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SFIDA FINALE AL RE

SFIDA FINALE AL RE

Quanto tempo era passato dal giorno del primo ed unico incontro di Tony con la grossa carpa del lago dei frati? Sicuramente tanto, troppo, con infiniti eventi che si erano verificati, con persone che erano arrivate e passate come passeggeri in una stazione ferroviaria.

Se n’erano andati anche un po’ dei capelli di Tony, mentre altri si erano incanutiti: insomma, gli anni erano passati inesorabilmente, con quella velocità che segue la legge di gravitazione universale, per cui quando si ha scollinato la mezza età e si è nella fase discendente della propria esistenza, questa aumenta con la progressione del quadrato e ci si ritrova ad aver sempre meno tempo per le cose da fare e sempre più rimpianti per non averle fatte nel tempo giusto.

Nonostante questi malinconici, quanto dovuti bilanci, Tony rimpiangeva ben poco: in fondo la sua vita non era stata poi così malvagia.

È vero che non si era fatto una famiglia, ma aveva dei parenti che si preoccupavano per lui, e aveva degli amici sinceri, e questa è una cosa che non tutti possono vantare.

Aveva superato bene, anche grazie al suo hobby, la pesca, il male oscuro, il dolore di vivere ed ora affrontava sereno la discesa finale, senza paure e senza troppi rimpianti.

Tutto sommato aveva ancora il suo lavoro e il tempo della pensione era di là da venire, quindi si sentiva attivo.

Per ciò che riguardava la pesca, poteva vantare prede che pochi fra coloro che condividono il suo sport possono annoverare fra le loro catture: lo strogovic (o come diavolo si chiama: non lo aveva ancora capito), la trota di montagna, seppure incompleta come cattura, visto che era stato aiutato dai suoi compagni d’avventura nel recupero, come incompleta era stata la cattura del re del lago, che, anzi, non c’era proprio stata, ma il tutto era stato ampiamente compensato dai 32,750 kg della sua preda sarda, però… Però non gli bruciava tanto la mezza sconfitta con la trota, quanto quella piena rimediata nel “suo” lago.

Erano passati alcuni anni, durante i quali in quel buco d’acqua azzurra aveva salpato, liberato e risalpato decine di quintali di carpe, con una media fra i quattro e i cinque quintali a stagione (in effetti, in un mese, vale a dire in una sola dozzina di volte, non in un intero anno); aveva catturato anche delle belle prede: sei, sette, nove chili ciascuna, visto che oramai era veramente esperto e ben attrezzato, ma della sua mitica avversaria non c’era più stata traccia.

Né lui, né altri ne avevano mai più avuto notizie, abboccate o avvistamenti.

Era, però, sicuro che adesso se si fossero scontrati di nuovo, le cose sarebbero andate in modo diverso: aveva un’altra attrezzatura, rispetto alla prima volta, ma soprattutto si era fatto, sulle proprie spalle, ben altra esperienza ed aveva imparato anche l’astuzia dalle sue “vittime”: al tempo della prima lotta col re aveva entusiasmo, coraggio e un po’ d’incoscienza, mentre ora aveva combattuto alla pari con altri mostri ed aveva scoperto e corretto molti dei propri errori.

È sempre così: l’età compensa il degrado di molte doti con una sola, ma importante: l’esperienza, appunto.

Tony, al momento di partire per le vacanze, aveva caricato, come sempre, la sua utilitaria fino all’inverosimile: con gli anni erano passate anche le vetture, ma lui era rimasto fedele alle auto piccole, economiche e maneggevoli che, però, sacrificano alla praticità lo spazio.

Era l’inizio della seconda settimana di luglio ed era tempo di partenza per la sua meta consueta.

I nipoti, i parenti, gli amici, lo attendevano, anch’essi con qualche anno di più e con nuove cose da raccontare.

Già da tempo Tony aveva programmato questa ennesima estate, ed aveva in progetto di lanciare anche un nuovo guanto di sfida al re, re temporaneo, perché lui non era disposto a lasciargli lo scettro ed intendeva ripetere al più presto la loro battaglia incruenta per stabilire definitivamente chi fosse il dominante di quell’ambiente.

Certo, era indispensabile che l’altro raccogliesse quel guanto simbolico: in fondo parliamo di un pesce, non di un essere raziocinante.

Ma lui aveva umanizzato l’animale ed era quasi certo che si sarebbero rincontrati e che questi avrebbe accettato la sfida solo quando lui si fosse portato al suo livello, quando il pesce l’avesse reputato degno di lui; ora aveva acquisito tutte le malizie del vero pescatore e la carpa doveva saperlo: era giunto finalmente il momento di dare l’assalto e lo scacco finale al re, finalmente con una sfida alla pari! Per mesi Tony aveva curato in modo quasi maniacale la propria attrezzatura: aveva eliminato la parte di filo del mulinello che aveva perso di elasticità, aveva cambiato amo al finale, sostituendolo con un altro che, più che in un negozio di caccia – pesca, sembrava essere stato acquistato in una gioielleria, sia per la fattura che per il prezzo.

