum Artistico

PALMARES LETTERARIO

2002 – Prima pubblicazione, in proprio, di un libro (I miei figli di un dio minore).
2004 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Il rapido per Roma)
2004 – Presentazione del libro “Cani ed altri racconti” presso la “Famiglia artistica milanese”
2005 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione poesia. (Il capitano)
2005 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. prosa.(Esprimi un desiderio)
2006 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – Invitato alla manifestazione “15 poeti alla ribalta”.
2007 – 2° classificato al premio “Hanau” sezione prosa. (Come ti sei fatta bella)
2007 – Segnalato al premio “Hanau” sezione poesia (Se io fossi)
2007 – Pubblicazione del romanzo “Morte al conservatorio” con l’editore Greco & Greco”.
2008 – 3° classificato al 13° premio internazionale di poesia “Città di Voghera”. (La corsa)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. poesia (Parve)
2008 – Segnalato al concorso “Parole e immagini” di Boves (Cn) sez. fiabe, favole e filastrocche.(Il pifferaio magico)

2008 – Lode con encomio al V° premio “Hanau”
2009 – 1° classificato al 14° premio internazionale di poesia “Città di Voghera” (La montagna)
2009 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(L’amore di Filù)
2009 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Un caso lampante)
2009 – 1° classificato al premio “Amici del rifugio” – Milano – sez. narrativa
(Il rapido per Roma)
2010 – 1° classificato al premio “Panta rhei” – Lendinara (Ro) – sez. narrativa
(Canta piccolina)
2010 – 6° classificato al concorso letterario “tutti scrittori” – Somma Lombardo – narrativa
(Storie di pescatori)
2010 – Finalista al premio letterario “Mario Dell’Arco” – Roma – poesia
2010 – 1° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Fiabe e filastrocche
(Il lago dei cigni)
2010 – Segnalato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. Poesia (Caldo)
2011 – Finalista al premio “Giallo d’arte” (Delitto perfetto)
2011 – Pubblicazione del romanzo “Morte e trasgressione” con l’editore Greco & Greco”.
2011 – 3° classificato al concorso“Parole e immagini”di Boves sez. narrativa (Joshua Levy)

2011 – finalista al premio”Giallomilanese 2011″ (Inseguita)

2011- 3° classificato al concorso “Io racconto” – Firenze (Un caso lampante)

2012- Finalista al premio “Tramate con noi” della RAI (Romanzo “Lupi in Valtellina” – inedito)

2012- segnalazione di merito al 2° premio “Amici del rifugio” (Le cose che uniscono)

2012 – segalazione con menzione speciale al premio “Nati per vincere”

2013 – finalista al premio “zucca spirito noir” con due racconti inseriti nell’antologia edita da “Salani” insieme ai due vincitori e a Maurizio De Giovanni

2013 – finalista al premio “Le storie della via francigena” organizzato da Del Bucchia editore con una poesia inserita nella omonima antologia

2013 – Terzo classificato al premio “Ame Erotique” col racconto “la bella signora”

2014 – Classificato entro i primi sei al contest “Giallomilanese” col racconto “Un caso lampante”

2015 – Recital di racconti e poesie presso il centro polifunzionale EMMAUS di Milano

 

I miei Sforzi artistici


capture1
capture2 (3)capture1
 
LIBRI IN STAND BY
——————————-
 … E ALTRI ANCORA:
– LUPI IN VALTELLINA (USCITA PREVISTA IN AUTUNNO – EDITRICE LE MEZZELANE)
– MORTE A BORDO
– MORTE IN COLLEGIO
– DAL PASSATO
– LA CREPA NEL BUIO
– LA CASA DEI SEGRETI
– MORTE DI UN PRESIDE
– UN INVESTIGATORE MOLTO PARTICOLARE
– VILLA DELLE TURPITUDINI
– LA FILASTROCCA DEI TRE GATTI
– GRIECO E IL GATTO SCOMPARSO
– 2170 A.D.
– GIUSTIZIA PER UN BAMBINO
Alcuni dei miei preziosi trofei

 

In totale, al momento, 4 pubblicazioni con autore (la quinta in autunno); 4 volumi sulla scuola, un romanzo, 20 sillogi di racconti delle quali una di racconti di pesca.

Annunci
 
2 commenti

Pubblicato da su luglio 28, 2011 in Uncategorized

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Presentazione: Marco Ernst

Salve,

Per chi ancora non mi conosce, devo dire che insegno matematica nella scuola media (e scienze), ma scrivo per hobby racconti, poesie, romanzi.

Qui c’è solo una parte dei miei oltre 550 racconti e più di 100 poesie scritti fino ad ora.

Chi fosse interessato ai miei libri, parlo delle sillogi di racconti,li può richiedere a me direttamente, se è di Milano, visto che li stampo in proprio e tento di recuperare le spese.

Per la consegna, ci si incontra da qualche parte, oppure posso spedire ai non milanesi.

Bene, spero che qualcuno abbia letto qui alcuni  dei miei racconti. Spero anche  che a qualcuno di quei qualcuno siano piaciuti; ne ho scritti come detto ben più di mezzo migliaio, raccolti in una ventina di sillogi, stampate a mie spese, che cerco di recuperare, ma oramai ho accumulato un passivo che mi fa chiedere se è giusto che io investa ancora in questo hobby.

I gialli pubblicati, invece, sono stampati con editore e sono morte al conservatorio, fuori catalogo, esaurito, mentre di morte e trasgressione, pure fuori catalogo, ne ho ancora poche copie io. Qui ci sono le copertine di questi e di quelli che giacciono in attesa di essere apprezzati da un editore.

morte e trasgressione1

——————————————————————————————————————————————————————-

copertina

—————————————————————————————————————————————————————————

capture7———————————————————————————————————————————————————————–

capture5———————————————————————————————–

capture3

——————————————————————————————————————————————————————-

capture2—————————————————————————————————————————————————————————

capture1 (2)—————————————————————————————————————————————————————————-

capture2——————————————————————————————————————————————————————

capture4———————————————————————————————————————————————————————————-

capture1

a_superstock_1566-0114654

———————————————————————————————————————————————————————————-

buio———————————————————————————————————————————————————————————–

villa

—————————————————————————————————

oui

oui

——————————————————————————————————————————————————————————

preside——————————————————————————————————————————————————————————

sesso

——————————————————————————————————

capture2 (4)

—————————————————————————————————————————————————————————–

capture1 (10)

MAR.E. Edizioni

———————————————————————————————————————————————————————————–

capture2 (13)

———————————————————————————————————————————————————————————–

CIMG0539

———————————————————————————————————————————————————————————

—————————————————————————————————-

DSCN0694

ELENCO LIBRI MIEI

 