Aveva anche piano, piano, accumulato chili di pastura e di esche di quelle da carp-fishing, esche apposite con aggiunta di ormoni e sostanze dall’aroma tanto irresistibile per un pesce, quanto ributtante per un uomo.

Dall’avventura in Sardegna gli erano rimaste diverse novità tecnologiche, alle quali si era di recente aggiunto perfino un piccolo ecoscandaglio.

I rapporti col proprietario del lago erano buoni da sempre e rinsaldati da anni di conoscenza, per questo Tony si azzardò a chiedergli di lasciargli usare la barca con la quale, quotidianamente, l’uomo raggiungeva la gabbia posta in mezzo al lago dove erano tenute le trote da rilasciare per la felicità di coloro che non si sentono soddisfatti se non portano a casa il pescato, salvo poi non sapere a chi darlo, oppure ritengono di dovere a tutti i costi recuperare in qualche modo il costo del biglietto d’ingresso, non accontentandosi del semplice divertimento, del sole, della natura che venivano loro offerti ad un prezzo, tutto sommato, modesto, simile a quello di un ingresso al cinema.

L’uomo acconsentì alla sua richiesta, raccomandandogli, però, di stare attento a non cappottarsi con quel guscio minuscolo e instabile nelle fredde acque del lago; si trattava solo, comunque, di pochi minuti: il tempo di fare il giro del bacino ed individuare con lo scandaglio le zone più profonde, gli ostacoli invisibili, l’ambiente migliore e i branchi di pesci.

Fatto ciò, Tony si era fatto una mappa mentale del fondale, che a casa avrebbe riportata su carta e sapeva ora dove poter insidiare il suo avversario, dove era più probabile che questo si nascondesse.

Tanto per verificare l’esattezza dei dati rilevati, provò un giorno a dedicarsi alla pesca allo storione, del quale c’erano nel lago una manciata di esemplari; innescato un formaggino di quelli a triangolo che si danno ai bambini, ebbe quasi subito l’abboccata e recuperò un esemplare di circa nove chili: non male in assoluto, ma piccolo per quella specie di pesce.

Un altro giorno provò, innescando un pesciolino vivo, ad adescare uno dei rari lucci che vivevano ai margini del canneto che si trovava in testa al lago: anche qui ebbe presto un riscontro positivo e recuperò, per poi liberarlo con tutte le cautele, ma solo dopo la foto di rito, un discreto esemplare sui sette chilogrammi.

Basta esperimenti: la mappatura che aveva fatto del fondale e delle sue presenze si era rivelata esatta ed era il momento di sferrare l’attacco al trono del re.

Tony aveva bisogno di tranquillità così, s’accordò col proprietario, la prima mattina in cui il lago era chiuso, ma l’uomo aveva dei lavori da farvi, quali rasare l’erba, si presentò di buonora, pagò e si mise in azione.

Come prima operazione lanciò una dose cospicua di palline di pastura, che poi erano le stesse che avrebbe adoperato come esca, usando uno dei metodi appresi dalla visione di un DVD sul carp–fishing: si adoperava un tubo ricurvo di circa un metro di lunghezza, dove si inseriva la pastura e poi , con un movimento semicircolare del braccio, dal basso dietro le spalle, fino alla direzione voluta, si lanciavano le stesse e, con un po’ di pratica si otteneva un’incredibile distanza e precisione.

Nel filmato alcuni pescatori usavano anche un enorme cucchiaio di plastica della stessa lunghezza del tubo, ma Tony preferiva il primo metodo che era più sicuro e non faceva sprecare pastura.

Fatta questa prima operazione, il pescatore lanciò sulla zona dove aveva pasturato, sempre seguendo il rituale imparato dal video, un segnalatore visivo che lo aiutasse a indirizzare i suoi lanci con precisione sul luogo dove stava agendo la pastura. Finalmente era pronto: innescò sulla montatura alcune boiles, le palline di esca, disposte, come aveva appreso dalle riviste “ad omino di neve” e mirò verso il segnale.

Adesso si trattava solamente di aspettare.

Aveva scelto di montare sia un galleggiante che un campanello, per essere certo di non perdere alcuna abboccata.

Ben presto il campanello trillò, il galleggiante affondò e Tony ferrò e recuperò una carpa di circa otto chili, che neppure perse tempo a fotografare: non era lei quel giorno il suo obiettivo.

Poi per tre ora nulla, o quasi: solo un paio di colpetti al galleggiante, una vibrazione del campanello, poi più nulla.

Pensò, anzi, ne era quasi certo, che la carpa lo stesse studiando, quasi provocando, poi si rese conto che ancora una volta stava umanizzando un po’ troppo quello che era solo un animale con l’intelligenza e i pensieri di questo. L’unico vantaggio, forse, della sua avversaria rispetto alle altre carpe erano le sue dimensioni e non in quanto tali, ma come testimonianza della sua età.

Quell’esemplare poteva avere oltre venticinque anni, forse trenta e tutto ciò significa esperienza, anche per un pesce.

Ora, almeno in quello, erano pari: anche Tony pescava da oltre trent’anni, tanto era il tempo trascorso da quando aveva iniziato a divertirsi con la cannetta fissa di bambù comperata alla Upim da una madre sempre attenta ad accontentarlo nelle sue richieste. Poi ci fu una sequenza di diverse catture tutte oltre i cinque chili, ma non erano quelle a cui Tony mirava.

Adesso Bruno, il gestore, che aveva finito di falciare l’erba tutto intorno al lago, grazie all’aiuto di un mini-trattore tagliaerba, era arrivato alle sue spalle, in silenzio, come suo solito e come un bravo pescatore è abituato a fare; in tanti anni di gestione di laghetti per la pesca sportiva, mai aveva visto, in un’unica mattina, tante catture importanti, ma il fatto che il suo cliente “del nord” non si concedesse un attimo di tregua né per un caffé, né per una bibita o un panino, gli dava da pensare che quella mattinata particolare non fosse ancora finita ed avesse ben altro in serbo.

Nuovo trillo del campanello della canna e dopo una breve, quanto impari lotta, ecco apparire un amur, curioso pesce importato dall’est Europa a metà fra una carpa e un cavedano: doveva passare i dieci chili e sicuramente il metro e venti di lunghezza, ma Tony non perse neppure tempo a pesarlo o fotografarlo, cosa che faceva, invece, sempre con le grosse prede: quello era il giorno di un’altra sfida.

Questo voleva dire che l’obiettivo dell’uomo era un altro e che c’era un conto in sospeso.

Poi Bruno ricordò quella storia, che fino ad allora non aveva capito se fosse una leggenda o la realtà, che gli era stata riferita appena presa la gestione del lago, quella della lotta, risoltasi in favore del pesce e allora capì… Passò ancora mezz’ora dopo la cattura dell’amur e questa volta il campanello diede segno di vita in modo diverso: prima un trillo timido, poi silenzio, poi un altro trillo; allora Tony, con cautela smontò il segnalatore e prese la canna in mano.

La punta ora vibrava ad intervalli regolari. “Ora!”, gli gridò Bruno nella propria mente, ma non era ancora il momento, secondo Tony che, più che una canna in mano, pareva avesse un telefono collegato direttamente con le profondità del lago e con un interlocutore particolare all’altro capo. “Non è ancora ora – valutò Tony – sta assaggiando l’esca, ma sa benissimo che è una trappola ed è cauta, eppure gli ormoni e le essenze di frutta la fanno impazzire e non può fare a meno di succhiare l’esca e, prima o poi la ingoierà…”.

La canna vibrò nuovamente, ma stavolta con più violenza; “Ora!” gridarono all’unisono i due uomini e dall’altra parte l’amo d’acciaio si conficcò nello spesso labbro dell’animale.

Da questo momento cominciava la vera battaglia: fino ad ora erano state solo schermaglie strategiche, ma adesso entravano in gioco le forze fisiche e la lotta alla pari.

Recupero, rilascio, un po’ di filo in più, poi una nuova partenza, eppure a mano a mano uno, due giri di lenza si accumulavano sulla bobina del nuovo, capiente mulinello di Tony.

Dopo oltre un’ora di quello sfibrante tira e molla, a sette, otto metri dalla riva sulla quale era appostato Tony, comparve finalmente a galla la schiena del pesce: forse non pesava quanto la “big” della Sardegna, ma sicuramente da quelle parti nessuno aveva visto, né tanto meno catturato una carpa di quella taglia.

Ora il pesce vedeva l’uomo e sfoderava le forze residue; anche Tony era sfinito e le braccia avevano i muscoli che gli bruciavano.

Le mani avevano quasi perso di sensibilità, ma i metri diventavano cinque, poi di nuovo sei, poi quattro, poi sei, poi tre, poi due… A questo punto Bruno si affiancò a Tony col guadino in mano, come aveva fatto con lo strogovic, ma il pescatore lo fermò con un gesto del capo: “No, mi scusi, ma questa volta è una questione personale…”.

L’altro capì e poggiò il manico della rete allo steccato che separava la sponda dal lago.

Era finalmente finita: oramai il pesce non tirava più e si era messo in posizione verticale; Tony gli teneva la testa fuor d’acqua per fargli perdere gli ultimi residui di forze e l’animale sputava ritmicamente boccate d’acqua con stanchezza e rassegnazione alla sconfitta subita.