  1. I miei figli di un dio minore             – sett. 02 – Pag. 130 – T. 100 – € 6
  2. I miei figli di un dio minore Vol. II   – nov. 02 – Pag. 140 – T. 100 –  € 6
  3. Cani ed altri racconti brevi              –  ott.  03 – Pag. 120 – T.   70 –  € 6,5
  4. Straordinari personaggi comuni      – giu.  04 – Pag. 170 –  T.   70 – € 7,5
  5. Vite di carta                                     – mar. 05 –  Pag. 210 –  T.   72 – € 8,5
  6. Vita di scuola, scuola di vita           –  ott.  05  – Pag. 166  – T.   70 – € 7
  7. Nuvole, sogni, angeli e farfalle        – mag.06  – Pag. 196  – T.  60 –€ 8
  8. Adulti domani                                  – Set.  06  – Pag. 164  – T.   60 –€ 7
  9. Cento… e più                                   – Mag 07 – Pag. 209  – T.   60 – €8,5
  10. Il re del lago dei frati                       – Giu  07 –  Pag.   70  – T.   72  € 5,5
  11. Vivere è un dolce dolore                 – Nov. 07 –   Pag. 212  – T.  50  € 10
  12. Settima silloge                                – Set. 08  –  Pag. 216 –  T.   52 – €10
  13. Aristotele, la tragedia e la catarsi     -Ott. 09  –  Pag. 211 – T.   48 – €10
  14. Vite… ed altre catastrofi                     Ott.10  –  Pag. 216 –  T.   50 – €  9
  15. Io, apolide                                       –  Lug.11 –  Pag. 222 –  T.   60 – € 10
  16. Il Titanic e l’arca                             –  Sett.11 –  Pag. 224 –  T.   60  –€ 10
  17. Ordine dal caos                                – Apr.12 –  Pag. 226 –  T.   52  –€ 10
  18. Emozioni di sintesi                          –  Ott.  12 – Pag. 224 –  T.   50  –€ 10
  19. A volte… il dolore                            – Giu. 13 – Pag. 220 –  T.  50  – € 10
  20. Ultimi sogni prima dell’alba      – Apr. 14 – Pag   222 –  T.  50 – €  10
  21. L‘uomo nero                                       – Giu. 14 –  pag. 134 –  T.  60 – €   9
  22. Storie, semplicemente                   – Nov. 14 – pag.  230 – T.  50 – €  10
  23. C’ero una volta                                   -Ott   15    pag. 230  – T.  50 – €  11
  24. Lui quarantanove, io cinquecento-Feb  16    Pag. 240 -T. 40- €  11
  25. Un nuovo viaggio                             – Apr 17 –  pag. 250   – T.  52 – € 12
  26. Morte al conservatorio – Greco & Greco – mar. 07 -P. 126  € 6 (offerta)
  27.  Morte e trasgressione  –  Greco & Greco – 2011 disponibile presso l’editore e librerie on line
  28.  Spirito noir collection II (in antologia) – Salani – 2014
  29. 19 racconti del terrore-L’infernale ediz-Mar 17 Pag 180

Se qualcuno fosse interessato ai miei libri, sovvenzionerebbe la cultura; sinceramente non credo di aver nulla da invidiare neppure a Lucarelli, a Buzzati e a tanti altri.

Se vi interessano anche solo informazioni sui modesti costi dei miei libri e su come averli, lasciate un n° di telefono o un indirizzo e-mail nei commenti oppure nel mio profilo FaceBook.

Alcuni numeri: questo blog ha avuto, al 31 dicembre 2016, oltre 110000 contatti da oltre120 nazioni diverse,( compreso il Vaticano!, ma anche Gibuti, Vietnam, Guatemala, Sud Africa ecc).

Ho pubblicato anche fiabe su tiraccontouna fiaba, dove ho avuto oltre 140000 visite (tutto documentabile).

Ho pubblicato con editore e senza contributo due gialli, morte al conservatorio, morte e trasgressione e due miei racconti gialli sono su una raccolta edita da Salani, assieme ad altri autori, fra cui il noto Maurizio De Giovanni.

Partecipo a premi letterari e ne ho vinti 5, più una decina piazzamenti fra il secondo e il terzo, oltre a numetrose segnalazioni e ingressi in finale.

Con affetto

Marco

p.s. per saperne di più leggere anche “curriculum artistico”

 
67 commenti

Pubblicato da su marzo 11, 2011 in Uncategorized

 

Tag: , , , , , ,

SUL TRENO

SUL TRENO

 Otto e trenta del mattino, il capostazione fischia, il treno lentamente e puntualmente si mette in movimento con un ultimo sbattere di porte, visto che è un interregionale e ci sono ancora quelle manuali; io sono su quel treno con un bagaglio di incertezze e paure, come sempre quando sto facendo qualcosa che devia dal mio tran – tran quotidiano.

La prima cosa che penso è: cosa ci faccio io su questo treno? È vero che sto andando via per tre giorni, tre soli perché di più non posso permettermi, visto anche che i treni costano oramai più degli aerei e quindi resta un budget limitato per il soggiorno, vado al mare, in un luogo che ho amato tanto tempo fa.

So già, però, che tutto ciò mi farà solo del male: il posto è cambiato, la gente non è più la stessa, è morta, è partita, è mutata, cresciuta o invecchiata e anche io non sono più quello di allora.

E allora perché vado? Perché parto? Non lo so, ma so che volevo farlo, come quando si mangia qualcosa cercando di ritrovare un sapore e si sa che quel sapore non ci sarà e che ciò che si sta ingurgitando ci farà solo del male, ma non se ne poteva fare a meno.

Il treno piano, piano, acquista velocità e scorre fra case, magazzini, attraversa la città; poi comincia ad uscire da questa, ma non è ancora campagna e paesaggio, è solo un brutto tumore di una brutta città che, però, è una delle tante cose che anche se ti fa male, ma non puoi abbandonare.

Certo Milano è proprio brutta, ma come fanno quelli che la definiscono bella? Forse lo fanno anche loro per motivi sentimentali, come quelli che mi portano in quel paesino di mare che è bello soprattutto perché lo era la mia giovinezza.

Lentamente le case si diradano, ma i prati sono ancora grigi di fumo e fumi e polveri, forse come le nostre facce, ma se non altro non ci si sente più stritolati dalla città che cresce in larghezza e ancor più in altezza: il treno però ora va più veloce di lei e se la lascia alle spalle, ma i paesi si susseguono e questa parte della Lombardia non è ancora, o non è più, abbastanza agricola da essere gradevole: case, villette, persone dentro di esse, storie dentro le persone.

Il treno rallenta, si ferma, una stazione anonima, uguale a mille altre e poi, oltre la stazione, ancora case, condomini, automobili. Mi alzo dal mio posto e vado in bagno: da lì non si vede nulla, il finestrino è giustamente opaco e non si può abbassare se non il tanto da garantire un ricambio d’aria, ma so già che non mi sono perso niente di bello.

Ritorno al mio posto e mi risiedo con il naso incollato al vetro non troppo pulito; su una casupola, forse un granaio o un piccolo magazzino c’è una scritta che inneggia a un nome: ho un tuffo al cuore: è lo stesso nome di una persona che per me è stata importante, ma di sicuro quella della scritta non è la stessa persona.

Vorrei, però, fotografarla quella scritta, ma il treno è già troppo lontano, è un parallelo della vita: anche quella persona è sparita con la stessa velocità del treno dalla mia esistenza, anche se non dal mio ricordo.

Sono stanco di guardare cose e case poco interessanti, stacco lo sguardo dal finestrino, provo a leggere, ma non riesco perché ho troppi pensieri e troppi ricordi.

Allora provo a dormire, ma i pensieri e i ricordi ritornano ancora più numerosi ed insistenti.

Ora come ora viaggio poco e per lo più in automobile, ma da bambino, da ragazzino, da adolescente, quanti viaggi in treno ho fatto? Andavo in vacanza con la famiglia, andavo a Bergamo a trovare i nonni, perché ho cominciato a viaggiare da solo prima in treno che in tram e poi tornavo a scuola, sempre in treno, l’anno in cui mi trasferii per sei mesi in montagna e ancora più avanti andavo ogni quindici giorni allo stadio, perché il treno allora era economico e poi mi piaceva, ero più libero, libero di alzarmi, di camminare, andare in bagno, dormire, leggere, parlare, ascoltare musica.

Quello che non mi è mai piaciuto erano le persone che pensavano di essere improvvisamente diventate quasi parenti solo per in fatto di essere nello stesso scompartimento, quella familiarità che poi termina alla fermata di discesa, nessuno che dica: risentiamoci, rivediamoci.

Un altro ricordo: ero un ragazzo, ero su un treno strapieno, in piedi, stretto come un’acciuga in scatola, accanto a me una ragazza forse poco più giovane di me, ci guardammo, poi di nascosto fra tutta quella gente lei mi strinse la mano fino a farmi male, me nessuno di noi disse nulla, non ci scambiammo un appuntamento, un nome, un numero di telefono: il treno è proprio come la vita, fatto di occasioni perdute; ho rifatto altre volte quel tragitto sparando di rivederla, ma non successe mai più.

Ecco, finalmente Genova, le voci di una grande stazione i rumori di porte che sbattono, di freni che sfiatano, di persone che si muovono e un odore diverso.

Da adesso il viaggio cambierà.

In treno riparte dopo una sosta piuttosto lunga per vie di coincidenze varie, costeggia il porto, poi la zona industriale e infine iniziano le gallerie, perché la Liguria è così: una striscia sottile di terra stritolata fra la montagna e il mare, aspre, mai dolce eppure bellissima.

Ed ecco, finita una galleria, la meraviglia antica e sempre nuova del mare, il mare che si rompe sugli scogli creando la sua spuma bianca: un ricordo, l’ennesimo, i primi anni, forse, in cui i ricordi rimangono, io, mamma, fratelli sul treno con qualche valigia, ma il grosso del bagaglio era stato spedito con un baule perché affittavamo un appartamento e dovevamo portare lenzuola e asciugamani.

Non staccavo un solo istante lo sguardo dal finestrino: il posto accanto a questo e in direzione di marcia era mio di diritto, col pretesto che altrimenti stavo male (ma non era vero) ed attendevo solo quella galleria, quella prima visione del mare con tante promesse di divertimento.

Io ero il più piccolo dei fratelli e quando arrivavamo loro sparivano alla ricerca degli amici estivi dell’anno precedente, io rimanevo con la mamma e Dio solo sa quanto vorrei avere adesso la sua mano che stringe la mia, che mi guida, mi accompagna, mi difende, mi rassicura.

Appena giunti e sistemati i bagagli andavamo a mangiare e poi a riposare per il viaggio, io e lei nel lettone, nella penombra delle persiane socchiuse nel pomeriggio assolato e dalla strada salivano le grida delle pescivendole con gli ultimi pesci invenduti e un odore di focaccia dalla panetteria sotto casa.

Basta, non devo lasciarmi andare a questi ricordi, dovrei staccarmene una volta per tutte, ma solo adesso dopo tanti anni, mi rendo conto che non ho mai più avuto momenti felici e sereni come quelli.

Mi verrebbe da dire che da quando son diventato grande, non sono più stato bambino.

Gallerie e mare e gallerie, paesaggio sempre diverso, perché il mare è in continua mutazione e non potrai mai bagnarti due volte nelle stesse acque, come diceva il filosofo.

Finalmente il treno arriva a destinazione: troppo tardi e troppo presto, perché il treno è proprio come la vita e quando cominciamo a prenderci gusto, ad abituarci è ora di scendere.

Ecco, comunque, che son giunto in quel paese che mi porta altri ricordi, altre gioie e tanti dolori, un paese che è bello soprattutto perché era bello essere giovani, perché erano belli gli amici; so che soffrirò durante e dopo, ma non si può restare rinchiusi in un cubicolo senza finestre per non incontrare i ricordi.

Fra poche ore mi attenderà un nuovo treno in cui mi faranno compagnia i fantasmi di tutti quelli che hanno attraversato, segnandola, la mia vita, anche la ragazza che mi strinse la mano guardandomi negli occhi: Dio, come era bella!.

Poi sarò nuovamente a casa, la mia casa e là ritroverò i fantasmi che sono rimasti ad attendermi o che sono arrivati prima di me, perché loro hanno un treno speciale, più veloce del mio interregionale.

 

 
2 commenti

Pubblicato da su luglio 18, 2018 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , , , ,

USCITA ROMANZO GIALLO

MORTE A BORDO

 

Mi rivolgo a chi mi segue con regolarità, perché vuole dire che apprezza la mia scrittura: a settembre, vista la latitanza e la poca serietà di troppi editori, mi sobbarcherò personalmente la spesa di stampa di un mio romanzo giallo ambientato a Sestri Levante (Ge).

Se qualcuno fosse interessato all’acquisto direttamente da me, me lo comunichi nei commenti o meglio tramite facebook. l costo è di 11 € se consegnato a mano a Milano o a Sestri Levante (vacanze di Natale – Capodanno) o 15 € spedito (in questo secondo caso con 2 € di credito su un eventuale prossimo acquisto),

Le copie stampate saranno solo 50 / 60 e saranno numerate e, volendo, firmate.

Sono gradite prenotazioni quanto prima: pensate anche a regali di Natale.

SINOSSI

Il commissario Grieco, della omicidi di Milano è in vacanza per dieci giorni a Sestri Levante, quando gli viene chiesto di dare una mano ai locali carabinieri nell’indagine su un omicidio a bordo di un grosso yacht ormeggiato fuori dal porto.

La vacanza forzatamente prolungata sarà per il commissario, che qui ha passato gli anni più belli, quelli della gioventù, un’occasione per un tuffo, talora doloroso, fra ricordi e rimpianti.

Il caso avrà soluzione anche grazie a due personaggi particolari e ancora una volta prima di partire Grieco dovrà confrontarsi con i propri fantasmi e le disillusioni della vita che ha vissuto con pochi slanci

 
Lascia un commento

Pubblicato da su luglio 12, 2018 in romanzo giallo

 

Tag: , , , , , , ,

IL SEGRETO

 

IL SEGRETO

 

Carlo e Giovanni si erano conosciuti in colonia, erano stati grandi amici per un intero mese e poi non si erano mai più rivisti, pur abitando nella stessa città…

Era stato circa quarant’anni prima.

Durante quel mese non erano stati sì grandi amici, ma anche qualcosa di più.

* * *

Tredici anni, o quasi, la voglia di andare incontro a una esperienza nuova, ma anche la paura dell’ignoto.

Per Carlo e Giovanni la colonia era una novità: fino ad allora erano sempre andati in vacanza con le rispettive famiglie, ma ora, per motivi diversi, erano stati spediti in quella stessa colonia dove si conobbero per la prima volta, pur vivendo, come detto, nella stessa città, ma una città grande dove a volte non si conoscono neppure i vicini di casa.

La famiglia di Carlo aveva avuto grossi problemi economici: i genitori erano rimasti senza impiego e si arrangiavano con piccoli lavori saltuari e, ovviamente, in nero, quindi non c’erano soldi per la villeggiatura, né tantomeno ce n’era il tempo ed allora lui e la sorella più piccola erano stati mandati in colonia tramite la parrocchia, colonie diverse, paesi diversi e rigorosamente l’una maschile e l’altra femminile.

La situazione di Giovanni, invece, era differente: il nonno materno era in fin di vita e, visto che viveva in casa con loro, toccava alla madre accudirlo negli ultimi suoi giorni terreni, ma non voleva fare perdere al figlio maggiore e a quello più piccolo di lui di un anno, l’opportunità di allontanarsi dal caldo estivo della città e soprattutto dalla visione del dolore e della morte; avrebbero avuto troppi anni e troppe occasioni per conoscere la parte peggiore della vita umana.

Una località di mare dell’alto Tirreno, qualcuno sosteneva del basso mar Ligure, ma i mari non sanno nulla di confini, quelle sono sottigliezze umane; una colonia gestita da alcune parrocchie della città e sostenuta da benefattori vivi a e morti, alcuni dei quali con lasciti ereditari importanti.

Giunsero alla colonia entrambi in pullman lo stesso giorno, anche se ad orari diversi, erano un po’ spauriti, è vero, ma anche tanto eccitati per la novità e la vacanza, con valige di fibra contenenti l’indispensabile in biancheria e vestiti leggeri su cui le madri, come da istruzioni, avevano cucito le iniziali di nome e cognome dei figli.