Tony sapeva benissimo che non poteva tenerlo in quella posizione troppo a lungo: in fin dei conti era un pesce anziano e lo stress della lotta, unito a quel principio di asfissia, avrebbe potuto essergli fatale, eppure Tony non poté fare a meno di guardarlo ancora un attimo negli occhi: vi vide il dolore, la sconfitta e, per un attimo, dimenticò la propria vittoria e gli vennero le lacrime agli occhi: ora la pesca, hobby o sport che fosse, gli sembrava così crudele, inutile, eppure era una lotta atavica ed era allo stesso tempo terribile e meravigliosa.

Fu un attimo, poi si asciugò gli occhi con la manica della maglietta, voltando la testa verso la spalla, visto che le mani erano entrambe occupate a reggere canna e guadino.

Allungò il guadino verso l’acqua e salpò il pesce, trascinandolo verso riva senza sollevarlo dal suo elemento.

Con delicatezza lo slamò, poi appese il guadino alla bilancina regalatagli da Gigi un’eternità di anni prima: il display elettronico segnava un bel 29, 900 kg! Senza neppure sollevare il fondo della rete dall’acqua, fotografò l’animale, poi lo carezzò con delicatezza, per non asportargli lo strato di muco protettivo, gli disse: “Vai!” e rovesciò la rete in acqua: in quel momento ancora una volta si trovò ad umanizzare il suo avversario e fu convinto che fra loro c’era qualcosa di speciale, un feeling che li univa pur se posti da parti opposte della canna da pesca.

L’animale s’allontanò con maestosa stanchezza e con la dignità dello sconfitto a cui è reso l’onore delle armi. Tony si voltò e cominciò a riporre i propri attrezzi: in quel momento gli parve che il suo passatempo estivo preferito non avrebbe più avuto uno scopo dopo quella vittoria, ma si sa, i pescatori hanno sempre mille risorse…

 
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Pubblicato da su ottobre 12, 2011 in racconti pesca

 

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IL PESCE PIU’ GRANDE DEL MONDO

IL PESCE PIÙ GRANDE DEL MONDO

Erano passate ormai diverse estati da quella dell’incontro fra Toni e l’enorme carpa al Lago dei Frati; poi c’era stato l’anno dello strogovic, quindi l’avventura con la trota, la meravigliosa notte passata in mare in un amplesso unico e irripetibile con la natura più bella, ma il problema era proprio questo, cioè che erano passati gli anni.

Un matematico vi direbbe che ci sono due tipi di progressioni: quella aritmetica e quella, molto più veloce, geometrica; nella vita è un po’ la stessa cosa, per cui un anno fra i dieci e i quindici non ha lo stesso peso di uno fra i venti e i venticinque, fra i trenta e quaranta e così via.

Toni si avvicinava ai cinquanta con rapidità e la cosa gli pesava; gli pesava ansimare facendo le scale, gli pesava scoprire sempre più peli bianchi nella barba, che ora si radeva più frequentemente proprio per nascondere, a se stesso, più che ad altri, quei segni tangibili del tempo.

Ma c’erano altri segni del tempo che passava, segni non nel fisico, ma nell’anima, di quelli che compaiono quando si comincia a fare un bilancio delle occasioni mancate.

Toni era in questa fase: non certo, ancora, un’andropausa, ma una piccola crisi degli “anta”.

Successe poi, durante un inverno, che il nostro amico pescatore scivolasse sulle scale dell’ufficio, rese viscide ed insidiose dal nevischio portato nell’edificio da chi non si cura di pulirsi le scarpe sullo zerbino, e si rompesse una gamba.

Se la cosa non è piacevole per nessuno, figuriamoci per una persona che vive da sola, che è abituata alla propria indipendenza ed autonomia.

Toni dovette rassegnarsi ad una lunga inattività lavorativa e a ricorrere alla collaborazione di una donna che lo aiutasse per la spesa e le pulizie domestiche.

Inoltre, l’invalidità a cui era costretto, lo portò a fare cupi pensieri di vecchiaia e di morte: se era ridotto così ora, come un bambino in fasce che deve dipendere dagli altri, come sarebbe stato fra pochi anni?

Si rese conto che, dopo i quaranta, aveva dovuto, periodicamente rinunciare a qualcosa della sua vita precedente, qualcosa che veniva accantonata come se dovesse ritornare, ma fare ciò era solo un mentire a se stessi.

La muta da sub dei suoi vent’anni giaceva nell’armadio del ripostiglio inutilizzata da oltre un decennio, come pure le scarpe da calcetto.

C’erano una cinepresa, una telecamera, gli attrezzi da mineralologo dilettante, di quando passava i week – end a scalpellare montagne ed altri reperti della sua personale preistoria, tutti lì, nel ripostiglio, il suo segreto cimitero degli elefanti.

Così arrivò lei, la malattia peggiore quella dalla quale non si esce mai veramente del tutto: la depressione!.