Si ritrovarono in camerata insieme, Giovanni vide Carlo e ne fu attratto per quel misterioso meccanismo di simpatia – antipatia che ci fa scegliere le persone.

Carlo lo vide avvicinarsi e gli sorrise; lui aveva un letto alla fine della camerata, quindi contro il muro, ma la branda accanto era già stata presa da un ragazzino riccio e scuro al quale Giovanni, molto più alto di lui, chiese e poi impose di trovarsi un altro posto, così i due furono vicini di letto.

La conquista dei posti contigui sfociò in un largo sorriso da parte di entrambi, evidentemente la simpatia del primo era ricambiata dall’altro, poi Giovanni, il più intraprendente, gli porse la mano e si presentò; Carlo la prese, rispose alla presentazione e da quel momento non si lasciarono più. Erano seduti accanto al refettorio, lo erano in chiesa per le preghiere mattutine, in cui entrambi non credevano, ma che facevano, per così dire, parte della retta da pagare per la vacanza e poi lo furono in spiaggia, nella stessa squadra nei giochi e infine quando si appartavano a raccontarsi mille cose da ragazzi, cose incomprensibili per gli adulti: i fumetti, le figurine, la scuola, la famiglia, il calcio.

Il tempo reggeva, era sempre bello e soleggiato e i ragazzi, tutti, non stavano mai fermi, facendo impazzire i sorveglianti che non volevano certo che qualcuno si perdesse o che accadesse loro qualcosa, soprattutto in spiaggia o durante il bagno in mare. Per il resto, comunque, i ragazzi erano abbastanza liberi ed anche di notte non veniva mai nessuno a sorvegliare le camerate.

Ad entrambi non era sfuggito che a volte qualche compagno lasciava il proprio letto per infilarsi in quello di un amico; non erano così ingenui da non sapere cosa accadesse sotto il lenzuolo, ma forse troppo giovani per sapere che la stessa cosa avviene spesso in tutti gli ambienti uni-sessuali, come collegi, carceri, seminari e, appunto, colonie. Il caldo, poi, è un vasodilatatore e risveglia desideri e voglie.

Così una notte, inaspettatamente, Giovanni si vide entrare l’amico del cuore nel proprio spazio notturno e, visto che lo facevano anche altri ragazzi, non lo respinse, forse anzi se lo aspettava, forse lo desiderava. I due amici si abbracciarono, si accarezzarono a lungo le schiene nude, si scambiarono baci sulle guance, poi le mani scesero e si infilarono negli slip a scoprire le zone segrete l’uno dell’altro.

Da quella notte il dormire insieme divenne una regola per i due ragazzi: a volte si limitavano a dormire accanto, mano nella mano, altre si spogliavano dell’unico indumento che indossavano la notte e si scambiavano carezze sempre più intime.

Nessuno ci faceva caso, era quasi la regola là dentro, come detto e chi, comunque, non lo faceva, non si azzardava a dire nulla, visto che erano più coloro che indulgevano in quelle attività notturne che non chi se ne manteneva lontano per paura o moralismo. Le coppie erano rigorosamente fisse: il sesso nei ragazzini ha regole più rigide, forse più morali di quello degli adulti, del resto il male è solo negli occhi di chi lo vuole vedere.

Durante quelle settimane che ancora li separavano dal ritorno in famiglia si cimentarono in un po’ di tutto, ma solo di tutto ciò che conoscevano o intuivano: erano tempi in cui non si sapeva molto del sesso ed ogni cosa era più o meno frutto di una scoperta personale, di una sperimentazione.

Tutto rimaneva, comunque, sotto il lenzuolo leggero: se non c’era troppa segretezza, c’era se non altro riservatezza e poi nessuno o quasi si soffermava ad osservare i movimenti sotto la coltre complice negli altri letti. Non si sa fino a che punto i due amici si spinsero, di certo lo facevano entrambi consenzientemente, con piacere e con una smania sempre crescente.

Fu durante la penultima settimana del loro soggiorno in colonia che ci fu poi quella brutta storia, l’incidente di quel ragazzino, proprio quello moro e riccio scacciato dal suo letto, che era annegato mentre tutti facevano il bagno in mare o giocavano in acqua a pochi metri da riva e pochi decimetri di profondità e nessuno si era accorto di nulla.

La colonia rischiò la chiusura definitiva per incuria, ma per sua fortuna la chiesa ha… dei santi in paradiso. I piccoli ospiti ne furono colpiti, certo, ma i ragazzi dimenticano presto le cose brutte.

Poi finì il mese di vacanza, presto sarebbero arrivati quelli dell’altro turno: le richieste erano tante e lo spazio non era infinito, quindi ne toccava un po’ per uno e non venivano accettati turni doppi.

I ragazzi prepararono le loro poche cose in attesa dei pullman per il rientro in città, Carlo e Giovanni fecero in modo di trovarsi da soli un’ultima volta in camerata e si presero per le mani, si scambiarono un lungo bacio sulle piccole labbra rosa e turgide e si scambiarono anche un foglietto con i rispettivi numeri di telefono, ma sapevano entrambi che non si sarebbero più chiamati, né visti: certe cose, certe amicizie, perfino certi amori, durano solo il tempo di un’estate, senza rimpianti; poi altri impegni, altri amici, altra vita, la famiglia, la scuola.

Il nonno di Giovanni morì poco dopo la fine dell’estate e il padre di Carlo trovò, invece, un nuovo lavoro e niente più colonia per i due ragazzi negli anni seguenti, ma di nuovo vacanze con la loro famiglia.

Ora, tutti i ragazzini hanno una scatola, una cassetta, un luogo, dove ripongono le loro cose segrete, spesso se lo portano dietro per tutta la vita ed entrambi i ragazzi conservarono il numero di telefono dell’amico di un tempo senza un vero motivo.

* * *

Il tempo non passa, corre, galoppa, rotola via.

I due ragazzini divennero giovanotti, poi uomini, poi uomini maturi con un lavoro, con altri interessi, con amori stabili o fuggevoli, come tutti del resto. Giovanni aveva una famiglia sua: dopo un primo matrimonio fallito al secondo tentativo aveva trovato la persona giusta che gli aveva dato tre figli, due oramai grandi e uno in piena adolescenza; Carlo, invece, non si era mai sposato.

Un giorno Giovanni, che ora viveva con moglie e figli nella casa dei genitori, trasferitisi in riviera, ricevette una telefonata: “Ciao, Giovanni…” una voce sconosciuta, una voce di uomo che denotava sofferenza ma anche imbarazzo, eppure come un flash all’uomo venne alla mente la colonia, il suo amico e molto di più, almeno per un’estate e fu sicuro che quella voce ignota fosse la sua.

Il giorno dopo Giovanni era seduto su una sedia di formica e metallo all’ospedale, al capezzale del vecchio amico giunto prematuramente alla fine dei suoi giorni terreni: da una fine, quella delle vacanze e del loro amore segreto, della loro complicità in qualcosa di peggio, qualcosa dimenticato e sepolto, ad una fine definitiva.

Per Carlo non si parlava di mesi o giorni, ma di ore ed in quelle ore aveva voluto accanto non un sacerdote, ma l’amico di un tempo, quello con cui condivideva il segreto.

Ti ricordi…”.

“Ssss, non devi dire niente, ora devi pensare solo a guarire” gli mentì Giovanni imbarazzato e seccato da quel voler ricordare e fare ricordare.

Stavamo bene insieme – continuò Carlo – non fosse stato per quello…  – l’uomo cominciò a piangere, forse anche a Giovanni scappò una lacrima – ci aveva visti, ci aveva scoperti, voleva dire tutto ai preti, era un maledetto baciapile e spione, cosa potevamo fare… lo avrebbero saputo le nostre famiglie e già avevano i loro problemi, lo dovevamo fare o forse no, forse non lo dovevamo fare”.