La gamba, seppure lentamente, guarì, anche se per un po’ di tempo ancora Toni fu costretto ad usare un bastone per appoggiarsi nelle sue brevi passeggiate, ma non era quella, oramai, la sua invalidità, bensì l’altra cioè, la mancanza di voglia di vivere e sorridere, di voler fare, quel subire la vita invece di viverla.

Cercò di fare a meno della signora che lo aveva aiutato, ma si accorse che, davanti a un lavandino di piatti da lavare o a una cesta di panni da stirare, era solo capace di scoppiare a piangere nel rendersi conto che non ce la faceva a fare nulla, che la sua testa era troppo piena di altri pensieri, per poter fare alcunché.

Provò a ritornare in ufficio, ma il risultato fu lo stesso: oramai non poteva più tenere nascosto il suo male oscuro, perché era troppo evidente per chiunque.

I suoi colleghi cercarono di stargli vicino: quello appassionato, come lui, di pesca, lo invitò ripetutamente ad unirsi al suo gruppetto di amici per delle sane pescate, ma Toni rifiutò sempre, perché aveva paura: paura di allontanarsi troppo da casa, da quella casa che lo soffocava ma, al tempo stesso, gli dava sicurezza e anche paura di mostrare agli altri e a se stesso di non essere più capace di fare nulla.

Così dovette chiedere una lunga aspettativa ed allontanarsi anche dal lavoro, ma il vivere da solo, senza nulla da fare, non faceva che aumentare la sua sofferenza.

Anche se lui aveva cercato di tenere nascosta, per dignità, la sua situazione, qualcuno avvertì i suoi parenti e Toni fu convinto da questi a concedersi una vacanza presso di loro, dove avrebbe avuto compagnia e aiuto.

Dovettero venire a Milano a prenderlo, perché non sarebbe mai stato in grado di guidare la sua utilitaria per tanti chilometri.

Gli organizzarono un po’ di bagagli con le cose essenziali, ma non dimenticarono di caricare in macchina i suoi attrezzi da pesca.

In campagna i giorni passavano pigri e non c’erano sostanziali cambiamenti nella situazione dell’uomo; non lo interessava uscire, leggere, ascoltare musica o vedere un film in DVD.

I suoi parenti insistevano: “Esci, fai qualcosa, altrimenti ti annoi e ti piangi solo addosso inutilmente, fai delle passeggiate, oppure rimettiti a pescare,visto che ti piaceva tanto…”.

Un paio di volte Toni si spinse fino al Lago dei Frati, ma, al solo guardarlo da fuori, gli occhi gli si riempivano di lacrime e lo coglieva il panico, per cui doveva rientrare velocemente a casa.

Ma un giorno si decise: decise che se voleva uscire dalla sua depressione, la miglior medicina era lui stesso, era il ritrovare dentro di sé la voglia di vivere.

Entrò al laghetto tremando, pagò e si mise a montare i suoi attrezzi: la canna, la rete porta – pesci, il guadino.

Iniziò a pescare, anzi, a tentare di farlo, perché ogni lancio gli finiva sui piedi, oppure l’esca, messa sull’amo con mani tremanti, si staccava quasi subito; poi rovesciò a terra goffamente prima le esche e quindi un’intera bustina di ami.

Toni piangeva, lanciava la lenza sui propri piedi, piangeva, recuperava, ci riprovava, finché riuscì, almeno, a lanciare a tre o quattro metri da riva.

Il galleggiante affondava, ma Toni mancava regolarmente il tempo della ferrata, allora ci riprovava con paura, con forza, con rabbia, con le lacrime dell’impotenza.

Poi, a un certo punto all’affondare del galleggiante ferrò … e sentì resistenza: c’era qualcosa attaccato dall’altra parte, che tirava.

Iniziò il recupero. Nel frattempo era giunto alle sue spalle un bimbetto dai capelli rossi e corti, che poteva avere circa cinque anni, con in mano una cannetta di bambù di non più di un paio di metri, che lo guardava fra l’interessato al recupero e lo stupito per il fatto che l’uomo, mentre recuperava la preda, piangeva.

Allargò le braccia e gli disse: “Non mi riesce di pigliare mai nulla, ma io sono piccino…”.

Toni quasi non lo ascoltò e non gli rispose, nonostante lui fosse sempre stato attento e disponibile verso i bambini.

Non ci volle molto perché il pesce fu salpato: era una piccola carpa di non più di tre etti.

Accidenti – commentò, ammirato, il bambino dai capelli rossi – sei proprio bravo, è un pesce gigantesco!”

Già, Toni aveva preso un pesce, ciò significava che stava guarendo e in quel momento quella piccola carpa a lui parve veramente il pesce più grande del mondo.

 
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Pubblicato da su settembre 26, 2011 in racconti pesca

 

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RITORNO AL LAGO DEI FRATI

RITORNO AL LAGO DEI FRATI

L’indomani dell’epica sfida con “il mostro”, Toni preparò i bagagli e il giorno appresso tornò a casa.