Perché, perché non era morto in pace senza dovergli telefonare, perché rivangare quella storia? non ricordava neppure più che di loro due avesse afferrato per le caviglie il ragazzino riccio e l’avesse tirato sott’acqua, l’avesse tenuto sotto fino a che…

“Zitto, non sforzarti, è  un sogno, solo un sogno, non è successo nulla” lo tranquillizzò e gli face una carezza sulla testa da pulcino malato. Forse in quel momento avrebbe desiderato di prendere lui per le caviglie e tirarlo sott’acqua, ma l’amico di un tempo, il complice, non voleva parlare con altri che con lui per liberarsi dal peso di quel segreto tenuto per tanti anni, non voleva andarsene senza condividere quel peso che gli gravava dentro da decenni. Carlo era proprio alla fine, non disse più nulla, continuò a piangere sommessamente e Giovanni gli rimase accanto fino alla fine, ma non per affetto o pietà, bensì per accertarsi che davvero non parlasse con nessun altro, che non chiedesse, magari, un prete all’ultimo momento. Spesso anche gli atei come lui hanno un ripensamento in extremis, anche se in realtà non c’era nessun altro con cui avrebbe Carlo potuto o voluto parlare per scaricare quel peso vergognoso, che non gli fosse da oneroso viatico nel suo viaggio imminente: erano entrambi uomini adesso, cresciuti e invecchiati con quel fardello, quel segreto che non aveva permesso al più debole dei due di farsi una vera vita.

Poi, finalmente, Carlo ingoiò un respiro che non uscì più.

Giovanni gli chiuse gli occhi con quella che poteva anche sembrare un’ultima, pietosa carezza ed uscì dalla stanza per avvertire l’infermiera; avrebbe anche potuto suonare il campanello, ma oramai non c’era più alcuna fretta.

Un uomo, un amico di un tempo col quale aveva condiviso ben più di una vacanza e di un letto,  uno con il quale aveva condiviso un delitto, era morto, ma lui ora si sentiva sollevato: adesso il suo, il loro segreto era definitivamente salvo.

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su luglio 4, 2018 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , ,

UN VASETTO DI OLIVE

 

UN VASETTO DI OLIVE

 

Massimiliano, superata la pubertà, la giovinezza, avviato verso un’età adulta che in un attimo ti trascina al declino, aveva cominciato a correre.

 

* * *

 

Da ragazzo aveva praticato basket a scuola, alle medie, ma poi per continuare gli mancava l’altezza; allora si era dato al tennis, così, senza avere mai preso una sola lezione e senza fare tornei, solo partite fra amici.

A Massimiliano piaceva fare sport, non per agonismo, non per questioni di linea, anche se mantenerla non guastava, pur sapendo che poi, quando smetti, il sovrappeso ritorna con gli interessi: gli piaceva semplicemente per il piacere di farlo, perché lo faceva sentire vivo, per l’adrenalina, le endorfine e quelle cose lì… e poi perché gli dava modo di stare con gli amici.

Già, gli amici: poi loro a uno ad uno passano, se ne vanno insieme con le età della vita; quelli delle scuole medie spariscono dopo l’esame di terza, quelli delle superiori dopo la maturità, i colleghi lo fanno se cambi posto di lavoro e ad un certo punto ti ritrovi da solo, perché avviandosi verso il tramonto diventa sempre più difficile stringere nuove amicizie, a meno che non inizi a frequentare circoli per anziani, ma a chi piace specchiarsi nei problemi, nei dolori, nel tramonto degli altri, sentire parlare solo di pillole e acciacchi? Massimiliano era sempre stato, per carattere, un tipo tranquillo, eppure quante ne aveva combinate anche lui ai tempi degli amici, quante mattane, zingarate, pazzie!

Poi tutto questo passa e lascia qualche ricordo e tanti rimpianti. Adesso che non era più un giovanotto gli serviva uno sport che si potesse fare da soli, senza una squadra insieme o senza avversari diretti e che avesse anche costi contenuti, perché lui non aveva molte possibilità economiche.

Gli venne in mente, così, la corsa, quelle cosiddette marce non competitive che in realtà competitive lo sono, lo sono perché spesso vengono premiati i primi o perché, comunque, si compete sempre contro se stessi, contro i propri limiti, si vuole andare a prendere quello che è lì davanti a te venti metri.

Di queste marce ce n’erano decine ogni domenica, in città e nell’immediata provincia, se ne trovavano dai cinque chilometri fino anche a trenta, se uno aveva l’allenamento e le gambe: lui aveva scelto quelle da cinque, sei, massimo otto chilometri, proprio perché conosceva i propri limiti.

Contrariamente a chi abita fuori città, verso la campagna – rientro dal lavoro, calzoncini e scarpette e via per campi e sentieri – lui vivendo in città non aveva tempo e modi di allenarsi: le marce domenicali erano allenamento e gara allo stesso tempo.

Dopo le prime corse  stagionali i tempi miglioravano, le gambe non facevano più male, il fiato non mancava più; riusciva persino a sprintare nelle ultime decine di metri, magari contro nessuno, magari contro se stesso.

E si sentiva bene: lui, come detto, non sapeva quelle cose mediche delle endorfine o altro, sapeva solo che stava bene quando correva, che dimenticava i dispiaceri, le preoccupazioni, che solo allora si sentiva vivo, quando correva.

Poi a casa, una doccia, l’abbigliamento ad asciugare prima di metterlo a lavare e stava bene tutto il giorno, almeno per quel giorno. Corse per dieci anni: centinaia di corse, qualche migliaio di chilometri accumulati nelle gambe, un vecchio quaderno con scritto luogo, data, distanza e tempo.

Col tempo, però, il suo fisico cominciò a dare segni di cedimento: non ce la faceva più a correre, a malincuore smise, s’intristì, si rifece viva la sua cronica depressione, ma lo sport gli aveva insegnato a non demordere, a lottare ed allora fece esami, si curò, migliorò, se non lo spirito, almeno il corpo: forse adesso poteva ritornare anche a correre.

Ricominciò da un parco giochi vicino a casa: intorno alle altalene per bambini, al campo da basket sempre occupato da filippini fanatici di questo sport, loro che non sono certo un popolo di giganti, anzi come si dice a Milano sono alti un metro e un biglietto del tram, c’era una specie di pista che girava tutto intorno, trecento metri in totale e ci si poteva gestire, cominciare con due giri, poi tre, otto, dieci, tredici, quindici col proprio passo, senza nessuna animosità, senza competizione.

Così quando le gambe ricominciarono a girare, Massimiliano riprovò con una corsetta da cinque chilometri in provincia, col cuore in gola, la paura di non farcela, che ritornassero quei dolori, le palpitazioni, le difficoltà di respiro.

Era un non competitiva… con classifica dei primi dieci ed erano un paio di centinaia a partecipare, dagli otto anni ai quasi novanta, gente che correva tre, quattro volte la settimana, oltre alla domenica: lo staccarono subito, ma lui andò avanti del suo passo.

Una volta un vecchio marpione esperto e fanatico di quel tipo di corse gli aveva rivelato una sacrosanta verità: “Quelli che al via schizzano come proiettili, lasciali andare: se sono veramente più forti, inutile seguirli, tenerne il passo o ti faranno schiattare; se la loro è solo una sparata iniziale li ritroverai più avanti con la lingua di fuori e la mano sulla milza”.

Questi, però, non li avrebbe ritrovati per strada, non erano loro ad andare troppo forte, ma era lui che andava troppo piano, ma questo era il passo che poteva mantenere, che la sua età e la sua salute gli consentivano.

Quando arrivò al traguardo, molti minuti dopo gli altri, stavano già smontando la zona premiazioni; qualcuno lo applaudì comunque, perché chi finisce una corsa ha vinto in ogni caso, ma restava il fatto che lui era arrivato ultimo.

Non se la prese, perché anche alle olimpiadi, ai mondiali, nella maratona, nel mezzofondo, nella marcia, ci deve essere un ultimo arrivato, perfino fra gente selezionata per le olimpiadi: stavolta era toccato a lui, non era un disonore e se avesse continuato con le corse, probabilmente, non sarebbe stata neppure la sola volta che sarebbe arrivato dopo tutti gli altri.

 

* * *

 

Erano pochi gli sfizi che Massimiliano poteva permettersi: un po’ per la pensione minima, un po’ per la salute, un po’ perché se lo era imposto, ma un giorno prese al supermercato un vasetto di olive: aveva voglia di metterle sulla pizza surgelata da poco prezzo, poco sapore e poca sostanza che teneva sempre in freezer e che ogni tanto cuoceva in quel maledetto forno che più che altro bruciava i cibi invece di cuocerli

Una sera gli venne una di quelle voglie di uno spuntino notturno prima di coricarsi: un cracker, anzi due, un pezzetto di formaggio e… ma sì, perché no: due olive dal barattolo di vetro che stava nella credenza.

Nel vasetto ne erano rimaste quattro a galleggiare nella salamoia, ultime sopravvissute alle pizze surgelate alle quali avevano dato, almeno, un po’ di varietà: tanto valeva a quel punto finire il vasetto, vuotare la salamoia, lavarlo e poi gettarlo nel sacchetto del riciclo del vetro.

Pescò la prima oliva denocciolata, poi la seconda, la terza e ne rimase alla fine una, l’ultima, senza nessun demerito, poveretta, era una oliva identica alle altre, ma era rimasta l’ultima solo perché un ultimo o un’ultima ci deve sempre essere in ogni campo (era così anche nella minestra con i piselli: c’era sempre un ultimo pisello a nuotare solitario nel brodo).

Allora se uno va a correre, anche se la corsa non è competitiva, ma ha una classifica, può capitare che arrivi ultimo, ma senza colpe o ignominie, solo perché il destino a volte gira così e lascia indietro un’ultima oliva, un ultimo pisello, un ultimo concorrente e tutto finisce solo dopo di loro.

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 21, 2018 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , , ,

IL PROFUMO DEL CAPRIFOGLIO

IL PROFUMO DEL CAPRIFOGLIO

 

Ennio stava andandosene a zonzo per la città quando sentì veramente per la prima volta il profumo del caprifoglio.

Forse, anzi di certo, non era proprio la prima volta, ma fino ad allora non lo aveva mai percepito come in quel pomeriggio.

La pianta si arrampicava sulla cancellata che delimitava il giardino di un lussuoso condominio del centro, punteggiata da quei piccoli fiori bianchi dal profumo così intenso, inebriante, forte, stordente.

Si sa, a volte una immagine, un suono, una musica, un sapore ed anche un odore possono stimolare la memoria, riportare ricordi più o meno volutamente sepolti in una zona remota della memoria, dove si infilano quelli, soprattutto, che fanno male.

* * *

Ennio scoprì l’amore quando aveva quindici anni.

Non l’amore fisico, non ancora, bensì quella tenaglia che stringe lo stomaco; fino ad allora era stato come tutti i tredicenni e quattordicenni e quindicenni: innamorato del calcio, dei videogiochi, della musica moderna e le compagne di classe erano solo una fastidiosa escrescenza che impediva a loro maschi di essere liberi nel parlare e nel farsi i fatti propri.

Loro, l’altro sesso, li trattavano da bambocci, perché le ragazze, invece, già da un paio d’anni guardavano con segreto desiderio gli attori, i ragazzi più grandi della scuola e forse anche qualcuno di loro, dei compagni di classe, ma i maschietti sono più indietro su certe cose, forse perché hanno una vita sessuale, fertile e sentimentale più lunga.

Ma poi, presto, cominciarono le feste di compleanno che non erano più come quelle dei tempi delle medie, coi giochi di società, i regali, la torta e poi tutti a casa: ora si ballava, si fumava, si beveva di nascosto, qualcuno si baciava e con tutto quel fumo, quel traspirare di corpi giovani, c’era come una nebbiolina che sapeva di desiderio, di sesso inespresso.

A volte a queste feste i genitori si eclissavano, perché alla fine quindici anni li avevano avuti anche loro, ma qualcuno delegava fratelli e sorelle maggiori a presenziarvi  per evitare che queste degenerassero e fu così, a una di queste, che Ennio incontrò per la prima volta Amanda e facendo il liceo classico sapeva che Amanda significava “da amare”, forse in latino era una perifrastica, ma la grammatica non era il suo punto di forza. Ennio non la vide subito, non prima, se non altro, di averne sentito il profumo.

Non era solo la preziosa essenza sottratta alla madre che Amanda si era messa sul collo e sui polsi, ma c’era un altro profumo, ancor più inebriante, un profumo mai sentito fino ad allora, mai nel quindici anni della sua vita: un profumo di donna.

Ecco, successe un po’ come in certi film che narrano amori di teen agers: di colpo la sala sparì, le persone sparirono e c’era solo lei, bella, alta, elegante, profumata.

Amanda aveva vent’anni, cinque più di Ennio e poi lei era Amanda, da amare, mentre lui era solo Ennio, un nome che trovava brutto e che fosse maledetto il nonno da cui lo aveva ereditato e lei aveva capelli lunghi e biondi e occhi verdi, mentre lui era imbranato e coi capelli tagliati male che si ribellavano ad ogni tipo di tentativo d’acconciatura, eppure lei venne verso di lui, gli toccò il braccio e all’improvviso ritornarono la sala, le persone, la musica e le farfalle… Farfalle?

“Ciao, sei carino, mi fai ballare?” gli disse con la voce degli angeli e a lui venne voglia di piangere, di scappare via, di chiudersi in bagno e non uscire mai più, ma non fece nulla di tutto ciò.

“N-non soono molto b-bravo a ballare..” balbettò; lei sorrise, lo prese per mano e lo trascinò in mezzo al salone, lo abbracciò nel ritmo del lento e di nuovo ogni cosa intorno a loro scomparve.

Ballarono, tanto un lento è facile e si stringevano e lui sentiva il turgore dei suoi seni premere contro il suo scarno torace e sperava che lei non sentisse il suo di turgore là sotto e poi la festa finì, ma Ennio ed Amanda si rividero ancora.

Un cinema di giovedì pomeriggio, quando c’è poca gente e lei fece ciò che lui non osava: lo baciò, gli mise le labbra tra le labbra, mischiarono le loro salive e poi lei gli prese una mano e se la mise sul seno e la mano di lei scese piano ad accarezzare l’esterno dei suoi pantaloni.

Molti suoi compagni, a scuola, mentre nei bagni si facevano due tiri di sigaretta, o anche di qualcosa di più forte, si vantavano delle loro conquiste femminili, vere o presunte che fossero, di mirabolanti prestazioni erotiche, ma Ennio era infastidito da questi discorsi: aveva capito che l’amore, quello vero, non è un trofeo da mostrare e lui mai avrebbe rivelato la sua relazione con Amanda.

La loro relazione andò avanti per un paio di mesi: Ennio sperava in qualcosa che non osava chiedere, lei faceva il gioco millenario femminile, sporgersi e ritrarsi e lui ne soffriva, ne godeva, sperava.

Successe poi ad un’altra festa: stavolta Amanda non era della partita, lui si annoiava, così uscì sul terrazzo con una coca in mano e si sedette al riparo di un grosso vaso dove era difficile vederlo e fu così che li sentì, loro, i suoi compagni, che ridevano, ridevano di lui e dello scherzo che avevano imbastito con la complicità di Amanda, la sorella di Nicolò, l’odioso primo della classe: uno scherzo ben congeniato per ridere alle spalle di lui, dell’imbranato dal nome ridicolo.