Era stata una bella vacanza, conclusa da quella straordinaria avventura, ma era finita: ora c’erano altre cose importanti da fare. Aveva una casa da mandare avanti da solo, un lavoro che lo impegnava e lo appassionava, i vecchi amici da ricontattare.

Non si può basare tutta la propria vita su di un mese di vacanza: ci sono significati più profondi.

Certo nulla e nessuno gl’impediva di ripensare alla sua avventura e di prepararsi sia mentalmente che materialmente ad un’altra possibile sfida.

Fece, senza peraltro strafare, alcuni acquisti: un guadino più lungo e capiente, un mulinello che contenesse una maggior quantità di filo più resistente, una serie di ami robusti di varie misure. Verso primavera gli arrivò una lettera da Gigi che lo informava che il lago dei frati aveva cambiato gestione e che lui stesso non vi lavorava più, ma faceva il D.J. presso una discoteca della costa.

La cosa lo seccò un poco: nuova gestione voleva dire, probabilmente, nuove regole, nuovi frequentatori, e poi con Gigi c’era oramai un bel rapporto e gli spiaceva non pescare più fianco a fianco con lui con quella sorta di ping-pong d’insulti, imprecazioni e sfottò ai quali erano avvezzi.

E finalmente, dopo un inverno che appariva interminabile, arrivarono i primi caldi, l’estate, le agognate ferie che, come aveva programmato, sarebbero state più lunghe e anticipate rispetto all’anno precedente.

Non c’erano, comunque, solo il laghetto e la pesca: aveva dei parenti, le nipotine, gli amici del paese coi quali poteva trascorrere delle belle ore solamente in quel periodo.

Subito il giorno stesso del suo arrivo, con la scusa di andare al supermercato, fece una puntata al lago per prendere visione delle novità: la gestione era effettivamente nuova, come pure gli orari, le regole e i metodi di pesca: dalle pareti del bar erano anche sparite le fotografie delle catture, comprese un paio sue e i prezzi erano leggermente lievitati.

Erano stati introdotte molte più specie di pesci: barbi, lucci, ma soprattutto trote, che avevano richiamato un nutrito numero di pescatori di quelli che amano portare a casa il pesce pescato, salvo poi dannarsi per trovare a chi regalarlo.

Le ”sue” carpe, invece, andavano sempre conservate vive nella lunga rete e liberate al termine della giornata: regole o no, lui le avrebbe rilasciate in ogni caso, perché quella era la sua filosofia di pesca.

Ben presto, comunque, entrò in confidenza, anche se non in amicizia profonda come aveva fatto con Gigi, col nuovo gestore. Il primo giorno, visto che non poteva più usare il suo solito impasto come esca, si era adattato a innescare chicchi di mais, ma i risultati erano stati deludenti: solo una trota e due carpe sui due chili in un intero pomeriggio.

Così il gestore, Bruno, l’aveva indirizzato verso un nuovo tipo di esca e d’innesco e i risultati non si erano fatti attendere: venti, trenta, anche trentacinque chili di pesci in mezza giornata di pesca, ma ancora nessuna traccia del suo leale avversario dell’anno prima. In effetti, perché potessero abboccare grosse prede sospettose c’era troppa gente: anziani, bambini, neofiti che, pur pescando dalla sponda opposta ti lanciavano a pochi metri dalla lenza.

Fortunatamente la stagione era solo all’inizio e, nei giorni feriali, le presenze non erano ancora così numerose come sarebbero state poi in agosto.

Gli capitò di agganciare, e perdere, una carpa che doveva essere vicina ai sette chili: oltre il suo record, ma non ancora LA carpa.

Anche nei giorni in cui si concedeva delle tranquille ore in spiaggia a chiacchierare coi parenti, si arrovellava per trovare il modo di reimbattersi nella preda più ambita. Un pomeriggio nuvoloso capitò al laghetto una troupe televisiva che realizzava documentari sulla pesca: in realtà il tutto era una scusa per pubblicizzare una marca di canne ed attrezzi.

Si posizionarono non distante da lui, tirando fuori una serie impressionante di canne il cui valore singolo equivaleva ad un paio di mesi di stipendio di Toni, oltre a seggiolini con ruote e cassettiera inclusa che sembravano auto di lusso e, forse, costavano quasi altrettanto.

Le canne erano le cosiddette “roubaisiennes”, lunghe fino a tredici, quattordici metri, mentre la sua fida canna in grafite misurava meno di un terzo di quelle.

Accese telecamere e luci cominciarono a filmare l’azione di pesca. Ben presto, però, s’accorsero che il pescatore alla loro sinistra, Toni, per l’appunto, catturava con quella ridicola cannetta molti più pesci di loro.

Chiestogli il permesso, cominciarono a filmare la sua azione di pesca, dimenticando, grazie all’istinto e alla curiosità tipici dei pescatori, che in tal modo non avrebbero pubblicizzato le loro attrezzature costose. Ma quel giorno Toni, punto sull’orgoglio e sulla vanità, era davvero incontenibile: carpe, pesci gatto che sfioravano i due chili, un barbo della stessa taglia, si andavano ad accumulare nella sua nassa con una frequenza impressionante. “Ci puoi spiegare qual è il tuo segreto, se usi un’esca speciale?” gli chiesero.

Toni era una di quelle persone che non amavano chi ti da subito del tu, ma non diede a vedere la sua lieve irritazione e rispose con la cortesia che gli era abituale: “Non è né una questione di segreti, né di esche speciali, ma d’istinto: quando comincio ad avvertire i primi movimenti del galleggiante, mi sembra di vedere il pesce che sul fondo si gira e rigira su se stesso annusando, assaggiando e sputando l’esca, così ad un certo punto ho l’esatta percezione del momento in cui, dando la ferrata, lo aggancerò”.

A sera, smontate le loro costose canne, i componenti della troupe se ne andarono piuttosto delusi: probabilmente non avrebbero trasmesso la registrazione che era ben poco favorevole ai loro scopi: si aspettavano informaqzioni tecniche, magari sui materiali, ma certo, in qualità di pescatori, non potevano che essere stati colpiti dalle parole di Toni e dalle sue catture.

Chiuso quell’intermezzo, si ripresentava il problema di come dare la caccia al suo storico avversario: il lago apriva solo al pomeriggio e Toni non se la sentiva di chiedere al gestore, col quale non era ancora in stretta confidenza, di concedergli una mattina extra.

Doveva adattarsi agli orari di tutti, fra i pensionati che davano la caccia alle trotelle e i bambini petulanti che gli giravano intorno convinti che di tutto il lago l’unico punto pescoso fossero i due o tre metri occupati da lui. Al fine decise che, per un paio di volte, avrebbe rinunciato alle catture multiple: avrebbe pescato a fondo, nel punto più profondo del lago, con un’esca talmente abbondante da scoraggiare le prede più piccole, rischiando magari di prendere qualche “cappotto”.

La prima volta riuscì a catturare un paio di carpe sui quattro chili, a farsi tranciare il finale da un luccio e agganciare e perdere quasi subito un piccolo storione.

Due giorni dopo il cielo era nero e minacciava un temporale di quelli violenti come solo sanno essere i temporali estivi al mare; poco male, se anche si fosse messo a piovere c’era sempre la tettoia del bar sotto cui ripararsi. In compenso c’erano pochissimi pescatori e poi, si sa, quando piove il pesce è più attivo: la teoria di Toni era che i pesci giudicassero che nessuno fosse così stupido da pescare sotto la pioggia e quindi erano meno sospettosi. In realtà il pesce non è così raffinato nel suo ragionamento, ma sa per esperienza che il ruscellare della pioggia sul terreno porta in acqua insetti, briciole ed altro cibo, e quindi è più attivo.

Montata la canna da fondo ed innescato il grosso amo con un’esca degna di un pranzo di Natale per pesci, Toni iniziò la sua ennesima giornata di pesca.

Giusto il tempo di una grossa cattura, una carpa vicina ai cinque chili, e si scatenò il finimondo: pioggia, vento, temperatura precipitata di colpo, lo costrinsero a riparare sotto il bar, non prima di aver messo in salvo la borsa con la macchina fotografica e ritirato la lenza.

Non si fidava, infatti, a lasciarla in acqua, poiché troppe canne aveva visto andarsene a fare sci nautico per il lago al seguito di un pesce improvvisatosi motoscafo. La buriana durò tre quarti d’ora buoni, lasciando una temperatura da brividi e un venticello che ancora dava periodiche folate.

Poteva, comunque riprendere a pescare.

Non appena lanciato e messa in tensione la lenza, notò quella vibrazione che nulla aveva a che fare col vento; lentamente levò la canna dal suo appoggio e si preparò col filo in tensione e la mano pronta sulla manovella del mulinello. Il suo istinto gli diceva che chi c’era là sotto era un pesce grosso, molto grosso e diffidente.

Attese il momento magico, quello che aveva descritto ai documentaristi delle televisione e, quando ebbe la certezza che l’esca con relativo amo era ben fonda nella bocca dell’animale, ferrò deciso.

Se fosse stato solo un po’ meno pronto lo strattone che seguì gli avrebbe strappato la canna dalle mani: fu invece lesto ad allentare la frizione per evitare rotture del filo.

Quella non era una grossa carpa: quello era un pesce enorme, forse lui, il re.