Quando finì di piangere, senza farsi vedere Ennio se ne andò e mai più avrebbe accettato inviti alle feste di quei falsi amici.

Qualche giorno più tardi Ennio stava uscendo da scuola quando, prima ancora di vederla, percepì l’odore di Amanda, ma stavolta non ne fu inebriato: sotto il profumo francese c’era un altro odore,  un odore non buono: odore di cattiveria, di sporco, di secrezioni disgustose e solo la cecità, anche olfattiva, dell’amore non glielo avevano fatto notare prima.

Lei chiamò il suo nome, ma lui non si girò e ricacciò indietro l’ultima lacrima.

* * *

Semmai un giorno doveste passare accanto ad una cancellata ricoperta da caprifoglio, probabilmente il suo odore vi inebrierà, ma se guarderete bene i fiori, scoprirete che molti di loro  stanno appassendo, di più: stanno marcendo, e l’odore penetrante che percepite non è poi così buono, nel profondo è un odore putrido di morte e decomposizione che attira insetti saprofagi.

è così: un profumo intenso come quello del caprifoglio a volte può ingannare anche le persone così come inganna gli animali.

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 7, 2018 in Racconti

 

Tag: , , , , , , ,

BABELE

 

BABELE

Le cose nel mondo non andavano bene, non andavano bene per nulla: c’erano guerre un po’ ovunque, ma del resto c’era stato un economista, il Malthus, che sosteneva che ci vogliono le guerre perché più gente muore, più risorse ci sono per chi sopravvive.

Evidentemente questa è una mera teoria economica, e come tale totalmente legata dalla realtà, dalla logica, dalla morale… ma fino a un certo punto, almeno per alcuni che, evidentemente, l’hanno presa sul serio.

Il fatto è che quando c’è una guerra non muoiono mai i generali, ma i soldati e i civili, e nel lavoro quotidiano non sono gli architetti e gli ingegneri a volare giù da impalcature senza protezioni, senza cavi di sicurezza, ma i muratori, e così non politici e ministri, ma padri di famiglia.

Oltre le guerre, che fra l’altro fanno rifiorire una certa industria, quella delle armi, dei mezzi di trasporto militari e via dicendo, c’era anche la crisi: tutte le nazioni dovevano affrontare la crisi economica, ma se tutti perdono chi guadagna? Il denaro che gira è sempre quello ed allora se uno ne perde, un altro dovrebbe guadagnare; è come se dopo una serata di poker fra amici tutti si alzassero dal tavolo senza fiches e con le tasche vuote.

O qualcuno bara, o qualcuno ruba, anche fuori dal gioco, anche nella vita reale.

No, le cose al mondo non andavano proprio bene per nulla e la gente si odiava, più che individuare i colpevoli di tutto quel caos, le persone si odiavano fra di loro ed aumentavano i divorzi e i furti e le risse e gli omicidi e ragazzi che si picchiavano, si massacravano, s’accoltellavano per il calcio, per il colore della pelle, per la lingua parlata.

Forse anche il mettere le persone una contro l’altra fa parte di una qualche strategia economica, Malthus o non Malthus.

 

* * *

 

La bibbia ci racconta che in un tempo remoto tutti gli uomini si misero insieme per costruire una torre enorme, un vero capolavoro dell’ingegneria, per quei tempi, solo che c’erano lavoranti di troppi paesi diversi e non si capivano, non comprendevano le rispettive lingue ed allora cominciarono a litigare, ognuno faceva come gli pareva e la torre crebbe tutta storta ed alla fine crollò; questa, più o meno, è la vicenda biblica.

Forse si dice anche che gli operai litiganti rimasero schiacciati sotto il peso della torre e della loro stoltezza.

Ora, per i corsi e ricorsi storici, la cosa si stava ripetendo.

 

* * *

 

Le cose non andavano bene per nulla nel mondo, il mondo che avrebbe dovuto essere quello moderno, il mondo delle meraviglie tecnologiche, ma anche delle scoperte che avrebbero fatto del bene a tutti, della fine delle malattie incurabili (cosa che non avrebbe fatto piacere al Malthus) ed invece era il mondo delle guerre, delle liti, dei soprusi, di un divario fra pochi ricchi e tanti poveri che si allargava sempre più.

Chissà cosa ne’avrebbero pensato Jules Verne col suo “Parigi nel XX secolo” e tutti gli altri scrittori che avevano ipotizzato il duemila come un periodo di pace, di benessere, di grandi scoperte atte a dare a tutti benessere e felicità.

Lucio era solo un maestro, un maestro elementare, un uomo buono di mezza età che quella mezza aveva dedicato ad istruire, ma soprattutto ad educare i bambini e lo aveva fatto con amore e pazienza, tanto da rinunciare a farsi una famiglia propria per non tradire i “suoi” ragazzi.

In quei decenni d’insegnamento aveva visto un’evoluzione delle generazioni che si erano succedute e non era stata un’evoluzione positiva.

Certo, adesso grazie alla televisione, al computer, i bambini erano meno ingenui, sapevano più cose, anche quelle che sarebbe stato meglio che ignorassero ancora per qualche anno almeno.

Sentiva i “suoi” bambini parlare di sesso invece che di fiabe, di politica invece che di Gesù Bambino e di angeli custodi; li sentiva bestemmiare, usare un linguaggio da carrettieri, il linguaggio della televisione o, peggio, dei genitori.

Un tempo i bambini erano… bambini, bambini e basta; adesso erano italiani e stranieri, bianchi e neri, ricchi e poveri e nomadi e se lo rinfacciavano e si spedivano insulti di rimbalzo invece di palloni colorati.

Posso giucare cun voi?”, chiedeva un immigrato guardando con occhi lucidi e speranzosi i compagni che correvano dietro a un pallone fermandosi solo per sputare e smoccolarsi a terra come avevano visto fare in televisione ai loro idoli preferiti.

Vattene zingaro! – oppure – vai via tu, negro; siete tutti ladri voi, magari ci freghi il pallone”. E un altro calcava la mano: “Sì, magari te lo mangi” e tutti a ridere e lui a piangere.

Guai per Lucio intervenire: ci sarebbero stati subito genitori piccati che sarebbero andati dalla direttrice a lamentarsi, ad accusarlo di fare politica a scuola : questo perché, se pure fosse stato, non era la “loro” di politica.

Si invadevano nazioni, si bruciavano accampamenti di nomadi, si ammazzavano di botte i senzatetto ed allora successe….

Improvvisamente la gente non parlava più né italiano, né inglese o francese, o spagnolo: ognuno, tale era il suo egoismo, parlava una sua propria lingua che solo lui capiva: i genitori non capivano più i figli, questi i genitori, i compagni di banco non si capivano fra loro e non capivano i loro insegnanti (ma l’avevano mai fatto?) e questi i loro alunni (idem…).

Ed ognuno capiva solo se stesso e si arrabbiava perché gli altri non lo capivano ed allora era violenza.

Nelle fabbriche, nei cantieri, gli operai non capivano le istruzioni ed ogni cosa veniva male e le case non stavano in piedi, crescevano storte come la torre e poi crollavano.

Persino in Vaticano ognuno parlava una lingua morta diversa: latino, greco, persino esperanto, ma gli altri non lo capivano.

Ma Lucio aveva imparato in tanti anni a capire tutti: del nord e del sud, dall’est all’occidente e lui capiva, capiva tutti, cercava di metterli tutti d’accordo, di fare da interprete, ma si può farlo con dieci miliardi di persone? Non basterebbero mille vite.

Allora si limitò ai suoi bambini, ai più piccoli, come una volta quando gli insegnava le aste e l’abbecedario e lo stampatello e il corsivo e la calligrafia.