Come undici mesi prima iniziò la lotta fatta di allentamenti e recuperi, mentre, ad uno ad uno i pochi pescatori superstiti del temporale, cominciarono a radunarsi alle sue spalle. Non c’era stato bisogno che lui dicesse nulla: un pescatore sa riconoscere la piegatura della canna e spesso si avvicina ad indovinare il peso del pesce prima ancora che questo sia salpato o addirittura visibile.

I minuti passavano a decine e piano, piano l’animale cedeva sempre qualcosa al pescatore, ma c’era qualcosa che non convinceva Toni nel modo di tirare del pesce, troppo diverso da quello che già una volta aveva provato.

Anche in questa occasione non avrebbe saputo spiegare il perché: era di nuovo l’istinto che fa la differenza fra uno che va semplicemente a pescare e un pescatore vero. Aveva ragione ancora una volta: dopo oltre quaranta minuti di lotta l’animale si fece vedere. Di sicuro non era una carpa, anche se era enorme, sicuramente non meno di un metro e trenta di lunghezza, ma che razza di pesce era? Era la prima volta che gli capitava una bestia simile, eppure pescava da decenni: sembrava, a prima vista, un piccolo squalo, ma non c’erano squali d’acqua dolce, tanto meno in un fazzoletto di lago nel nord della Toscana.. Intanto, in silenzio, Bruno il gestore era scivolato alle sue spalle e, impugnato il guadino, l’aveva posizionato in acqua: non è mai chi usa il guadino, infatti, che deve prendere il pesce, ma chi manovra la canna che ve lo deve portare dentro.

Nulla spaventa e restituisce vigore anche al pesce più stremato come vedere una rete che lo insegue. “E’ un pesce che viene dall’est Europa, mormorò piano l’uomo, ne abbiamo immessi due o tre per prova: sono talmente grossi che quando se ne cattura uno si finisce sui giornali ed è tutta pubblicità gratuita per il lago”. Toni ne aveva sentito parlare di questi pesci importati per dare una caratteristica speciale ai laghi a pagamento: in realtà non sapeva, malgrado conoscesse bene le specie di acqua dolce, quale fosse il loro nome scientifico; erano noti con un nome impronunciabile, strogovic o strokovic, gli sembrava di ricordare di aver letto, ma pochi li conoscevano ancora qui in Italia.

Ancora pochi minuti e l’animale finì nell’ampia rete manovrata dal signor Bruno: immediatamente comparvero bilancia e macchine fotografiche.

Ventisette chili e qualche grammo, a detta del gestore il più piccolo dei tre introdotti, mentre il maggiore sfiorava i cinquanta chili; certo ben pochi pescatori possono vantare come loro record personale un pesce di quasi trenta chili: quella non era più normale pesca, ma quasi una caccia grossa. Un paio di fotografie per l’album e per gli amici, e il pesce tornò direttamente a riassaporare le dolci e fresche acque sorgive del lago senza passare dalla nassa che, data la sua mole, avrebbe potuto esserne danneggiata e danneggiare lei stessa l’animale.

Era stata una bella esperienza, ma nulla a confronto di quella dell’anno prima. Non era la stessa bestia, grosso sì, ma tutta un’altra cosa rispetto all’astuzia e alla vigoria del re del lago.

Già, il re del lago, che fine aveva fatto? Nessuno l’aveva più agganciato, non era stato allettato dall’esca a fondo e nessuno sapeva se fosse ancora lì. Toni tentò ancora altre volte, ma non ebbe nessun riscontro dal suo avversario: forse veramente non c’era più ed era fuggito nel lago attraverso misteriosi cunicoli sotterranei. Anche quell’estate volse al termine con i consueti bagni, le cene coi parenti, le risate e i racconti di pesca.

Toni ebbe ancora diverse giornate memorabili di pesca, ma quando ripartì lo fece con un poco di amaro in bocca. Il ventisei agosto alle sette del mattino era sulla bretella che porta all’autostrada; nel momento in cui questa passava non distante dal laghetto,

Toni non resistette e si fermò pochi minuti sulla piazzola d’emergenza dalla quale si vedeva un piccolo lembo del lago: proprio in quel momento qualcosa di grosso, molto grosso, “bollò” a galla.

Era lui, o lei che dir si voglia, ne era certo.

Dall’alto, nonostante il rumore dei TIR in transito, gli sembrò quasi di sentire l’animale ridere, un po’ per salutarlo, un po’ per prenderlo in giro, ribadendo la sua superiorità e il fatto che sarebbe stato lui a decidere il giorno e l’ora in cui si sarebbero sfidati di nuovo: quello era stato un anno di prova, giusto per tenere l’avversario sulle spine. Là, sul fondo, un’enorme carpa girava ancora in pastura e lo aspettava, oh sì, aspettava lui solo, forse l’unico avversario che riteneva degno, perché si sarebbero rincontrati ancora, un giorno o l’altro, di questo erano entrambi sicuri.

 
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Pubblicato da su settembre 18, 2011 in racconti pesca

 

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