Loro, i ”primini” forse non erano ancora totalmente infettati da quella strana malattia e lui, con la pazienza del maestro che ama alunni e insegnamento, reinsegnò loro a parlare, a scrivere in un’unica lingua e siccome capivano lui solamente, insegnò loro a capire gli altri, ad amarli a vedere tutti uguali e non ognuno diverso.

E i bambini impararono perché, come diceva Don Gnocchi, i bambini sono come spugne vuote, desiderose e pronte ad assorbire il sapere.

E i bambini insegnarono ad altri bambini, qualcuno anche ai genitori.

E poi i bambini crebbero ed ognuno insegnò ad altri, che insegnarono ad altri.

Forse ci sarebbero volute decine di generazioni, ma cancellato il passato adesso tutti stavano imparando una lingua nuova, una lingua di amore, di pace e convivenza.

E Lucio oramai non c’era più, perché le persone muoiono, ma l’importante è che non muoiano le idee, l’esempio e l’insegnamento che lasciano i giusti.

 

 
1 Commento

Pubblicato da su maggio 21, 2018 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , ,

VIVERE DA PROTAGONISTA

VIVERE DA  PROTAGONISTA

 

Tutti nella vita hanno un sogno, un’ambizione: la mia, fin dalla più tenera età, è stato il voler vivere almeno un solo giorno della mia vita da protagonista.

C’è chi nasce, cresce e sarà per sempre una nullità, ma c’è di peggio e il peggio è essere un mediocre, perché così non si ha una prelazione neppure nel peggio.

Ed invece tutta la mia vita è stata, per usare un termine cinematografico, da comparsa.

Ho dovuto sempre assistere ai successi degli altri o anche, semplicemente, mi è toccato fare da spettatore alle persone che conoscevo, che incontravo, che erano, loro sì, invece, al centro dell’attenzione.

Ho perfino invidiato personaggi come Bresci, come Booth, assassini è vero, ma che per almeno una volta sono stati i protagonisti delle proprie ed altrui vite, tanto da finire addirittura nei libri di storia: sono convinto che se io commettessi un crimine, cosa che però non farei mai, sui giornali mi metterebbero solo le iniziali di nome e cognome.

* * *

C’ero, ma non posso ricordarlo: so che tutto cominciò al mio battesimo: il neonato ero io, ma al centro dell’attenzione c’era mia madre, l’autrice del “capolavoro”, e poi il prete, che tutti ascoltavano compunti e in silenzio mentre predicava bene e, probabilmente, razzolava male.

Io ero soltanto il pretesto per la festa e nel mentre che, poi, tutti si abbuffavano di pasticcini e salatini e tracannavano spumante alle spalle della mia mediocrità incipiente, io fui dimenticato da solo nella carrozzina a riempire il pannolino di schifezze varie.

Certo non potevo ancora capirlo, però qualcuno già allora mi aveva rubato la scena, si era appropriato il mio diritto ad essere protagonista, almeno per un giorno della mia stessa vita.

E quello fu solo il principio, l’inizio di tutto, l’inizio di una vita vissuta come in penombra e mai in primo piano.

* * *

Quando feci la prima comunione, e poi la cresima e quando conseguii il mio primo diploma, eravamo in tanti, tutti uguali, anche se c’era qualcuno che riusciva ad emergere, ad ergersi protagonista sopra gli altri di quell’evento pubblico, ad essere anche in primo piano nella fotografia di gruppo.

E non ero mai io: troppo comune, troppo mediocre, cioè  nella media, per emergere una spanna o anche solo un dito sopra gli altri.

Queste sono state la mia infanzia e la mia adolescenza ma, pensavo, da adulto qualcosa cambierà, non sarò più il bambino o il ragazzino mingherlino che tutti guardano e nessuno vede.

E invece…

* * *

Non potevo sapere che mi aspettava un lavoro grigio in una vita mai a colori.

Ragioniere al catasto fa ridere? Beh, c’è poco da ridere, perché quello fu il mio lavoro.

Avevo un amico che lavorava in pubblicità: mi propose di fare qualche spot, anche di partecipare ad un film, così, per integrare il mio mediocre stipendio da pubblico impiegato; accettai.

Non fu per i soldi, ma, pensavo, è la mia occasione e invece…

In entrambi i casi furono ruoli da comparsa, in mezzo ad un gruppo di persone dove neppure chi mi conosceva mi notò.

Avevo anche ambizioni artistiche: scrivevo poesie e decisi di partecipare a dei concorsi letterari; non vinsi mai, arrivavo sempre terzo, quarto, quinto, mai una volta primo, mai protagonista; neppure mi chiamavano sul palco, mai una mia lirica venne letta davanti al pubblico presente.

Ma poi, verso i trent’anni e con una calvizie incipiente, trovai l’amore.

Non proprio il grande amore, quello travolgente, quello da grandi romanzi; più che altro fu un’amicizia che decidemmo di trasformare in una convivenza legalizzata.

Facemmo tutti i preparativi per benino e il tutto mi costò ogni centesimo dei miei risparmi.

Questa è la mia occasione, pensai, è il mio matrimonio, sono io il protagonista…

La donna che scelsi per compagna della mia vita non era certo una pin up, una bellezza da copertina: carina, diceva qualcuno, insignificante, commentavano i più maligni, eppure il giorno del matrimonio, grazie al parrucchiere, all’amica che la truccò, grazie all’abito bianco, era splendida.

E così pure lei mi rubò la scena.

Tutti non avevano occhi che per lei: “Hai visto come è bella la sposa?”. “Oh, ma come sei elegante!”. “Sei uno splendore cara”. “Ma dov’è lo sposo?”.

Io ero lì, ma nessuno mi notava nel mio abito grigio, comprato già fatto, ad un outlet, per risparmiare.

Era il mio matrimonio, ma diventò il suo di matrimonio: lei interprete principale, io comparsa.

Passammo insieme un po’ di anni di vita mediocre e senza slanci: se non c’è il grande amore e spesso anche se questo c’è, poi la routine si trasforma in noia mortale e questa, magari, sfocia in incomprensioni e litigi.

E così decidemmo di separarci.

All’incontro col giudice vennero tutti i suoi parenti: lei fece una scena madre con pianti e svenimenti, con tutti intorno a lei a consolarla, a soccorrerla.

Anche il giudice non ebbe attenzioni e parole che per lei.

Io non esistevo: non ero lì che per firmare le carte, i documenti che sancivano il mio ennesimo fallimento; poi tutto finì e quegli anni di vita insieme furono cancellati e mi trovai da solo, ma come lo ero sempre stato, sempre in secondo piano, sempre sullo sfondo delle fotografie.

Non ebbi mai più una relazione, abbandonai anche le ambizioni letterarie, continuai ad essere un impiegato come tanti al catasto: potremmo dire una ballerina di fila (e neppure la prima, di fila).

Infine mi ammalai.

All’ospedale mi misero in una camerata con altre sette persone e, spesso, quando i dottori passavano per le visite, riuscivano persino a saltarmi, a dimenticarsi di me.

Con questi presupposti non potevo certo guarire ed infatti non guarii, conclusi la mia grigia esistenza mediocre con pochi rimpianti da parte mia ed ancora meno da parte dei miei parenti.

* * *

Adesso sono qui, in una bara, in attesa che questa venga chiusa, con indosso lo stesso abito grigio del matrimonio.

Però adesso, finalmente, finalmente in tutti i sensi, il protagonista sono io: le poche persone che sono venute, son venute per vedere me, per salutare me.

C’ è stato qui anche il mio capoufficio e si è messo in ginocchio davanti a me.

Sono certo che il prete farà una bella predica e citerà il mio nome e dopo, quando il piccolo corteo si snoderà fino al cimitero, io sarò lì, davanti a tutti.

Ho dovuto aspettare una vita intera, ma adesso, almeno per una volta, sono io il protagonista.

 

 
Lascia un commento

Pubblicato da su maggio 5, 2018 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , ,